SEBASTIANO VINCI Perversione e “Père-Version”: funzione paterna e amore del padre nella clinica psicoanalitica e psicodrammatica

La clinica psicoanalitica ci mostra come, per le strutture soggettive, sia imprescindibile considerare il rapporto con la funzione paterna, il Nome-del-Padre come viene indicata da Lacan: che essa sia forclusa, come nella psicosi, soggiacente all’effetto del diniego, come nella perversione o, alla rimozione, come nella nevrosi, il rapporto con questa funzione risulta, comunque, fondamentale per la struttura del soggetto.La perversione, che qui si prenderà in considerazione, con il suo “diniego” della castrazione materna, pone l’accento anche sulla funzione del padre sia in quanto agente e rappresentante della Legge che sulla sua efficacia nel far accedere il bambino all’evidenza della differenziazione sessuale.  Un padre “perversamente” orientato, è in grado di trasmettere l’etica e la funzione del riconoscimento della Legge? È quanto si interrogherà, in questo scritto, alla luce di un caso clinico.

Nella lezione del 21 gennaio 1975, nel corso del suo Seminario intitolato R.S.I., Jacques Lacan enunciò, all’interno del suo discorso, questo passaggio “Un padre non ha diritto al rispetto, se non all’amore, che se il detto amore, il detto rispetto, è – voi non crederete alle vostre orecchie – ‘père – versement’ orientato, cioè a dire fa di una donna, oggetto a che causa il suo desiderio. Ma ciò che una donna ne a-ccoglie così non ha niente a che vedere con la questione. Ciò di cui ella si occupa, è di altri a, che sono i bambini, presso i quali il padre pertanto interviene – eccezionalmente nel caso buono – per mantenere nella repressione, nel giusto semi-dio [mi-dieu/milieu], la cui versione che gli è propria della sua ‘père-version’. ‘Père-version’, sola garanzia della sua funzione di padre, che è la funzione di sintomo, così come io l’ho descritta1

Questo padre, a ben vedere, è un padre che sa mettere in moto il desiderio di una donna, donna che è “presa” come oggetto, sola garanzia, per questo padre, dice Lacan, della sua funzione. È un padre, inoltre che, diversamente del padre freudiano di Totem e Tabù che gode di tutte le donne, è umanizzato, incontra un limite al proprio godimento nel porre una donna nella posizione di feticcio, limite, appunto, posto dal corpo stesso di una donna. Questo rispetto, se non addirittura l’amore, come ci dice Lacan, in fondo, non è altro che il posto che un padre si sa conquistare, nell’accezione di Lacan di questo periodo, all’interno della costellazione relazionale, all’interno del rapporto che instaura con una donna e che fa si che questa assurga ad oggetto causa del suo desiderio, donna che, però, trova altrove, nei propri figli, gli oggetti che ne causano il suo. È già una lettura diversa rispetto al padre definito in quanto tale dal desiderio della madre, come si avrà modo di precisare meglio in seguito, perché in questa accezione di padre umanizzato, egli è nel posto di colui che trasmette un sapere sul suo modo singolare di godere delle “piccole cose”. Trasmette, cioè, ai propri figli, il suo specifico modo di intendere la sua père-version. È il modo, secondo Jacques-Alain Miller, con il quale Lacan, nel suo ultimo insegnamento, ha “strappato” il padre dall’universale2, ha fatto si che si passasse dal padre freudiano, padre che dice no, che interdice il godimento della e con la madre, così come lo si ritrova nel secondo tempo dell’Edipo che Lacan riporta nel Seminario V, al padre che, con la sua singolarità, diventa normativo, in grado di coniugare Legge e desiderio. Jacques-Alain Miller è estremamente chiaro in questo: «Ciò che fa un padre, il vostro, è che singolarizza il suo desiderio nei riguardi di una donna rispetto a tutte le altre. È normativo solo se questo desiderio è singolare. È ciò che Lacan ha chiamato la père-version. Questo termine si è diffuso senza che se ne comprendesse la logica, mentre ciò che Lacan chiamava così era la singolarità di ogni padre in rapporto all’universalità del padre. Segnalando così che se un padre si identifica alla funzione universale del padre ciò può avere solo degli effetti psicotici»3. Come non cogliere, in ciò che Lacan propone, una sorta di passaggio, dalla legge dell’Edipo, dove al centro vi è l’amore per il padre, il padre totemico che priva i figli delle donne e che, proprio per questo, lo amano, all’amore indirizzato al padre in quanto castrato, preso cioè, nella sua singolarità di soggetto desiderante una donna che, a sua volta, si occupa dei suoi figli, oggetti a per lei?4. Questo padre che rinuncia all’universale della sua versione e che si singolarizza attraverso la sua umanizzazione, attraverso la sua castrazione, per Lacan se vuole mantenere la sua funzione non può che declinarla al lato del sintomo, del sinthomo, piuttosto, essendo questo la soluzione “sintomatica” e, in quanto tale unica, che il soggetto, in questo caso, un padre, si crea nel tentativo di annodare i tre registri per poter far fronte al reale.

