FABIOLA FORTUNA Nel segno del trauma

Il trauma è un tema centrale nell’ambito della psicoanalisi che peraltro muove i suoi primi passi con lo studio e lo sviluppo della comprensione del trauma da parte di Freud e dei suoi precursori, per poi rimanere, al centro dell’interesse di molti teorici e clinici.

Trattare del trauma significa quindi anche trattare della psicoanalisi: con questo lavoro pertanto proverò, attraverso il fil rouge che tale concetto sottintende, cogliere alcuni dei punti cruciali del pensiero dei maggiori personaggi della psicoanalisi, arrivando a tracciare un quadro che nella sua eterogenea composizione trovi il suo valore aggiunto.

Inizio quindi proprio dal significato etimologico del termine trauma che deriva dal greco “ferita” ad esempio utilizzato in ambito medico, per indicare una lesione fisica provocata da una causa esterna.

Secondo Laplache-Pontalis1 il trauma è un evento della vita del soggetto caratterizzato dalla sua intensità e dalla incapacità del soggetto stesso a rispondervi in maniera adeguata.

 

Da Charcot a Freud

Siamo agli inizi del diciannovesimo secolo e l’isteria è una patologia molto diffusa e, per le sue specifiche e particolari caratteristiche, sollecita molto la curiosità in campo medico; la questione particolarmente dibattuta è circa la natura della sua origine, organica o psichica?

Jean Martin Charcot2, neuropsichiatra francese, grazie alla sua attività clinica presso l’ospedale Salpetriere di Parigi, giunge a svincolare l’eziopatogenesi del disturbo isterico dalla concezione medievale di un eccitamento di origine uterina per conferire all’isteria lo status di patologia, classificandola tra le malattie nervose, funzionali definibili come nevrosi, distinguendola quindi dalle patologie di origine organica. Secondo Charcot infatti lo sviluppo della malattia dipende da un evento pericoloso che ha messo a repentaglio l’incolumità fisica del paziente, procurando uno spavento tale da venire riproposto come allucinazione nell’attacco isterico.

Seguendo questa linea di pensiero Charcot, a proposito della paralisi isterica, osserva che una idea o un gruppo di idee, stabilitesi per suggestione nella mente, si esprime con fenomeni motori corrispondenti, si tratterebbe del meccanismo con cui si origina spontaneamente la paralisi isterica stessa.

Oltre, però, ad una componente episodica (l’evento traumatico) ci sarebbe anche una componente funzionale del sistema nervoso con base ereditaria.

Per dimostrare poi che l’origine della isteria è di natura psichica e non organica si arriva ad utilizzare la suggestione ipnotica, concetto che permette di ipotizzare l’esistenza di una lesione dinamica cerebrale di natura traumatica.

Una tipologia di intervento che Charcot aveva in parte mutuato da Mesmer, nell’ambito delle riflessioni sul magnetismo animale, che lo aveva portato ad ipotizzare l’esistenza di un fluido fisico universale la cui distribuzione disarmonica provocherebbe malattie. La consisterebbe pertanto nel recupero dell’equilibrio perduto grazie all’applicazione di particolari magneti.

Nella teoria cosiddetta fluidica possiamo trovare i prodromi di concetti psicologici quali le “forze psicologiche” o le “energie nervose”. Gli studi sull’ipnosi, ad esempio, mostrano che instillando una idea nella situazione di sonnambulismo questa acquisisce una sua autonomia e una sua concretizzazione.

Da qui l’ipotesi che anche alcune malattie possano avere origine, come ipotizzato da Charcot, dall’attività psichica.

 

Uno tra gli studiosi che prosegue e supera, per certi aspetti, le intuizioni di Charcot circa il fenomeno isterico è Pierre Janet. Le sue osservazioni sull’isteria e sul ruolo del trauma sulla sua comparsa inducono Charcot a chiamarlo a dirigere il laboratorio di Psicologia sperimentale di Parigi.

Nell’ambito di queste ricerche teorico cliniche egli dedica molta attenzione all’automatismo psicologico. Nel suo L’automatisme psicologique3 arriva alla conclusione che certi sintomi isterici sono collegati all’esistenza di frammenti scissi della personalità dotati di vita e di sviluppo autonomi, che traggono a loro volta origine da eventi traumatici del passato. Sulla base di questi postulati, la terapia consiste nel far emergere e quindi risolvere tali componenti inconsce4.

A dimostrazione di questa ipotesi nel libro citato egli descrive in modo minuzioso il caso di Marie, una giovane donna che soffriva di attacchi convulsivi periodici. L’osservazione della paziente consente a Janet di rilevare che tali attacchi si presentavano in corrispondenza del mestruo e che i primi episodi erano apparsi proprio all’epoca delle prime mestruazioni. Una volta appurata questa corrispondenza, grazie ad una ulteriore “esplorazione psicologica” (da lui così definita) l’autore scopre che la ragazza, adolescente, era stata testimone del suicidio di una donna; il sangue da cui lei era ossessivamente perseguitata non era altro che la ripetizione del trauma di quella visione subìta da adolescente.

Nel concludere l’illustrazione del caso, Janet osserva che con l’emergere del fatto traumatico le crisi compulsive si diradarono fino a scomparire del tutto.

