ANNA CANNAVINA Memoria implicita e relazione transferale

«Non è soltanto il bambino piccolo ad essere plasmabile.

Tutti abbiamo la capacità di cambiare, anche in modo sostanziale finché viviamo. Questa convinzione è sostenuta dall’ esperienza. L’analisi è uno dei mezzi più potenti per provocare cambiamenti radicali, e meglio comprendiamo le forze operanti nella nevrosi, maggiore sarà la nostra possibilità di produrre il cambiamento desiderato».

 (Karen Horney)

 

La psicoterapia di derivazione junghiana ha sempre considerato ogni l’individuo nella sua interezza e unicità, tanto che C.G. Jung non ci ha tramandato “casi clinici” come invece troviamo negli scritti di S. Freud, ma solo brevi esempi clinici, proprio perché lo psicologo analista deve considerare ogni paziente nella sua peculiarità e singolarità. Ogni terapia va studiata e formulata per un particolare paziente e non ha uguali nella formulazione e procedere nel trattamento terapeutico.

Le nuove conoscenze scientifiche e neurologiche sul cervello umano palesano che ogni individuo è memoria delle dinamiche relazionali affettive o in altro modo significative che, dal concepimento, hanno contraddistinto il procedere della sua vita fino a determinarne, in modo unico ed irripetibile, ciò che definiamo “identità”.

L’ osservazione clinica ed un’ampia letteratura in materia evidenziano che apprendiamo dalle esperienze di vita e che l’apprendimento è determinato dalla memoria. Non è difficile comprendere come le funzioni mnesiche siano essenziali a determinare una buona relazione con l’ambiente; l’esperienza, soprattutto relazionale, ci cambia ed induce cambiamenti anche nel sistema nervoso e modificazioni nel nostro modo di comportarci e reagire agli eventi, e questo avviene attraverso ciò che abbiamo appreso: definiamo ricordi questi cambiamenti.

La memoria risulta essere di grande importanza non soltanto per l’integrazione degli individui nell’ ambiente umano e non umano che li circonda ma anche per l’integrazione somatopsichica che si considera derivante da un processo di apprendimento. Il bambino avverte sin dalla nascita la presenza di stimoli esterni ed interni che trovano contenimento, elaborazione e bonifica attraverso la “funzione alfa” (Bion) della madre che dalla “preoccupazione materna primaria” diviene poi “sufficientemente buona” e in quanto tale permette al bambino di trasformare gli stessi stimoli da rappresentazioni di oggetti in rappresentazioni di parole poiché investiti di significati.

Le ricerche neuro scientifiche sul substrato anatomo funzionale del cervello più recenti, condotte anche attraverso brain imaging, sono in grado di fornire allo psicoterapeuta nuove conoscenze che contribuiscono  a chiarire la mobilità dei neuroni e la plasticità del cervello, permettendo agli studiosi di disporre di maggiori possibilità di comprensione ed elaborazione delle teorie della mente a cui tanto devono le terapie del profondo, che si occupano di quella gran parte della nostra vita mentale, tra cui anche la memoria, che risulta essere inconscia.

Freud intuì presto, nelle sue ricerche, l’importanza della memoria (Progetto di una psicologia, 1985) per lo sviluppo psichico degli individui e per il procedere della terapia analitica. Egli afferma che i neuroni conservano tracce delle energie che vi arrivano dall’ esperienza vissuta nonostante mantengano intatta la capacità ricettiva originaria. Freud ritiene che i neuroni appartengano a due tipologie: “permeabili” attivi in funzione delle percezioni e “impermeabili” vincolati alle funzioni mnemoniche.