Questo rapporto tra padre, “père” e perversione, “père-version”, a ben considerare, non introduce un concetto nuovo per la clinica psicoanalitica. Già Freud, fin dal carteggio con Fliess, nel suo tentativo di dimostrare l’eziologia sessuale delle nevrosi, si era imbattuto nella “figura del padre” seduttore, tanto da fargli proferire la frase «Mi sembra sempre di più che il punto essenziale dell’isteria consista nell’essere la conseguenza di una perversione da parte del seduttore, e che l’eredità consista sempre nella seduzione da parte del padre»5. Non senza difficoltà, e, direi pure conflitto, era arrivato a nominare il padre come seduttore, se si pensa che negli Studi sull’Isteria, pressoché dello stesso periodo (1892-1895), nel redigere il caso di Katharina al seduttore aveva preferito assegnare il nome dello zio. Solo nel 1924, nella nota aggiunta al caso, si permise di “infrangere la discrezione” a cui si era attenuto: «la fanciulla dunque si era ammalata sotto le tentazioni sessuali che provenivano da suo padre»6. Motivo del conflitto non poteva, in fondo, che essere quello che lo aveva portato a formulare l’idea che “padre seduttore” era anche il suo, tanto da dire nel 1897 che «purtroppo mio padre stesso è stato un perverso e ha causato l’isteria di mio fratello (tutti i sintomi del quale sono identificazioni) e di una mia sorella»7 confessione che presentava, però, una sorta di “primo ripensamento” sulla sua teoria della seduzione, cosa che avverrà, in primis, nella lettera del 21 settembre dello stesso anno quando dice, all’amico Fliess, «Non credo più ai miei neurotica»8. Ma Freud si era già sbilanciato ancor di più, riconoscendosi, nell’analizzare i suoi sogni, il «desiderio di cogliere un pater quale responsabile della nevrosi»9.

