Il mio nome è Bond, e sono un po’ perverso di Pietro Nussio

«È morta, quella puttana» telefona Bond alla centrale londinese del controspionaggio, verso il finale di Casino Royale, il primo romanzo della serie 007. Non è un comportamento da gentleman nei confronti di Vesper Lynd, che aveva all’inizio suscitato l’amore dell’agente (e le sue attività ginnico-amatorie), ma poi si era palesata come un agente nemico.

Lo fa notare Umberto Eco, esaminando nel suo studio Il superuomo di massa. Le strutture narrative in Ian Fleming e la saga dell’agente 007 con licenza di uccidere.

 Era il 1953 quando Ian Fleming terminava il primo degli undici romanzi della sua saga, ma il vero “superuomo di massa” arrivò nel 1962 con Agente 007 – Licenza di uccidere (Dr. No in originale, UK 1962) dove il regista Terence Young impiantò le basi del successo planetario dell’agente segreto facendolo interpretare dal giovane attore scozzese Sean Connery ed affiancandogli Ursula Andress come prima mitica Bond-girl. E gli attori Joseph Wiseman (americano ma con un makeup orientale e le mani artificiali) e Anthony Dawson (inglese e dalla faccia mefistofelica) come primi vilain, nemici mortali.

Più che di Terence Young, regista anglo-cinese ed ottimo realizzatore di pellicole di guerra e d’azione, il film appartiene ai suoi due produttori (Albert R. Broccoli e Harry Saltzman), che impiantarono la saga e vi introdussero tutti quegli elementi che la resero cara al pubblico per 9 film prodotti da loro e 24 in totale.

James Bond è internazionale per definizione: Terence Young è un inglese nato a Shangai e morto a Cannes, Saltzman e Broccoli sono l’uno canadese e l’altro statunitense d’origini italiane, Sean Connery è scozzese, Ursula Andress è svizzera, il primo film è girato a Londra e in Giamaica.

Il successo internazionale è in parte dovuto a quest’aria globalizzata, ed al budget milionario con cui fu realizzato (costò esattamente un milione di dollari, ma ne incassò sedici solo negli USA).

Due altri fattori contribuirono decisamente al successo: avventure, azione, torture ed esplosioni da un lato, e le stupende Bond-girl dall’altro.

Il fenomeno Bond, nato letterariamente nel 1953 e cinematograficamente nel 1962, è tuttora vivo a settant’anni dal suo inizio, e dopo la morte del suo autore, del primo regista e di entrambi i suoi produttori e inventori.

A scrivere le avventure di Bond, oltre al creatore Ian Fleming, si sono cimentati altri otto autori di romanzi, più tutti i soggettisti e sceneggiatori dei film. Ad interpretare l’agente britannico con licenza di uccidere, oltre a Sean Connery, primo volto e per sempre il più emblematico, si sono succeduti: l’australiano George Lazenby, il flemmatico sir Roger Moore – fatto baronetto dalla Regina -, il gallese Timothy Dalton, l’americano Pierce Brosnan, poi l’inglese Daniel Craig, massiccio e bassino, dalla faccia quasi russa.

Ad oggi l’ultimo film della serie principale di Bond, Spectre – il 24° -, risale al 2015, ma è molto probabile che la saga continui negli anni a venire (del prossimo film si ignora titolo e trama, ma la data annunciata per la sua premiere è l’8 novembre 2019).

In ogni caso, oltre ai 24 “film ufficiali”, ci sono tre film e mezzo considerati “apocrifi” (Climax! del 1954 con Barry Nelson, Casino Royale del 1967 con David Niven e Woody Allen, Mai dire mai del 1983 con Sean Connery, Happy and Glorious del 2012 con Daniel Craig e la regina Elisabetta II, nel ruolo di se stessa rapita dall’agente, per l’inaugurazione dei giochi olimpici di Londra).

Nel 2012, subito dopo la realizzazione del film Skyfall, è scomparso anche il trombettista Derek Watkins, che aveva suonato nella colonna sonora di tutti i film della saga, a cominciare da Licenza di uccidere cinquanta anni prima. Ma la cosiddetta “sequenza gunbarrel” prosegue praticamente immutata per tutti i film della serie, con la sua incalzante e ritmata colonna musicale (il James Bond theme): attraverso la canna di una calibro 38 con la caratteristica rigatura a sei solchi vediamo apparire l’agente in smoking ignaro del pericolo. Arrivato al centro dell’inquadratura, l’uomo in smoking si gira e spara all’altro, che lo teneva puntato con la sua pistola.

