FABIOLA FORTUNA Il buco e il vuoto nell’era digitale

Prologo

Monica arriva in seduta molto abbattuta: passa parecchio del suo tempo sui social network, dove si è accorta che il suo compagno riscuote molto successo con amiche e colleghe: si scambiano battute scherzose e, secondo lei, anche un po’ troppo esplicite; ha paura di parlarne con lui che la accusa di essere troppo ossessiva, ma l’angoscia la tiene in trappola.

Roberto, sessant’anni, sposato da venticinque è stanco della gelosia della moglie, che lo accusa di passare più tempo sul cellulare che con lei. Lui si giustifica dicendo che lo utilizza per comunicare con i colleghi, con gli amici con cui condivide alcuni hobby, per fare acquisti on line.

Costanza, cinquant’anni, ha scoperto i social: in poco tempo ha conosciuto tantissime persone, molti uomini, e con alcuni di essi ha iniziato delle vere e proprie relazioni virtuali, che da una parte la divertono ma che, dall’altra, la coinvolgono forse troppo emotivamente.

Cosa hanno in comune questi frammenti tratti clinici? In situazioni apparentemente diverse fra loro, sembra che si possa cogliere un sottile fil rouge che li lega: in tutti ci sono comportamenti che sembrano dominare la scena, per cui il soggetto è spinto dal mezzo di comunicazione a mettere in atto atteggiamenti apparentemente innocenti che però in realtà hanno il potere di incastrare il soggetto.

In queste situazioni l’individuo appare intrappolato in uno stato che crea anche disagio ma da cui sembra anche impossibile uscire fuori.

Le nuove tecnologie sono entrate prepotentemente nella stanza di analisi: simboli e immagini dell’era digitale fanno ormai parte integrante della vita di ognuno di noi e non si può non tenerne conto.

Più che entrare nelle vite del singolo, sembra di trovarsi di fronte ad una vera e propria invasione e ognuno, a suo modo, cerca di fare i conti con questa ingerenza nella propria vita.

Nella dimensione digitale lo spazio e il tempo si sono accorciati e, al tempo stesso, allargati a dismisura tanto che le tradizionali categorie spazio-temporali sembrano essere saltate.

Secondo Arthur Rimbaud «Je est un Autre»1 nel senso che la formazione dell’io dipende da tutto ciò che ci circonda: umani, ambiente, e potremmo aggiungere oggi, anche le macchine.

La psicoanalisi non può e non deve estraniarsi dal mondo nel suo insieme: è necessario tenere conto dell’ambiente in cui vive e in cui si adatta il soggetto.

Lo stesso Freud sottolineava, nel lontano 1921, che «la psicologia individuale è sin dall’inizio psicologia sociale» e ciò comporta che i concetti di normalità e di psicopatologia variano in funzione del contesto preso in considerazione.

Ovviamente la struttura soggettiva risponde alle sollecitazioni esterne, ma bisogna tenere in considerazione il contesto di riferimento: è nella tensione tra questi due poli che è necessario cogliere le questioni portate dal paziente.

 

Il soggetto e le nuove tecnologie

Gli incredibili progressi della tecnologia offrono l’illusione che ci si possa liberare dai vincoli legati alla nostra corporeità, potenziando le nostre capacità, anche relazionali. La nostra individualità sembra non presentare aspetti vulnerabili, alimentando così a dismisura la dimensione narcisistica.

Del resto la comunicazione tramite i social network ha una forte carica suggestiva, tale che ogni persona plasma la propria identità tramite l’interazione con quella dei propri interlocutori virtuali, in un universo parallelo totalizzante.

In effetti nella comunicazione tramite la rete internet possiamo cogliere significative analogie con il meccanismo psichico della proiezione inconscia dove sentimenti o caratteristiche proprie vengono spostati su oggetti esterni all’Io.

Il sociologo Maffessoli, il cui campo di ricerca ruota prevalentemente sulle forme di socializzazione postmoderne, afferma che quella attuale è una società caratterizzata dalla debolezza della distinzione fra sé e l’altro, fra il soggetto e l’oggetto; l’interno sembra essere vissuto come l’esterno e viceversa, e l’immagine sembra acquisire la stessa sostanza dell’individuo.

Nella comunicazione web si ha la possibilità di reinventarsi, simulare personalità parziali e, nell’ambito di una realtà virtuale, è possibile modellarsi, reinventarsi.

Al tempo stesso, nella dimensione artificiale è facile perdere il senso dell’unione della relazione: si fa sentire sempre più viva nei vissuti affettivi la perdita di vicinanza al prossimo.

L’innovazione tecnologica sta progredendo in maniera vertiginosa, e questa rapidità associata con il potere suggestivo che la caratterizza, può provocare una frattura nel senso della identità: si corre il rischio che la differenziazione tra soggetto e oggetto risulti sempre più sfumata, in un contesto caratterizzato da interazioni simulate e disarticolate.

Assistiamo a processi effettivamente divergenti: da una parte la tecnologia pone l’intelligenza umana al centro del suo universo, mentre dall’altra l’intensità dei rapporti umani è caratterizzata dall’incertezza nel prossimo, inteso come vicinanza e relazione con l’altro.

L’impatto sull’individuo del fenomeno sociale dei social network è tale che sembra essere ormai necessario chiedersi che tipo di ordine simbolico origini da questo sistema di auto rappresentazione e di comunicazione, e su quali possano essere le conseguenze sulla identità individuale.

Probabilmente abbiamo a che fare con una dimensione più potente di quanto ancora si possa immaginare, i cui effetti sulla psiche umana sono di fatto stati studiati ancora troppo poco anche perché riguardo, ad esempio, a ciò che si può produrre nell’ascolto soggettivo ancora mancano rilevanti studi clinici; questo mi fa pensare che tale situazione possa contribuire quanto meno a slatentizzare forme di dipendenza (affettive e non) rimaste sopite, che avevano fino a quel momento però trovato una qualche forma di assestamento all’interno dell’immaginario del soggetto.

 

La storia di Costanza

Costanza, una elegante signora di cinquant’anni, viene da me su suggerimento di un’amica.

Separata, senza figli, occupa una posizione di rilievo in un’azienda multinazionale.

Da circa dieci anni ha una relazione, definita da lei seria e appagante, con un collega di lavoro. La sua è una vita molto impegnativa: il suo ruolo in azienda le impone ritmi di lavoro serrati ma, come lei tiene a sottolineare, senza sacrifici non si ottiene niente nella vita. Il suo matrimonio è finito anche per questo motivo: il marito aveva un carattere remissivo, era poco ambizioso, e questo atteggiamento aveva il potere di irritarla molto, non comprendendo come si potesse vivere bene in una tale posizione di retroguardia.

Il suo compagno attuale, invece, è un manager di successo, sempre sul pezzo. Una espressione che mi colpisce molto, in quanto è l’unica caduta di stile che avverto nel suo linguaggio, che è molto attento e preciso, a volte quasi eccessivamente forbito.

Dopo avermi parlato brevemente di sé, dice che è venuta da me perché la sua vita è stata sconvolta da un fatto inatteso. Qualche mese prima ha conosciuto una persona su un social network professionale. Inizialmente hanno scambiato comunicazioni su materie di lavoro. Col passare del tempo, però, queste conversazioni hanno cambiato sensibilmente tono, sono diventate più intime e affettuose. Questo cambiamento è stato avvertito da Costanza con un misto di divertimento e incredulità: era dai tempi della giovinezza che non le capitava di flirtare, seppure virtualmente.

La relazione con l’attuale compagno, ammette, è basata prevalentemente sui comuni interessi lavorativi, c’è sempre stato poco spazio per un gesto o una parola affettuosa. «Siamo, afferma con un certo orgoglio, una vera e propria squadra: al momento del bisogno ognuno può fare affidamento sull’altro. Questo è quello che conta».