Un aspetto interessante di queste riflessioni è quello che si riferisce alle caratteristiche della personalità isterica che «[…] non può percepire tutti i fenomeni; ne sacrifica decisamente alcuni. È una specie di autotomia e i fenomeni abbandonati si sviluppano indipendentemente senza che il soggetto ne sia consapevole».

Risultano inoltre particolarmente attuali L’approccio clinico di Janet al paziente e alcune intuizioni teoriche quali: l’importanza data alla “esplorazione psicologica” e le intuizioni circa la presenza di una “personalità secondaria”. Dette intuizioni presentano molte analogie con quanto poi rilevato ed approfondito dallo stesso Freud e da chi lo ha seguito.

 

Venendo a Freud, possiamo dire che egli è stato senz’altro un estimatore degli studi di Charcot, col quale ha una serie di incontri durante un breve soggiorno a Parigi nel 1885.

Una volta tornato a Vienna, egli prosegue insieme a Breuer gli studi sui fenomeni isterici, che portano poi alla pubblicazione di Studi sull’isteria5.

Freud, però, pur dichiarando di rifarsi all’ ipotesi di Charcot relativamente all’ontogenesi della isteria, in effetti stravolge in qualche modo il concetto di trauma, poiché considera l’evento traumatico non un singolo episodio ma un insieme di situazioni che hanno un impatto dirompente sull’individuo, motivo per cui ne svincola definitivamente gli effetti rispetto alla integrità fisica, aspetto per il quale Charcot era rimasto piuttosto ambivalente.

In Comunicazioni preliminari, Freud afferma: «[…] in questi casi il grande trauma singolo viene sostituito da una serie di drammi minori, tenuti assieme per affinità o perché parti di una stessa tribolazione […]»6.

Fin dagli inizi dei suoi studi sull’isteria Freud pone l’accento sul carattere “economico” degli eventi traumatici, e cioè sul fatto che questi provocano un abnorme aumento di stimoli tale che fa sì che la psiche non è più in grado di districarsi adeguatamente.

L’attenzione si sposta perciò dalla natura dell’evento alle ricadute sull’organizzazione psichica dell’individuo: «Diviene trauma psichico ogni impressione la cui liquidazione, tramite lavoro mentale associativo o tramite reazione motoria, presenti difficoltà per il sistema nervoso»7.

Ad essere traumatico, quindi, non è l’evento in sé ma la reazione a tale evento; ad esempio una scena di seduzione diventa traumatica quando si verifica qualcosa che ricorda al soggetto quella determinata scena.

Freud e Breuer partono dalla constatazione che tramite l’ipnosi, su pazienti che presentano sintomi che sfuggono qualsiasi classificazione nosologica, è possibile che riemergano i ricordi del tempo in cui i sintomi si sono presentati per la prima volta. Si tratta spesso di eventi accaduti nell’infanzia e di cui il paziente non ha più memoria.

«Trovammo infatti, in principio con nostra grandissima sorpresa, che i singoli sintomi isterici scomparivano subito ed in modo definitivo, quando si era riuscita ridestare con piena chiarezza il ricordo dell’evento determinante, risvegliando insieme anche l’affetto che l’aveva accompagnato, e quando il malato descriveva l’evento nel modo più completo possibile esprimendo verbalmente il proprio affetto»8.

I due studiosi arrivano quindi alla conclusione che i sintomi isterici sarebbero causati da un trauma grave che produce tante e tali sollecitazioni da far sì che il ricordo venga represso e respinte le emozioni ad esso associate. Tramite questo meccanismo di rimozione l’affetto è distaccato dalla rappresentazione rimossa e trasformato per conversione in sintomo somatico.

«Gli isterici soffrono di reminiscenze», Freud, in questo modo così efficace, pone l’accento sul fatto che è la memoria che rende l’evento isterico, l’azione del trauma è quindi “differita” e l’evento assume il carattere traumatico solo dopo una successiva elaborazione psichica.

Relativamente poi alla “veridicità storica” dei fatti traumatici, Freud all’inizio ritiene che si tratti di eventi realmente accaduti, essenzialmente di natura sessuale.

 

Con la lettera a Fliess del 21 settembre 18979 egli rivede in parte questa ipotesi, considerando che le cause patogene possono essere individuate non solo in fatti realmente accaduti ma anche in fantasie infantili come ricordi di eventi mai avvenuti che non sono menzogna ma verità dell’inconscio, che ha comunque valore pari alla realtà storica.

Dietro il sintomo isterico si cela una emozione dolorosa legata ad un ricordo che non è più cosciente, ed è quindi in uno stato di strangolamento: una emozione che va a rappresentare un secondo gruppo psichico.

Notiamo come in Freud lo studio per la patologia isterica, iniziato seguendo una logica prettamente organicistica, lo porti poi a verificare il ruolo preponderante della realtà psichica del paziente.

 

Con un meccanismo minuziosamente descritto ne L’uomo dei lupi10, egli infatti arriva alla conclusione che il trauma si crea con una elaborazione “a posteriori” (Nachträglichkeit), quando un evento scatenante provoca il sintomo isterico. Il paziente de L’uomo dei lupi, lo ricordiamo, a circa un anno e mezzo assiste alla scena primaria, mentre i sintomi appaiono a quattro anni, all’epoca del sogno dei lupi, nel momento in cui cioè tale scena acquista a posteriori uno specifico significato sessuale con tutto il relativo potenziale patogeno.

