TIZIANA ORTU «Sintomi senza inconscio di un’epoca senza desiderio» di MARCO FOCCHI

Marco Focchi
Sintomi senza inconscio di un’epoca senza desiderio
Antigone, Torino 2014.

Si può esistere senza inconscio? Può esistere un individuo senza desiderio? E la comparsa del desiderio inconscio è ormai preclusa?  Queste e altre domande possono nascere nel lettore leggendo il titolo del libro dello psicoanalista Marco Focchi “Sintomi senza inconscio di un’epoca senza desiderio”.

L’autore enuncia, paradossalmente, due senza di due dimensioni, l’inconscio e il desiderio, che nel pensiero sociale contemporaneo si vorrebbero effettivamente negare. La decadenza/assenza delle ideologie nella quale presumiamo di vivere, maschera, in realtà, la presenza forte di un’ideologia unica, lo scientismo. Un’ideologia che si basa su dimensioni ideali, quali la possibilità di mirare ad un funzionamento ineccepibile dell’individuo con un corpo perfetto che realizza delle performance esemplari. In questo funzionamento così apparentemente semplice si presenta, tuttavia, un’evenienza che consiste nell’annullamento del desiderio, dimensione che, secondo il pensiero efficientista imperante, potrebbe ostacolare sia il processo dell’automatismo, sia la funzione dei tecnicismi che offrono soluzioni per ogni problema. Siamo nell’epoca del «disturbo senza soggetto» (M.Focchi, Sintomi senza inconscio… 2014, pag. 8).

Focchi mette al centro del suo discorso degli argomenti di riflessione irrinunciabili, di cui ribadisce l’importanza e la necessità intrinseca di applicazione: la messa in questione del discorso dello psicoanalista, le leggi dell’inconscio, la singolarità e la funzione del sintomo. Propone un’analisi puntuale dei cosiddetti nuovi sintomi che si manifestano in una contingenza che vede il concetto di desiderio equivocato e/o sostituito con la soddisfazione del bisogno e il disconoscimento dell’inconscio e dei suoi effetti.

In che modo, allora, lavora la psicoanalisi in tale contesto?

Focchi riafferma che la psicoanalisi si situa nella dimensione del problema che in quanto tale non ha soluzione. Il vero problema, però, pur non avendo soluzione, può avere un trattamento, avere uno sviluppo tramite la ricerca di una giusta torsione, come nel caso del nastro di Möebius, che permetta al problema di alimentare una dimensione produttiva invece che essere annullato in una pseudosoluzione già determinata.

Il problema psichico è segnalato dal sintomo prodotto dall’inconscio del soggetto. L’insorgenza dei nuovi sintomi, o delle nuove forme espressive dei sintomi, pone delle questioni in merito alla difficoltà di poterli interrogare. Il linguaggio contemporaneo non produce più un racconto strutturato, organico, sequenziale, si può ascoltare solo una narrazione a tratti, dispersiva che manca di un’intenzionalità. Allo stesso modo il sintomo non è più funzionale al contenimento dell’angoscia e sempre più frequentemente l’irruzione del reale sembra annientare il soggetto, come ben argomenta l’autore a proposito degli attacchi di panico nel capitolo dedicato.

La contemporaneità è definita, inoltre, da modelli ideali di salute, una salute che si costruisce con il rispetto di norme che livellano l’individuo e inibiscono il desiderio soggettivo. La salute è spettacolarizzata, dice Focchi, ma la spettacolarizzazione ha come contrario la parvenza, «un misto di simbolico e immaginario» (M. Focchi, Sintomi senza inconscio… 2014, pag. 149), qualcosa che fa credere nella presenza di ciò che non c’è.

Lo spettacolo mira alla persuasione, la parvenza, all’intero del percorso analitico, è ciò che viene incrinato per potersi liberare dall’illusione e arrivare al reale.

Tutto concorre a definire la sintomatologia contemporanea come determinante di una patologia della pienezza, la nostra società soffre dell’invasione dell’oggetto, come se la questione dirimente fosse possedere o non possedere l’oggetto con una finalità illusoria di saturazione da possesso.

La questione che evidenzia l’autore è invece come trattare e governare il conflitto tra linguaggio e realtà, tra quello che si può dire e quello che non si può dire, perché quest’ultimo è detto dal reale. È dall’incontro con il reale che la psicoanalisi può pensare ad una nuova epistemologia della scienza contemporanea che possa tenere conto dell’irriducibilità dell’incontro con il reale, delle inevitabili traversie del desiderio e della presenza inconfutabile dell’inconscio.

 

Tiziana Ortu

 

 

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