NICOLETTA BRANCALEONI Oltre i limiti

Il dottor Nowzaradan e i corpi osceni
 
«È una situazione veramente sgradevole».
Sono le parole del dottor Nowzaradan, e si riferiscono alla lite alla quale ha appena assistito tra Zsallyn e Garrett.Di cosa si tratta? Di chi sto parlando?Il dottor Nowzaradan è un anziano chirurgo iraniano che opera persone obese in un ospedale in Texas. Zsallyn è una sua paziente che in un anno ha perso 112 chili, a partire dai 270 che la costringevano ad una vita pressoché da inferma e per i quali si è sottoposta ad intervento di bypass gastrico. Garrett è suo marito che non riesce ad accettare questa nuova versione della moglie sostenendo che non è la stessa donna che ha sposato.Si tratta dei tre protagonisti di una delle puntate del reality show Vite al limite, definito in un sito internet “uno dei programmi più seguiti al mondo”1, cosa che mi è difficile smentire visto l’altissimo numero di miei conoscenti che ha eletto a beniamino televisivo il dottor Nowzaradan.«Garrett ha preferenze sessuali specifiche e gli piace una moglie grassa» dice Zsallyn con voce disperata, in un momento del docu-film. E in un altro si assiste a questo dialogo:

Z.: «Vorrei mangiare dell’insalata»

G.: «Se vuoi l’insalata vai a pascolare in giardino. Io non te la compro».

*****

«Conduco una vita miserevole, perché peso così tanto che sono costretta a letto. E ho continui dolori lancinanti a tutto il corpo, tutto il giorno. Sono messa così male che non mi alzo da oltre un anno. Ho dovuto imparare a vivere in un modo completamente diverso e è umiliante. … La mia vita è solo questo letto. Non riesco a fare altro che stare sdraiata a letto e mangiare. Mangiare mi rende felice, al sicuro. Non smetterei mai …».

Queste le parole di Octavia, che pesa 314 chili, protagonista di un’altra delle puntate del reality. Di contro, la sua coinquilina (in evidente sovrappeso anche lei) afferma tra le lacrime: «Il cibo per Octavia è conforto. Mangia in continuazione per superare tutto il dolore e la tristezza che prova dentro. È difficile stare a guardare, mi uccide … perché … come faccio a dirle che dovremmo cambiare regime alimentare?».

*****

«La mia vita è orribile. Ho sempre male ovunque. Sento la pelle in fiamme che sembra stia per sciogliersi». Stavolta la protagonista, paziente di Nowzaradan, si chiama Susan. E così continua: «Il mio peso mi sta facendo arrivare al punto di non potermi più prendere cura di me stessa. Vivo con mia mamma ed è lei che si prende cura di me». E la mamma: «Susan è stata sempre la mia bambina, ha sempre abitato con me e ho sempre dovuto occuparmi di lei. Crescendo stava sempre in sovrappeso ma continuavo a pensare che con il tempo sarebbe dimagrita. Quando Susan era triste andavo al bar e le compravo il gelato o le caramelle. E così il cibo era per lei un rifugio e un modo per evadere».

Le tre donne pazienti di Nowzaradan hanno in comune un peso corporeo che varca ogni immaginazione, sconfinando in un territorio attribuibile all’osceno.

Come dice Lacan nel Seminario II: «C’è qui un’orribile scoperta, quella della carne che non si vede mai, il fondo delle cose, il rovescio della faccia, del viso, gli spurghi per eccellenza, la carne da cui viene tutto, nel più profondo del mistero, la carne in quanto sofferente, informe, in quanto la sua forma è per se stessa qualcosa che provoca l’angoscia. Visione di angoscia, identificazione di angoscia, ultima rivelazione del tu sei questo – Tu sei questa cosa che è la più lontana da te, la più informe»2.

Ci troviamo di fronte allo schermo e di fronte a grandi ammassi di carne umana che non possono neppure essere definiti “corpi”. Forse entrano nell’ordine del «Koerper: corpo-che-ho, corpo scientifico, corpo oggetto, corpo in “terza persona”, corpo-per altri»3. E come non pensare, in questa definizione del “corpo oggetto”, “corpo-per-altri” alla relazione tra Zsallyn e Garrett, tra Octavia e la sua amica, tra Susan e la sua mamma?