La prima guerra mondiale, con il suo carico terribile di sofferenze fisiche e psichiche spinge Freud a trattare di nuovo il tema del trauma sotto la forma di clinica delle nevrosi traumatiche

In Al di là del principio di piacere (1915)11, recuperando il carattere economico del trauma, rileva che un afflusso eccessivo di emozioni costringe la psiche ad assolvere ad un compito “al di là del principio di piacere”, cioè il compito di controllare lo stimolo e di “legarlo” psichicamente in modo da potersene sbarazzare. L’io tenta in questo modo di creare quella struttura permanente entro la quale sia possibile il funzionamento dell’Io stesso.

 

Qualche anno dopo, nel 1926, in Inibizione sintomo e angoscia12 Freud riprende alcuni temi già parzialmente trattati in Al di là del principio di piacere.

Riguardo al tema dell’angoscia, recupera e amplia la concezione di trauma sottolineando il ruolo della realtà interna della psiche nello sviluppo dell’angoscia.

Ribadisce, anche in questa occasione, il ruolo delle “situazioni traumatiche” che hanno la tendenza a manifestarsi in momenti particolari dello sviluppo individuale, quelli di passaggio da una fase maturativa all’altra come la nascita, lo svezzamento, l’apprendimento del controllo degli sfinteri etc.

Sempre in Inibizione sintomo e angoscia, sottolinea il ruolo che la perdita, la mancanza, la condizione di impotenza soprattutto infantile (hilflosigkeit) hanno nella genesi della situazione traumatica. Notiamo come questa condizione di assenza e di mancanza si vada a contrapporre a quella di presenza violenta, intrusiva, seduttiva e disorganizzante che fino ad allora aveva connotato lo scenario traumatico.
Le nuove aperture sulla teoria traumatica, contenute in Inibizione sintomo e angoscia, stimoleranno, come vedremo, la successiva e più significativa riflessione psicoanalitica su questo argomento.

 

Ferenczi e l’attenzione ai traumi infantili

Il tema della “mancanza”, proposto da Freud, è ripreso anche dallo psicoanalista ungherese Ferenczi, amico e collega di Freud, che fa di questo particolare aspetto un elemento tipico della situazione di trauma.

Nella sua teoria13 del funzionamento psichico Ferenczi considera cruciale il concetto di trauma, specialmente in relazione allo sviluppo psichico del bambino, futuro adulto14. Più precoci sono tali esperienze traumatiche, maggiore sarà la loro influenza su tale sviluppo. In particolare egli individua due aspetti specifici del trauma: da un lato il fatto che è connesso non soltanto a qualcosa che è stato fatto, dall’altro il fatto che qualcosa può anche non essere accaduta. Il bambino traumatizzato è un bambino «orfano di rêverie trasformativa», poiché sperimenta «un’omissione di soccorso» rispetto a quell’ “aiuto fisiologico” che dovrebbe essere assicurato dai suoi adulti di riferimento.

Inoltre, il trauma può essere misconosciuto e non trasformato in evento psichico, poiché i bambini, assimilando il linguaggio degli adulti, tendono ad assecondare il desiderio inconscio di questi ultimi di non attivare percezioni autonome.15

Il trauma per Ferenczi mira a colpire il processo di strutturazione dell’Io, con l’effetto di produrre una ferita narcisistica. Per sopravvivere a questo stato di mortificazione il soggetto tende a ritirare l’investimento affettivo nei confronti di sé e degli oggetti, ad assumere cioè una condizione di passività totale nei confronti del mondo circostante. Si assiste quindi ad una sorta di congelamento della vita affettiva, mentale e inconscia16.

 

Jung e il dispositivo di autocura

Sul trauma, Jung e Freud mantengono a lungo un colloquio molto stretto, ma sarà proprio da questo argomento che inizieranno poi le loro divergenze di vedute, che li porteranno alla rottura definitiva.

Jung concorda con Freud nel prendere in considerazione, a proposito del trauma, le fantasie e l’angoscia inconscia, ma le differenze iniziano ad emergere relativamente al tipo di fantasie coinvolte. Infatti, mentre Freud fa riferimento esclusivamente a fantasie di tipo sessuale, Jung ritiene che la sessualità sia solo una delle vie attraverso cui la fantasia inconscia diventa traumatica e, quindi, all’gli stati secondari dell’io si creano a seguito della rimozione del ricordo del fatto traumatico, che non è necessariamente di natura sessuale.

Su un altro punto i due troveranno motivo di disaccordo. Jung, nel Caso clinico della donna che viveva sulla luna aveva considerato il trauma subìto dalla paziente di così grave entità da aver provocato una frammentazione dell’io attivando difese primitive e un’imago diabolica, originata nell’inconscio collettivo.

Questi particolari studi di Jung, che si rifanno a residui arcaici di mitologie lontane, suscitano l’estremo scetticismo di Freud tanto da fargli respingere le osservazioni circa queste fantasie archetipiche e collettive che, a suo parere, rischiano di far scivolare il discorso sul terreno del demonismo.

Dopo la rottura con Freud, Jung riprenderà successivamente alcune riflessioni teoriche e cliniche sul trauma che vengono poi illustrate in Risposta a Giobbe17, un’opera del 1952.

Egli parte da una riflessione sulla figura biblica di Giobbe, uomo pio e giusto ma perseguitato fisicamente e psichicamente da un Dio potente e vendicativo.