Le riflessioni che Freud riferisce in Interpretazione dei sogni (1899) si basano, nella quasi totalità, su ciò che aveva compreso o intuito sulla memoria. Però le conoscenze scientifiche di allora non gli permisero di cogliere l’esistenza dei ricordi occultati nella memoria implicita di cui non si conosceva l’esistenza, neppure riuscì a svelarne l’implicazione nei processi psicosomatici. Ma nel testo: Ricordi di copertura scrive:

«I nostri primissimi ricordi infantili saranno sempre oggetto di particolare interesse, perché il problema […] come […] sia possibile che le impressioni più importanti per tutto il nostro futuro non lascino di solito alcuna immagine mnestica induce a riflettere sulla genesi dei ricordi coscienti in generale»1.

Nel saggio Il disagio della civiltà (1929) Freud fa riferimento alla plasticità del sistema nervoso e dello psicosoma relazionale nella sua globalità e scrive:

«[…] nella vita psichica nulla può perire una volta formatosi, che tutto, in qualche modo si conserva e che, in circostanze opportune, attraverso ad es. una regressione che spinga abbastanza lontano, ogni cosa può essere riportata alla luce […]. Possiamo soltanto ribadire che, nella vita psichica la conservazione del passato è regola più che sorprendente eccezione»2.

 

I fisiologi ed i neuroscienziati hanno scoperto l’ esistenza di una memoria implicita (inconsapevole) derivante dalle esperienze del feto negli ultimi mesi di gestazione e del bambino, dopo la nascita, nei primi due anni di vita in cui lo sviluppo, ancora incompleto delle parti del cervello che permettono la memoria consapevole, fa sì che i primi ricordi , non pensabili e non verbalizzabili costituiti da sensazioni, emozioni, suoni ecc., non possano avere accesso alla coscienza e pertanto rimarranno inconsci ma non rimossi.  Le esperienze dei primi due anni di vita a cui si aggiungono gli ultimi due mesi della gestazione, producono conseguenze fondamentali per il futuro dell’individuo. Il suo sviluppo fisico e mentale potrà essere adeguato e positivo, oppure negativo e traumatico anche in relazione alle condizioni ambientali e genitoriali in cui il bambino crescerà. Le esperienze cariche di emozioni, affetti e difese arcaiche che coinvolgono anche il corpo possono costituire un patrimonio positivo a cui attingere con sogni e fantasie, anche per potenziare creatività e ingegno, ma se i condizionamenti rappresentati dalle relazioni con gli altri saranno traumatici questa fase primaria della vita individuale potrà portarne conseguenze negative.

La memoria implicita si caratterizza come una sorta di contenitore per esperienze precoci che non arriveranno mai alla coscienza ma rimarranno attive anche nell’ adulto ed è possibile che si palesino nel rapporto analitico con particolarità transferali che l’analista dovrà riconoscere.

La memoria implicita si configura fondamentale per un sano sviluppo psicofisico proprio perché deriva da un imprinting determinante nella relazione psicobiologia madre-feto, ed esperienza relazionale precoce dopo la nascita. Per quanto attiene al contesto traumatico si osserva, soprattutto nel periodo preverbale, che i vissuti perturbanti del neonato rimangono tali, costituendo un nucleo inconscio non rimosso di Sé che sarà determinante nell’ esperienza di vita del bambino e nel futuro adulto, per l’insorgere di disadattamento e disfunzionalità somato-psico-relazionali.

I ricordi impliciti, proprio perché non hanno potuto avere accesso alla coscienza e perciò da sempre inconsapevoli, non rimossi, risultano sconosciuti ed estranei, risiedono nel soma e contribuiscono a definire chi siamo.

 

Le attuali teorie psicoanalitiche, in accordo con le recenti scoperte neuro scientifiche ipotizzano l’esistenza di un inconscio non rimosso che reagisce con fantasie e difese arcaiche ed è luogo di traumi relazionali risalenti al periodo preverbale e pre-simbolico.