Un Koerper immolato in una relazione perversa, contrario al «Leib: corpo-che-sono, corpo vissuto, corpo soggetto, corpo in “prima persona”, corpo-per-me»4.

 

Storie di perversione

Per Freud, la perversione è una negazione della castrazione con fissazione alla sessualità infantile.

Nel 19115 egli afferma che esiste un primo stadio di piacere in cui ciò che è pensato viene realizzato in forma allucinatoria, si passa poi ad un secondo stadio in cui, a seguito di una disillusione viene abbandonato l’appagamento allucinatorio. Si instaura in questo modo il principio di realtà. Contemporaneamente al principio di realtà subentra un pronunciamento dell’attività giudicante, che tenta di stabilire se una rappresentazione è vera o falsa, rispetto alla realtà. Le rappresentazioni emergenti vengono giudicate e non più rimosse in quanto generatrici di dispiacere.

Dopo questa prima affermazione, nel 1938, in La scissione dell’Io nel processo di difesa introduce l’origine della specifica relazione tra il perverso e la realtà In alcune occasioni il bambino può trovarsi a decidere se rinunciare all’appagamento pulsionale oppure negare la realtà e persistere nell’appagamento della pulsione. Insomma, si trova in un conflitto tra pulsione e realtà. Può succedere che il bambino prenda tutte e due le vie: rifiuta la realtà e non si lascia proibire nulla; al contempo, però, avverte il pericolo che viene dalla stessa realtà e lo trasforma in sintomo.

«La pulsione può continuare ad essere soddisfatta e alla realtà viene pagato il dovuto rispetto». Ma il successo si paga con una “lacerazione dell’Io”, che aumenterà con il tempo e si formerà un nucleo dell’Io scisso.

«La funzione sintetica dell’Io, così straordinariamente importante, è soggetta a particolari condizioni ed è suscettibile di tutta una serie di disturbi»6.

Istanza molto importante da considerare, rispetto alla perversione, è la formazione dell’ideale dell’Io, uno degli stadi dello sviluppo dell’Io, che dovrebbe agire come punto di passaggio dall’onnipotenza infantile alla relazione oggettuale.

«Lo sviluppo dell’Io consiste nel prendere le distanze dal narcisismo primario e dà luogo a un intenso sforzo inteso a recuperarlo. Questo allontanamento si effettua per mezzo dello spostamento della libido su un ideale dell’Io […] e il soddisfacimento è ottenuto grazie al raggiungimento di questo ideale»7

La proiezione sui genitori del narcisismo infantile permette la formazione dell’ideale dell’Io, che consente di fare i conti con il principio di realtà e con la possibilità di crearsi un piano di “speranza”, insomma di non legare tutto al soddisfacimento immediato della scarica pulsionale.

La relazione con la madre dovrebbe garantire questa presa di posizione sulla realtà attraverso esperienze accettabili di frustrazioni e gratificazioni tali da non desiderare di regredire e fissare la libido a stadi precedenti di sviluppo.

Se l’ideale dell’Io “viene condotto fuori strada”8 da una madre che, per sue questioni, non riesce a fornire gratificazioni sufficienti, c’è il rischio che il bambino fatichi a costruire modelli di identificazione, ad esempio “il desiderio di essere grande e adulto” cosicché il suo ideale dell’Io mancherà di contenuti che possano supportarne l’ulteriore sviluppo.

Come afferma Roudinesco9 la perversione, a livello clinico, è una struttura psichica. Non nasciamo perversi, ma lo diventiamo ereditando una storia sia a livello singolare che collettivo, storia in cui si combinano insieme identificazioni, traumi diversi, educazione. Il soggetto, che da bambino porta con sé i tratti di una perversione polimorfa, sceglierà cosa fare della propria perversione: ribellarsi, superarla e sublimarla, oppure la renderà motore di crimini per annientare se stesso e gli altri?

Le considerazioni sulle singolari, direi aberranti, storie di queste donne ci riconducono per via diretta a questi principi teorici sulla perversione: si tratta di situazioni che vanno aldilà dell’immaginabile, non possono essere messi limiti.

