«Una donna fantastica» di Daniela Mallardi

Una donna fantastica
(drammatico,100 minuti, 2017)
regia di Sebastián Lelio

Soy el fuego que arde tu piel
Soy el agua que mata tu sed
El castillo, la torre yo soy
La espada que guarda el caudal

Tú, el aire que respiro yo
Y la luz de la luna en el mar
La garganta que ansío mojar
Que temo ahogar de amor

Y cuáles deseos me vas a dar, oh
Dices tu, mi tesoro basta con mirarlo
Y tuyo será, y tuyo será

[R. Amarante,Tuyo, 2015]

 

Premiato con l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura al Festival di Berlino 2017 e selezionato per rappresentare il Cile ai premi Oscar 2018, il film Una donna fantastica (Una mujer fantástica) diretto da Sebastián Lelio è un piccolo gioiello cinematografico che coglie in pieno la questione sul transessualismo offrendone una lettura densa ma non faticosa, dolorosa ma non cruenta, acuta ma non voyeuristica.

È la 27enne Marina ad essere fantastica, seducente transessuale ancora in fase di passaggio giuridico. Cameriera per sopravvivenza e cantante per desiderio, vive la sua relazione affettiva con Orlando, compagno di gran lunga più grande di lei.

Orlando è un rassicurante e gentile signore con tanto di figli ed ex moglie che ad un tratto, a seguito di un malore improvviso, muore. Sulla sottrazione di questo amore si srotola il gomitolo interno di Marina, personaggio delicato e coraggioso che si trova a dover giustificare la propria presenza ai familiari del compagno i quali, inferociti, la fanno fuori dal funerale e la cacciano dalla casa di loro proprietà nella quale abita. Non c’è autorizzazione né concessione al dolore per questa giovane donna poiché la sua relazione non essendo “codificata” non può che essere stata “una perversione”. Con quale diritto- le domanda l’ex coniuge di Orlando- Marina si permette di piangere la mancanza dell’uomo, finanche ad arrivare a proporle dei soldi per “non farsi vedere più”, pensando che una trans in quanto tale sia una disposta a vendersi e quindi a farsi merce.

Lelio plana sui dialoghi tra personaggi attraverso l’uso di una regia quasi ipnotica che spezza il cliché della donna trans con piume di struzzo, paillettes e ciglia finte restituendo la dignità ad una condizione di grande complessità. Le inquadrature svelano poi il lato struggente di Santiago del Cile, in un’altalena di piano sequenze su grattacieli moderni e architetture storiche, muri scrostati e montagne innevate; la contraddizione della città che fu epicentro nel 1973 del celebre quanto violento colpo di Stato, diventa così la metafora del transessualismo, della sua oscillazione tra un prima ed un dopo, tra un originario nome maschile ed uno secondario acquisito nome femminile dove il golpe avviene nell’ammutinamento e nel sovvertimento del corpo.

Frequente, durante il lungometraggio, è il comparire di vetrine e specchi sulle cui superfici il corpo di Marina si riflette, esponendo allo spettatore l’ambiguità della sua presunta riassegnazione di genere (si rimane col dubbio fino alla fine).

«Hai fatto l’operazione? Non so chi sei». A questa domanda che le viene posta, Marina non risponde perché- dice: «Non importa». In effetti il punto non è lì: la visione quasi fiabesca per cui il cambiamento di genere risolva l’angoscia che affligge i soggetti transessuali è banalizzante e pericolosa.

A tal proposito, la letteratura psicoanalitica afferma che le terapie dei pazienti transessuali hanno spesso inizio dopo l’operazione chirurgica dove si realizza che il senso di confusione non si è risolto né sanato con l’intervento chirurgico1 . Negli ultimi anni, gli spunti intorno alle dimensioni di genere si sono moltiplicati, rendendo nudo un nuovo pezzo di clinica contemporanea: effettivamente non c’è nulla che metta più al lavoro sul piano culturale, sociale e scientifico delle questioni legate all’identità e a una sua connotazione sessuata non riconducibile all’assioma indiscusso dei due sessi maschio/femmina.

Quale posto quindi per le soggettività transessuali?

Per Jacques Lacan nel transessualismo2 vi è la preclusione della metafora paterna, un deficit della Legge del Padre che, nello svolgimento delle dinamiche edipiche, sancisce un taglio nel rapporto duale madre-figlio per permettere al figlio di indentificarsi con il padre. Nella coppia madre-figlio, è infatti il padre a introdurre l’Interdetto su cui, nella proibizione dell’incesto, si fonda l’ordine simbolico. Se madre e bambino riconoscono e accettano tale funzione legislatrice del padre, il bambino si identifica con quest’ultimo in quanto detentore del fallo. Il padre mette allora il fallo al suo posto: distinto dal bambino e come oggetto del desiderio della madre. Il figlio può così trovare il suo posto nella triade familiare. Accade però che, quando l’interdizione paterna non viene riconosciuta, allora il bambino, oltre a rimanere identificato con il fallo e sottomesso alla madre, non raggiunga né una soggettivazione né un accesso nel registro del simbolico. La carenza della possibilità identificatoria del bambino con il padre si può manifestare nella forma dell’esperienza delirante dell’evirazione.

