AGNESE DESIDERATI Simboli e immagini nell’era digitale

«Non si è più soli con se stessi.
Adesso si è soli con lo smartphone».
Dal web

 

La nostra società dipende sempre più sensibilmente dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sia per il suo funzionamento che per il suo sviluppo. Un numero crescente di persone trascorre tutta la propria vita adulta allacciato a strumenti come i social network, la posta elettronica, il World Wide Web, investendo, oltre che risorse economiche (acquisto di telefoni, tablet, computer, credito telefonico, etc.) anche, e soprattutto, una risorsa importante per tutti: il proprio tempo.

Perché un numero sempre più elevato di persone trascorre una quantità considerevole della propria giornata a diffondere notizie sul proprio conto? Perché esistono “luoghi” della rete che ospitano blog di famiglia dove annunciare un matrimonio, l’andamento di una malattia o le foto ricordo con i nonni? Perché vi sono persone che pubblicano in diretta il confezionamento di ciò che mangeranno oggi a pranzo o foto dei momenti intimi trascorsi con i propri familiari? Perché due coniugi si fanno gli auguri di buon anniversario di matrimonio sulla propria pagina Facebook? Le domande, a questo proposito, potrebbero essere sterminate. Tutto sta improvvisamente cambiando, anche il modo in cui ci si si frequenta o ci si innamora. Le cosiddette applicazioni di networking geosociale (Grindr, Tinder) consentono di fare nuove amicizie, in forma più o meno anonima e Luciano Floridi (2014), citando alcune ricerche svolte di recente, racconta che nel Regno Unito i tweet sono il modo preferito per iniziare un legame sentimentale; la tecnologia è anche il mezzo preferito per chiudere una relazione (il 36% per telefono, il 27% con un messaggio, il 13% tramite un social network). Addirittura, la costruzione dell’identità personale, ormai, passa attraverso la scrittura e la stressante pubblicazione del proprio profilo online, il nuovo biglietto da visita, che spesso innesca una sorta di “ansia da presentazione”. Perché tutto questo?

Con l’avvento di internet e la diffusione planetaria del medium digitale, simboli ed immagini sono diventati elementi focali per la comprensione della realtà.

Si registra un uso diffuso di nuove forme di espressione delle emozioni, apparentemente neutre ed universali, come ad esempio le emoticon ed i selfie, che sembrano facilitare la comprensione cross-culturale nel mondo ormai globalizzato.

Immagini e simboli sono, non solo immediati e fruibili, ambivalenti e strettamente collegati alla sfera emotivo affettiva e socio culturale.

Il termine simbolo rimanda al tema dell’unità in quanto indica il “mettere insieme” due parti distinte: esprime, cioè, una convenzionalità che presuppone un significato condiviso (Peirce), tenendo conto del suo potere cognitivo, che consente all’individuo di plasmare ed accogliere elementi nuovi.

L’ “integrazionismo simbolico” sottolinea come gli individui agiscono rispetto alle cose sulla base del significato che attribuiscono ad esse e come tale significato, proprio perché nasce dall’ interazione tra gli individui, risulta condiviso.

Il concetto di simbolo diventa, un universale teorico-culturale e la sua peculiarità universalità formale si dà nel permanere di un determinato significato nel tempo.

La “comprensione del mondo” non è un semplice recepire i dati in maniera passiva ma implica sempre una libertà attiva dello spirito, un’attività creatrice. Il simbolo diventa il tramite grazie al quale è possibile comprendere non solo il linguaggio dell’uomo, ma l’uomo stesso.

Questa visione la possiamo anche collegare al mondo virtuale: gli esseri umani attribuiscono un significato a ciò che l’altro comunica.

Nelle relazioni e nei processi di interpretazione, il corpo e il volto umano hanno un ruolo fondamentale. Mediante esso, si attuano le dinamiche comunicative più complesse e si mette in moto il meccanismo dell’interpretazione delle emozioni e delle intenzioni dell’interlocutore.

La virtualizzazione dell’immagine non va intesa come dematerializzazione, né come disincarnazione, ma come una incarnazione sotto diversa forma. Internet diventa un medium da utilizzare e una lente attraverso cui guardare il mondo, capace di modificare ed alterare la percezione della realtà. Siamo immersi in un contesto multimediale in cui sono cadute le barriere spazio-temporali: l’hic et nunc si traduce in hic et ubique.