Compiendo un primo viraggio, rispetto a quanto stava già elaborando, Freud ne L’interpretazione dei sogni comincia con l’attribuire, al padre, una funzione prevalentemente simbolica; introduce l’Edipo, cosa che preciserà cinque anni dopo ancor di più nei Tre saggi sulla teoria sessuale, pur mantenendo, nei confronti del padre, ancora una sorta di ambivalenza. Se da una parte, infatti, ne comincia a riconoscere una funzione normativa proprio nel rapportarsi antagonistico del figlio al padre, dall’altra, nel Frammenti di un’analisi d’isteria, il padre di Dora patisce ancora del retaggio precedente: pur avendo qualità che lo rendono collocabile tra i padri sensibili ed accorti, mantiene quei tratti che, nel carteggio con Fliess, gli erano stati attribuiti: un modo di essere e di espletare la sua funzione di padre che, intrecciandosi con una impotenza, non solo dell’organo, lo porta a non esitare di fronte alla possibilità di “sacrificare” la figlia per il proprio piacimento. La strada è però segnata. Alla teoria della seduzione si sostituì quella del fantasma e l’Edipo strutturò le coordinate per una funzione paterna che supportasse la Legge, strada ancora irta di “insidie”però, quali, per esempio quelle che, nell’Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (caso clinico del piccolo Hans) lo portano ad attribuire al padre la capacità di nascondere la realtà dei fatti, una sorta di atteggiamento menzognero volto a sostenerne la sua autorevolezza: «Raccontandogli  la frottola della cicogna il padre l’aveva messo nell’impossibilità di chiedere spiegazioni su queste cose. Non soltanto gli impediva di stare a letto con la mamma, ma gli negava anche le conoscenze da lui tanto ambite. Insomma, lo danneggiava in tutt’e due i sensi e ciò, evidentemente, per suo vantaggio»10. Il merito di Freud, pur tuttavia, è stato quello di aver preservato al padre un posto di primo piano nella strutturazione del soggetto. Non tanto alla madre ed alle cure prodigate nell’accudimento del figlio, cosa che risultava ben più facile valorizzare, ma al padre in quanto funzione separatrice di un desiderio incestuoso, questo sì della e verso la madre, padre che in tal modo viene ad occupare il posto di colui che esercita una funzione interdittrice nei confronti di una pulsione divoratrice che avrebbe reso il figlio succube di un desiderio materno fagocitante. Freud ne parla ampiamente nei casi clinici che presenta ad ulteriore conferma dell’elaborazione teorica prodotta: oltre al Caso del piccolo Hans citato, anche nel Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, dove l’assenza del padre risulta fondamentale per gli sviluppi relativi all’assunzione della sessuazione di Leonardo, ne parla, ancor prima nelle Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva. (Caso clinico dell’uomo dei topi) dove l’amore per il padre è il velo che nasconde il profondo odio che il tenente H. nutre nei suoi confronti e che serve al soggetto, nel suo prodigarsi a sostenere ed a celare il vacillamento paterno, a mantenersi distante da un desiderio di morte nutrito nei confronti del padre, e ne parla, nel 1910, nelle Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente (Caso clinico del presidente Schreber) in cui quest’uomo che non era stato “insignificante”11 nell’esercizio della sua professione, assume però, per i figlio, quella particolare “versione” che lo porta ad essere, agli occhi di questi, un padre che «non comprende nulla dei vivi e sa trattare solo cadaveri» (12): una versione decisamente caricaturale di una funzione, quella del padre che, con il suo desiderio, avrebbe dovuto non solo essere orientato verso la propria donna, ma avrebbe anche dovuto sapere come contrastare quello materno. Un paio di anni dopo Freud introdurrà un altro termine per definire il padre, il Padre originario, l’Urvater, il padre di Totem e Tabù13 che, rispettando la teoria darwiniana, è un padre che gode di tutte le donne e per questo odiato dai figli. Il suo divoramento, il pasto totemico, non solo sancisce la prima forma di organizzazione sociale basata sulle restrizioni morali, ma ne istituisce la sua funzione simbolica, in quanto padre morto. Il passaggio dal Padre edipico all’Urvater, fa sì che si passi dal padre del desiderio al padrone del godimento. Anche se l’Edipo rimane «il complesso nucleare della nevrosi»14 ed il padre all’origine della nevrosi, Freud darà seguito a quelle che sono le sue riflessioni sulla figura del padre e sulle vicissitudini che la relazione con lui comporta per i figlio. Il padre tanto odiato è, pur tuttavia il padre idealizzato verso cui viene indirizzato l’amore narcisistico, è il padre che si mostra essere soggetto alla morte ed, in quanto tale, un padre che obbliga il figlio a fare i conti con un velo al di là del quale si scopre desiderante la morte stessa del genitore; è il padre che, se da una parte rivela i suoi tratti reali di caducità, dall’altra rimane pur sempre quello che il figlio si immagina. È in questo periodo che il concetto di fantasma si consolida all’interno della clinica psicoanalitica rivelando tutta la problematica relativa alla fissazione al padre, quale componente fondamentale nella strutturazione soggettiva ed al difficile percorso legato all’affrancamento da questa figura quale esito della realizzazione dell’autonomia filiale. Su questo aspetto, Freud, è molto preciso: due sono le vie possibili – alla scelta soggettiva da parte del bambino che risulta essere preponderante senza, però, sminuire la portata della “presenza” della figura paterna – a partire dalla indifferenziazione tra “fissazione” e “identificazione” che, inizialmente risultano legate tra di loro in quella che non è che una «identificazione narcisistica al padre dell’amore»15, fa seguito, per il bambino, il compito di affrancarsi o meno dalla fissazione al padre, con due possibili scenari, così come Freud riporta nello scritto del 1914 Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’uomo dei lupi)16: o rimanere all’interno della fissazione al padre che alimenterà la tendenza libidica di tipo omosessuale, oppure percorrere la via dell’identificazione che permetterà, al bambino, di orientarsi verso la scelta della donna come oggetto di investimento della sua libido. Se da un lato, Freud, è attento alle scelte del bambino mettendo in evidenza i movimenti libidici che ne supportano le decisioni, dall’altro non dimentica che i bambini, sia maschi che femmine, queste scelte, che rimandano ad uno specifico scenario fantasmatico, le effettuano anche in considerazione della figura reale del padre, padre inserito in una struttura di desiderio, come Lacan metterà bene in evidenza, all’interno del quale occupa un determinato posto nell’economia di desiderio della madre anch’essa legata a quella “perè-version” di cui questo padre la fa oggetto o meno. Questo scenario sta alla base e determina, dice in fondo Freud, quella che sarà il “destino” della scelta oggettuale del bambino e della bambina. Nel 1915, Freud pubblicò un breve scritto dal titolo Le bugie di due bambine17 dove questa dinamica viene ben messa in evidenza. Anche se Freud, in fondo, tenta di “sollevare” il padre dalle responsabilità relative alla condotta delle figlie, questo padre fa da supporto, con le sue risposte, agli atti che le figlie mettono in atto avvalorando quelle che sono le costruzioni fantasmatiche filiali, costruzioni che rimandano ad una specifica modalità di godimento: sia che si dichiari l’amore al padre, sia che lo si “sostenga” al fine di mascherarne la sua «impotenza», le bambine hanno operato una scelta che ne svela la propria posizione soggettiva in rapporto alla figura paterna. La questione che ci interroga, in fondo, è proprio questa: quanto il padre della realtà fattuale concorre a determinare le scelte dei figli e le loro costruzioni fantasmatiche? Quanto il desiderio della madre, avviluppato nel posto che, in quanto donna, la rende oggetto del desiderio del proprio uomo, rimanda ai figli un’immagine di lui tale da renderlo agli “occhi dei figli” impotente o insufficiente, come la clinica psicoanalitica delle nevrosi ci mostra? Il rischio di attribuire al padre, all’Altro, la responsabilità della propria posizione soggettiva, ci si rende conto, è alto.  Verrebbe meno, in questo caso, la possibilità di operare affinché le costruzioni immaginarie che supportano il godimento e che indicano il posto che l’oggetto occupa nello scenario fantasmatico del bambino, potessero essere “attraversate” mostrando i vincoli cui è sottoposto il soggetto con la sua ripetizione. Verrebbe meno quel cambiamento di posizione, propria della rettificazione soggettiva, senza la quale, quanto appena detto, non potrebbe essere messo in atto. Vi è, però, un passaggio nello scritto del 1919 in cui Freud mostra non solo di non aver messo del tutto da parte ciò che aveva scoperto circa il ruolo seduttivo del padre, ma che questo padre influenza, con il proprio modo di porsi, le scelte dei figli: «La bimbetta – dice Freud – è teneramente fissata al padre il quale verosimilmente ha fatto di tutto per conquistarsi il suo amore, ponendo in tal modo il germe di un’impostazione d’odio e di rivalità della figlia verso la madre»18. Potrebbe sembrare una sorta di passo indietro, in realtà Freud sta già lavorando alla sua seconda topica dove introduce la funzione dell’ideale come ciò che permette al bambino, pur nel suo posizionarsi in maniera ambivalente nei confronti del padre, di identificarsi a lui e di trovare la via d’uscita da un legame che lo vincolerebbe in una posizione passivo – masochista senza via d’uscita: «uccidere il padre» diventa il modo per affrancarsi dalle strettoie della identificazione asfissiante al padre ed il modo per acquistare la libertà di scelta19. Questa soluzione è quella che permette al figlio che si è appropriato, attraverso il meccanismo dell’identificazione, del padre di scinderlo in due istanze, una quella ideale, l’altra, quella superegoica, più propriamente interdittrice ma che supportata dalla pulsione di morte, introduce gli elementi atti al superamento dell’ideale. Questa posizione Freud la manterrà fino alla fine, assegnando all’ambivalenza del bambino nei confronti del padre, un valore strutturale ed individuando nel senso di colpa la cifra di questa presenza concomitante di amore e di odio nei suoi confronti. Questo lavoro sul padre e sulla sua funzione, portato avanti da Freud, si intreccia con un contemporaneo procedere volto allo svelamento delle strutture cliniche, nevrosi, perversione e psicosi, alla luce di tre meccanismi ben distinti che Freud individua e colloca in maniera precisa e che si intrecciano, in un annodamento non differibile, con la funzione del padre: Verdrängung, Verleugnung e Verwerfung, sono le modalità con le quali il soggetto sceglie di posizionarsi quando il bambino, alla ricerca dell’assunzione di una sua posizione libidica, incontra nella parola dell’altro, gli ostacoli che non gli permettono, se non con le conseguenze cliniche che la psicoanalisi ha reso evidenti, di assumerne una. Se per la rimozione, la Verdrängung, si può anche asserire che, con il suo tenere lontano dalla coscienza le istanze pulsionali, introduce, rendendola operante, la funzione intenditrice del padre, con la Verleugnung, il diniego, Freud descrive la reazione del bambino maschio di fronte alla vista dell’assenza del pene nella bambina; è un concetto operante anche per la bambina, dal momento che anche per lei si pone la questione dell’accettazione della “castrazione” che viene, in prima istanza, da lei rifiutata. Nel 1927, nello scritto sul Feticismo20 la Verleugnung entra a pieno diritto nella teoria della perversione con il suo rifiuto di riconoscere un fatto che è lì, evidente in tutta la sua drammatica realtà, per il bambino. Questo rifiuto, il diniego della castrazione materna, diventa possibile in conseguenza di una sorta di spostamento che fa sì che il bambino diventi, da parte della madre, oggetto di un interesse sessuale piuttosto che di amore, spostamento possibile solo a partire da una posizione paterna ben definibile: quella di colui che esercita la sua funzione solo come «finzione», che si fa rappresentante di una legge che è pura convenzione e che, per tale motivo, non può che occupare, accanto alla madre, il posto del complice del desiderio di questa per il figlio. Si è ben lontani, come si vede, da quel «fa di una donna, oggetto a che causa il suo desiderio» di cui si faceva cenno all’inizio e che Lacan, con estrema chiarezza, precisa. È un padre che lascerà il figlio alla madre al posto di ciò che non le da, trovandosi, in questo, in assoluta complicità con lei che ha scelto il figlio come oggetto d’amore invece del padre, padre che a sua volta non la pone come oggetto del proprio desiderio. La drammaticità di questa dinamica resa possibile solo dalla complicità padre-madre, comporta che il bambino, pur sempre amato anche se in maniera erotizzata, riservi alla madre quell’amore a lui dedicato, indirizzando il proprio desiderio su un oggetto simile a lui ma svuotato di soggettività, esattamente come lo è stato lui per i genitori.  Il posto che il soggetto perverso occupa, nel suo desiderare, in fondo non è altro che quello della madre, così come questa, cioè, ha fatto del proprio figlio il fallo che il padre non le ha dato, riservando al figlio il compito e l’onere di farsi strumento del proprio godimento.