Tutto ciò suggerisce agli analisti di porre massima attenzione alla narrazione verbale dei pazienti così come di mantenere un atteggiamento analitico ricettivo per quanto il paziente non può dirci perché privo di parole, ma che comunque appare nella seduta analitica attraverso la “messa in atto” oppure in manifestazioni somatiche che possono rivelarsi tracce mnesiche somatiche provenienti da un passato remoto che può svelarsi solo attraverso le tracce impresse nel corpo. Nel transfert il passato memorizzato in modo implicito può riproporsi con manifestazioni psicosomatiche oppure in forma di enacment procedurali a volte persino dissonanti con la narrazione verbale.

Mauro Mancia scrive:

«Lo studio dello sviluppo della memoria infantile a partire dal periodo prenatale conferma l’importanza dell’organizzazione delle sue prime rappresentazioni. Le esperienze sensoriali del feto all’ interno della cavità uterina, ed in particolare quelle senso motorie e uditive, ritmiche e constanti che riceve dal contenitore materno e dall’ ambiente esterno, partecipano alla formazione di una memoria implicita di base che assisterà il bambino alla nascita e gli permetterà di vivere in continuità psichica nel passaggio dall’ ambiente interno all’ ambiente esterno, passaggio non privo di una certa traumaticità fisiologica»3.

Le esperienze preverbali che dalla nascita in poi trovano archivio nella memoria implicita sono attribuite a tutto ciò che riguarda la sensorialità: contatto corporeo-cutaneo, odore, ritmo del battito cardiaco, riconoscimento del volto materno etc. ed è proprio in continuità con queste esperienze che possono accadere eventi traumatici ad alterare il sistema di attaccamento del bambino mettendo in crisi anche l’organizzazione del suo Sé.

Molti autori (Bowlby,1969/82; Fonagy & Targhet,1999; Stern, 1985 etc.) si sono occupati di questa fase della crescita e delle esperienze traumatiche presenti nella memoria implicita che potranno compromettere anche il completo sviluppo delle capacità verbali e semantiche. La crescita segnata da un simile percorso condurrà ad una organizzazione di personalità non differenziata, con difese arcaiche come la negazione, la scissione e l’identificazione proiettiva, indispensabili per ridurre l’angoscia provocata da cure frammentarie e traumatiche. Le esperienze collocate nella memoria implicita che non possono trovare espressione dichiarativa, possono evidenziarsi soltanto nella relazione corporea e con modalità non verbali.

Come afferma M. Mancia (2004), nel contesto analitico possono essere riconosciute sia nelle dinamiche transferali che nell’ analisi dei sogni. Molte esperienze analitiche riferite a questo specifico contesto transferale e controtransferale suggeriscono questo aspetto come molto serio e difficile da trattare, non sempre gli analisti sono in grado di riconoscere aspetti derivanti dalla memoria implicita del paziente. Alcuni studiosi, soprattutto neuroscienziati esperti anche in campo analitico, suggeriscono che la capacità di condurre la cura analitica anche a livello della memoria implicita richiede che l’analista abbia, a sua volta, ben analizzato la sua memoria implicita.

Proprio le caratteristiche dei ricordi contenuti nella memoria implicita inducono a riflettere sulla relazione di cura analitica e sulle abilità comunicative e di attento ascolto che il terapeuta deve avere nei confronti del paziente.

 

Dopo Freud è a Sandor Ferenczi (1931) che dobbiamo l’intuizione di una memoria corporea, egli infatti sposta l’attenzione dal verbale al qui e ora della seduta analitica ed al declinarsi della relazione transferale. L’ analista, secondo Ferenczi, deve essere preparato a mantenere un atteggiamento “responsivo” per esprimere in parole tutto ciò che accade in seduta come espressioni affettive ed emotive ed altri messaggi che si esprimono nel tono di voce, nel linguaggio e negli atteggiamenti corporei. Egli ritiene che la cura analitica deve svolgersi dal basso, cioè dal corpo alla psiche, sottolineando come posture e movimenti siano metafore di affetti e tracce mnestiche relazionali.