Ma ecco che nella vita di Costanza irrompe Mario, (è così che si fa chiamare l’interlocutore di Costanza). Egli sembra avere il potere di mettere in crisi questo stato di cose: Costanza è gradualmente ma letteralmente assorbita da questa nuova relazione.

Mi dice di sentirsi in continua tensione: sempre col cellulare in mano, il suo pensiero dominante durante l’intera giornata è leggere i messaggi di Mario. Il minimo ritardo la manda in confusione e, d’altra parte, le sue risposte sono immediate, perché vive nella paura che Mario interpreti eventuali ritardi come disinteresse da parte sua.

Ammette che la situazione sta diventando insostenibile: ormai anche sul lavoro ha cominciato, lei così perfetta e inappuntabile, a mostrare delle mancanze; qualche giorno prima, ad esempio, aveva addirittura dimenticato una importante riunione e il suo responsabile, di fronte ai colleghi, l’aveva ripresa, raccomandandogli per il futuro maggiore attenzione.

Questo episodio aveva avuto il potere di spaventarla, almeno un po’: sentiva di non avere più il controllo sulla sua vita, lei che del controllo aveva fatto un’arma vincente nella vita professionale e privata.

Era evidente che le era costato parecchio decidere di rivolgersi ad una persona per farsi aiutare, ma quella che avevo davanti era una donna davvero disorientata e impaurita.

Il caso di Costanza, che vedo da relativamente poco tempo, mi dà l’opportunità di fare alcune riflessioni su ciò che sta accadendo nella mia esperienza clinica, ma che ritengo possa essere una situazione condivisa anche dagli altri colleghi.

Come accennato nel prologo, sono sempre più frequenti i casi di pazienti che portano racconti in cui la comunicazione virtuale risulta avere un ruolo importante nel loro mondo relazionale e il mezzo di comunicazione sembra caratterizzare fortemente la qualità della relazione descritta, quasi che il mezzo non sia un semplice strumento ma un attributo della relazione.

La relazione descritta da Costanza, oltre ad altri aspetti che tratteremo più avanti, sembra avere come carattere specifico un certo alone di mistero, di indefinitezza, che deriva proprio dalla dimensione virtuale in cui questa è iniziata e si è sviluppata.

Sembra di avere a che fare con una situazione paradossale: da una parte appare ovvio che nel mondo virtuale sia facile perdere il senso dell’unione della relazione; di contro, però, la relazione, forse proprio per questa carica di mistero e indefinitezza, può aumentare esponenzialmente e in brevissimo tempo può diventare satura di una forte carica affettiva.

Quando parlo di mondo virtuale intendo sia i social network (una rete in cui il soggetto sembra essere davvero impigliato) sia anche forme di comunicazioni virtuali (WhatsApp, le chat di incontri …) che dall’ascolto dei pazienti sembrano assorbire gran parte del loro tempo e delle loro energie.

Del resto, anche negli incontri di psicodramma i pazienti riferiscono frequentemente di discussioni, litigi, perfino rotture di relazioni, e il avverrebbe esclusivamente o quasi tramite lo scambio di messaggi. Inoltre il mondo delle relazioni è sempre di più vincolato alle comunità virtuali; apparentemente si è collegati con una moltitudine di persone, ma raramente con un rapporto diretto, non mediato.

Questo nuovo contesto di riferimento sembra essere un terreno fertile per lo sviluppo delle cosiddette nuove dipendenze, ma prima di approfondire questo aspetto ritengo opportuno fare qualche cenno teorico sulle dipendenze in generale.

 

La dipendenza nella psicoanalisi

Nell’opera freudiana non esiste un saggio specifico dedicato alla tossicomania o all’alcolismo; tuttavia sono rintracciabili indicazioni di carattere teorico-clinico che fungono da base per una possibile clinica della tossicomania.

Nel luglio 1884 Freud pubblica Sulla coca, il primo saggio di quattro, dedicati allo studio della cocaina, in cui elogia i piacevoli effetti euforici e le accresciute capacità di prestazione che possono derivare da una sua corretta assunzione, indicandone importanti proprietà nella cura dell’isteria, dell’ipocondria e nella disassuefazione da morfina. Le crescenti critiche da parte di illustri colleghi inducono però Freud ad abbandonare le ricerche.

Freud riprenderà il tema delle dipendenze in Il disagio della Civiltà, (1921) nell’ambito di un discorso più ampio; infatti è il saggio in cui egli affronta e approfondisce gli studi sulle grandi costruzioni sociali, etiche e religiose della civiltà umana.

Egli prende spunto dalle riflessioni di Roman Rolland, uno scrittore e drammaturgo francese forte sostenitore di ideali umani di pace e fraternità, secondo il quale esiste un diffuso senso dell’eternità, comune a tutti gli individui, che si declinerebbe poi nei vari sistemi religiosi.

Freud critica questa ipotesi di un sentimento oceanico comune a tutti gli individui, rilevando che ogni singolo individuo si trova al centro di due forze: una direzionata verso l’interno che tende ad una entità psichica inconscia, e una verso l’esterno che sembra mantenere linee più precise, anche se, ad esempio, «al culmine dell’innamoramento il confine tra l’Io e l’oggetto minaccia di scomparire»2.

L’uomo si trova al centro di queste tensioni contrastanti per cui Freud si chiede quale desiderio possa animare gli uomini nella vita e ne individua principalmente due, o meglio due facce dello stesso desiderio, una positiva e una negativa: una che mira da un lato all’assenza del dolore o dispiacere, dall’altro all’accoglimento di sentimenti di intenso piacere.

Il principio di piacere direziona quindi lo scopo della vita umana, ma entra inevitabilmente in conflitto con il mondo esterno. Freud infatti rileva che «Nel piano della Creazione non è previsto che l’uomo sia felice»3, infelicità che origina dal mondo interno, dal mondo esterno e dalle relazioni.

Il pessimismo espresso da Freud dipende presumibilmente dal momento storico che sta vivendo durante la stesura di questo saggio; siamo nel 1929: è ancora vivo il ricordo delle devastazioni della Prima Guerra Mondiale e la situazione economico-politica è estremamente precaria; una settimana prima che Freud dia alle stampe il suo lavoro ci sarà infatti il crollo della Borsa di New York, che darà inizio alla Grande Depressione, con terribili conseguenza economiche e sociali, anche in Europa.

Freud ritiene che la precaria condizione dell’individuo, stretto in una morsa in cui la Civiltà che dovrebbe proteggerlo gli impedisce il raggiungimento della felicità, non è che lo specchio del conflitto che avviene all’interno della psiche, tra le esigenze del Super Io (le richieste della realtà esterna) e quelle dell’Io (gli interessi dell’individuo), tra pulsione di vita e pulsione di morte.

Nel soffocare le pulsioni sessuali e aggressive dell’uomo per mantenere in equilibrio la società, la Civiltà entra in conflitto con l’uomo: per fuggire a questo incastro tra il desiderio di essere felice e l’impossibilità a raggiungere tale desiderio, l’uomo cerca almeno dei modi per evitare l’infelicità.

Le strade per raggiungere tale scopo possono essere varie: il soddisfacimento smodato dei propri bisogni, la volontaria solitudine (per evitare l’infelicità dovuta alle relazioni), la tossicomania, il dominio assoluto delle pulsioni, la sublimazione attraverso la scienza, l’arte o l’estetica.

Per quanto riguarda la tossicomania, secondo Freud il modo più efficace è l’intossicazione: infatti l’uso di sostanze inebrianti permette di alterare lo stato di coscienza così che si possano eliminare del tutto le sensazioni spiacevoli; l’uso di tali sostanze permetterebbe quindi, secondo Freud, di sottrarsi alle pressioni esercitate dalla realtà mettendosi al riparo in un mondo costruito artificialmente.