Inoltre, la “reiezione del Nome-del-Padre” può avere anche un altro effetto prossimo, ma nondimeno distinto dal delirio di evirazione: l’effetto di femminilizzazione che Lacan riferisce all’identificazione psicotica con il fallo che manca alla madre. Per tutto questo, secondo l’autore francese, il godimento transessuale è un “godimento dell’Altro”, che- contrariamente a quello fallico- non è sottoposto alla castrazione. Così come nella psicosi, anche qui ad essere precluso è il fallo come significante.

Tuttavia il transessualismo non comporta sintomi psicotici nel senso psichiatrico del termine. Nell’incontro con soggetti transessuali si constata piuttosto un modo di nominarsi il quale mette in rilievo un annodamento singolare in cui il soggetto può costituirsi come sessuato3. Si tratta dunque di tenere in conto lo sforzo che il soggetto compie per annodare, in altro modo, il suo rapporto alla sessualità dal momento che i sembianti ricevuti sono inoperanti per lui. Se il soggetto transessuale si nomina uomo, donna o lacerato, nulla dice rispetto alla gravità della questione dove le stesse categorie di uomo/donna si rivelano insufficienti e poco efficaci. Come le voci allucinate non si confondono con le voci, così non si può essere sicuri che l’“uomo” e la “donna” del transessuale corrispondano all’ “uomo” e alla “donna” del nevrotico, o addirittura del perverso, anche se talvolta il transessuale dà l’illusione di essere un perverso4.

Per un approccio clinico adeguato e scevro da appiattimenti epistemologici, la credenza di essere uomo o donna è insufficiente allo stesso modo all’affermazione di chi dichiara di sentire le voci; come non è sufficiente che un paziente ci dica che senta le voci per considerarlo psicotico, così si conservano delle riserve per il discorso che porta chi è convinto di essere un uomo o una donna. Eppure la problematica dell’immagine ideale, di essere un bell’uomo o una bella donna – ricettacolo di tutti i fantasmi del soggetto transessuale – brilla sotto la condizione della trasformazione corporea e del fuori simbolico. Il corpo del transessuale è un pieno di carne totalmente dispiegato sul piano dell’immaginario e ciò che sembra essere in gioco è proprio quello sguardo dell’Altro che il soggetto sente di dover cogliere desiderante, e che lo colloca, proprio sul piano immaginario, su quel versante maschile o femminile rivendicato per sé5. Il prezzo da pagare per raggiungere questa bellezza è sul corpo, tentando di sbarazzarsi del pene o del seno, soggiogando alla potenza narcisistica dove, al lamento di non essere stato conforme, ritorna a consegnarsi al Super-Io arcaico che fa di lui o di lei il bene ordinario di un Altro. Se l’intervento – per alcuni – risolve il timore di essere scoperti e di sentirsi ridicoli rendendosi aderenti alla norma sociale, allo stesso tempo esso lascia intatta la questione del godimento.

Nel film questo scarto viene esplicitato nell’ immagine bellissima e commovente di quando, nell’intercedere del passo, una folata di vento fa barcollare Marina che però non cade. La donna rimane obliqua, con le mani tese in avanti come a reggersi dalla prepotenza dell’aria, una piccola linea spezzata in analogia con la sua condizione di donna trans quale elemento non classificato e non previsto e quindi enigmatico.

Daniela Mallardi
Psicologa, Psicoterapeuta

NOTE

  1. Bergamaschi (a cura di), Omosessualità, perversione, attacco di panico. Aspetti teorici e tecniche di cura: il contributo di Franco De Masi, Franco Angeli, Milano, 2007
  2. Lacan (1958), Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi, in Scritti, Einaudi, Torino 1974
  3. Nicotra, Corpi corretti, in Corpi parlanti, IPOL Istituto Psicoanalitico di Orientamento Lacaniano, G. F. Arzente (a cura di), Antigone, Torino, 2016
  4. Valerio, M. Bottone, R. Galiani, R. Vitelli (a cura di), Il transessualismo. Saggi psicoanalitici, Franco Angeli, Milano, 2001
  5. Vitelli, L’al di là del femminile: note per una lettura antropoanalitica del transessualismo maschile, in «Comprendre», 21, 2, 2010