FRANCESCA PACI Una infinita seduta psicanalitica collettiva

Alla richiesta di associare qualche dinamica della propria società all’idea di perversione, i miei amici egiziani, libanesi, tunisini, hanno risposto tutti, a distanza di centinaia di chilometri uno dall’altro e senza conoscersi, con la medesima risata, sostenendo coralmente che l’associazione è inutile perché la loro società coincide con la perversione, si basa sulla perversione, impone alle giovani generazioni la perversione come sola prospettiva di vita.

Un’iperbole, ovviamente. La boutade irriverente dei più colti, liberal e globalizzati del mondo arabo-musulmano contro una realtà che li tiene al palo, quello inappellabile del volere divino o l’altrettanto despotico totem della stabilità e dei suoi sacerdoti militari.

Eppure, la questione non è oziosa. Da almeno una quindicina d’anni diversi studiosi di scienze umane hanno preso a occuparsi della psicologia musulmana per inquadrare il conflitto tra umma, la grande famiglia dell’Islam, e modernità al di fuori delle ragioni storiche e culturali che hanno visto la grande civiltà dei Califfi arretrare gradualmente fino ad arrestarsi alla soglia del XIV secolo.

Molti, su una lunga scia di predecessori freudiani e non solo, privilegiano l’interpretazione “sessuale” per spiegare quell’immobilismo come la proiezione di problemi “domestici”, impotenza, repressione, attitudine al voyeurismo, violenza di genere compensativa. Se ne trovano per esempio spunti nel saggio di James Penney The World of Perversion: The Psychoanalysis and the Impossible Absolute od Desire o in quello di Rudi C. Bleys The Geography of Perversion: Male-To-Male Sexual Behavior Outside the West and the Ethnographic Imagination. La tesi è grossomodo che l’ossessione sessuofobica dei governi del Cairo and company (l’abbigliamento femminile, l’universo gay, la tolleranza nei confronti delle molestie) sia la cartina di tornasole di un’asfissia politica e culturale resistente (per ora) perfino agli spifferi di internet.

C’è del vero se si pensa all’energia anche sessuale liberatasi con le primavere del 2011, quando da Tunisi a Damasco, i giovani si riversarono nelle piazze con l’irruenza esplosiva di una bottiglia agitata a lungo e stappata all’improvviso. L’Egitto ne è un caso esemplare: a leggere il libro del giornalista e attivista Ashraf Khalil Liberation Square – nel quale un gruppetto di amici cerca invano uno spazio per guardare insieme un film porno e si ritrova a fare la rivoluzione – si capisce come le rivendicazioni di Tahrir fossero in buona misura il megafono di una generazione colta ma disoccupata, ammessa alla vita adulta (alias sessualmente adulta) solo dopo il matrimonio ma impossibilitata a sposarsi in mancanza di un salario, abituata dalla frequentazione del web alla promiscuità culturale e sessuale ma preclusa dal parteciparne al di fuori della dimensione virtuale. D’altra parte chiunque conosca i Paesi della sponda sud del Mediterraneo sa quanto frequente sia incontrare ragazzi e soprattutto ragazze che per andare a vivere da soli hanno affrontato drammi familiari laceranti (pochi di loro vanno fino in fondo, la maggior parte cede al braccio di ferro e resta nella casa patria in attesa di metter su la propria con il legittimo consorte).

Il sesso dunque, con il suo côtés di ossessività perversa è una chiave di lettura, come lo sono la resilienza nella prassi e nell’immaginario di tradizioni patriarcali spesso superate addirittura dalle leggi, le poligamia, le spose bambine, la nudità (penso al divieto “culturale” d’indossare il bikini). Ma non è l’unica. L’altra, forse perfino più interessante, è la religione, l’interpretazione “perversa” della religione che, a detta di molti analisti, impone sulle società arabe-musulmane la cappa dell’islam radicale nelle sue mille sfumature, dal conservatorismo ottuso ma sul breve termine innocuo fino allo jihadismo di al Qaeda e dello Stato Islamico.

Jihad, ecco la parola chiave per capire la duplice perversione religiosa di una fetta della umma, quella di chi la utilizza per invocare violentemente il ritorno a un Califfato purificato da tutti gli infedeli e quella, opposta, di chi vi ricorre lessicalmente per giustificare il proprio state of denial, il rifiuto di ritrovarsi nello stesso album di famiglia dei terroristi dell’11 settembre, di Londra, Madrid, del Bataclan.

A forza di sentirlo ripetere, anche chi non conosce l’arabo sa ormai che jihad (che grosso modo possiamo tradurre con la parola lotta) ha due significati. Oltre ad essere un nome proprio, indica sia la lotta interiore che ciascuno dovrebbe condurre per migliorarsi che la guerra santa. È proprio qui che nasce l’ambiguità con cui, consapevolmente dopo gli attentati alle Torri Gemelle di New York ma inconsapevolmente da molto tempo prima, convivono musulmani e non musulmani. C’è chi leggendo jihad legge il dover essere dell’individuo e chi ci legge l’autorizzazione a sgozzare infedeli e peccatori. Cambia poco che i primi sconfessino i secondi e viceversa, le due narrative viaggiano appaiate lungo un percorso che anno dopo anno ha allontanato entrambe dal mondo esterno rinchiudendole in un circuito chiuso, autoreferenziale, potenzialmente suicida. E perverso.

Rebecca Gould, docente di studi islamici e letterature comparate all’università di Birmingham, parla di “sequestro semantico” della parola jihad. Haroon Moghu dell’Institute for Social Policy and Understanding mette in guardia dal rischio di leggere il Corano in modo selettivo isolandolo dal suo contesto. Il prestigioso settimanale The Economist ha dedicato al tema dello straniamento della dottrina coranica una lunga analisi intitolata The tragedy of the Arabs. Tutti, chi teologicamente e chi giornalisticamente, ricorrono al concetto di perversione per spiegare la violenza jihadista come una sorta di devianza che si realizza distorcendo il messaggio dell’Islam praticato dalla stragrande maggioranza dei musulmani mondiali. L’aspetto interessante è che gli jihadisti rivolgono ai cosiddetti “musulmani moderati” la medesima accusa di tradimento dell’ortodossia.

Non è sempre stato così. La storia della letteratura islamica dei secoli passati è accompagnata dal pensiero di avanguardisti dell’interpretazione e audaci riformisti, magari relegati al ruolo di antitesi nella dialettica religiosa ma vivi. Nel Novecento la loro vita si è fatta via via più difficile, come se la modernità fornisse paradossalmente più frecce all’arco degli integralisti. Cosi negli anni 80 abbiamo visto il sudanese Mahmud Mohammed Taha giustiziato in patria per «apostasia», il suo discepolo Abdullahi an-Na´im incarcerato a Khartoum, l’iraniano Amir Taheri cacciato da Khomeini e ancora in esilio. È il cortocircuito del villaggio globale. A tenere meglio il passo con i tempi, specie con quelli compulsivi dei social media, sembrano essere i “perversi”, quelli che si appropriano del Corano per farsi sacerdoti esclusivi del suo lato più claustrofobico e beneficiano dell’impalpabilità delle frontiere per annullare la distanza spaziale e temporale. Gli altri, la maggioranza, perversamente assistono al proprio esorcismo tacendo o limitandosi a negare la parentela con i fratelli usurpatori.

La cura, quando questa infinita seduta psicanalitica collettiva avrà finito di scavare tra le rimozioni sociali di un miliardo e mezzo di persone, aprirà la finestra sul futuro, loro e nostro.

Francesca Paci
Inviata de La Stampa

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