Prima del saggio del ‘29 Freud, oltre agli studi sulla cocaina, si era già occupato della dipendenza da sostanze agli inizi della sua attività ipotizzando una relazione tra tossicomania e una fissazione allo stadio orale nel corso dello sviluppo libidico.

In una delle lettere a Fliess, siamo nel 1887, egli considera centrale la questione onanistica per l’insorgere delle dipendenze, infatti la masturbazione sarebbe il modello di tutte le dipendenze.

«Sono giunto alla conclusione che la masturbazione sia l’unica grande abitudine, cioè il bisogno primario e che le altre forme di assuefazione, alcool, morfina, tabacco eccetera, entrano nella vita solamente come sostituti e in cambio di essa»4.

Freud quindi considera che all’origine della tossicomania vi sia una fissazione dello sviluppo libidico ad una fase pregenitale e proprio da quest’ultima deriverebbe una ricerca obbligata del piacere da parte del tossicomane e la sua incapacità di dilazionare nel tempo la soddisfazione. Dal punto di vista di Freud, quindi, i tossicomani, vittime di una fissazione alla fase orale, sono incapaci di staccarsi da un oggetto d’amore che li nutre e placa il dolore derivante dalla mancata soddisfazione dei bisogni primari.

Ritroviamo analoga correlazione tra attività onanistica e l’assunzione di droga nel saggio La sessualità nell’etiologia delle nevrosi (1898), dove Freud giunge a concepire l’abitudine ad alcool, morfina e tabacco come sostituti della masturbazione, godimento raggiunto senza che l’Altro sia coinvolto.

Queste osservazioni di Freud sulla correlazione tra assunzione di droga e godimento senza l’Altro saranno state probabilmente spunto per la considerazione di Lacan, secondo cui nelle dipendenze la spinta al raggiungimento del godimento avviene senza passare dall’Altro, evitando la domanda del desiderio.

Lacan però, rispetto all’approccio freudiano, affronta non più un disagio psichico a matrice nevrotica, quanto piuttosto aspetti legati alla dipendenza correlati a tratti narcisistici, psicotici e perversi.

Nel Seminario XX, Lacan osserva che il linguaggio è stranamente incompleto e questo porta ad un corpo solo parzialmente simbolizzato nel linguaggio. Queste parti del corpo non simbolizzate possono diventare causa di sofferenza e in tal senso hanno un effetto tossico. L’uso di droghe e di alcool può servire come tentativo di regolare questa tossicità del corpo: la vera tossicità non risiederebbe nelle sostanze, ma nel corpo.

Lacan, rileva Loose R.5, opera quindi un ribaltamento: pone al centro della questione dell’addiction6 il soggetto ma non la sostanza. Si sottrae quindi il soggetto dell’addiction alla generalizzazione per esaltarne invece la soggettività: non è la sostanza ma il soggetto a creare l’addiction.

Nella concezione lacaniana del soggetto le sostanze possono funzionare in maniera diversa per persone diverse, in termini di relazione con gioia, piacere ansia dolore e il loro corpo.

L’utilizzo di sostanze si configura essenzialmente come un tentativo di infrangere il godimento fallico e produrre qualcosa di più, possono funzionare come basi per andare al di là del piacere.

Nella dipendenza, osserva Jacques Alain Miller nel suo saggio L’Uno-tutto-solo7, si ripete un godimento fine a se stesso: si ripete un’esperienza sempre uguale che non produce mai qualcosa di nuovo, come ad esempio la costruzione di un sapere sul proprio modo di godere.

Si ha quindi a che fare con un godimento ripetitivo che ha rapporto soltanto col significante S1 (Uno) e nessun rapporto col Significante S2, che rappresenta il sapere.

«Il godimento ripetitivo è al di fuori del sapere, è auto- godimento del corpo di S1 senza S2»8.

Il godimento dell’Uno, in quanto fallico, non giunge mai a godere del godimento dell’Altro, perché l’Uno non è mai riducibile all’Altro9.

Nel caso della dipendenza, infatti, è il corpo stesso che funge da Altro; si ha una spinta a raggiungere il godimento senza passare dall’Altro: una alternativa al superamento del complesso della castrazione simbolica, e alla conseguente impossibilità del soggetto a sostenersi nell’economia della mancanza, propria della dialettica del desiderio.

Lacan quindi pone al centro della dipendenza il soggetto, considerando come per le varie strutture di personalità la sostanza abbia una valenza specifica.

Da questa visione di Lacan prende le distanze Perrella E., che teorizza l’esistenza di una specifica struttura per la dipendenza, superando quindi la tradizionale tripartizione della psicopatologia (nevrosi, psicosi, perversione).

Il quadro patologico descritto da Perrella presenta come meccanismo di difesa di elezione la denegazione, una sorta di de-giudizio, un non luogo a procedere. Con la denegazione viene di fatto negata al soggetto la possibilità di esprimersi e la funzione del giudizio viene attribuita ad un altro.

Prendendo come punto di riferimento il periodo di sviluppo compreso tra i 5 mesi e i due anni, durante il quale secondo la Mahler avviene il processo di separazione-individuazione, nel bambino viene a crearsi una immagine di sé ideale tale da risultare irraggiungibile, e quindi una situazione di impotenza che costringe il soggetto a dipendere o da una certa sostanza o da una certa immagine che l’altro si fa di lui.

Nel caso della denegazione il figlio occupa il posto dell’ideale che la madre non ha potuto realizzare e questa idealizzazione finisce per negare la sua realtà concreta individuale e la sua capacità di vivere autonomamente: il soggetto non potrà mai concedersi nessun desiderio se non venendo meno a questa immagine ideale che però, al tempo stesso, non potrà nemmeno abbandonare perché ciò vorrebbe dire riconoscersi come un oggetto rifiutato. Quindi, di fatto, il soggetto si trova in una situazione di impasse che lo paralizza e il giudizio non formulato ritorna al soggetto sotto forma di tendenza alla autodistruzione, attraverso un meccanismo di introiezione dell’altro.

Al soggetto è di fatto negato il riconoscimento del valore della propria soggettività: egli è stato idealizzato (è l’ideale dell’altro) e proprio per questo si nega la propria capacità di scelta: questo lo costringe a dipendere o da una certa sostanza o da una certa immagine che l’altro si fa di lui.

In tali soggetti sembra esserci una forte questione nella relazione con il piccolo altro della realtà che viene costantemente confuso con l’Altro, prevalendo poi di fatto, una tipologia di relazione fusionale, come se il processo di soggettivazione non fosse mai stato completato, o addirittura, mai iniziato. Da qui un atteggiamento di auto mortificazione che può risultare un co-fattore significativo nella comparsa di danni a livello psichico e fisico.

«Spesso gli individui così dipendenti dall’altro, vivono immersi in realtà molto più simili a quelle illusorie, probabilmente perché la loro struttura psichica si sorregge prevalentemente su dimensioni difensive molto rigide e strutturate, volte a mantenere in piedi mondi guidati da visioni ideali; forse si può ipotizzare che vengano utilizzati massicci meccanismi difensivi come la rimozione e il diniego»10.

Siamo nel registro del linguaggio in quanto il giudizio viene formulato ma il soggetto giunge alla conclusione che non c’è niente da giudicare. C’è un non luogo a procedere.

Al posto e a causa del giudizio di non esistenza interviene la dipendenza dall’oggetto la cui esistenza è stata denegata e il giudizio non formulato ritorna al soggetto sotto forma di tendenza all’autodistruzione, attraverso un meccanismo di introiezione dell’altro.