Allora dal lato alto dello schermo inizia a colare una macchia rosso sangue, che invade tutto lo schermo e poi muove l’inquadratura fino a farla completamente nera (di morte). E su questo si innestano i titoli e l’inizio del film.

Una pellicola che inizia sempre con un omicidio a sangue freddo (sia pure per “legittima difesa”) non è, già, il massimo del contenuto morale, ma ben altro si nasconde dietro le forme patinate di questa saga di successo.

I film “d’azione” sono costruiti per dare allo spettatore quelle scariche di adrenalina che il pubblico va appositamente a cercarvi: i Bond sono costruiti per essere anche film d’azione, e le sequenze spettacolari ne sono un ingrediente essenziale.

Altro ingrediente irrinunciabile è l’ambientazione internazionale e di alto livello, lussuosa negli ambienti riprodotti come ne è costosa la produzione stessa: macchine, aerei, alberghi, location che sono sempre al top dei desideri segreti del pubblico tipo.

In più, e quello ne è la caratteristica basilare, il “codice morale” è quello di una guerra spietata e senza misericordia fra il vilain di turno (che aspira a conquistare il dominio del mondo per conto della SPECTRE) e l’agente che deve impedirglielo. Il “doppio zero” che caratterizza la matricola di Bond gli dà “ufficialmente” la licenza di uccidere chiunque si frapponga a tale compito.

Ma non a torturarlo o ad esserne torturato sadicamente. Né tanto meno a far strame di qualunque ragazza incontri sul suo cammino. Né a provocare esplosioni e distruzioni in luoghi frequentati da inconsapevoli civili, che ignorano quanto sia in pericolo la sopravvivenza stessa del pianeta …

I romanzi di Ian Fleming, all’inizio degli anni ‘50, rappresentano un distillato delle improbabili esperienze spionistiche dell’autore, e risentono fortemente del sentire comune di quei tempi, con il mondo in “guerra fredda” fra i due blocchi contrapposti, e le attività spionistiche che rappresentavano il peggior incubo di quei tempi difficili.

Poi il mondo si è acquietato, complicato e globalizzato, ed una saga cinematografica che ha successo in tutto il pianeta per più di settant’anni deve soddisfare bisogni molto più profondi delle situazioni politiche momentanee.

L’ambientazione esotica è il primo ingrediente. Lo spettatore è appagato degli atolli del Pacifico dove il matto di turno ha organizzato la sua base per la conquista del mondo.

Gli ambienti lussuosi del jet-set sono un secondo ingrediente importante. La società Martini&Rossi (multinazionale d’origine piemontese, ora nel gruppo Bacardi) credo debba finanziariamente molto all’interminabile saga di spionaggio, ed al fatto che James Bond ordini sempre un Martini (intendendo l’omonimo cocktail e non l’originario vermouth) e discetti ogni volta su come la bevanda vada preparata. Analogo discorso vale per lo champagne che offre di solito (Dom Perignon del ‘55), gli smoking bianchi (indossati magari sotto una muta subacquea), le suites alberghiere a cinque stelle, i motoscafi d’altura, le famose Aston Martin (DB4, DB5, DB10, V8 e V12) …

Per giustificare un successo lungo più di settant’anni c’è bisogno però di qualche altro componente, che ne aiuti l’accettazione e la longevità.

La bravura e l’aplomb di Sean Connery hanno valso i primi dieci anni di successo della serie, così come il mitico bikini bianco di Ursula Andress che nasceva dalle acque come Venere ha dato la stura ad una serie di bellissime Bond-girl che di volta in volta attiravano il pubblico maschile (e quello femminile per comparazione). I vilain sempre più pazzi e pericolosi erano un altro fattore di richiamo, e così gli apparati tecnologici che movimentavano ogni film e rappresentavano un’ulteriore forma commerciale con il merchandising associato.