Lo scopo della perversione, secondo J. Chasseguet-Smirgel10, è quello di sfuggire alla condizione umana, tentando di liberarsi dell’universo paterno e dalle leggi che ne conseguono per vivere in un simbolico, e non solo, caos, di cui i riti dionisiaci dell’antica Grecia, in cui si praticavano travestimenti sessuali, rappresentano un esempio. Il perverso tenta di sostituirsi al padre creatore per provocare il caos e realizzare un nuovo universo in cui tutto diventa possibile.

Se vengono abolite le differenze scompare la sensazione di essere piccoli, inadeguati e scompaiono assenza, castrazione, morte, dolore psichico.

Le relazioni attuali delle tre donne “televisive” si reggono altresì su meccanismi perversi: in continui giochi di sado-masochismo; Zsallyn con il marito che la vorrebbe grassa, Octavia con l’amica che non riesce proprio a rinunciare a darle il cibo che rischia di ucciderla, Susan con la madre che la utilizza da sempre come suo sintomo. Chi sono i sadici e chi i masochisti in questi giochi perversi?

La ciccia, che cosa di meglio per tenere sotto scacco l’altro? Da entrambe le parti!

«Ho il diritto di godere del tuo corpo, può dirmi chiunque, e questo diritto lo eserciterò, senza che nessun limite possa arrestarmi nel capriccio delle esazioni ch’io possa avere il gusto di appagare»11.

Si può dire, perciò, secondo Lacan, che il sadico nega l’esistenza dell’Altro, ma ancora meglio si può dire che rigetta nell’Altro il dolore di esistere, ma senza vedere che per questa via egli si muta in un “oggetto eterno”.

 

Finte godurie, veri godimenti, fantasmi

Ma non sono solo i corpi indecenti ad accomunare le pazienti di Nowzaradan. I loro discorsi che fanno da sottofondo alle immagini sono costituiti da una serie di pesanti pianti che, in apparenza, hanno a che fare con i forti dolori fisici causati dalla loro condizione. Ma, in contemporanea ai pianti drammatici, vediamo scorrere sequenze di goduriose abbuffate. Ma, più che di goduria, è evidente che si tratta di godimenti, in cui dobbiamo far rientrare anche i piagnistei infiniti sulle sofferenze e le complicazioni del vivere una vita siffatta.

Jouissance che, nella clinica lacaniana, sta a dire che «il godimento concerne il desiderio e, precisamente, il desiderio inconscio; ciò mostra come questa nozione oltrepassi ogni considerazione sugli affetti, le emozioni e i sentimenti e ponga la questione di una relazione con l’oggetto, la quale passa per i significanti inconsci»12, e che per queste pazienti è il leitmotiv esistenziale.

Il corpo è il risultato dell’azione del linguaggio sull’organismo, è ad opera del linguaggio che l’organismo si trasforma in corpo.

Il corpo umano, a differenza di quello animale, non segue in modo ripetitivo gli schemi rigidi e prefissati che appartengono ad una specie, non ha “certezze” di tipo istintuale.

«Il Linguaggio scava l’organismo, lo mutila di una condizione di godimento originario, lo apre in quelle parti che diverranno le zone erogene, ovvero, quelle zone del corpo sulle quali si concentra il piacere come conseguenza diretta dell’azione di interdizione del godimento ad opera dell’Altro. Per essere più chiari, la bocca diventa tale quando viene “stappata” dal seno materno, quando cioè l’intervento di regolazione da parte dell’Altro genitoriale impone a quella parte del corpo una sottrazione, una limitazione dell’esigenza di continuo contatto»13.

Ma nel continuo mangiare non c’è sottrazione, come se la bocca fosse sempre alla ricerca di rimettere in bocca quel tappo che è il seno della mamma.

Infatti le parole di queste donne non sembrano collocarsi nel campo del Linguaggio, si sottraggono all’azione del simbolico in quanto sembrano avere l’unica funzione di trasformare il corpo in una sorta di teatro della carne, in cui parole e corpo non hanno il potere di agire uno sull’altro.

Tant’è che sono corpi in cui anche le normali funzioni fisiologiche sono alterate e gli organi interni soffrono terribilmente il carico che li costringe ad un lavoro improprio e che diventa impossibile. Sono situazioni in cui la pulsione non incontra l’Altro, il corpo non è metaforizzato dal Simbolico e la pulsione di morte diventa una spinta verso la morte, verso la totale autodistruzione.

«So che il mangiare mi porterà alla morte, ma non posso farne a meno» dicono le tre donne.