In seguito alla denegazione il soggetto è diviso in due parti che sono equivalenti: l’idolo e l’oggetto scarto. Questa separazione crea una idea delirante che riguarda solo l’immagine del corpo. Un corpo che può venire maltrattato ma sempre confermando l’idealizzazione di partenza.

Ne deriva una sistematica tendenza a mentire, che dipende dal fatto che si mente prima di tutto a se stessi. La menzogna è una delle manifestazioni della scissione dell’io tra l’oggetto ideale e l’oggetto scarto

La dipendenza si instaura quando è denegata l’esistenza stessa del soggetto

La dipendenza giustifica la tendenza a preferire la morte reale alla morte simbolica, che il soggetto sarebbe costretto a accettare se scegliesse di rifiutare l’ideale che è stato proiettato su di lui.

Si può ipotizzare che alla base di tutte le forme di dipendenza ci sia la denegazione dal fatto che l’amore idealizzante della madre assegna al soggetto l’unica dignità di compensare le manchevolezze di lei.

Tutti quanti dipendiamo da una certa immagine dell’altro che abbiamo incorporato in noi, ma è solo quando questa influenza interamente la nostra esistenza che si può parlare di un quadro clinico.

Nel caso delle dipendenze la funzione paterna è presente come funzione ideale ma non è riempita dalla presenza concreta del padre. Quindi il desiderio della madre è libero di agire.

Sembra essere evidente una marcata incapacità a sopportare quei conflitti che sono un bagaglio inevitabile nella vita: si viene quindi a creare una fortissima sofferenza inconscia che proprio in quanto tale il paziente di fatto non affronta ma esclude attraverso massicci meccanismi difensivi, una sofferenza che può diventare, nella misura in cui non è elaborabile consapevolmente condizione che mina l’integrità psicofisica del soggetto.

 

 

Dipendenze come sintomo sociale

Nel suo saggio del 1929 Freud osserva che le dipendenze sono un sintomo sociale:

«Dobbiamo ad essi [gli inebrianti] non solo l’acquisto immediato di piacere, ma anche una parte, ardentemente agognata, d’indipendenza dal mondo esterno. Con l’aiuto dello scacciapensieri sappiamo dunque di poterci sempre sottrarre alla pressione della realtà e trovare riparo in un mondo nostro, che ci offre condizioni sensitive migliori. È noto che proprio questa caratteristica degli inebrianti ne costituisce in pari tempo il pericolo e la dannosità»11.

La dipendenza come sintomo sociale crea un legame sociale specifico, che va ad intersecarsi con il legame sociale e relazionale, correlato alla propria struttura soggettiva.

Osserva Sergio Sabatini12 «La radice del sintomo è un godimento autistico, un godimento che isola il soggetto e taglia fuori l’altro. In questa chiave le nuove dipendenze non costituiscono dei nuovi sintomi ma l’espressione contemporanea delle trasformazioni sociali: indebolimento del sostegno identificatorio del simbolico e ascesa dell’oggetto di godimento: I > a, è il matema che proponeva negli anni novanta Jacques-Alain Miller. Il soggetto si trova assoggettato all’oggetto, che può prendere la forma di una pluralità di oggetti, spesso immateriali, e il compito dell’analista è di far emergere qualcosa del soggetto nel suo discorso».

E infatti lo stesso Miller, osserva che l’addiction è un godimento “trasparente”, cioè senza alcun collegamento con il legame sociale, e ciò la rende un tratto tipico del godimento delle società consumistiche, e strutturale al godimento stesso nel suo essere essenzialmente autoerotico.

Nella società odierna queste riflessioni sul carattere sociale delle dipendenze sembrano assolutamente pertinenti.

 

New addictions / dipendenze

Nel mondo anglosassone le dipendenze vengono distinte in dependence, dipendenza da sostanze, e addiction, spinta a mettere in atto comportamenti compulsivi.

Il termine addiction deriva dal latino addictus che fa riferimento ad una condotta attraverso cui un individuo viene reso schiavo.

In effetti, la definizione addiction pone in rilievo gli aspetti psicologici di un rapporto particolare tra soggetto e oggetto, nel quale una persona sviluppa una relazione dipendente verso un oggetto o un’attività, senza cui appare impossibile sopravvivere. È una condizione generale in cui la dipendenza psicologica spinge alla ricerca dell’oggetto senza il quale l’esistenza perde il suo significato primario.

Recentemente si sono diffuse dipendenze da attività legali, e ciò di cui si abusa non è una sostanza ma un comportamento: le cosiddette new addictions. Tra di esse ricordiamo il gioco di azzardo patologico, la dipendenza da internet e da tecnologie, le dipendenze affettive, cyber sex addiction, ecc

 

È mia opinione che, ad esempio, sexual addiction, shopping compulsivo, accumulazione seriale, in realtà si scatenino sempre da una dipendenza affettiva di base.

Queste dipendenze sono caratterizzate dall’ urgente bisogno di dover mettere in atto un comportamento per trovare un appagamento immediato: si tratta di comportamenti o abitudini del tutto legittimi e socialmente consentiti, ma l’individuo manifesta una incontrollata necessità di dover compiere una specifica attività.

Sono condotte che presentano caratteristiche ripetitive senza una palese funzione adattativa: si tratta in genere di comportamenti ossessivo-compulsivi che mettono in scena la ripetizione dello stesso comportamento inefficace.

A proposito del comportamento ossessivo, Freud lo definiva come una religione individuale:

«Ci si potrebbe arrischiare a considerare la nevrosi ossessiva come un equivalente patologico della formazione religiosa […]»13.

Cioè una tendenza a creare una situazione stereotipata continuamente ripetuta e che prescinde qualunque condivisione culturale.

L’esperienza della ripetizione, che Freud individua come tentativo per superare un trauma, trova nella realtà virtuale in cui la società si sta immergendo sempre più, terreno fertilissimo.

Nella storia dei soggetti dipendenti si rileva una significativa conformità: si ha a che fare, infatti, con un arresto dello sviluppo a favore di una forma di godimento che non sembra configurarsi come un affetto sociale, bensì come il risultato di una blocco nell’accedere alla dimensione della alterità.

Le sostanze della dipendenza, abbiamo già sottolineato, sono comportamenti o situazioni ripetitive: all’origine non c’ è un bisogno biologico ma, piuttosto, di un riconoscimento; abbiamo a che fare con oggetti narcisistici, non erotizzati.

Il contesto in cui le nuove dipendenze si sviluppano è generalmente una realtà virtuale che, in quanto tale, è caratterizzata dal fatto di essere intessuta da materiale significante che non si articola nella costruzione di senso come un insieme di tessere che hanno funzione di godimento, ciò che Lacan definisce sintomo, la modalità dipendente di sintomo.

Il soggetto che non risolve la fase edipica, non imbocca la via del sintomo, elemento essenziale per la creazione di un legame sociale: la sostanza o il comportamento acquisiscono quindi la funzione di mediatore sociale.

La dipendenza non ha quindi la struttura del sintomo ma ne presenti fica un suo blocco.

La dipendenza è una forma patologica e una forma di inibizione per cui il soggetto non arriva a fare della carne il luogo di una identità sessuale, di un desiderio che lo rende corpo proprio.

Gli oggetti di consumo sono quelli più a portata di mano ma anche i comportamenti di rinuncia, come anoressia, automutilazioni, o altri comportamenti che si basano sul movimento del corpo, irrequietezza, sballo, o della mente, eccitanti disinibenti chimici. A ben vedere sono tutte riproposizioni della dinamica della castrazione, metafora del non avere, che si fermano sulla soglia del simbolico, non accedono al luogo dell’Altro.

L’oggetto della dipendenza rappresenta una soluzione che sta al posto del fantasma inconscio e organizza il godimento.