L’esperienza traumatica, riflette Jung, non risiede tanto nell’evento in sé quanto piuttosto nella risposta individuale posta in essere dalla “vittima”. Questa può essere di due tipi: la dissociazione oppure, secondo la via indicata da Giobbe, l’assunzione del peso dell’evento e la “pretesa” di un dialogo con il suo persecutore, Dio, per capire il motivo di tanta sofferenza.

Il confronto tra Giobbe e Dio porta alla fine delle sofferenze di Giobbe e la sua pretesa di un dialogo costringe Dio a un momento di meditazione e di riflessione grazie anche alla mediazione di Sophia, depositaria della sapienza. Grazie a Sophia, infatti, è possibile il dialogo tra Giobbe e Dio, tra la coscienza e l’inconscio, l’unico modo per portare l’uomo ad una possibilità di cambiamento.

Nel caso della dissociazione invece gli eventi che non possono essere tollerati innescano un meccanismo psichico per cui l’io è come se andasse in frantumi: si innescano meccanismi dissociativi che derivano dalla impossibilità di elaborare e quindi integrare tali esperienze nella propria esperienza personale.

Del modello dissociativo della psiche plurima si occupa Kalshed, nella sua opera Il mondo interiore del trauma18, secondo l’Autore, questo sarebbe un sistema di autocura, che svolge sia la funzione di protettore nei confronti del nucleo autentico del sé sia la funzione di persecutore verso tutti i tentativi inconsci attuati per tornare a far parte della vita dell’individuo onde evitare il ripetersi di situazioni traumatizzanti.

L’esperienza traumatica provoca quindi l’insorgere di sentimenti fra loro contrastanti e fra loro poco “dialoganti”, sarà quindi compito dell’analista il riuscire a ottenere una mediazione tra queste realtà scisse e permettere col tempo una sorta di “ricongiungimento” simbolico.

Lacan: le varie declinazioni del Trauma

Il tema del trauma viene affrontato da Lacan in modo articolato e complesso.

Infatti, se da una parte egli considera il trauma alla base del processo di soggettivazione, dall’altra si occupa anche di come in analisi si affronti il trauma psichico, prendendo spunto dal termine Nachträglichkeitf già utilizzato da Freud.

Il soggetto, in quanto tale, subisce un trauma, un trauma costitutivo che è l’esistenza stessa del linguaggio, perché nel momento in cui parla non ha più accesso diretto all’oggetto del suo desiderio.

Secondo Lacan lo sviluppo del soggetto avviene in seguito ad una doppia separazione traumatica: quella, al momento della nascita, dal corpo della madre e quella consistente nella rinuncia a mantenere un legame fusionale con lei in seguito alla irruzione della figura paterna.

La prima separazione dà luogo e definisce il bisogno organico di un organismo separato dal suo naturale complemento, completamento che si traduce nella pulsione, cioè un’energia dilagante nel bambino che esprime proprio la mancanza del complemento materno. La seconda separazione attiva il desiderio, orientato ad appagare la nostalgia del bambino per il legame fusionale con la madre.

Colmare “la mancanza ad essere” prodotta da questa separazione è impossibile, il desiderio (seppure è inappagabile) si traduce, in virtù del linguaggio, in domanda19.

Nella misura in cui rinvia ai desideri sempre rimossi, la domanda stessa rimane inesorabilmente insoddisfatta; essa si aliena, diventando sempre meno consapevole del suo autentico significato, vale a dire che ciò che desidera l’uomo è che l’altro lo desideri: vuole essere ciò che manca all’altro, essere la causa del desiderio dell’altro.

Lacan riprenderà poi il tema del trauma psichico quando tratterà del termine Nachträglichkeitf traducendolo col termine après coup (letteralmente “a cose fatte”, vedi 1966a)20, e cioè «qualcosa che non era stato comprensibile originariamente e lo diventa solo retroattivamente» (Lacan 1959,pp 92 93)21.

Ciò accade perché «la frase esiste solo se è compiuta, e il suo senso le viene dalla fine» (Lacan 1955-56)22.

Come già rilevato da Freud, l’evento di per sé può non essere stato traumatico, ma lo diventa successivamente.

Secondo Lacan, quindi, il campo di applicazione principale dell’après coup è il trauma psichico, nel quale a posteriori «a partire dall’esperienza adulta dobbiamo affrontare le esperienze originali supposte».

È per mezzo dell’après coup che si può esprimere l’ordine temporale dell’inconscio nel quale «il trauma si implica nel sintomo» (Lacan 1966a)23.

Vediamo quindi come in Lacan si crei in effetti una tensione tra due concetti apparentemente antinomici del trauma, come elemento strutturante il soggetto e come specifici eventi che minacciano il normale funzionamento della psiche.

 

Lo psicodramma e il trauma

Se concordiamo nel considerare il trauma quella condizione tale per cui, a causa del carico di stimoli eccessivi, si provoca una ferita nella barriera protettiva dell’Io che si trova a fare i conti con situazioni che non riesce a elaborare ed assimilare, possiamo considerare lo psicodramma un dispositivo particolarmente efficace dal punto di vista terapeutico.

«Mi lasci parlare», così esclama una paziente a Freud, che egli intendeva trattare con l’ipnosi; il diritto rivendicato dalla giovane paziente di avere uno spazio di parola e quindi di essere ascoltata è molto attinente non solo alla terapia individuale ma anche agli incontri di psicodramma.