Con la Verwerfung che troviamo, per la prima volta nel testo sulle Neuropsicosi da difesa21, e poi nel caso Schreber22 e in quello dell’Uomo dei lupi23 Freud introduce un concetto che rende conto della struttura del soggetto psicotico. Ci vorrà Lacan a mettere in forma quanto Freud aveva individuato senza riconoscerne il valore, proprio a partire da un passaggio che troviamo nello scritto sul Presidente Schreber che Lacan, nel Seminario III24, riprende permettendogli di introdurre il termine di Forclusione, termine che non coincide solo con quello freudiano di verwerfung ma che piuttosto, è portatore di concetti nuovi che gli permetterà di rendere chiari i meccanismi soggiacenti alla struttura psicotica: «Non era giusta l’affermazione secondo cui la percezione internamente repressa verrebbe proiettata all’esterno: la verità, di cui ora ci rendiamo conto, è piuttosto un’altra: ciò che era stato abolito dentro di noi, a noi ritorna dal di fuori»25. Quello che a noi qui interessa è evidenziare che nella psicosi, il padre, pur nella sua presenza reale, come nel caso Schreber, non arriva a svolgere la sua funzione: non è un padre simbolizzabile, cioè non riesce a frapporsi tra madre e figlio in modo tale da far sì che la madre desideri qualcosa che non sia il figlio stesso. Il padre, nella psicosi, dunque, non è l’Altro della madre, non è ciò che fa sì che questo Altro della madre abbia una significazione, sia cioè, in termini lacaniani, il Nome dell’Altro della madre.