È una forma di nominazione attraverso l’identificazione con un comportamento che viene a riempire il disabbonamento dell’inconscio14.

 

Come le nuove forme di comunicazione possono influenzare le relazioni.

Un aspetto rilevante dei nuovi scenari sociali sono senz’altro i progressi tecnologici che hanno portato una vera e propria rivoluzione in molti aspetti della vita quotidiana, e in particolar modo nelle forme di comunicazione, e l’impatto delle nuove tecnologie sulla vita di ognuno di noi implica una riflessione e una rimodulazione delle teorie relative alla psiche.

I progressi in campo tecnologico e scientifico sembra che mettano continuamente in discussione il concetto di limite, la soglia del possibile sembra continuamente messa in discussione, le zone di mistero sembrano restringersi sempre di più.

D’altra parte la dimensione virtuale della connessione informatica può offrire l’opportunità di intrecciare legami comunicativi che ci permettono di confrontarci con i molteplici piccoli altri della realtà, annullando distanze fisiche e culturali.

Le nuove tecnologie della informazione sembrano combinare un approccio rigidamente scientifico con dimensioni metafisiche, caratterizzate da un alone di magia grazie a cui è possibile sperimentare dimensioni altre, come i social network, immersi in una realtà virtuale, all’interno della quale ci si può muovere, al di fuori della tradizionale dimensione spazio-temporale.

Ma nello sperimentare tali dimensioni vertiginose è necessario comunque fare i conti sia con il limite della nostra capacità di conoscenza sia con la nostra psiche inconscia inesauribile e inconoscibile.

Si rende quindi sempre più necessario coniugare l’ascolto della dimensione inconscia della psiche con il contesto sociale contemporaneo, ed i rapidi processi di modificazione culturale, sociale, economica che lo caratterizzano: emergono nuovi interrogativi e questioni riguardo ai paradigmi teorici e clinici che fondano la relazione, psicoanalitica e non.

È indubbio che nei momenti di rapida evoluzione sociale, si accentuano le tensioni e i conflitti intrapsichici, creando un oscillazione tra sentimenti di paura e di impotenza, di esaltazione e compulsione.

Jung aveva colto nella sua epoca questo senso di smarrimento e di incertezza:

«I grandi rinnovamenti non vengono mai dall’alto, ma dal basso, come gli alberi non crescono dal cielo, ma dalla terra, per quanto i semi cadano in origine dal cielo. Il rivoluzionamento del mondo e della nostra coscienza sono una sola e medesima cosa. Tutto diviene relativo e per conseguenza ipotetico, e, mentre la coscienza, esitante e dubbiosa, considera precario questo mondo che rimbomba di trattati di pace e di amicizia, di democrazia e dittatura, di capitalismo e di bolscevismo, l’anima desidera una risposta a un tumulto di dubbi e di incertezze»15.

Considerando questo stato di precarietà, che sembra caratterizzare la nostra epoca, la dimensione virtuale può diventare un modo per uscire da se stessi, allontanarsi da questo stato di confusione, dai conflitti, nell’illusione della simulazione, della molteplicità dell’esibizione.

Del resto in una condizione di perenne mutamento, com’è quella attuale, si rischia di perdere il senso della propria individualità: ci si confronta con una realtà che da una parte appare rassicurante e in grado di rispondere ad ogni nostro bisogno (o desiderio?), ma al tempo stesso appare invasiva e totalizzante.

Osserva Bollas:

«Alcuni aspetti del modo in cui comunichiamo e pensiamo nel XXI secolo possono essere visti come forma di fuga psichica dal peso schiacciante dell’eredità di un mondo distrutto da una ottusa sconsideratezza»16.

I dispositivi moderni legati alla tecnologia informatica effettuano un controllo intrusivo e profondo, tendono a creare nuove realtà, a inventare nuove nature, con una capacità creatrice.

«Tende a scomparire la distinzione tra contenuti reali e virtuali: la simulazione non si limita a amplificare uno dei nostri sensi ma investe totalmente la nostra identità, la nostra capacità riflessiva e simbolica»17.

L’estrema varietà delle piattaforme mediatiche le rende potenti e pervasive perché si instaura una promiscuità tra mezzo e utente, in una comunicazione emotiva capace di mobilizzare risorse psichiche.

La psicoanalisi è chiamata a confrontarsi con il tempo storico attuale, con i cambiamenti sociali, con il divenire delle fantasie e dei miti collettivi evocati.

In analisi ci si trova sempre più frequentemente ad affrontare situazioni come quella di Costanza, in cui è protagonista lo strumento elettronico: messaggi, mail, social network svolgono un ruolo sempre più cruciale nella vita di ognuno di noi.

I testi, le immagini che emergono dai mondi virtuali sono sempre più spesso lo scenario principale in cui gli individui agiscono, si esprimono, hanno relazioni.

L’interattività propria delle nuove tecnologie informatiche sta modificando con una velocità impressionante il modo di vivere, di sentire di ognuno di noi, che siamo come sospesi in una connessione perenne, svincolati da limiti, virtualmente sempre presenti o assenti, fuori e dentro di noi contemporaneamente. Viviamo al tempo stesso due esistenze, una digitale e una analogica: noi siamo il nostro smartphone e gli altri interagiscono con il nostro sé digitale, anche quando non ci siamo, anche se non li conosciamo, permettendo a tutti di rivolgersi a noi contemporaneamente.

I presenti sono in realtà assenti, sostituiti da loro controfigure che animano il mondo virtuale.

C’è quindi il rischio che l’Io tenda a un movimento regressivo verso una condizione di immersione, lo stato in cui cioè la persona tende a perdere la coscienza di trovarsi in un mondo virtuale.

La comunicazione digitale possiede indubbiamente un grande potere di seduzione e fascinazione, ma aumenta il rischio che vengano attivate fantasie di fusionalità simbiotica con il mezzo e, per estensione, con l’altro con cui si comunica.

Una condizione che può alimentare fortemente lo sviluppo delle nuove forme di dipendenza.

 

Costanza: naufraga nella rete?

Alla luce della considerazioni fatte, il racconto di Costanza potrebbe configurarsi come un esempio di new addiction, e specificatamente di una dipendenza affettiva.

È noto che l’innamoramento, che Claudio Modigliani definiva: «una psicosi delirante fisiologica che guarisce con il matrimonio»(18) è caratterizzato da un insieme di caratteristiche fisiologiche, psicologiche e comportamentali, in cui possiamo cogliere elementi comuni come la costante attenzione all’oggetto d’amore, sbalzi di umore,  riconsiderazione delle priorità, iperattività, elevato desiderio sessuale, spinta all’unione emotiva, un insieme di comportamenti caratterizzati da una intensa motivazione per ottenere e mantenere il legame.

Quando, però tali caratteristiche assumono un carattere di rigidità e pervasività e la connotazione di necessità assolute, il rischio è di cadere nel versante più disfunzionale del legame amoroso, quello relativo alla dipendenza affettiva patologica.

Quando cioè il vincolo di coppia offusca i propri bisogni e desideri e ci incatena all’altro soffocando la nostra individualità possiamo parlare di love addiction o dipendenza affettiva.

 

Paolo Coelho descrive molto bene questa condizione:

«Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo, vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per tre minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma, a poco a poco, ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s’umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore»19.

La trasformazione in un innamoramento disfunzionale, avviene quando il desiderio si trasforma in bisogno e il piacere in sofferenza. A ciò si può accompagnare l’estrema ostinazione nella ricerca e nel mantenimento della relazione, nonostante la consapevolezza delle conseguenze negative.

Una relazione che si crea senza un contatto diretto, corporeo sembra avere l’effetto di amplificare questa condizione: non si ha un riferimento specifico all’altro della relazione e le dimensioni proiettive sembrano assumere un carattere preponderante.