Poi c’erano le canzoni e le cantanti, ognuna un sicuro successo legato al relativo film: Shirley Bassey per Goldfinger e Una cascata di diamanti, Nancy Sinatra per Si vive solo due volte, Sheena Easton in Solo per i tuoi occhi, i Duran Duran per Bersaglio mobile, Tina Turner per Golden Eye, i Garbage per Il mondo non basta, Madonna per La morte può attendere, Chris Cornell per Casino Royale, Adele per Skyfall.

Tutti questi complementi non sono però ancora sufficienti a giustificare il “superuomo di massa” (come lo definisce Eco) che duri così a lungo, e in tutto il pianeta.

C’è bisogno di qualche pizzico di perversione (non troppa, che guasterebbe):

 

1 Il razzismo e la sete di potere.

Il cattivo è un sanguemisto, le sue origini sono complesse e oscure, è solitario, asessuato o omosessuale, immensamente ricco e potente, ha un piano fantascientifico di potere e distruzione, è mostruoso esternamente (mani a chele, senza orecchie, …) e internamente, è inutilmente sadico e barocco. È sleale, infido e vendicativo, va a caccia di onori, adulazione e potere.

L’antisemitismo è sotterraneo in molte descrizioni fisiche, l’origine asiatica e tedesca giustifica, dall’altra parte del conflitto, i pregiudizi razziali nati dalla seconda guerra mondiale. I cinesi e gli islamici sono i cattivi dernier cri, tutto secondo i pregiudizi medi dello spettatore.

 

2 La crudeltà e la tortura.

Goldfinger ricopre la sua aiutante di vernice d’oro fino a farla morire perché sospetta che aiuti Bond, e la fa diventare “l’immagine più erotica del decennio” e l’emblema della pellicola.

In Licenza di uccidere il dottor No, primo nemico, viene bollito a morte in un reattore nucleare, ma prima aveva ucciso e torturato, in una vasca di granchi che si erano accaniti sul suo corpo, la sua assistente. E sempre in Licenza di uccidere, nel libro di Fleming stavolta, più che nel film, c’è un crescendo di sesso e torture: la ragazza (Honey) è sulla spiaggia dove legata attende di essere divorata dai crostacei, Bond intanto percorre un corridoio dal pavimento ustionante, poi gelido, incontra una moltitudine di ragni, poi un calamaro enorme. Sopravvissuto, Bond uccide il Cattivo seppellendo sotto uno spesso strato di guano, ritrova la ragazza, fa rapporto al capo, per poi godersi una notte d’amore con lei.

Il Bond più recente è quello dove la tortura è, in linea con le “conquiste” della società, sempre più esplicita e grossolana. Nel Casino Royale del 2006 Daniel Craig è il nuovo interprete di Bond, molto più sanguigno e massiccio del filiforme Connery dei primordi. Ed è naturale che sia torturato nei punti più sensibili e dolorosi per un uomo. Ma, non appena le parti si invertono con l’arrivo di un terzo incomodo, arriva la sua battuta sprezzante contro l’aguzzino: «Ora tutti sapranno che sei morto grattandomi le palle!», gli dice. In Spectre il povero Daniel Craig è sottoposto – da sveglio e legato ad una sedia da dentista – al trapanamento del cranio. A Sean Connery era capitato invece di essere sottoposto da Golfinger ad una sorta di sega circolare a laser, che attentava sempre alla zona degli “attributi” dell’agente. Sophie Marceau tortura Pierce Brosnan ne Il mondo non basta facendolo eccitare mentre è legato in un meccanismo che gli colpirebbe di nuovo la sua zona “calda”. Una specie di sadica vendetta, si potrebbe pensare, per le troppo esibite capacità amatorie dell’agente, ed un feroce contrappasso da parte dello spettatore medio, che certo non può annoverare un carniere di stupende Bond-girl come l’agente inglese.