 

Lacan riprende le questioni poste da Freud sul padre fin dal 1938 quando nello scritto I complessi familiari nella formazione dell’individuo riconosce la famiglia come ciò che «gioca un ruolo primordiale nella trasmissione della cultura»26 ribadendo la funzione separatrice e, in quanto tale, sublimatoria, del padre. Questi, nell’esercitare il suo «duplice ruolo»27 e tenendo conto dell’ambiguità della sua imago, è l’incarnazione della repressione ed il «catalizzatore di un accesso essenziale alla realtà»28. Lacan, inoltre, entra nel merito della carenza dell’imago paterna come causa della «introversione della personalità»29 del bambino riconoscendo che la sorte psicologica di questi «dipende prima di tutto dal rapporto che mostrano tra di loro le immagini genitoriali»30. Ma ciò che qui preme sottolineare è che con grande anticipo, Lacan fin da questo scritto, mette in relazione le nevrosi contemporanee con il «declino dell’imago paterna»31 e che è all’interno della famiglia mancante della sublimazione paterna che si reperiscono le coordinate per lo sviluppo delle condizioni evidenziate dalla clinica delle nevrosi e delle psicosi. Negli anni ’55-’56, nel corso del Seminario III32 Lacan introdurrà un “nuova” versione del padre, un padre che rende possibile l’accesso «a una struttura umanizzata del reale»33 perché è il luogo della Legge, cioè della messa in opera del funzionamento edipico, capace di far si, con il limite posto dalla sua funzione, di dare un senso al reale, così come era già stato avanzato nel corso del Seminario II in un passaggio dove Lacan riportava che «La vita, è questo – una deviazione, un’ostinata deviazione per se stessa transitoria e caduca e sprovvista di senso. […] Un senso è un ordine, cioè un sorgere. Un senso è un ordine che sorge. Una vita insiste per entrarci, ma esso esprime forse qualcosa di completamente al di là di questa vita, poiché quando andiamo alla radice di questa vita, e dietro al dramma del passaggio all’esistenza, non troviamo nient’altro che la vita congiunta alla morte»34. Questo padre, adesso, esercitando la sua funzione, è in grado di dare un limite al senso, quel limite che, come si era visto prima, il padre “perfetto” di Schreber non è riuscito a porre facendo sì che, per il figlio tutto è senso, tutto è significazione, com’è nella paranoia. Allora il padre che Lacan presenta nel Seminario III è un padre che pur dando un senso alla vita non ne detiene il suo senso ultimo. È un padre che non teme di presentare un reale insopportabile che lo possa mostrare imperfetto e soggiacente, anch’esso, alla castrazione, così come la morte lo fa apparire, umanizzandolo.

 

È nel Seminario V35 che prende consistenza la formula del Nome-del-Padre che Lacan elaborerà, in maniera più compiuta, nello scritto Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi36 e dove il padre viene proposto sotto la triplice modalità data dai tre registri dell’Immaginario, del Simbolico e del Reale. Il padre Simbolico, che si supporta della presenza e dell’intervento interdittore di quello Reale, è il padre che nell’esercizio della sua funzione fa esistere, contemporaneamente, il significante del padre, la sua parola articolata e la Legge «in quanto il padre è in un rapporto più o meno intimo con esso»37. Il Nome-del-Padre, però, ci dice Lacan, dipende dalle istituzioni che lo riconoscono, dal fatto, cioè, che abbia valore o meno per la madre, per la società, per la famiglia e che non sia solo un contenitore vuoto elargitore di regole e norme non riconosciute. La questione che pone Lacan sta proprio qui, nell’indicare la funzione del Nome-del-Padre collocandola all’interno di un tessuto di relazioni che lo riconoscono rendendolo, in tal modo, operante. Per esplicitare questa funzione, Lacan riprende l’Edipo freudiano, individuandone tre tempi che ne scandiscono l’operatività: nel primo, «il bambino cerca, in quanto desiderio di desiderio, di poter soddisfare il desiderio della madre […] cioè di essere l’oggetto del desiderio della madre»38. È il tempo, cioè, in cui il bambino si identifica narcisisticamente al fallo della madre, nel tentativo di soddisfarla. È il tempo della perversione primaria ed è il tempo in cui il rischio, per il bambino, di rimanere ancorato all’identificazione al fallo lo espone al rischio della perversione.

Il secondo tempo, è quello in cui si ha l’intervento del padre, in quanto «privatore della madre»39. È il tempo che permette al Nome-del-Padre di intervenire e di separare il bambino dalla madre. In tal senso, questo intervento, istituisce la Legge che permette alla madre di non godere del proprio figlio, ne vieta il possesso fagocitante e rende possibile la dimensione del desiderio. Questo secondo tempo, dunque, si costituisce secondo due coordinate fondamentali: se da una parte interdice, dall’altra è un atto di donazione, dono della possibilità di desiderare. Lacan non manca di indicare che «il carattere decisivo – in questo secondo tempo – deve essere isolato nella relazione non già con il padre, bensì con la parola del padre»40. Ed è qui che Lacan individua un elemento di criticità nel fatto che, questa parola può non fare la Legge per la madre, può non essere riconosciuta da questa.