Il rapporto con l’altro avviene attraverso foto, frasi, video, un insieme di informazioni frammentate che il soggetto tende a ricomporre in un unità armonica, come si fa con i puzzle, un puzzle creato dal soggetto.

Nelle relazioni virtuali si può supporre che il carattere di dipendenza venga ad essere amplificato perché questa costruzione viene collocata dal soggetto nel luogo di una sua mancanza.

Il comportamento dipendente ha luogo nel momento in cui il soggetto non riesce a tollerare una esistenza senza questa dimensione di tutto pieno: ci muoviamo quindi all’interno di una economia del bisogno e non del desiderio.

La esistenza di Costanza, apparentemente senza ombre, in cui tutto sembra essere sotto controllo, nasconde forse un’altra verità. L’aver investito tutte le sue energie nel lavoro fa supporre che nella paziente sia stato prevalente il meccanismo della sublimazione, il meccanismo mediante il quale si tende a risolvere il conflitto che si determina tra l’esigenza del soggetto di soddisfare il principio di piacere e la sua necessità di ottemperare al principio di realtà, e per cui il soggetto si rivolge ad attività di valore elevato sia sul piano etico sia su quello sociale.

Freud considerava la sublimazione come un meccanismo psicologico in grado di trasformare pulsioni sessuali in azioni apparentemente senza rapporto con la sessualità; tali azioni (come l’attività lavorativa, artistica, lo studio) trovano nell’originaria carica pulsionale le risorse psichiche necessarie.

«La sublimazione è un processo che interessa la libido oggettuale e consiste nel volgersi della pulsione a una meta diversa e lontana dal soddisfacimento sessuale»20.

La strategia di Costanza, quindi, si è dimostrata utile fino a che, improvvisamente, è comparso dal nulla un elemento che ha avuto il potere di mandare all’aria tale disegno.

Il contesto virtuale in cui è iniziata e poi si è sviluppata questa relazione non pare essere un elemento trascurabile. Come già osservato, nelle relazioni virtuali si tendono a sfumare i limiti tra soggetto e oggetto, aumentando quindi la possibilità di creare proiezioni verso l’altro.

A questo proposito, possiamo ricordare la riflessione di Freud, dove, in Il disagio della civiltà, afferma che al culmine dell’innamoramento il confine tra l’Io e l’oggetto minaccia di scomparire.

La dimensione virtuale, quindi, per gli effetti sopra ricordati, può amplificare esponenzialmente questo effetto.

A proposito delle proiezioni, si può obiettare che in ogni tipo di relazione entrano in gioco dinamiche proiettive.

Il quesito, in ultima analisi, che ci si pone è questo: in che misura la dimensione virtuale influenza la qualità della relazione?

 

Economia del desiderio. Economia del bisogno

Il concetto di Transfert è stato elaborato da Freud ed in generale indica l’assegnazione all’altro di sentimenti e atteggiamenti a loro volta correlati con figure significative infantili.

In pratica quindi il transfert indica una proiezione sull’altra persona di immagini interne, provenienti cioè dal proprio mondo interiore.

Il transfert è pertanto presente in ogni tipo di relazione interpersonale, non solo quella analitica.

A proposito della relazione terapeutica Freud osserva:

«Questo amore non si limita ad obbedire, diventa esigente, domanda soddisfazione di tenerezza e sensualità, pretende l’esclusività, si fa geloso, mostra sempre più l’altro suo aspetto, e cioè una prontezza a convertirsi in ostilità e vendetta, se non può raggiungere i propri scopi. Contemporaneamente, come ogni altro amore, soverchia qualsiasi altro contenuto psichico, spegne l’interesse [del paziente] alla cura e alla guarigione, sostituendo alla nevrosi un’altra forma di malattia»21.

Osservazioni che possono riguardare ogni tipo di relazione umana.

Abbiamo rilevato come nella dipendenza d’amore il sentimento diventa disfunzionale e alla logica del desiderio si sostituisce la logica del bisogno, e che tale trasformazione può venire favorita ed amplificata dalla dimensione virtuale in cui la relazione si sviluppa.

Si presentifica, in sostanza, la questione della differenziazione tra vuoto e buco.

Prima però è necessario fare un cenno al concetto di Das Ding, la Cosa, che è al cuore del desiderio umano, e che Lacan tratta nel Seminario VII.

Das Ding, utilizzando l’espressione freudiana, è intrinsecamente connessa con quel famoso oggetto perduto, che ricerchiamo sempre tutta la vita anche se non è mai esistito: si tratta insomma, per rimanere in termini edipici, di quel mitico godimento che avremmo avuto se la madre fosse stata tutta del soggetto senza la presenza di un padre (o meglio della funzione paterna) che vada a interporsi in questo legame fusionale.

Per sua natura la Cosa è irrappresentabile, anche se questo concetto risulta essere impreciso, in quanto esiste una sola rappresentazione possibile: il vuoto. Secondo Lacan il vuoto rappresentazione minima della Cosa, è la Cosa una volta che abbiamo provato a rappresentarla.

Questo vuoto irrappresentabile è il reale del soggetto, la sua particolarità.

All’origine del soggetto c’è la presenza dell’Altro, egli è infatti effetto del significante, ma al tempo stesso nasce come unicum irriducibile all’universale del significante, segno irripetibile dell’incontro con l’Altro.

 

Ma che relazione c’è tra il soggetto e il vuoto? Nel Seminario VII Lacan ne indica tre configurazioni: l’arte, che «si caratterizza per una certa modalità di organizzazione attorno al vuoto»; la religione, che consiste in un «evitamento del vuoto»; la scienza, che lavora sul vuoto di senso al fine di colmarlo e rendere il mondo intero interpretabile secondo leggi e formule22.

Arte, scienza, religione sono le tre grandi produzioni intellettuali che definiscono e informano la civiltà, che a sua volta è strettamente correlata, sia per Freud che per Lacan, al concetto di sublimazione. L’attività umana che è incentrata sul vuoto della Cosa, nel tentativo impossibile di recuperarla prende il nome di sublimazione.

La Sublimazione si configura quindi come l’articolazione tra il soggetto e la Cosa

In Il disagio della civiltà, Freud dice:

«A questo punto non può mancare di colpirci l’analogia tra il processo d’incivilimento e l’evoluzione libidica del singolo. […] La sublimazione pulsionale è un segno che contraddistingue particolarmente il processo d’incivilimento; essa fa sì che alcune attività psichiche assai elevate – le attività scientifiche, artistiche, ideologiche – assumano una parte così importante nella vita civile»23.

Secondo Freud e Lacan nella sublimazione c’è «soddisfazione senza rimozione», a differenza di quanto accade nel sintomo, che consiste nella sostituzione di un godimento rimosso con un altro godimento. In altre parole la sublimazione enfatizza il tragitto della pulsione anziché rappresentarne la sua rimozione. La sublimazione, cioè, ci permette di tracciare la traiettoria della pulsione come rotazione intorno a un vuoto.

Seguendo la topologia lacaniana, la differenza tra buco e vuoto è che il buco ha un bordo, un bordo che è il bordo della significazione fallica.

Per meglio descrivere il buco ci possiamo servire della figura del toro, una figura topologica utilizzata da Lacan nel Seminario sulla Identificazione: è una sorta di camera d’aria di un pneumatico e viene usata da Lacan per descrivere la funzione della mancanza intorno a due tipi di buco.

Nota 24

Nella struttura il dentro e il fuori (parte di una medesima superficie) si configurano come lavorati al loro interno da due dimensioni fondamentali: quella, della domanda (D) e quella del desiderio (d).

I cerchi intorno al corpo cilindrico del toro rappresentano la ripetizione, la insistenza della Domanda.