 

3 Il sesso facile.

Le Bond-girl sono quelle ragazze in abiti succinti e in pose provocanti che occhieggiano in tutti i manifesti dei film della saga dell’agente segreto. L’emersione dall’oceano di Ursula Andress in costume bianco in Licenza di uccidere, con due grandi conchiglie in mano, mentre il sole risplende sui capelli biondi, è un momento classico nell’iconografia di James Bond ed è anche una delle scene più famose nella storia del cinema: in un sondaggio della emittente televisiva britannica Channel 4 l’entrata in scena del personaggio è stata votata al numero uno tra «The 100 Greatest Sexy Moments». Halle Berry, nel ventesimo film della serie La morte può attendere, indossò un costume arancione come omaggio alla scena famosa del 1953. Le bellezze italiane avevano cominciato bene, con Daniela Bianchi e Luciana Paluzzi nel secondo e quarto film della serie, ma poi bisogna arrivare a Spactre, il 24°, per trovare la quasi-italiana Monica Bellucci.

Il nome della prima Bond-girl è Honey Ryder. Come accade di frequente per questi personaggi, il nome allude ad un doppio senso: Honey è “miele” sia nel significato dei capelli biondi che in quello della zuccherosità, ma il doppio senso è nel cognome. Si tratta della posizione sessuale in cui la donna (e questo è il senso di Rider) siede sopra. Pussy Galore è la Bond-girl di Missione Goldfinger e il nome è un altro doppio senso, è composto da pussy, termine che indica colloquialmente il sesso femminile, e da galore, traducibile con espressioni come “a bizzeffe”, “in abbondanza”, e può essere quindi interpretato come “gatta in calore”. L’attrice svedese Maud Adams interpreta invece il personaggio di Octopussy in Operazione piovra (1983). Qui il gioco di parole è abbastanza smaccato fra octopus (piovra) ed il solito pussy, che torna di nuovo a farsi vedere …

Insomma, Bond è il tipico macho conquistatore, e le bellissime donne gli capitano a tiro solo per farsi sedurre da lui, e dotate già da madre natura di un nome che ne fa intuire le capacità nascoste …

Però c’è anche un possibile contraltare. In Skyfall, penultimo film della serie ufficiale, Javier Bardem interpreta il cattivo di turno, e le sue dita scorrono sul petto nudo dell’agente. Bond risponde: «Che cosa ti fa pensare che questa sia la mia prima volta?». L’omosessualità non può più essere considerata una perversione, ma di certo è uno shock per i fan della saga vedere l’iper-macho Bond comportarsi in maniera così diversa. Il regista Sam Mendes ha dichiarato al riguardo: «In tutti i film di Bond c’è un’enorme carica omoerotica. E c’è anche molto “camp”. E ho voluto includere proprio questo. Poi è arrivato Javier e ha portato tutto su un altro livello, il giorno che abbiamo girato la scena. Il modo con cui sbottona la camicia di Bond … Sono stato molto attento affinché desse un’impressione di disagio».

D’altronde, l’omosessualità era stata presente nella saga di Bond fin dai primi romanzi di Fleming. L’omosessualità femminile di Rosa Klebb si esercita su Tatiana Romanova e la costringe a circuire 007 in Dalla Russia con amore. Ma, coerentemente con i tempi del film (1963) e la divisione in blocchi politici, il personaggio di Rosa Klebb non è solo ambiguo sessualmente, ma è disegnato come una perversa e pervertita critica del potere sovietico, specie di quello potente delle spie militari. La scena della seduzione lesbica è un esempio delle intenzioni perverse di Fleming «Rosa Klebb si era tolti gli occhiali e si era impiastricciata il viso con uno spesso strato di belletto e rossetto. Aveva l’aspetto della più brutta e più vecchia prostituta del mondo. Alzò il braccio e accese una lampada rossa sostenuta da una statuetta di vetro che rappresentava una donna nuda. Poi battè leggermente sul divano accanto a sè. “Spegni la luce centrale, mia cara”»

 

Di sicuro si può notare come l’inossidabile serie si sia inesorabilmente piegata all’evolversi sociale e del costume: negli anni ‘60 fu scartato, nel ruolo di Bond, l’attore Rupert Everett perchè omosessuale, e Rosa Klebb era un personaggio satanico anche perchè ambigua sessualmente. Nel 2012 l’agente accetta i palpeggiamenti di Javier Bardem e il regista stesso ne conferma la doppiezza sessuale. Un bel salto dai tempi machi di Dalla Russia con amore, quando Connery assisteva in Turchia allo spettacolo licenzioso del combattimento fra due donne (Vida e Zora, due gitane) e, dopo aver salvato il capoclan, aveva in premio una nottata con entrambe le combattenti …

Francesco Lamendola affronta la questione direttamente, in un intervento che ha il titolo di Cosa si cela dietro le fantasie sadomasochiste di James Bond?.