 

Si dice, ormai, che l’“uomo della strada” si stia rapidamente trasformando nell’ “uomo della stanza”. Potrebbe sembrare un paradosso: siamo nell’era della comunicazione e ci troviamo a parlare di solitudine? Abbiamo a disposizione strumenti per comunicare che fino a qualche tempo fa sarebbe stato impossibile immaginare, e stiamo rischiando addirittura di rimanere più soli? Non è per niente semplice districarsi tra queste domande, ma una psicologa americana Sherry Turkle (Boston, 1948), profonda conoscitrice del mondo tecnologico e dei suoi paradossi, se non altro perché ha studiato la rivoluzione digitale in tutti i suoi aspetti, dall’apparire dei primi computer fino ai nostri smartphone e tablet, cerca di dare una spiegazione o quanto meno una visione di ciò che sta coinvolgendo il nostro tempo.

Come lei stessa ha affermato in un Ted-talk[1], Turkle sostiene che le tecnologie mobili ci stiano portando proprio dove non vorremmo andare e, da un punto di vista psicologico, esse stanno cambiando non solo quello che facciamo, ma anche, e soprattutto, quello che noi “siamo”, condizionando profondamente la nostra vita.

Turkle affronta il complesso enigma degli effetti psicologici che l’informatica e i nuovi ambienti virtuali nati con le nuove tecnologie hanno sull’individuo e sulla società. Con la sua riflessione sulla solitudine e sulle nuove solitudini nell’era dei social network e dei social media, sui risvolti psicologici individuali e sui comportamenti sociali, la studiosa americana cerca di capire in che modo la tecnologia abbia un discreto impatto anche sulle malattie e sulle dipendenze: il DSM-5, il manuale diagnostico dei disturbi mentali, ha al suo interno, già da un po’, diverse patologie legate all’uso dei dispositivi e delle applicazioni digitali, una per tutte l’Internet Addiction Disorder (IAD), come risultato degli effetti che le nuove tecnologie della comunicazione hanno sulla vita individuale, sociale e professionale delle persone, e che si manifesta attraverso un utilizzo intensivo e ossessivo della Rete e delle sue applicazioni.

È importante una precisazione: solitudine e isolamento sono due modi radicalmente diversi di vivere, anche se spesso vengono confusi. Essere soli può voler dire non sentirsi soli, ma separarsi temporaneamente dal mondo delle persone e delle cose, dalle quotidiane occupazioni, per rientrare nella propria interiorità e nella propria immaginazione – senza perdere il desiderio e la nostalgia della relazione con gli altri, con le persone amate, e con i compiti che la vita ci ha affidato; siamo isolati, invece, quando ci chiudiamo in noi stessi, perché gli altri ci rifiutano o più spesso sulla scia della nostra stessa indifferenza o di una volontaria esclusione sociale.

Il tema della solitudine al centro delle riflessioni della Turkle è quello della solitudine provocata dalla nostra vita online. Secondo Bauman, il successo dei social network dipende dal fatto che i fondatori delle varie piattaforme hanno intercettato e sfruttato il crescente disagio esistenziale rappresentato dal desiderio di evitare la solitudine. I computer, entrati di prepotenza nelle nostre vite, almeno in prima battuta per facilitare calcoli, per essere usati in ambito lavorativo e scolastico, hanno aperto la strada a una sempre maggiore personalizzazione dello studio e del lavoro, ma è stata la comparsa di smartphone e tablet, la loro portabilità e lo sviluppo di applicazioni dedicate ad aver modificato totalmente la nostra giornata e le nostre abitudini. Tutto ruota attorno al dispositivo mobile che abbiamo sempre a portata di mano: per esempio, portare il telefono all’orecchio, o anche una a occhiata una volta tirato fuori dalla tasca o dalla borsa, serve a congedarsi dalle persone con cui dialoghiamo o a interrompere una discussione. Ci troviamo ormai nell’infosfera (Floridi, 2017), quello spazio globale dominato e gestito da applicazioni informatiche, oltre che dai mass-media tradizionali.