È stato dimostrato che l’esperienza relazionale ci cambia anche a livello corporeo a partire da modifiche su basi neurofisiologiche, abbiamo perciò motivo di credere che una relazione particolarmente significativa come quella tra paziente e terapeuta possa causare cambiamenti significativi a livello di psiche soma. La relazione genera soggettività per ciascuno di noi, ma tra altre cause potenziali, può diventare il primo movens di una psicopatologia. Ferenczi ricorda che bisogna lavorare dal basso, in una terapia che attivi l’integrazione psichica attraverso il corpo.

Mauro Mancia scrive:

«Nel transfert l’inconscio dinamico prodotto dalla rimozione si presenta nei ricordi che l’esperienza psicoanalitica renderà possibili, nel contenuto delle varie narrazioni e delle associazioni libere, nei lapsus e in alcuni tipi di sogni. L’inconscio non rimosso sarà invece soprattutto presente, oltre che nel sogno, nelle modalità specifiche della comunicazione che ha componenti verbali ed extraverbali. Mentre queste ultime sono causate da “agiti” e usi particolari del corpo come la postura e la motilità, l’espressione facciale, il modo di presentarsi e di vestire, etc., la componente verbale può essere colta nella doppia semantica del linguaggio, che ci permetterà di dare un senso alla comunicazione del paziente, non tanto nel contenuto delle parole quanto attraverso il tono, il timbro, il volume della voce, ritmo, prosodia, sintassi e tempi del linguaggio. […] Gli aspetti formali della comunicazione rappresentano la musica di ciò che avviene in seduta che ho definito: “la dimensione musicale” del transfert»4.

Mancia considera la musica una delle forme più “conformi” di espressione delle emozioni perché caratterizzata da variazioni di intensità, suoni, ritmi, intervalli che sembrano configurare il declinarsi emotivo transferale. Nelle composizioni musicali troviamo la descrizione del tempo espressivo: lento, andante, allegro, ect. Nel transfert i tempi musicali sembrano suggerire emozioni nascoste in ricordi mai conosciuti dal paziente, ma che cercano spazi emotivi (transferali) di ascolto attento e sintonico (controtransferali). Nell’ ascolto musicale si è in due: l’esecutore e l’ascoltatore. La musica si pone come terzo possibile tra chi esegue e chi ascolta e potrebbe essere considerata un oggetto trasformativo. Dopo un concerto ben eseguito e attentamente ascoltato, chi vi ha partecipato porta in Sé qualcosa di nuovo e addirittura accade qualcosa di emotivo a mutare emozioni o toni umorali. Nella relazione transferale accade lo stesso: qualcosa di immateriale prende “corpo”, «come se l’anima fosse fornita di un corpo sottile»5. Un “corpo” quello della memoria implicita che deve trasformarsi in “sottile” cioè in suoni vocali (parole) e simboli. Non più stati emozionali primari ma contenuti verbali e simbolici.

La memoria implicita si esprime anche attraverso il lavoro creativo del sogno, così come è rintracciabile nelle produzioni artistiche. Il sogno rivela come si muovono i ricordi mai rimossi e come influiscono sullo stile di vita del soggetto. I sogni sono strumenti preziosi per l’analista che intende aiutare il paziente a raggiungere i contenuti dell’inconscio non rimosso. Mostrano attraverso le immagini la direzione psicologica dell’individuo.

Straordinarie possibilità cliniche e terapeutiche sono racchiuse nei sogni. Adler definisce il sogno: «Una straordinaria presa di posizione nei confronti della vita».

Una giovane signora è molto spaventata da ogni lama tagliente tanto da soffrire di una vera fobia verso i coltelli ed ogni oggetto tagliente anche di uso domestico. A volte esprime vero terrore in presenza di lame che ella ritiene luccicanti perché molto affilate. Si dedica con impegno al lavoro analitico, è intelligente e comprende le sue difese fobico-ossessive e vorrebbe guarirne. Porta in seduta pochi sogni e dopo circa un anno di terapia da un sogno emerge la figura della nonna, donna bella e sempre elegante e ingioiellata. La madre era spesso in viaggio e la paziente, di sovente, era affidata alla nonna di cui ella ricorda la severità e la vita mondana. Spesso era lasciata a baby sitter raramente simpatiche. Trova ancora oggi inquietante il luccichio dei gioielli indossati dalla nonna o dalla madre.