Come rileva Serge Gaudé si tratta di «Far uscire chi ha parlato dal cerchio dei partecipanti, aprirgli uno spazio di rappresentazione, significa sottrarlo, per quel lasso di tempo, alla suggestione ed al circuito degli scambi: significa, di fatto, imporre all’uditorio il silenzio e l’astensione, come risposta alla richiesta del partecipante: “Fatemi dire, fatemi mostrare”»24.

Nel momento in cui il paziente prende la parola e “mette in azione” il proprio discorso si crea una condizione che, a mio parere, risulta particolarmente favorevole per tutti quei pazienti che hanno particolare difficoltà ad ascoltare e quindi ad ascoltarsi.

Un esempio di quanto accaduto recentemente durante una seduta del gruppo che conduco settimanalmente con una mia collega, può chiarire meglio le possibilità offerte dallo psicodramma analitico.

Il trauma in gioco

Lucia ha sognato che il fratello sarebbe diventato presto papà. In realtà il fratello ha 67 anni e la sua compagna quasi 70.

In associazione al sogno, Lucia racconta che il giorno prima era andata in ospedale a fare delle analisi. Essa è una paziente ammalata di tumore da tempo. Attualmente la malattia, in remissione, sembra aver avuto una ripresa e quindi lei si sta sottoponendo a frequenti controlli.

Al momento di presentarsi allo sportello, racconta, si accorge che si è “dimenticata” a casa della ricetta e quindi, approfittando del fatto di avere un po’ di tempo, si è recata presso vari uffici per alcune pratiche burocratiche relative ad una zia, anziana e ammalata, che deve essere ricoverata in struttura assistenziale.

Di questa zia, in realtà, si dovrebbe occupare il fratello, che è in pensione e in buona salute, ma di fatto, spesso Lucia si trova a dover colmare le sue assenze e dimenticanze.

Così come in quest’ultimo caso: due giorni prima il fratello le aveva telefonato perché aveva un forte mal di denti e quindi non avrebbe potuto occuparsi delle faccende della zia.

Lucia ammette che il pensiero di sistemare la zia è molto gravoso per lei: da una parte non vede l’ora che venga collocata in una struttura, così che le venga assistita adeguatamente, ma d’altra parte sente il peso di questa decisione, e in questo groviglio di sensazioni si sente sola e non sostenuta moralmente e concretamente dal fratello.

Colpita dal racconto di Lucia, e dalle conseguenti associazioni, decido di farle giocare il colloquio telefonico col fratello.

 

Il gioco di Lucia

Per la parte del fratello sceglie Felice perché a volte le sembra ambiguo nei suoi discorsi: il fratello è spesso ambiguo nei suoi comportamenti e quindi inaffidabile.

Durante il gioco, nella propria posizione Lucia risulta inibita, quasi senza parole; i doppiaggi dell’animatrice mirano a scuotere il fratello dalla sua colpevole inerzia e, di fatto, a tutelare Lucia: «Io sono malata, non posso occuparmi della zia oltre le mie forze: ti rendi conto che con la tua inerzia fai del male anche a me?».

I doppiaggi nello psicodramma hanno un grande valore, sia quelli compiuti dall’animatore che quelli compiuti dagli altri componenti dell’uditorio: i primi, poi, svolgono l’importante funzione di far emergere (grazie alla capacità di ascolto del terapeuta) quel nodo problematico che il paziente non è ancora in grado di cogliere.

In questo caso risulta evidente come Lucia nel confronto col fratello fosse assolutamente bloccata: il lieve malessere del fratello diventava motivo sufficiente per inferire a sé stessa l’ennesima ferita: niente analisi e, per di più, giri estenuanti da un ufficio all’altro.

Il suo blocco nel gioco fa emergere la vera questione: Lucia di fronte all’altro scompare, evapora.

Al cambio dei ruoli, la situazione non appare molto diversa.

Anche nella posizione del fratello, non riesce a trovare le parole né per difendersi né per delegare l’impegno alla sorella. Sembra proprio che Lucia, persona usualmente dotata di una buona dialettica e capacità di ragionamento, nel momento in cui deve prendere una posizione autonoma perda ogni capacità.

Nel rivolgersi alla Lucia impersonata da Felice, è palesemente in difficoltà, oscillando tra il difendere le proprie ragioni e riconoscere quelle dell’altro, ma senza trovare un punto fermo.

Nell’a solo finale, ancora nella posizione del fratello, Lucia riconosce che questa volta non è riuscita a “fregare” se stessa: la Lucia del gioco non casca nel tranello del fratello.

Nelle osservazioni successive, ammette di essere stata male in entrambe le posizioni e che, solo grazie ai doppiaggi della animatrice, riesce a vedere uno spiraglio in una situazione in cui si sentiva incastrata e imbrogliata dall’altro, un altro da cui in realtà avrebbe desiderato sostegno e protezione.

Il gioco descritto è secondo me illuminante di come agiscano le esperienze traumatiche sulla psiche e di come lo psicodramma riesca a fare emergere questioni rimaste latenti nel discorso del paziente.

Negli anni ho affrontato più volte il tema delle specifiche caratteristiche psichiche che caratterizzano i pazienti psicosomatici gravi, persone molto spesso dotate di spiccate capacità intellettive, che si dimostrano poi sprovvedute e indifese di fronte alle richieste dell’altro.