Com’è noto, la solitudine può essere considerata sotto vari aspetti (Mazzucchelli, 2014): può essere distinta, come ha detto Eugenio Borgna, in solitudine interiore/creatrice e dolorosa/isolante; oppure può essere forzata, come nel caso del carcere o della malattia; può essere ricercata, come nel caso di chi si lancia in un’esplorazione della propria interiorità e del proprio sé; oppure può essere indotta, ed è proprio questo tipo di solitudine che ha, secondo la Turkle, una relazione stretta con il mondo dei social network e dei social media. Abbiamo scoperto che il mondo della connettività si sposa alla perfezione con una vita piena di impegni e di lavoro e ora desideriamo che la Rete ci difenda dalla solitudine. La domanda cruciale, alla quale la studiosa statunitense tenta di rispondere, è la seguente «siamo sempre più soli e la tecnologia mette in risalto il problema della solitudine oppure la tecnologia è, in qualche modo, anche responsabile di tutto ciò?». Non è per niente semplice rispondere, ma partiamo dall’inizio.

Nella seconda parte del volume, dal titolo Tutti connessi. Nell’intimità, nuove solitudini, l’attenzione si sposta sugli ambienti di networking sociale, un argomento di interesse cruciale, con il quale, ormai, abbiamo a che fare tutto il giorno, tutti i giorni.

La studiosa mette in evidenza le storie di novelli cyborg, ragazzi sempre online, liberi da scrivanie e cavi perché muniti di dispositivi wireless e display digitali applicati sulle montature degli occhiali, convinti di sperimentare, attraverso la connessione continua, la loro produttività e la loro memoria, nativi digitali che prima di cominciare a conversare con qualcuno, lo cercano sulla rete per controllare le amicizie in comune o i loro incontri precedenti, in modo da sentirsi più preparati, più socievoli e, tutto sommato come essi dicono, “persone migliori”, perché la molteplicità dei mondi che hanno a disposizione li rende diversi, più sicuri di sé: «mentre sono con noi, sono anche da molte altre parti». Oggi siamo tutti dei cyborg, perché tutti i dispositivi di un tempo sono stati assemblati in uno solo, lo smartphone che, ricordiamolo, svolge compiti che pochi anni fa pensavamo irrealizzabili (si pensi soltanto a quella celebre app, a disposizione di tutti, che “ascolta” una canzone, la riconosce e ci segnala titolo e autore), anzi, degli inforg, come direbbe Floridi.

Oggi i sintomi dominanti della nostra società iperconnessa sono, in modo particolare per adolescenti e giovani adulti, la paura dell’isolamento e dell’abbandono, la dipendenza da relazioni virtuali, mentre è evidente che i nostri profili online esistono in funzione del numero dei contatti e della loro intercambiabilità. Senza pensare che in questo modo siamo continuamente controllati o, come si dice in gergo, “profilati”: dietro alla rivoluzione tecnologica c’è sempre il sospetto che, oltre ad una rivoluzione, siamo di fronte anche ad un’immensa operazione commerciale (un social network “creativo” come Pinterest è sfruttato dalle grandi multinazionali dell’hobby, uno strumento come Facebook ci fa vedere annunci commerciali sulla base dei nostri desideri o addirittura viene utilizzato per cercare di capire quali sono le nostre idee in fatto di scelte politiche, etc.).

Tra le immagini più emblematiche e caratteristiche che circolano sui social network e media elettronici sono, ormai, famosi i selfie, scatti fotografici con i quali le persone realizzano autoritratti tramite smartphone: la loro funzione è sostanzialmente quella di comunicazione dei propri stati d’animo e di autopromozione della propria immagine.

I selfie raccontano, spesso, di persone sole che non vogliono restare nell’isolamento, a cui in qualche modo si sentono condannate, e che vogliono uscire dall’ombra dell’anonimato cercando interlocutori per i quali esistere.

Documentano non soltanto esibizioni di competenze positive particolari o momenti di storia quotidiana ma anche emozioni tumultuose e violente con l ‘intento soprattutto di comunicare e suscitare forti emozioni.

