PERVERSIONI Presentazione di Fabiola Fortuna

Quest’anno usciamo con una nuova veste grafica e trattiamo un argomento molto complesso: Perversioni.

Quali idee e conclusioni si ricavano – ammesso che in questo campo si possa ad un certo punto delineare qualcosa di definito una volta per sempre – a leggere questo numero della rivista?

L’unica certezza è che il termine non può che essere declinato al plurale, soprattutto nella nostra attualità.

È solo da poco più di 100 anni che furono pubblicati i primi studi sistematici sulle aberrazioni sessuali, Psychopatia Sexuali” di Krafft Ebin e Study in the Psychology of Sex di Havelock Ellis, con il duplice scopo di studiare le aberrazioni sessuali come oggetto di studio psichiatrico, nonché di formulare una nomenclatura delle perversioni.

Questi lavori furono poi di ispirazione a Freud per la sua teoria della libido, che infatti ne mutuerà alcuni concetti come l’“onnipotenza” della sessualità nel comportamento e nel pensiero umano, nonché la coesistenza di livelli sia primitivi che adulti nella sessualità medesima.

Freud riprenderà svariate volte nel corso del tempo la questione della perversione, correlandola all’evolversi del suo pensiero teorico tratto dall’ esperienza clinica.

Lacan poi verrà ispirato dalle riflessioni di Freud sul feticismo, pur prendendone subito le distanze, per affrontare anche lui il tema della perversione; considerandola, al pari della nevrosi e della psicosi, come una delle possibilità di strutturazione soggettiva.

Dopo Lacan, la psicoanalisi si è occupata relativamente della perversione, potremmo dire quasi con circospezione, poiché l’argomento stesso sembra avere il potere di mettere in crisi i clinici, come se li potesse tenere sotto scacco: sulla perversione sembra infatti che non ci sia la possibilità né di un movimento, né di un pensiero; la clinica più volte si è interrogata sul motivo della latitanza della psicoanalisi, considerandola correlata alla latitanza dei pazienti perversi rispetto all’analisi. Il paziente perverso, di fatto, sembra non vada in analisi perché non è in grado di formulare una domanda di cura, perché egli non avverte il disagio della sua condizione e, per di più, non tollera i limiti e le regole del setting.

In questi ultimi anni però si nota come sempre più frequentemente gli analisti si trovino invece di fronte pazienti che presentano evidenti tratti perversi.

Ci si trova costretti a porsi domande: ma come? Cosa sta accadendo?

Forse proprio il fatto che l’ attuale contesto sociale è troppo diverso da quello di un secolo fa: i grandi cambiamenti , economici, culturali, sociali, non possono non aver inciso sugli stili di vita con possibili ricadute anche sulla psiche umana.

La società dei consumi è una società che promette la felicità qui e ora: una felicità istantanea e perpetua, dove non sembra esserci spazio per un vuoto, una mancanza. Fin da bambini si viene abituati a colmare (o meglio, “ad essere colmati da”) ogni possibile desiderio, che in realtà però pare essere sentito per lo più come un vero e proprio bisogno.

In questa dinamica, si potrebbe dire, davvero perversa, il soggetto sembra perdersi, per diventare un semplice oggetto, manipolabile e quindi più facilmente controllabile.

Forse lo spaesamento della clinica nasce proprio dalla consapevolezza che ci si trova a dover fare i conti con soggetti che non aspirano, nemmeno inconsciamente, ad essere tali ma piuttosto a rimanere in questa condizione illusoria di completezza.

La dimensione etica della psicoanalisi che così, come insegna Jacques Lacan, privilegia il soggetto con una specifica attenzione a quegli aspetti trasformativi del processo di soggettivazione, risulta quindi, come dire, “fuori contesto”.

Si impone pertanto una riflessione seria e approfondita sui modi in cui sia possibile affrontare questa sorta di estraneità della clinica psicoanalitica a queste nuove diagnosi; “nuove” non tanto perché inedite quanto piuttosto perché appunto si affacciano molto più frequentemente alla porta degli analisti.

Il senso del titolo della rivista nasce quindi proprio da questa esigenza, e le risposte dei colleghi che con i loro contributi hanno reso possibile la composizione di un numero denso di contenuti, sembrano dimostrare che lo spaesamento, se di questo si tratta, può essere superato forse studiando, approfondendo, condividendo.

Fabiola Fortuna