«Il proprio corpo, infatti, lo si ha, non lo si è a nessun livello» dice Lacan14. Quando tutta la propria energia viene assorbita dall’interesse per il proprio corpo e ci si può occupare solo del suo puro reale, in modo afinalistico e legato da meccanismi di causa-effetto non è possibile occuparsi della propria vita.

Freud parla dei benefici secondari delle malattie che, in molti casi, si sostituiscono al disagio psichico.

Si assiste, in questo reality, ovviamente per mezzo di sceneggiature ben costruite, allo svilupparsi di situazioni per cui le persone, ad un certo punto, sono urgentemente costrette a ricorrere alla medicina per non morire. Il loro cuore non è più in grado di funzionare «Non ce la fa più a pompare per quattro o cinque persone!» minaccia Nowzaradan.

 

Il fantasma giustificativo

Le biografie di questi pazienti (moltissimi, si è arrivati alla settima edizione del programma) sono costruite in modo preciso, accurato e sembrano seguire un copione che riconduce a traumi (in genere infantili) i problemi contingenti. C’è sempre un divorzio doloroso dei genitori, un padre alcolista, una madre abbandonica, spesso si tratta di abusi sessuali ad opera di parenti, amici di famiglia, e così via.

Si tratta di copioni costruiti, immaginiamo, su storie realmente accadute. Il tutto si regge su un livello immaginario in cui circola unicamente il godimento perverso ed in cui non c’è mai una domanda sul senso di quanto sta accadendo.

Sostiene Lacan: «Diciamo che il fantasma, nel suo uso fondamentale, è ciò grazie a cui il soggetto si regge al livello del proprio desiderio evanescente, evanescente perché la stessa soddisfazione della domanda gli sottrae il suo oggetto»15.

«Nel fantasma noi vediamo allestita la messa in scena del venir meno del soggetto di fronte al mancare della Cosa, quella sorta di estrema quanto inconscia riparazione simbolico-immaginaria a un cedimento strutturale avvenuto a livello ontologico, cedimento da cui proviene ciò che Lacan chiama, nel suo significato più generale, il “soggetto parlante”. Il fantasma è così al contempo un’illusione ma anche l’estrema risposta al venire a mancare della Cosa come fondamento dell’essere del soggetto. […]

A livello linguistico, simbolico, si presenta come una proposizione. A livello immaginario, esso è una scena e si presenta in maniera statica, ricorsiva, quasi raggelata in un singolo istante vieppiù ripetuto»16.

Dice ancora Lacan: «I fantasmi, ma non è qui che forniamo al soggetto quella gratificazione in cui l’analisi si impantana?»17.

Se non ci trovassimo di fronte a “casi televisivi”, ma con nostri pazienti non sarebbe etico lasciare «il paziente in quel punto di identificazione puramente immaginaria»18.

 

Gabbie antiche e gabbie contemporanee

Patrizia arriva, poco tempo fa, con una richiesta un po’ confusa di aiuto. Dice di stare male per due motivi: non dialoga più in nessun modo con il marito e si sente male “fisicamente” perché pesa tanto, tantissimo, così tanto che fa una terribile fatica a camminare.

Il suo peso si aggira intorno ai 150 chili, è molto piccola di statura e respira con difficoltà. Appena entra ansima per alcuni minuti, anche se sale in ascensore.

Al primo incontro sostiene con grande enfasi che i suoi genitori erano persone bravissime e che lei è cresciuta in una situazione di serenità, «mamma e papà litigavano di rado».

Il marito è impiegato in una grande azienda e non guadagna molti soldi, anche se cerca di fare tanti straordinari. Lei ha smesso di lavorare quando è nato il secondo figlio, 11 anni fa. Il primo figlio ha 15 anni.

Il motivo con cui Patrizia apre ogni seduta, per molti mesi, è che non riesce a smettere di mangiare, soprattutto gelati. «So che mi fanno male, ma non resisto. Entro al supermercato, li compro e poi, a casa, me li mangio, ogni giorno».

La storia dei gelati prosegue finché non riesce a dire che dopo la morte del padre, per tutta una serie di questioni fiscali, deve pagare più di cinquantamila euro di debiti che lui le ha, inaspettatamente, lasciato in eredità. E lei non li ha. È stata costretta a chiederli al marito ed ora si sente umiliata.