Se, dunque, nel primo tempo il padre figura in forma velata e la questione del fallo, per il bambino, è posta nella madre e nel secondo tempo, il padre onnipotente è un padre che priva supportando, in tal modo, la Legge della castrazione, nel terzo tempo Lacan presenta un padre «che ce l’ha»41 e che si caratterizza come colui che dona il titolo fallico. Questa posizione metaforica del padre è, però sostenibile, solo «nella misura in cui la madre fa di lui colui che sanziona con la sua presenza l’esistenza come tale del luogo della legge»42. È un padre permissivo e donatore, che con il proprio atto dona la possibilità di accedere al desiderio, presentandosi come l’uomo, riconosciuto come tale, della madre. È la sua père-version, cioè il modo singolare di trasmettere il desiderio per la sua donna, che coniuga legge e desiderio. L’atto del donare pone anche la questione della trasmissione da una generazione all’altra del fallo, di come, cioè, il bambino possa ereditare il fallo dal padre, atto che comporta il fatto che la funzione paterna trovi una “incarnazione” nel padre reale: ed è qui che ritorna la questione posta all’inizio circa l’incidenza del padre reale, del suo modo di incarnare la funzione fallica e della conseguente costruzione fantasmatica del figlio. Ciò che si eredita, lo dice Lacan, è l’Ideale dell’Io, quella sorta di identificazione che preleva, dal campo dell’Altro, gli aspetti etici ed i valori, che ne costituiscono la sua originalità. Lacan usa delle parole molto belle per descrivere questo concetto affermando che «l’Ideale dell’io si trova ad essere ormai una parte del soggetto stesso, pur conservando tuttavia una certa relazione con un oggetto esterno» e, un po’ più avanti, «ciò che è acquisito come Ideale dell’io è proprio del soggetto come patria che l’esiliato si porterebbe attaccato alle suole delle scarpe»43 introducendo, così, anche l’aspetto legato alla separazione, all’affrancamento dal legame familiare, pur mantenendo, dentro di sé, gli aspetti costitutivi propri della propria identificazione al padre, a «condizione di servirsene», come dirà nel Seminario XXIII44. L’incidenza del padre reale nel destino del bambino entra in gioco anche per ciò che riguarda la differenza tra amare e donare che Lacan affronta a partire dalla relazione del padre con la madre. Entra in gioco, qui, quel valore di dipendenza che il bambino legge nell’eccessivo amore del padre per la madre. Se «amare è dare a qualcuno che, lui, ha o non ha ciò che è in causa, ma è sicuramente dare ciò che non si ha, donare, per contro, è anche dare, ma dare ciò che si ha. Sta qui la differenza»45, dice Lacan entrando anche nel merito del destino del bambino che si confronta non solo con il posto che i genitori occupano all’interno della famiglia ma anche con il valore che entrambi attribuiscono alle rispettive funzioni simboliche. Il riferimento alla psicosi, in tal senso è un passaggio obbligato, perché Lacan si interroga, a partire dalla metafora paterna, sulla cosiddetta “carenza paterna” che non può che cogliersi al livello del suo statuto significante. Il Nome-del-Padre ha la possibilità di svolgere la sua funzione regolatrice, metaforica, se la sua parola detiene un valore ed una dignità simbolica per il Desiderio della Madre. È questa la questione che Lacan pone in questo periodo della sua elaborazione sulla funzione del padre a partire dal suo ritenere che il padre vivente è subordinato al padre inteso come pura funzione significante.

Nel Seminario XXIII Lacan rilegge la teoria del Nome-del-Padre attraverso Joyce. Lo fa a partire dalla rilettura della Verwerfung che, ci dice Lacan, è posta, questa volta, sul lato del padre. Se, con Schreber, la forclusione, il rigetto del Nome-del-Padre era dalla parte del soggetto, in questo Seminario il rigetto è dal lato del padre. È una forclusione che si appoggia sull’effetto della “dimissione paterna” e che non è strutturale, come in Schreber, ma è ciò che permette a Joyce di trovare che il padre non ha assunto la posizione paterna, che questo padre «non solo non gli ha insegnato niente ma ha trascurato praticamente tutto, salvo fare affidamento sui bravi padri gesuiti»46. Questo ha portato Joyce, per compensare questa carenza, a desiderare di essere un artista del quale si sarebbero occupati «quante più persone»47. Attraverso la sua arte, attraverso la scrittura, Joyce trova, così, un modo, il sinthomo, per supplire a ciò che il padre non gli ha trasmesso, quella tenuta fallica, cioè, propria della trasmissione simbolica. Se un padre, allora, deve insegnare qualcosa al bambino, ciò non può che riguardare il trasmettere un sapere su come cavarsela con gli altri. E Lacan ci mostra, in questo Seminario, come Joyce abbia trovato una soluzione che lo porta ad affiliarsi al padre attraverso un al di là dell’Edipo, una filiazione per “chiamata” che è relativa al nome proprio. Attraverso la sua scrittura, cioè, Joyce si da un nome proprio che, diversamente dal nome comune, comporta una risposta. Il nome proprio è una “chiamata”, proprio perché comporta la possibilità di avere una risposta, cosicché, il soggetto si chiama con il proprio nome perché in tal modo risponde. È per questo che possiamo dire con Lacan, che la chiamata di Joyce al padre è un appello, perché questo introduce la dimensione del nome proprio. E, questo, è il modo con il quale Joyce può fare a meno del padre pur servendosene.