L’episodio raccontato da Lucia è emblematico: la “dimenticanza” della ricetta ha creato un “buco” che subito si è preoccupata di riempire per riparare alle mancanze di un altro che, oltre che procurare danni a un terzo, la zia, danneggiavano certamente Lucia, costringendola ad un surplus di fatica.

Va rilevato però che il discorso introduttivo di Lucia senza il successivo gioco, non avrebbe consentito di mettere in connessione logica i diversi punti: il gioco della telefonata ha infatti permesso di fare emergere quel nodo problematico, causa originaria del lapsus e delle azioni successive di Lucia.

Inizialmente Lucia, candidamente e, direi, inconsapevolmente, aveva messo in associazione la dimenticanza delle sue analisi e il disbrigo delle pratiche per la zia. È stato soltanto col gioco della telefonata col fratello, che è stato possibile svelare quale fosse il nesso fra le due situazioni apparentemente slegate fra di loro.

Si è visto chiaramente che la sua estrema vulnerabilità nei confronti dell’altro la pone continuamente in situazioni di rischio, una condizione di cui Lucia, nonostante la sua vita sia connotata da questa moralità, si rende consapevole con difficoltà e soltanto grazie al suo continuo e costante lavoro analitico.

Probabilmente non è possibile riparare del tutto la sua esperienza di disgregazione, ma la possibilità di riproporla nel gioco, in una rappresentazione che non è ripetizione, consente di inquadrarla nella propria vicenda personale.

Ciò che si propone ai pazienti è di provare a dare un senso a qualcosa che in quel particolare momento, momento appunto di parola e di gioco, diviene finalmente rappresentabile.

Nello psicodramma infatti il soggetto ha l’opportunità di affrontare le proprie questioni “in prospettiva”, nel senso di rendere conto di distanze infinite tramite segmenti finiti, e più in generale di tentare di analizzare l’orientamento generale della propria vita in una prospettiva particolare su un episodio preciso, fornendo al tempo stesso un contesto ed una rappresentazione.

In definitiva, si tratta di riportare distanze infinite alla dimensione finita, in modo da poter finalmente “leggere” situazioni che altrimenti rimarrebbero confinate nell’oblio.

 

Il Trauma e la malattia organica

Nella esperienza con pazienti affetti da gravi malattie organiche, come Lucia, ben presto ci si rende conto che si ha a che fare non soltanto con ferite appunto “organiche” ma anche simboliche.

Al di là della esperienza di malattia vera e propria, che porta con sé un fardello di angosce e fantasie di morte per lo più inevitabili, mi preme sottolineare come un attento ascolto analitico possa permettere l’emersione di sofferenze psichiche, che a volte possono essere recepite soggettivamente da alcuni soggetti, come anche più gravi di quelle collegate al corpo.

Si tratta spesso di ferite in fondo aperte, di cui i pazienti però, possono essere anche assolutamente inconsapevoli, ferite che tengono legate a sé indissolubilmente, un carico assai pesante di “parole non dette”, di “lacrime non piante” e che inducono a volte a scegliere una via di fuga paradossale, quella che può essere assimilata ad una sorta di fuga metaforica (e purtroppo non solo) nella malattia.

Claudio Modigliani, uno dei maggiori esponenti della psicosomatica italiana, parla a questo proposito di “felicità inconscia”, che secondo lui potrebbe derivare a sua volta dalla incapacità di alcune persone a tollerare il seppur minimo conflitto, a reggere quindi il carico e la responsabilità di una propria posizione soggettiva25.

Di certo là dove c’è conflitto ci può essere anche possibilità di relazione, c’è il confronto con un “altro” (o un “Altro”) e quindi uno spazio per il soggetto. Se il conflitto è negato, tale spazio si può ridurre drasticamente e pericolosamente.

Nella mia esperienza mi è capitato spesso di verificare che quelli che io considero pazienti psicosomatici gravi si descrivono come persone apparentemente tranquille, serene, ben integrate nel proprio ambiente, per le quali la malattia sembra aver rappresentato un fastidioso incidente di percorso nella loro rassicurante routine. Nell’ascoltare, però, ciò che questi pazienti raccontano di sé, ci si accorge ben presto come essi portino, con frequenza assai significativa, un persistente atteggiamento di automortificazione, di automutilazione. Le richieste dell’altro, può essere il coniuge, un genitore, un figlio, un amico, hanno sempre la precedenza sulle proprie esigenze.

Si assiste ad una sistematica rinuncia ad esprimere la propria soggettività a favore di un altro, che, ovviamente sempre nel discorso, assurge con molta facilità alla posizione di un particolare grande Altro.

Ciò che Freud osservava in Al di là del principio di piacere sembra abbastanza in linea con ciò che io traggo dall’ascolto delle parole di molti di questi pazienti e cioè, la definirei, una sinistra “coazione a ripetere” per cui vengono riproposti incessantemente pensieri, comportamenti e situazioni in cui il soggetto si ritira progressivamente in posizioni di retroguardia.

Sembra a volte di aver a che fare con individui che non hanno proprio rapporto con il loro stesso desiderio.