Al momento ha trovato un piccolo lavoro e questo la rassicura un po’, ma con il marito lei non ha più nessuna “vicinanza” e non sa come comportarsi. Il debito che ricade su di lei per via paterna si associa a quello che lei sente nei confronti del marito ….

 

Franca è gravemente malata: ha una malattia degenerativa che peggiorerà di sicuro. Attualmente pesa intorno ai 160 chili e lei sa benissimo che la sua patologia con il peso eccessivo non può che aggravarsi. Da bambina sua madre le dava da mangiare merendine e cioccolata. Poi, la sera, la teneva a dieta con il minestrone. Per tutta la vita, ora ha una cinquantina d’anni, si è sentita dire dalla mamma che è troppo grassa ed è incapace.

«Dottoressa, riempio ogni settimana il frigorifero di verdure e di cibi sani. Ma poi li lascio lì e mi mangio dolci e cioccolata. Mia madre mi dice che non so cucinare».

Questi due “accenni” clinici spostano la questione sul versante etico della psicoanalisi. Non restare ancorati al fantasma e al godimento del mangiare illimitato e dannoso, per tentare di far assumere al paziente la posizione di soggetto. Di soggetto desiderante che non è un corpo, ma che ha un corpo. Anche da curare dal punto di vista dell’organismo, ma che non può essere fine e mezzo della propria esistenza.

Il lavoro deve tenere conto dei cosiddetti benefici secondari dei sintomi che, nel caso di entrambe le mie pazienti, fanno sì che dipendano, a livello economico e non solo, dai propri mariti.

Così come le pazienti di Nowzaradan, Patrizia e Franca, hanno reso il loro corpo una gabbia: protezione e prigione al contempo. Ciò permette di vivere in una posizione infantile, parassitaria e, comunque, di dipendenza dall’altro.

Dipendenza dal cibo, ad un primo livello, che crea dipendenza dall’altro con cui si vive.

 

Non molto tempo fa nel leggere Il morso della reclusa, bellissimo giallo di Fred Vargas che ancora una volta racconta dell’ispettore Danglard, sono venuta a conoscenza del fenomeno delle recluse che, a partire dall’alto Medioevo si è diffuso in Europa. Si trattava di donne che, “per libera scelta” decidevano di rinchiudersi per tutta la vita in piccolissime celle, spesso vicino o internamente ai monasteri, dove vivevano della carità di coloro che gli portavano qualcosa in elemosina. Il vivere senza luce, se non quella che filtrava da un piccolissimo pertugio per far passare il cibo, e senza il minimo agio rendeva queste donne degli esseri mostruosi.

«Recluse. Alcune sopravvivevano in quelle cellette buie per cinquant’anni.  Capelli crescevano come un vello dentro il quale correvano gli insetti, le unghie si incurvavano come artigli, così lunghi che si avvitavano su se stessi, la pelle si ricopriva di uno strato di sporcizia, il corpo di una puzza immonda, gli escrementi e il cibo decomposto formavano il giaciglio»19.

Nella pur evidente diversità storica, pare che le donne utilizzino sempre le stesse modalità difensive per evitare di entrare in contatto con parti di sé sofferenti. Si dovrebbe in questi casi affrontare il discorso da un punto di vista junghiano secondo la teoria degli archetipi. Ma ciò ci porterebbe lontano e qui ci “accontentiamo” di pensare a certe modalità come caratteristiche di persone che non riescono ad affrontare la propria esistenza. La propria castrazione.

 

Reality, Social e Big Other

«La voglia di conquistare la ribalta della scena pubblica non è stata completamente sedata dai reality show, oggi sono altri media, con caratteristiche tecniche più specifiche, a dare risposte maggiormente efficaci ai desiderata dei pubblici. Penso in particolare a Facebook e Instagram, che con la logica di funzionamento della televisione intrattengono un rapporto strettissimo. Oggi ciascuno può mettere in scena il proprio reality quotidiano: è sufficiente possedere uno smartphone e avere alcuni rudimenti di fotografia o di videoediting e ci si può rivolgere a una audience potenzialmente sterminata, mettendo in vetrina il proprio quotidiano. Questo è anche il motivo per il quale i reality, negli ultimi anni, sono stati spesso penalizzati dai dati di ascolto. È abbastanza ingenuo pensare che il reality show sia morto, al contrario, io credo che il reality si sia fatto mondo. Intendo dire che la sua forma culturale ha pervaso sia i nuovi media digitali sia buona parte delle trasmissioni che affollano i palinsesti della televisione contemporanea. […] Tra il pubblico e lo spettacolo televisivo c’è un inedito patto di chiarezza che ha preso piede dopo l’avvento dei reality. Non è forse questo il segno di una presenza indelebile del reality show sui funzionamenti dei media contemporanei? La televisione non è uno strumento da conoscere per essere utilizzato nel modo più efficace possibile, è una tecnologia incarnata, che influenza i comportamenti dell’uomo in ragione delle sue caratteristiche etiche ed estetiche, che si trasformano in altrettanti mutamenti culturali»20.