 

La questione del padre, della sua “perè version” è ciò che è presente nella storia di Paolo, un professionista poco più che quarantenne che, da alcuni anni, fa parte di un gruppo di psicodramma analitico che conduco all’interno dell’istituzione pubblica dove lavoro. Paolo ha fatto domanda di intraprendere una cura perché non riusciva a separarsi dalle donne, le molte donne che gravitavano nella sua vita affettiva. Lasciatane una, iniziata un’altra relazione, Paolo manteneva un rapporto privilegiato con tutte quelle che l’avevano preceduta realizzando, così, l’impossibilità di separarsi, in un rapporto senza fine dove il limite temporale ed il venir meno della passione, venivano annullate da un desiderio che poteva fare a meno del limite del tempo e dell’esaurimento della passione. Ciò che però faceva sintomo per Paolo, era il fatto che, malgrado le sue innumerevoli acrobazie volte a dare un senso alla loro permanenza, queste donne domandavano, pur tuttavia, qualcosa d’altro al loro solo esserci, data l’impossibilità di tollerare la loro scomparsa. Il sintomo di Paolo si alimentava, cosi, del suo proprio avvilupparsi, in una spirale senza fine.

Quando Paolo verbalizzò la sua domanda di cura aveva da poco intrapreso una nuova relazione, relazione che lo porterà, in breve tempo, fin sull’altare. Questa donna, contrariamente alle altre, aveva però chiesto in modo energico che Paolo compisse un atto degno di questo nome: facesse sciogliere, cioè, quel nodo che teneva unite tutte le altre. «O me, o le altre» gli aveva detto fin dall’inizio del loro rapporto Renata, la sua nuova fidanzata, gettando, in tal modo, Paolo nello sconforto più totale. Veniva, così, a domandare come fare. Una richiesta di sapere che celava un appello al padre ed al suo “saperci fare” che Paolo non tardò a realizzare: il padre, un professionista “tutto d’un pezzo” come, lo appellò nel corso di una seduta, figlio di un alto militare di carriera, aveva sempre presentato un’immagine di sé autoritaria e che mai aveva messo in discussione. Nel rapporto con il figlio mostrava di sapere, nel suo rapportarsi con il mondo del lavoro e con la società, quali scelte compiere, quali parole proferire, che azioni mettere in atto per ottenere sempre il massimo del vantaggio personale. Ed in questo confronto, Paolo, ne usciva sempre, irrimediabilmente, sconfitto. Questo padre, però, così presente ed attento nel saper sempre mettere in atto le condotte più vantaggiose e produttive all’esterno, secondo il racconto che ne faceva Paolo, in casa riservava alla sua donna, a sua moglie, ben poche attenzioni. La sua disponibilità ad ascoltarla era talmente sporadica che la moglie non trovava altro rimedio che chiedere al figlio, a Paolo, il primogenito di due ragazzi, di sopperire a ciò che per lei si configurava come carenza del marito. E Paolo trascorreva ore intere ad ascoltare la madre nei suoi pianti accorati mostrando, così facendo, un’immagine altra del padre di Paolo: un uomo poco attento, un marito che la privava di una vita sociale attiva, un compagno che non era presente quando lei ne aveva bisogno. Cosicché, Paolo, si trovava ad essere proprio ciò che il padre non riusciva a dare alla propria moglie, suppliva alla parola del padre facendosi “sgabello”48, con il suo dire alla madre al posto del padre, coniugando godimento e parola. Tutto ciò lo legava “a doppia mandata” alla madre: non poteva lasciarla “al suo destino” perché avrebbe perso il posto privilegiato assegnatogli da essa e non poteva tradire il padre che su Paolo confidava affinché la madre non rivolgesse, a lui direttamente, le sue lamentele. Una versione del padre che Paolo sosteneva con il suo sintomo e che permetteva, a sua volta, che il sinthomo del padre tenesse: la sua perè-version poteva contare non sui “bravi padri gesuiti” ma sicuramente, sulla bravura di suo figlio.

Paolo, nel corso del suo trattamento, è riuscito a “sciogliere” i legami che lo tenevano ancorato alle “altre sue donne” divenute, nel tempo, sempre meno presenti e tollerando, nel contempo, che la madre potesse anche fare a meno di lui. È stata un’operazione assai lenta che ha comportato anche momenti in cui la colpa si è mischiata ad un senso di smarrimento per la caduta del suo modello identificatorio che, privato della fissazione al padre, lo ha esposto alla necessità di costruirsi una versione paterna capace di “reggere” alle richieste di Renata e dei suoi due figli, nel frattempo nati. In una recente seduta, dopo aver assistito da “spettatore” al gioco di Luisa che, nel suo sogno, aveva riportato in vita il padre che aveva perduto quando era molto piccola, Paolo ha avuto modo di commentare che, in fondo, lui aveva fatto l’operazione inversa: si era servito del padre per poterne, adesso, fare a meno.