La paziente sogna di essersi ferita una mano con un oggetto luccicante, si sveglia spaventata e cerca di asciugare il sangue. La mano però non sanguina. Questo sogno stimola la curiosità della paziente che ricorda lo spavento che le causò il menarca a 13 anni poiché, nonostante sapesse che le ragazze hanno le mestruazioni, temeva la ferita sanguinante causata da una lucida lama.

Andando indietro nel tempo dei ricordi, chiedendo e parlando con tutti i familiari in grado di conoscere avvenimenti della sua vita scopre che al momento della nascita la madre subì una lacerazione da cui perse del sangue. Sembra evidente che l’avvenimento nascita abbia rappresentato un evento traumatico accantonato nella memoria implicita.

 

Vasto e interessante è il lavoro di Eric Kandel (1998), premio Nobel 2005, sulla memoria anche implicita, in cui ha illustrato la sua concezione di una localizzazione biologica in cui includere i processi psicologici e psicoterapeutici i cui effetti possono essere memorizzati durevolmente. Le più recenti scoperte scientifiche come le teorie di Kandel e le teorie di Fields (2012) sono una fonte essenziale per dimostrare come la funzione relazionale di cura dell’analista può rivelarsi determinante rispetto al miglioramento della qualità di vita. Infatti la mente, secondo gli scienziati citati, è il prodotto delle interazioni tra l’esperienza interpersonale e le strutture e funzioni del cervello e risulta dalle attività di questo a partire dell’imprinting derivante dalle primissime esperienze relazionali, comprese le dinamiche attinenti alla relazione psicobiologiche madre-feto.

Per quanto concerne le espressioni dell’inconscio non rimosso l’analista necessita di acute capacità di osservazione e di attento ascolto di tutte le manifestazioni corporee del paziente che descrivono una storia che ha bisogno di parole per essere significata.

Mancia scrive

«La componente critica dell’azione terapeutica della psicoanalisi appare quindi quella di trasformare simbolicamente e rendere verbalizzabili le strutture implicite della mente del paziente. Si tratta di esperienze cariche di emozioni e radicate nel tono affettivo delle prime relazioni, piuttosto che nel ricordo di memorie autobiografiche risalenti ad epoche posteriori a quelle preverbali. Rendere pensabili le strutture implicite della mente e le modalità inconsce in cui essa opera significa anche permettere al paziente di recuperare quelle parti di sé difensivamente scisse e allontanate con il meccanismo difensivo della proiezione, in epoche precoci dello sviluppo della mente»6.

 

Spetta all’ analista sviluppare una sensibilità all’ascolto di parole non pronunciate e nascoste a chi ascolta, ma che si svelano in toni, prosodie e movimenti come in una occulta sinfonia.

Anna Cannavina

Psicologa analista del Centro Italiano di Psicologia Analitica (CIPA) con funzioni di training e docenza, Socia dell’International Association for Analytical Psychology (IAAP)

 

Note

  • Freud (1899), L’interpretazione dei sogni, in Opere, vol. III, Bollati Boringhieri, Torino, 1966, p. 451
  • Freud (1929), Il disagio della civiltà, in Opere, vol. X, Bollati Boringhieri, Torino, 1978, p.584
  • Mancia (1981), On the beginning of mental life in the foetus, in «The International Journal of Psychanalysis», 62(3): 351-357
  • Mancia (2004), Sentire le parole, Bollati Boringhieri, p.
  • G. Jung (1944), Psicologia e alchimia, in Opere vol. 12, Bollati Boringhieri, p. 271
  • Mancia (2004), op. cit., p. 65

 

 

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