Il foro centrale del toro è l’oggetto del desiderio attorno al quale le domande, nel loro movimento ripetitivo disegnano un ulteriore anello.

Nessuno dei giri avvolge questo oggetto ma l’insieme completo dei giri della domanda finisce per disegnare il buco centrale.

Le due dimensioni (Domanda e desiderio) si dispongono su due facce della figura topologica: la Domanda sta all’interno, per così dire, della camera d’aria.

Dal disegno si chiarisce che il desiderio non si può mai chiudere; nel ciclo continuo domande-risposte, ma il soggetto fa tutto un percorso intorno ad un punto centrale. Secondo Lacan questo punto centrale si identifica col desiderio e con l’oggetto che lo causa: non esiste l’oggetto del desiderio ma l’oggetto che causa il desiderio.

Quindi, per tornare alla distinzione che opera Lacan fra vuoto e buco, possiamo dire che, rispetto al soggetto, il vuoto è una dimensione che implica l’esclusione della dimensione della alterità e della dimensione significante, per cui si viene a creare una sorta di blocco nella risoluzione della questione edipica e quindi nel processo di soggettivazione.

Il buco presentifica, invece, una tensione costante del soggetto rispetto alla propria dimensione desiderante: il continuo ciclo di domanda e risposta ruota incessantemente attorno all’oggetto causa del desiderio, ed è in questa tensione che consiste il fulcro dell’esistenza.

Secondo Lacan il desiderio viene dall’Altro mentre il godimento viene dalla Cosa.

Il fatto che il desiderio venga dall’Altro implica che la sua vocazione sia di cercare nell’Altro ciò che a lui manca: il desiderio apre all’Altro. Il godimento, invece, dal momento che deriva dalla Cosa, è chiuso al rapporto all’Altro.

Possiamo però ritenere che tra queste due dimensioni soggettive non vi sia un rapporto di reciproca esclusione: si può infatti ipotizzare che vi siano tra di esse continui rimandi, rinvii, reciproci sconfinamenti.

Una considerazione, questa, che può portare ad importanti sviluppi nel trattamento clinico delle dipendenze.

Viene quindi da chiedersi se e in che modo il contesto virtuale possa influenzare lo sviluppo di dinamiche transferali inconsce che a loro volta posso determinare una estremizzazione delle componenti affettive della relazione, fino ad arrivare a forme di dipendenza affettiva.

In altre parole la dimensione virtuale come può collegarsi con le questioni del bisogno, del desiderio, del vuoto e del buco?

Forse si può ipotizzare che si crei una esasperazione delle dimensioni narcisistiche, cosa in fondo ovvia nel nostro tempo, viste tutte le questioni collegate a dinamiche inerenti la perversione.

Il narcisismo, secondo l’accezione freudiana, è quella condizione che si realizza quando non vi sono differenze tra l’Io e l’oggetto, tra sé e l’altro, vale a dire attraverso identificazioni reciproche e speculari, e rappresenta una strategia del soggetto per affrontare i disagi della propria esistenza

Ogni situazione di precarietà o di disagio soggettivo può portare ad un disordine narcisistico, ed è questo il motivo per cui il narcisismo risulta essere come il modo prevalente di essere dell’uomo post-moderno in rapporto a sé e agli altri.

Lacan non parla di narcisismo, lo sostituisce con il termine di Immaginario, uno dei tre registri, insieme a quello del Simbolico e del Reale, in cui si articola l’esperienza umana, e che deriva direttamente dallo “stadio dello specchio”, quel momento della vita del bambino in cui egli, ancora sostenuto e accudito dalla madre, riflettendosi nello specchio, scambia la sua immagine riflessa per se stesso.

Per Lacan, l’acquisizione del proprio io proviene perciò dall’esterno, dallo specchio nel quale il bambino si riflette, e avviene attraverso un processo prima di alienazione e poi di identificazione narcisistica con l’immagine riflessa di sé.

Il narcisismo per Lacan è la dimensione immaginaria dell’essere umano che lo integra, lo fa sentire un unità armonica e coesa, ma è anche uno dei modi possibili attraverso cui costruire legami sociali. Una modalità che, se non legata alle altre due dimensioni, del Simbolico e del Reale, comporta però il rischio che il resto del mondo non esista, che l’Altro non esista: esiste solo l’Altro nel quale mi rispecchio.

Il soggetto narcisista si rifugia nella dimensione speculare dell’esperienza con l’Altro affinché si riproduca la dimensione fusionale del rapporto originario con la madre.

Il rifiuto dell’Altro, tratto caratteristico del soggetto narcisista, può anche estremizzarsi nella perversione.

La perversione infatti è caratterizzata da una logica che regola il rapporto del soggetto rispetto al godimento, per la quale l’intersoggettività e qualsiasi significato relazionale sono annullati.

Il perverso si pone in una posizione “desoggettivata”. Lacan afferma che «Tutto il problema delle perversioni consiste nel concepire come il bambino, nella sua relazione con la madre […] si identifichi all’oggetto immaginario di questo desiderio in quanto la madre stessa lo simbolizza nel fallo»25.

Nella perversione esiste quindi una predominanza della posizione materna come nel caso del feticista, che si identifica immaginariamente con il fallo che manca alla madre e che non trova nel padre un impedimento a questa identificazione.

Nel rifiuto della castrazione fallisce quindi la metafora paterna, manca cioè il padre come operatore della castrazione tramite cui il bambino può accedere al suo desiderio.

Il soggetto perverso è legato a quest’idea assoluta di godimento in cui la madre vuole per il proprio godimento l’annullamento del soggetto, per cui ad esso non rimane che porsi come oggetto del godimento dell’Altro.

«La perversione rinnega (Verleugnung) la castrazione e concede all’Altro la completezza che gli manca»26, sconfessando la sua castrazione, e facendosi strumento del suo godimento diviene egli stesso il Significante fallico.

Ritengo che queste brevissime notazioni teoriche siano sufficienti per collocare le dinamiche relazioni virtuali in un contesto in cui le dimensioni narcisistiche tendano ad esasperarsi al punto di attivare dinamiche perverse.

Naturalmente questo vuol essere solo uno spunto per un successivo approfondimento teorico che la clinica attuale rende ormai indispensabile.

Un esempio delle nuove sfide che ci propone la clinica è quella delle cosiddette truffe amorose.

 

Il fenomeno delle truffe amorose

«Sei la mia principessa bellissima.

Io verrò da te per stare con te tutta la vita.

Sei tutto ciò che ho desiderato da sempre: non pensavo potessi esistere.

Mi prenderò cura di te per sempre.

Ti amo più della mia stessa vita»

 

Così cominciano molte mail spedite da sedicenti e incrollabili possibili fidanzati, ma così cominciano in realtà molte truffe amorose

È il caso di una mia paziente, Francesca, ma, a ben vedere, sembra si tratti di uno schema pre-definito, con specifici step.

La conoscenza avviene generalmente tramite social network, ma ben presto inizia una corrispondenza privata, caratterizzata da un crescendo di frasi sempre più enfatiche tendenti a dimostrare alla donna come lei sia unica e come lui sia rimasto folgorato.

«Deve essere un segno del destino.

Spesso anche le carte e gli astri lo confermano».

È incredibile il numero delle donne che restano ammaliate e intrappolate in questo gioco all’inizio magnifico ma che col tempo assume tutti i tratti di una dimensione perversa.

Infatti con il tempo la malcapitata comincia ad innamorarsi e risponde con sempre maggior afflato alle missive d’amore; a questo punto però cambia improvvisamente il copione, iniziano delle richieste economiche: lui si trova proprio in una situazione difficile per cui ha assolutamente bisogno di un aiuto concreto ma non c’è da preoccuparsi, le restituirà quanto prima la somma richiesta, si tratta solo di un prestito.