 

Pensare alla televisione come ad una “tecnologia incarnata” fa spavento, ma il fascino che subiamo da parte dei reality dimostra che esiste una forte connessione tra la realtà che viviamo, e nella quale strutturiamo i nostri legami sociali, e la sua rappresentazione/riproduzione di tipo virtuale, laddove lo statuto della virtualità viene superato dal fatto di sapere che si sta assistendo a fatti “veri” ed emozioni “vere”. C’è quindi un processo identificativo immediato.

La questione è che il tutto è soltanto supposto: si ha sempre l’incertezza rispetto alla veridicità dei fatti. Figuriamoci di quella dei sentimenti!

La forza culturale di tutto ciò che concerne i social, a partire dal primo di essi, e cioè la tv, è la potenza della diffusione, oltre che l’incredibile velocità con la quale le notizie, i modelli e le mode si diffondono.

Spostandoci su un livello superiore, di tipo metariflessivo, mi sembra interessante tenere in considerazione le tesi di alcuni filosofi, come Soshana Zuboff che critica quello che lei definisce “capitalismo digitale” che tende a dominare le nostre coscienze.

Si tratta di The Big Other, il Grande Altro: «non c’è bisogno di una sottomissione di massa alle norme sociali, nessuna resa del proprio sé al collettivo indotta dal terrore e dalla coercizione, nessuna offerta di accettazione e di appartenenza come ricompensa per essersi piegati al gruppo. Tutto questo viene superato da un ordine digitale che prospera nelle cose e nei corpi e che trasforma la volontà in rinforzo e l’azione in risposta condizionata. In questo modo il potere strumentale produce enormi volumi di dati e conoscenza per i capitalisti della sorveglianza e fa diminuire infinitamente la nostra libertà, mentre rinnova continuamente il dominio del capitalismo della sorveglianza sulla divisione del sapere nella società (…) Un tempo il potere si identificava con la proprietà dei mezzi di produzione, oggi invece si identifica con la proprietà dei mezzi in grado di modificare i nostri comportamenti»21.

Ma proprio in virtù del fatto che siamo di sicuro vittime di questo nuovo sistema di controllo, nella nostra professione dobbiamo tener conto di quello che da questo mondo “ipercontrollato” deriva e che, attraverso i pazienti entra nel nostro studio.

Tonando ai reality, trascurando in questo contesto i reality personali creati su Instagram (che qualcuno ha definito il social delle vanità) e su Facebook, bisogna riconoscere che esistono format che hanno dei contenuti sorprendenti.

Ad esempio, tra i più importanti, troviamo:

«Bump. Webserie che simula un reality show. Tre attrici sono alle prese con delle false gravidanze indesiderate e un ginecologo. Decide il pubblico chi delle tre abortirà.

Dom 2. Il Grande fratello russo più lungo al mondo, con 1800 giorni continui di trasmissione alle spalle. Sospeso per le troppe e frequenti scene di sesso esplicito tra gli ospiti della Casa, che entrano e riescono continuamente dal programma.

Unan1mous. Nove sconosciuti vengono rinchiusi e rimarranno dentro ad un bunker fino a quando non hanno deciso all’unanimità a chi assegnare il ricco montepremi in palio. I concorrenti sono isolati dal mondo esterno: nel caso in cui uno di loro decidesse di abbandonare volontariamente il gioco, il montepremi verrebbe ridotto di un terzo.

Toddlers & Tiaras. Le telecamere seguono i sogni e le delusioni di mamme e bambine impegnate nei concorsi di bellezza.