 

Sebastiano Vinci

Psicologo – Psicoterapeuta

Psicodrammatista Membro Titolare S.I.Ps.A., Psicoanalista membro SLP

 

 

NOTE

1) Lacan J., Le Séminaire. Livre XXII. R.S.I. 1974.1975. Lezione del 21.1.1975, in Ornicar?, n. 3, maggio 1975. Inedito (traduzione a cura dell’ACF di Palermo per uso interno)

2) Miller J.-A., L’Essere e l’Uno, Corso tenuto al Dipartimento di Psicoanalisi dell’Università di Parigi VIII nell’anno accademico 2011-2012, lezione del 4.05.2011 in La Psicoanalisi n. 55/2014, Astrolabio, Roma, p. 190.

3) Ibidem, p. 190.

4) Laurent E., Le Modèle et l’exeception, Ornicar?, n. 49, Agalma, Paris 1998, p. 124.

5) Freud S. (1887-1904), Lettere a Wilhelm Fliess, lettera del 6 dicembre 1896, Boringhieri, Torino, 1986 p. 241

6) Freud S. (1892-95), Studi sull’isteria, in Opere, vol.1, Boringhieri, Torino, 1980, p. 289

7) Freud S. (1887-1904), Lettere a Wilhelm Fliess, lettera del 8 febbraio 1897, Boringhieri, Torino, 1986 p. 262

8) Freud S. (1887-1904), Lettere a Wilhelm Fliess, lettera del 21 settembre 1897, Boringhieri, Torino, 1986 p. 297

9) Freud S. (1887-1904), Lettere a Wilhelm Fliess, lettera del 31 maggio 1897, Boringhieri, Torino, 1986 p. 282

10) Freud S. (1908), Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (caso clinico del piccolo Hans), in Opere, vol.5, Boringhieri, Torino, 1979, p. 579

11) Freud S. (1910), Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente (Caso clinico del presidente Schreber), in Opere, vol.6, Boringhieri, Torino, 1981, p. 377

12) Ibidem. Op. cit., p. 378

13) Freud S. (1912-13), Totem e Tabù. Alcune concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici, in Opere, vol.7, Boringhieri, Torino, 1982

14) Freud S. (1919), Un bambino viene picchiato (contributo alla conoscenza dell’origine delle perversioni sessuali), in Opere, vol.9, Boringhieri, Torino, 1983, p. 65

15) Bruno P. (2015), Il Padre e i suoi nomi, Mimesis, Milano –  Udine, p. 40

16) Freud S. (1914), Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’uomo dei lupi), in Opere, vol.7, Boringhieri, Torino, 1982

17) Freud S. (1915), Le bugie di due bambine, in Opere, vol.7, Boringhieri, Torino, 1982

18) Freud S. (1919), Un bambino viene picchiato (contributo alla conoscenza dell’origine delle perversioni sessuali), in Opere, vol.9, Boringhieri, Torino, 1983, p. 48

19) Freud S. (1921), Psicologia delle masse e analisi dell’Io, in Opere, vol.9, Boringhieri, Torino, 1983, p. 312, nota 1

20) Freud S. (1927), Feticismo, in Opere, vol. 10, Boringhieri, Torino, 1981

21) Freud S. (1894), Le neuropsicosi da difesa, in Opere, vol. 2, Boringhieri, Torino, 1980

22) Ibidem. Op. cit., (1910)

23) Ibidem. Op. cit., (1914)

24) Lacan J.1955-56), Il Seminario. Libro III. Le Psicosi, Einaudi, Torino, 1985

25) Ibidem. Op. cit., (1910), p. 396

26) Lacan J. (1938), I complessi familiari nella formazione dell’individuo, Einaudi, Torino, 2005

27) Ibidem, Op. cit, p. 74

28) Ibidem, Op. cit, p. 74

29) Ibidem, Op. cit, p. 77

30) Ibidem, Op. cit, p. 77

31) Ibidem, Op. cit, p. 51

32) Ibidem, Op. cit, 1955-56

33) Ibidem, Op. cit, p. 234

34) Lacan J.(1954-55), Il Seminario. Libro II. L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 1991, p. 295

35) Lacan J.(1957-58), Il Seminario. Libro V. Le formazioni dell’inconscio, Einaudi, Torino, 2004

36) Lacan J., Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi, in Scritti, vol. 2, Einaudi, Torino, 1974

37) J. Lacan (1957-58), Il Seminario. Libro V. Le formazioni dell’inconscio, Op. cit. p. 193

38) Ibidem, Op. cit, p. 193

49) Ibidem, Op. cit, p. 194

40) Ibidem, Op. cit, p. 195

41) Ibidem, Op. cit, p. 197

42) Ibidem, Op. cit, p. 199

43) Ibidem, Op. cit, p. 298

44) Lacan J.(1975-76), Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthomo, Astrolabio, Roma, 2006, p. 133

45) Lacan J.(1957-58), Il Seminario. Libro V. Le formazioni dell’inconscio, Op. cit. p. 214

46) Lacan J.(1975-76), Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthomo, Op. cit. p. 85

47) Ibidem, Op. cit, p. 85

48) Lacan J., Joyce il sinthomo, in Altri Scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 559

 

BIBLIOGRAFIA

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