«Da un lato egli rappresenta lo stereotipo più scontato, vorremmo dire banale, del potere seduttivo maschile, secondo gli standard del tempo (gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del Novecento) e del luogo (la società britannica e, per estensione, occidentale, specialmente nell’area anglosassone): alto, prestante, muscoloso, eccellente automobilista, ottimo sportivo in tutte le specialità, dall’immersione subacquea al volo in deltaplano, dal tiro con l’arco allo sci acrobatico; astuto, deciso, razionale e intuitivo al tempo stesso, dotato di nervi d’acciaio; e ancora: ironico, brillante, elegantissimo, perennemente abbronzato (merito delle frequenti missioni ai Caraibi e non certo del fumo di Londra), perfetto giocatore di carte e di roulette, inappuntabile frequentatore del bel mondo, impareggiabile corteggiatore di signore e signorine dell’alta società. In breve, egli non deve nemmeno schioccare le dita che subito una frotta di stupende ragazze gli si precipita incontro per adorarlo, coccolarlo, vezzeggiarlo e, soprattutto, per farsi sedurre e travolgere nel fuoco di una passione bollente che, in genere, non richiede più di qualche minuto o di qualche ora per venir consumata nella maniera più esplicita ed appagante, con reciproca soddisfazione, stando almeno ai mugolii da gatta in calore che, platealmente e invariabilmente, sfuggono dalle voluttuose labbra delle fortunate prescelte. Da un altro lato, però, eccolo frequentemente invischiato in situazioni a dir poco ambigue, nelle quali non è lui a condurre il gioco sessuale, ma a subirlo; nelle quali viene catturato, immobilizzato, talvolta denudato, sempre torturato sul piano psicologico e fisico contemporaneamente; e ciò da uomini vigorosi e nerboruti, più raramente da donne (anch’esse alquanto viriloidi), insomma ridotto alla condizione di oggetto impotente dell’altrui sadismo, dell’altrui eccitazione, dell’altrui desiderio, tanto perverso quanto brutale. A volte lo si trova legato, spogliato, in attesa di essere lacerato da una lama meccanica rotante; altre volte, sul punto di venir gettato in pasto agli squali; altre ancora, minacciato di mutilazione proprio in quella parte del corpo della quale va tanto fiero e alla quale deve, non si saprebbe dire quanto a ragione, la sua inossidabile fama di tombeur de femmes. Nelle pagine di Ian Fleming si ritrovano spesso, e così pure nei film della serie ispirata all’Agente 007, le medesime situazioni e, quindi, anche i medesimi nodi e i medesimi, piccanti sottintesi di natura omofila. Forse che all’imbattibile James Bond non dispiace poi tanto, alla fine dei conti, recitare la parte della vittima e farsi acchiappare, tormentare, battere, sottoporre a scariche elettriche, persino minacciare di evirazione come il povero Abelardo […]»1.

Quello di Skyfall è lo 007 meno donnaiolo di tutta la serie, la cui virilità è addirittura messa alla prova (Strizza l’occhio al mondo gay, hanno titolato alcuni al momento della sua uscita), ma la notizia è che il film ha avuto il consueto successo, ha suscitato commenti positivi e nessuna disapprovazione nel pubblico degli spettatori.

 

4 L’alcool

Un’altra perversione dell’agente segreto è la troppo insistita frequentazione alcolica di Bond. «Vodka Martini. Agitato, non mescolato» ordina molto spesso il nostro eroe al barman di turno. E così alcuni ricercatori inglesi sono andati a spulciare libri e film che lo ritraggono, e ne hanno calcolata la “frequentazione alcolica”: dai libri che ne descrivono i giorni, i ricercatori hanno calcolato che Bond beve 92 cocktail a settimana, più di una dozzina al giorno. «Posso capire che per affrontare ogni giorno pericoli e terroristi, l’alcool aiuti. Ma consiglierei a Bond un buon specialista. E soprattutto non vorrei mai che un tipo che beve così tanto debba disinnescare un ordigno nucleare piazzato nel centro di Londra!» ha dichiarato uno dei ricercatori. Ovviamente il tasso alcolico risultante è quello di un alcolizzato cronico: «Bevendo una tale quantità di alcool al giorno c’è da aspettarsi che James Bond non abbia una lunga prospettiva di vita: i danni al fegato sarebbero rilevanti. Senza contare che il rischio d’impotenza sessuale sarebbe decisamente alto in un bevitore del genere.»