A questo proposito Lacan afferma che nel fenomeno psicosomatico pur esistendo un legame col linguaggio, si è però fuori soggettivazione in quanto sembra essere fallita la metafora paterna: si ha dunque un congelamento della catena significante che può produrre disturbi psicosomatici, debilità mentale, psicosi, a seconda della specifica posizione del soggetto. Le lesioni possono essere come delle tracce quasi pre-significanti inscritte nel corpo, come dei geroglifici che non presuppongono un grido rivolto all’Altro, perché di quest’ultimo non è prevista la rappresentazione come invece accade per il sintomo isterico26.

Quello che ho riscontrato essere importante nel corso dei trattamenti ad esempio con alcuni pazienti oncologici è stato verificare la possibilità per i pazienti stessi di contattare, almeno un po’ quella sorta di infelicità in cui, magari inconsapevolmente, dicevano poi essere da tanto intrappolati. Penso infatti che i pazienti un po’ alla volta possano rendendosi conto di quanto orientano troppo masochisticamente le proprie scelte o meglio di quanto essi stessi siano scelti dalle loro tendenze masochistiche; come dire: spero che l’analisi permetta loro la creazione di un nuovo spazio in cui provare gradualmente ad abbandonare l’insita e tenace tendenza a ferirsi optando per un vivere più come soggetti desideranti in grado di tutelarsi.

Conferme scientifiche e nuove prospettive

Mentre stavo completando questo articolo, ho letto due notizie che mi hanno confortato rispetto a mie convinzioni tratte dalla formazione con il prof. Modigliani e confermate dalla mia esperienza clinica con i pazienti psicosomatici gravi.

Recentemente è stato pubblicato uno studio della Monash University di Melbourne (Australia), con il contributo dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, che ha messo in luce il meccanismo alla base del legame fra la presenza di stress cronico nei malati di cancro e la progressione del tumore. Nel caso del cancro alla mammella, studiando gli effetti in vivo sui topi, e verificando i risultati attraverso uno studio clinico che ha coinvolto 1000 donne con tumore alla mammella, si è dimostrato che lo stress agisce sul nostro organismo potenziando i canali del sistema linfatico intorno e all’interno del tumore, che diventano dunque delle vie maestre per la proliferazione delle cellule malate27.

Quelle che sembravano solo ipotesi, guardate con sufficienza dalla medicina ufficiale, stanno evolvendosi in teorie scientificamente provate.

Ma un ulteriore passo in avanti è stato fatto da un altro studio, condotto presso l’Università tedesca di Konstanz in Germania, che ha dimostrato l’effetto curativo della psicoterapia per i danni a livello essere curati dalla psicoterapia28.

Lo studio prende spunto da risultati di precedenti ricerche che rilevavano una correlazione tra lo stress causato da traumi e un aumento del rischio per molte malattie, compreso il cancro. Infatti lo stress, creando un danno a livello molecolare del DNA e ai meccanismi autoriparativi del codice genetico, può essere un fattore facilitante la comparsa di gravi malattie organiche, compreso il cancro.

Si è evidenziato che i soggetti con disturbo post-traumatico da stress presentavano livelli più elevati di danno a carico del proprio corredo genetico e minor capacità di riparazione, indicando come lo stress traumatico possa essere associato a livello molecolare a danni nel DNA.

In una seconda fase della ricerca sono stati poi analizzati gli effetti della psicoterapia sui processi di rottura e riparazione del DNA.

Dai risultati di questo secondo studio, emerge che la psicoterapia non solo guarisce i sintomi del disturbo post traumatico da stress, ma favorisce i naturali processi di riparazione del DNA.

Indubbiamente queste ricerche, molto spesso enfatizzate dagli organi di informazione, devono essere valutate con molta prudenza.

Ritengo però al tempo stesso che se questo tipo di ricerca verrà inquadrato nel più vasto ambito della epigenetica, potrà assumere una valenza ancora più significativa.

Ricordiamo che l’epigenetica è quel campo della ricerca che ha per oggetto di studio tutti quei fenomeni ereditari in cui il fenotipo è determinato non tanto dal patrimonio genetico di partenza, quanto dalla sovrapposizione sul genotipo stesso di una serie di influenze “ambientali”.

In questa concezione di “ambiente” possiamo a ben diritto far rientrare gli interventi psicoterapeutici, come hanno verificato i neuroscienziati tedeschi.

Il mondo “psi” può quindi iniziare a liberarsi di quella aurea di scetticismo che da sempre lo accompagna, forse proprio anche grazie a quella scienza “ufficiale” che fino ad ora è stata estremamente riduttiva e svalutante.

Ma queste ricerche vanno anche oltre in quanto dimostrano che non solo esiste una influenza positiva del percorso di psicoterapia sulla fisiologia dei pazienti, ma che tali effetti positivi hanno un effetto “riparativo” anche a livello molecolare, e quindi trasmissibile geneticamente.

Sono certamente nuove prospettive che hanno bisogno di ulteriori verifiche, ma mi sembra già molto significativo il fatto che la scienza ufficiale allarghi il proprio campo di ricerca a fattori diciamo “immateriali” come, appunto, gli interventi psicoterapici.

 

Conclusioni

Nell’incipit ho dichiarato che parlare di trauma vuol dire parlare di psicoanalisi.

In effetti, in questa breve e, certo, non esaustiva rassegna dei vari autori che hanno trattato il tema del trauma, ho provato a verificare come tale concetto abbia rappresentato e rappresenti ancora un elemento cruciale nelle diverse riflessioni teoriche e cliniche.