Uman Take Control. I concorrenti, vestiti con improbabili tutine fantascientifiche, sono in balia dei telespettatori, che decidono dal mangiare al dormire, le azioni dei partecipanti

Shattered. È il reality più pericoloso per la salute dei suoi concorrenti. L’unica prova che si chiede ai partecipanti è di non chiudere occhio per sei giorni, pena l’eliminazione dalla Casa»22

Possiamo supporre che, considerando i contenuti di queste serie televisive, nel guardare diamo spazio a quel voyeurismo, cioè a quella forma di perversione che, come sostiene Roudinesco, con maggiore o minore forza, è parte costitutiva di ognuno di noi?

Tornando al dottor Nowzaradan, m viene da pensare che il successo deriva, almeno in parte, dal lieto fine di molte delle puntate. Lui è una sorta di eroe, colui che dà un taglio al godimento, minacciando in modi un po’ bruschi e talvolta anche ridicoli (tanto che è oggetto sul web di numerose vignette umoristiche) i suoi pazienti, con il fine di fermare i comportamenti autodistruttivi. Insomma, pone in essere la Legge, quella della vita in opposizione alla volontà di morte. Ma sarà vero quello a cui assistiamo?

Fin dove arriva la finzione?

Comunque è certo che quei corpi, anzi quegli organismi, per essere più corretti, entrando nel registro dell’orrido, evocano nello spettatore televisivo qualcosa di sé, di profondo. E, parimenti, lo affascinano.

«[I perversi] esibiscono ciò che noi incessantemente dissimuliamo: la nostra negatività, la parte oscura di noi stessi»23

 

Nicoletta Brancaleoni

Psicologa, Psicoterapeuta con Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica in ambito individuale, di gruppo e istituzionale, Membro Associato S.I.Ps.A. (Società Italiana Psicodramma Analitico)

 

Note

1) https://virali.video/vite-al-limite-tutte-le-storie-dei-pazienti-del-dottor-nowzaradan-che-non-sono-finite-bene/

2) J. Lacan, Il seminario. Libro II. L’Io nella teoria di Freud (1954-55), Einaudi, Milano, 2006, p.199

3) G. Stanghellini et al., Atlante di fenomenologia dinamica, , Edizioni Magi, Roma, p. 109

4) Ibid., p. 109

5) S. Freud (1911), Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico in Opere, vol. VI, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, p. 454

6) S. Freud (1938), La scissione dell’Io nel processo di difesa, in Opere, vol. XI, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, pp.ss.557

7) S. Freud (1914), Introduzione al narcisismo, in Opere, vol. VII, Bollati Boringhieri, Torino, 1975, p.470

8) Ibid.

9) É. Roudinesco, La parte oscura di noi stessi. Una storia dei perversi, Angelo Colla, Costabissara (Vc), 2008, p.85

10) J. Chasseguet Smirgel, Creatività e perversione, Raffaello Cortina, Milano,1987, p. 17

11) J. Lacan (1963), Kant con Sade, in Scritti, Einaudi, Torino, 2002, p.768

12) R. Chemama, B. Vandermersch, Dizionario di Psicanalisi, Gremese, 2004, p.142

13) F. Lolli, Il corpo parlante in Corpi ipermoderni. La cura del corpo in psicoanalisi, L. Porta (a cura di), Franco Angeli, Milano, 2012, p. 28

14) J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII, Il Sinthomo, Astrolabio, Roma, 2006, p. 146

15) J. Lacan, La direzione della cura, in Scritti, 1958, Einaudi, Torino, 2002, p. 633

16) A. Ciappa, Linguaggio e fantasma nell’opera di Jacques Lacan, Tesi di Dottorato, Università degli studi di Napoli “Federico II”, Facoltà di lettere e filosofia; Dottorato in scienze filosofiche XIX ciclo, a.a. 2006-2007, p.8

17) J. Lacan (1958), op. cit., p. 633

18) Ibid., p.635

19) F. Vargas, Il morso della reclusa, Einaudi, Torino, 2018, p. 256

20) T. Vagni, intervista su www.letture.org

21) S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss edizioni, Roma, 2018, pp. 378-379

22) https://tvzap.kataweb.it/foto/40811/tutti-pazzi-per-i-reality-gli-show-piu-assurdi/#7

23) É. Roudinesco, op. cit., p.12

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