Insomma, che abbia tendenze omofile o che sia direttamente impotente e alcolizzato, certo le capacità operative ed amatorie di James Bond subiscono un duro colpo.

 

5 Sadomasochismo, il piacere della crudeltà

La perversione più significativa del nostro inossidabile agente è sempre quella del piacere sanguinolento, che si nutre di violenza ed ha a che vedere con i vizi descritti dai libri del marchese De Sade e del barone von Sacher-Masoch. Tutte le sue avventure contengono elementi sadomasochistici. Egli non è mai sazio di punizioni e le sue sono storie tipiche di fantasie masochistiche. In Casinò Royal viene  immobilizzato da due scagnozzi: «Forza, caro amico, stiamo perdendo tempo». Bond è spogliato, e i vestiti gli vengono tolti di dosso con un coltello. Quindi è legato a una sedia di bambù cui è stato tolto il fondo. «Era prigioniero, nudo, impotente …» Affinché riveli alcune informazioni, viene torturato mediante “un lungo battipanni fatto di bambù piegato” che Fleming descrive come “un oggetto domestico”. Bond viene salvato all’ultimo momento, proprio quando il cattivo sta per tagliargli i testicoli con la lama d’un coltello. In Licenza di uccidere è di nuovo prigioniero e impotente, stavolta in compagnia d’una bella bionda. Il dottor No gli dice: «Naturalmente farà male. Il dolore m’interessa. E m’interessa anche scoprire fino a che punto il corpo umano possa sopportarlo […]».

«Vorrei farti del male perché te lo sei guadagnato e anche per domare l’animaletto selvatico che è in te». E poi: «Se ti dicessi che ti amo, ti arrabbieresti, e allora dovrei frustarti, e piangeresti, e non mi piace vederti piangere». Oppure, con rammarico: «Lo so che non posso chiuderti in gabbia come un uccellino». O per finire: «Vorrei baciarti sulla bocca, sul seno, sulle regioni più basse, e poi stringerti fino a farti strillare».

Tutte queste affermazioni, di tono decisamente sadomasochistico, sono state scritte da Ian Fleming. Non in uno dei suoi romanzi, ma nella vita reale: nella corrispondenza che inviava ad una sua fiamma, negli anni ‘30, quando era ancora un ragazzo.

Quando poi, negli anni ‘50, ha iniziato la serie dei suoi romanzi di spionaggio, molte di queste sue pulsioni segrete devono essersi travasate nelle avventure di James Bond, il suo personaggio letterario.

 

Insomma il personaggio nato un po’ dandy, sornione e conquistatore sembra tramutarsi col tempo nel suo opposto, un decadente, violento, omofilo e masochista. E tutto ritmato nel tempo di un fenomeno cinematografico planetario e di immancabile successo. Nelle pieghe di un prodotto d’azione, spettacolare quanto seriale, che appaga – a quanto si sente dire – solo i bisogni più superficiali di un pubblico in cerca di emozioni e di adrenalina, troviamo invece rancori, sadismi e perversioni.

Forse il “superuomo di massa” è un po’ meno terso e splendente di quanto si credeva … E non vale tentare di salvare questo mondo un po’ pervertito auto-assolvendosi col pensare che tutta l’operazione James Bond è letteraria o cinematografica, quindi opera di finzione.

Umberto Eco, al termine del suo saggio su Bond nel Superuomo di massa, ci inchioda alle nostre responsabilità oggettive: «Quando un atto di comunicazione scatena un fenomeno di costume, le verifiche definitive andranno fatte non nell’ambito del libro, ma della società che lo legge.»

Piero Nussio
Fisico, esperto di cinema

NOTE

  1. http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/cinema-d-autore/1196-007-e-fantasie-sadomaso Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 20/09/2011 e del 12/02/2016
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