La vittima quindi, presa dalla pena ma ancor più dal suo bisogno dell’altro frammisto al terrore di poterlo perdere qualora non fosse come lui si aspetta che sia e faccia ciò che desidera, invia la somma richiesta. Per un po’ ciò produce nuove mail appassionate anche piene di progettualità per una futura felice vita di coppia. Si può parlare anche di dove andare a vivere, di possibili cambiamenti di vita per iniziare finalmente un progetto comune. La mia paziente, italianissima, ad esempio pensava seriamente alla possibilità di andare a vivere in Canada o in California, a seconda degli spostamenti lavorativi del suo George.

Ma questa fase idilliaca dura poco.

Infatti non più di due settimane dopo all’improvviso arriva una nuova missiva disperata. George infatti le dice che deve pagare delle tasse sulla casa che ammontano a svariati migliaia di dollari e non sa come fare perché al lavoro in questo momento non può chiedere anticipi trovandosi in trasferta in una zona di guerra. Sì, perché il nostro valente giovanotto presta servizio all’Onu ed è in missione in Siria, dove non ha amici, non può accedere ad alcun conto bancario; la sua famiglia è poverissima e lontana e non può quindi sostenerlo.

È davvero disperato: se non paga gli sarà tolta la casa.

Francesca gli risponde che non può dare una simile cifra e chiede come sia possibile che lui si trovi sempre in mezzo a guai finanziari. George risponde arrabbiatissimo perché non si sente compreso ed appoggiato da quello che riteneva essere il suo amore e che se le cose stanno così ne prenderà atto.

George sparisce e Francesca gli scrive mail appassionate e disperate. Dopo un po’ George risponde ma in modo freddo e distaccato: si dice molto preoccupato e si sta deprimendo non sapendo come fare. Francesca cede e invia la grossa somma di denaro.

Ovviamente la storia si è ripetuta fintanto che Francesca, attraverso il suo lavoro di analisi, è riuscita a fare i conti con l’angoscia che la paura della perdita dell’oggetto d’amore le aveva prodotto.

La dinamica perversa messa in atto da George ha reso davvero Francesca oggetto di godimento senza un apparente via di uscita da questa condizione.

 

Conclusione

Per ogni carnefice c’è sempre una vittima.

Nel caso delle truffe amorose (ma non solo…) come analisti ci si pone la questione di come mai persone come Francesca o Costanza, seppure a diversi livelli, rimangano intrappolate in situazioni in cui la loro soggettività è completamente annullata in nome di un altro, invisibile e impalpabile ma molto potente.

Senz’altro il contesto virtuale, come già sottolineato, si è dimostrato un fattore che ha accelerato la costruzione di queste relazioni malate.

Probabilmente muoversi in tale dimensione ha effetti più potenti di quanto ancora si possa immaginare, e gli effetti sulla psiche umana non sono di fatto stati sufficientemente studiati.

Ad esempio riguardo a ciò che si può produrre nell’ascolto soggettivo ancora mancano rilevanti studi clinici.

Posso però rilevare che, da quanto emerge dai discorsi dei pazienti, la dimensione virtuale contribuisce quanto meno a slatentizzare forme di dipendenza affettive rimaste sopite che avevano fino a quel momento trovato una qualche forma di assestamento all’interno dell’immaginario del soggetto.

Indubbiamente si ha a che fare con una fragilità di fondo, celata dietro un apparente equilibrio e una vita professionalmente appagante e di successo.

Nel caso di Costanza e Francesca sembra addirittura emergere l’impossibilità a convivere con il proprio senso di vuoto, da cui il meccanismo della sublimazione che ha colmato questo senso di smarrimento ma rivelandosi col tempo una strategia poco lungimirante.

Partendo dalla considerazione che le dimensioni soggettive del desiderio e del godimento non sono in un rapporto di reciproca esclusione, ma in una continua tensione reciproca, il lavoro analitico dovrà tendere a far emergere il lato desiderante del soggetto, anche a costo di una maggiore sofferenza di fronte alla consapevolezza delle proprie mancanze e dei propri limiti.

Il lavoro di analisi, in quanto lavoro, costa indubbiamente fatica e sofferenza, ma sono convinta che sia l’unico modo per uscire da queste trappole esistenziali in cui si può inciampare.

 

Fabiola Fortuna

Psicoanalista, Psicodrammatista, Direttore Centro Didattico di Psicoanalisi e Psicodramma analitico, SIPsA Roma, Membro della SEPT, Didatta S.I.Ps.A., Docente Coirag, Membro Forum Lacaniano Italiano, Membro I.A.G.P., Past President S.I.Ps.A., Socio Analista del CIPA con funzioni didattiche, di docenza e di supervisione.

 

Note

1) A. Rimbaud, Lettera a Georges Izambard, 13 maggio 1871 in Lettres de la vie lettéraire d’Arthur Rimbaud, Gallimard, Paris, p.38:

2) S Freud (1929), Il disagio della civiltà, in Opere, vol. X, Bollati Boringhieri, Torino, 1978, p. 557

3) Ibid., p. 559

4) S Freud (1887-1904), Lettere a Wilhem Fliess, Bollati Boringhieri, Torino, 1986, p. 324

5) R. Loose, The subject of the addiction: Psychoanalysis and the administration of enjoyment, Routledge, London, 2002

6) Addiction è il termine inglese per indicare un bisogno psicologico di attuare determinati comportamenti, distinto dal termine dependence che indica una dipendenza fisica e chimica.

7) J.A.Miller, A. Di Ciaccia, L’Uno-tutto-solo, Astrolabio, Roma, 2018

8) Ibid., p. 120

9) M. Recalcati, J.Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione, Raffaello Cortina, Milano, 2012, p. 497

10) F. Fortuna, Maria e la famiglia romanzata, in «Quaderni di psicoanalisi e psicodramma analitico», n. 9, anno 2016, p. 80

11) Freud S. (1929), op.cit., p. 570

12) Presentazione della giornata clinica della Scuola lacaniana di psicoanalisi del Campo freudiano, 9 novembre 2019, Padova: «Addictions. Dipendenze nel XXI secolo»

13) S. Freud (1907), Comportamenti ossessivi e pratiche religiose, in Opere, vol. V, Boringhieri, Torino, 1972, p. 349

14) J. Lacan (1975), Joyce il sintomo in Il Seminario, Libro XXIII, Il Sinthomo, Astrolabio, Roma,2006, pp.157-165

15) C.G. Jung (1931), Il problema psichico dell’uomo moderno, in Opere vol. 10, Bollati Boringhieri, Torino 1985, p. 121

16) C. Bollas, L’età dello smarrimento, Raffaello Cortina Editore, 2018, p. 89

17) A. Caronia, Il corpo virtuale, Muzzio, Padova, p. 6

18) Comunicazione personale

19) P. Cohelo, Sulle sponde del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto, Bompiani, Milano, 2017

20) S. Freud (1914), Introduzione al narcisismo in Opere, vol. VII, Bollati Boringhieri, Torino, 1975, p.464

21 J. Lacan (1959-20), Il Seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2008, pag. 154

22) S. Freud (1925), La mia vita e la psicoanalisi, capitolo I Fattori Sessuali; Mursia, Milano, p. 192

23) S. Freud (1929), Il disagio della Civiltà in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino, 1978, p. 587

24) Illustrazione tratta da J. Lacan, Seminario Libro VII, op.cit.

25) J. Lacan, Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi, Scritti, Giulio Einaudi editore, 1974, p.527

26) S. Freud (1927), Feticismo, La teoria psicoanalitica, in Raccolta di scritti (1911-1938), Bollati Boringhieri Editore, 1979

 

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