Le immagini virtuali fanno ormai parte di quel processo di spettacolarizzazione dell’esistenza che Internet, i social network e i media elettronici quotidianamente alimentano nel mondo virtuale.

La diffusione di certe tipologie di selfie non costituisce più un banale strumento di documentazione ma segnano il diffondersi di una mentalità e di un orientamento narcisistico ed estetizzante che, rappresenta la denuncia di quanto problematico sia ormai per la persona entrare in dialogo con gli altri e con il mondo, instaurare una relazione face to face, fare i conti con la diversità e con le difficoltà dell’esistenza.

La realtà dell’immagine digitale è divenuta un flusso continuo inarrestabile dove l’apparire sta prendendo il posto del rappresentare che, a sua volta, ha preso il posto dell’essere.

Bauman sostiene che la grande attrazione del web è il comfort, la possibilità̀ di fare più̀ cose con meno sforzo e più̀ velocemente. Il vantaggio della rete è la possibilità̀ di una comunicazione istantanea, anche se questa possibilità̀ ha delle conseguenze, degli svantaggi non calcolati. Per Bauman, i social media spesso sono una via di fuga dai problemi del nostro mondo offline, una dimensione in cui ci rifugiamo per non affrontare le difficoltà della nostra vita reale, con la conseguenza di una crescente fragilità dei rapporti umani. Le condizioni create dalla Rete e dall’era digitale rendono l’attenzione fragile e incostante, incapace di andare in profondità̀. Ecco perché́ i messaggi online devono essere brevi e semplici. Grazie a Internet è molto più̀ facile entrare in connessione con la sfera pubblica. Solo pochi anni fa, non era possibile intercettare i personaggi pubblici: dialogavano solo con grandi testate giornalistiche, le tv, le radio. Oggi sono venute meno molte barriere”. Da un lato, insomma, l’informazione è più alla portata di tutti. «Ma c’è un’altra faccia della medaglia», aggiunge Bauman: i blog, i siti di informazione on line sono molto attenti al numero dei lettori, al numero di fan sulla pagina Facebook. Eppure, tutto ciò nasconde un paradosso: diciamo spesso che il mondo è diventato complesso, ma abbiamo creato una cultura della comunicazione che ha diminuito il tempo necessario alla riflessione. Avere più tempo per pensare implica spegnere i telefoni, ma ciò non è semplice perché essi forniscono quello che Turkle chiama «GPS sociale e psicologico per i sé allacciati».

La società (americana) descritta da Sherry Turkle, schiava di un’“attenzione parziale continua”, è fatta di persone che vogliono controllare ogni cosa, in fondo anche quando si comunica per messaggio, piuttosto che per telefono, si tenta di mantenere una distanza che consente di “non dire troppo” o di non andare “fuori controllo”, e poi il multitasking si sta trasformando lentamente in multi-lifing, cioè non solo mescolare vita reale e vita virtuale, ma vita reale e una pluralità di vite virtuali come accade quando una persona ha una pluralità di profili social, che spesso riflettono età diverse per sperimentare identità diverse tra loro.

Secondo la psicologa americana, i nostri sé online sviluppano personalità distinte che a volte ci sembrano migliori, mentre sono in molti a non perdere occasioni per apparire su un palcoscenico virtuale più grande. «È ciò che io chiamo “il sostituto povero della celebrità”», ha detto una volta il sociologo polacco. Secondo Bauman, il successo, oggi, è essere visti da quante più persone possibili, mentre il peggior incubo della nostra società è essere esclusi, abbandonati, trovarsi in una posizione in cui nessuno ha bisogno di noi.