A prescindere dal momento storico e dall’ambito culturale di riferimento, gli studiosi sono sempre partiti dall’osservazione delle “ferite” che possono essere inferte ai pazienti dalle vicende della vita.

In definitiva studiare il trauma ha significato, fin dai primi studi sul magnetismo animale, verificare l’esistenza di una realtà psichica non immediatamente esperibile, l’esistenza di “stati secondari dell’io” che hanno poi aperto la strada alle intuizioni sull’inconscio di Freud e di chi lo ha seguito.

Nell’articolarsi degli studi e delle riflessioni però credo che a volte si sia perso di vista l’impatto della realtà psichica sul corpo, individuando nel sintomo organico esclusivamente l’esito di un processo psichico. Col tempo poi gli studi sulla psicosomatica, fino alle più recenti ricerche in campo epigenetico, hanno in qualche modo “chiuso il cerchio” di questo processo, considerando il ruolo cruciale del trauma psichico anche sulla integrità fisica del corpo stesso.

Tutto questo si collega pertanto all’ apprendimento di un sapere che, in psicoanalisi, implica la questione del desiderio di curare e al contempo del desiderio di andare avanti nella conoscenza e nell’approfondimento di temi cruciali in ogni esperienza clinica e teorica.

 

Fabiola Fortuna
Psicoanalista, psicodrammatista, Direttore Centro Didattico di Psicoanalisi e Psicodramma analitico, SIPsA Roma, Membro della SEPT, Didatta S.I.Ps.A., Docente Coirag, Membro Forum Lacaniano Italiano, Membro I.A.G.P., Past President S.I.Ps.A., Socio Analista del CIPA con funzioni didattiche, di docenza e di supervisione.

 

Note

  1. Laplanche J.; Pontalis J.B, Enciclopedia della psicoanalisi, voll. 1 ,2, LaTerza, Bari ,2005
  2. Ellenberger H.F, La scoperta dell’inconscio. Storia della psichiatria dinamica, bollati Boringhieri Torino, 1976
  3. Janet P. (1889) L’Automatisme Psychologique, L’Harmattan, Paris, 2005 (L’automatismo psicologico, a cura di F. Ortu, Milano, Raffaello Cortina, 2013)
  4. Ellenberger H.F, La scoperta dell’inconscio. Storia della psichiatria dinamica, Bollati Boringhieri Torino, 1976
  5. Freud S.(1892-95), Studi sull’isteria, in Opere, vol. I, Boringhieri, Torino, 1977.
  6. Freud S. (1892-95), Comunicazione preliminare sul meccanismo psichico dei fenomeni isterici, in Opere, vol. I, Boringhieri, Torino, 1977
  7. (id. p. 146).
  8. Freud S.(1895), Lettera del 29 novembre 1895 a W. Fliess, in Opere II, Boringhieri, Torino, 1976.
  9. Freud S. (1914), Caso clinico dell’uomo dei lupi, in Opere 7 pp. 481 – 593, Boringhieri, Torino 1976
  10. Freud S.(1920), Al di là del principio di piacere, in Opere, vol. IX, Boringhieri, Torino, 1977.
  11. Freud S. (1924), Inibizione, sintomo, angoscia, in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino,1978.
  12. Ferenczi S. (1908b), La nevrosi alla luce dell’insegnamento freudiano e la psicoanalisi, in Opere, 1, Cortina, Milano, 1989.
  13. Ferenczi S. (1931), Le analisi infantili sugli adulti, in Fondamenti di psicoanalisi, 3, Guaraldi, Rimini, 1974.
  14. Ferenczi S. (1932), Confusione delle lingue tra adulti e bambini, in Fondamenti di psicoanalisi, 3, Guaraldi, Rimini, 1974
  15. Ferenczi S. (1908b), La nevrosi alla luce dell’insegnamento freudiano e la psicoanalisi, in Opere, 1, Cortina, Milano, 1989.
  16. Jung C.G (1952), Risposta a Giobbe, Bollati Boringhieri, Torino, 1992
  17. Kalshed D. (2001), Il mondo interiore del trauma, Moretti & Vitali, Bergamo, 2013
  18. Lacan J. (1964), Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 1979
  19. Lacan J.(1966a), Posizione dell’inconscio, in Scritti, Einaudi, Torino
  20. Lacan J.(1959-1960), Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 1994
  21. Lacan J. (1955-56), Il seminario. Libro III. La psicosi, Einaudi, Torino, 1985
  22. Vedi nota 22
  23. Gaudé S. (1998), De La représentation, Editions Erés, Ramonville Saint-Agne, 1998 (Sulla rappresentazione, trad. it. a cura di Fabiola Fortuna, Alpes Italia, Roma, 2015 )
  24. Modigliani C. (1983), La sofferenza psichica oggi. La nevrosi come modello di salute, in «Medicina psicosomatica», Ed. Universo, Roma
  25. Lacan J. (1975), Il sintomo, trad. it. «LA PSICOANALISI», n.2, Astrolabio, Roma,1987.
  26. (Le, Caroline P. et al., Chronic stress in mice remodels lymph vasculature to promote tumour cell dissemination, JO – Nature Communications, PY – 2016/03/01/online)
  27. Morath J. et al. (2014), Effects of Psychotherapy on DNA Strand Break Accumulation Originating from Traumatic Stress, in Psychotherapy and Psychosomatics, August 2014.

 

Bibliografia

 

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