Bauman, ad esempio, nella sua analisi della società̀ attuale, sostiene che è profondamente mutato, negli ultimi anni, anche il nostro modo di intendere il tempo delle nostre vite. «Nella società̀ di oggi sono cambiati la nostra percezione e il nostro uso del tempo. Siamo meno in grado di fare programmi, perchè́ siamo sempre più consapevoli che gli eventi della nostra vita sono imprevisti e imprevedibili. Prima il nostro tempo era strutturato in un certo modo – c’era il tempo dell’ufficio e il tempo della casa, il tempo del lavoro e quello del riposo e si lottava per pianificarlo nella maniera più solida possibile. Oggi queste divisioni stanno venendo meno. Ci sono solo eventi istantanei, che capitano inattesi. La nostra percezione del tempo si riassume nell’espressione “il tempo è adesso”». In questa trasformazione hanno molto a che fare le nuove tecnologie e i social media, che hanno inaugurato l’epoca della comunicazione istantanea. «Con smartphone, tablet e pc, noi siamo sempre presenti, sempre connessi» e il tempo della nostra vita privata non ne trae certo beneficio. I luoghi pubblici sono luoghi in cui la gente ha smesso di parlare e insieme a questa presenza costante che ci viene imposta on line, siamo spesso assenti al nostro mondo off line – «penso per esempio all’immagine sempre più frequente di un gruppo di amici, ciascuno con il proprio telefono in mano: sono insieme solo fisicamente, ma ognuno è “spiritualmente” trasportato in altri mondi».

  1. Baudrillard, potendo fare un collegamento con quanto sopra, parla di invito al silenzio, da intendersi come una pausa nello scorrere continuo, che disvela l’horror vacui dell’uomo postmoderno. Sarebbe importante il recupero al “tempo diastematico” (2008, G. Dorfles), cioè, un tempo della pausa che riuscirebbe a dare nuovamente senso e capacità creativa all’uomo e potere evocativo alle immagini.

È importante ricostruire un tempo della parola, la stessa capace di rompere il fluire incessante di parole vacue, che squarcia il silenzio e cerca di spiegare, nel senso etimologico di “levare le pieghe” dalle cose, dai concetti, dalle trappole iconiche suggestive ed accattivanti. Soltanto fornendole nuovi strumenti logici, psicologici e spirituali potrà capire le cose e le immagini, conoscerle, destrutturarle, decifrarle ed interpretarle, senza rimanere catturata dalle emozioni che esse cercano di provocare in lei.

Sono le immagini e le emozioni le nuove e più potenti armi d nostro tempo, quelle che stanno condizionando lo sviluppo delle coscienze e dei sentimenti al punto da eridere le basi stesse della nostra civiltà, quelle di fronte alle quali stiamo diventando sempre più inermi e sguarniti.

Mediante le immagini si convincono i soggetti più fragili a percepire e vivere la vita come uno spettacolo su cui giocare la rappresentazione di un potere che spesso è tale solo perché riesce a ridicolizzare o umiliare gli altri.

La potente forza emotiva che scaturisce da simboli ed immagini è a disposizione di chiunque voglia intervenire, sia per aprire e rafforzare il fronte del dialogo o, all’ opposto, per allargare le crepe e le fratture che le tante fragilità hanno già prodotto nei sistemi sociali, culturali, economici e politici.

Chiunque, oggi, operi in campo socio-educativo non può non sentirsi impegnato a lavorare con/su immagini e simboli, sia per svelare le trappole annidate nei tanti meandri della rete e della comunicazione, sia per insegnare a riconoscere quell’umanità delle persone che sta sempre al di là a al di sopra dei simboli.

 

Agnese Desiderati

Psicologa, psicoterapeuta, psicomotricista neurofunzionle, libera professionista

 

Bibliografia

Bauman Z. (2007), Consuming Life, Polity Press, Cambridge, 2007, trad.it. Consumo, dunque sono, Laterza, Bari, 2010

– (2013),Danni collaterali, Laterza, Bari Borgna E., La solitudine dell’anima, Feltrinelli, Milano 2011

Blumer H. (1969), Interazionismo simbolico, Il Mulino, Bologna, 2008

Cassirer E. (1948), Saggio sull’uomo, Longanesi, Milano, 1994

Dorfles G. (1980), L’intervallo perduto, Einaudi, Torino

Ekman P.(1972), Universal and Cultural Difference in Facial Expression of Emotion, in Cole J. (ed.), Nebraska Symposium of Motivation – 1971, vol. 19, University of Nebraska Press, Lincoln, NE, pp. 207-283-

Floridi L. (2014), La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, Milano 2017

Longo G.O. (1998), Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra cultura, Laterza, Bari

Mazzucchelli C. (2014), La solitudine del social networker, Delos Digital, (ebook)

 

[1] https://www.ted.com/talks/sherry_turkle_alone_together

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