ANTONIE FRATINI Un disagio psicosociale

Isterico, fobico, paranoico … sembra che oggi la moda degli insulti parli il linguaggio della psicopatologia. Questi termini sono spesso impiegati senza troppe licenze poetiche da persone, giornalisti e autori che ne ignorano il preciso significato o se lo dimenticano facilmente per colpire avversari politici o più semplicemente per offendere persone a loro antipatiche. Questo non significa tuttavia che i disagi siano scomparsi.Nonostante l’enorme sponsorizzazione e uso degli psicofarmaci e delle tecniche psicoterapiche spicce, la sofferenza psichica continua a fare cattiva compagnia a pazienti e analizzandi. Di certo le “grandi isteriche” dei tempi di Jean Martin Charcot preferiscono calcare altri scenari, magari più religiosi, e quelle intense somatizzazioni curate al Berggasse 19 di Vienna sono, è vero, diminuite di numero e di gravità. Ma l’isteria, come fenomeno psicopatologico individuale e sociale, nonostante si sia fatta più discreta o meglio più sottile, esiste tuttora, eccome. Usando la logica “altra” dell’inconscio si potrebbe forse asserire che questa discrezione non fa che renderla più evidente, specie se messa in contrasto con la sua estrema diffusione. Anche se qualche addetto ai lavori potrebbe avere disimparato a scorgerla o a diagnosticarla, l’isteria non è nemmeno scomparsa dalla nostra clientela, ma si è decisamente spostata dal campo clinico a quello sociale. La troviamo con una abbondanza di molto superiore ai tempi in cui il famoso ospedale parigino della Salpêtrière ne contava a migliaia, di casi di isteria, nelle sue stanze. Essa è, per così dire, “boostata” dalla potenza emergente della rete. In radio e in televisione, così come nelle grandi manifestazioni popolari alla Woodstock, l’isteria collettiva si era già da decenni fregiata uno spazio privilegiato, ma ora con i nuovi social cavalca la mondializzazione. Lì essa realizza le sue naturali e più spiccate aspirazioni: accattivare l’attenzione ad ogni costo, spostare in tutti i modi l’accento sul registro emotivo, sostituire o privilegiare comunque l’apparire all’essere. Logica conseguenza di una estroversione tanto potente quanto unilaterale, direbbe forse Carl Gustav Jung.

All’epoca in cui Joseph Breuer e Sigmund Freud pubblicarono i loro Studi, l’isteria si coniugava nella stragrande maggioranza dei casi al femminile. Il legame tra l’isteria e la condizione di repressione della donna è ormai di dominio pubblico e questa notorietà consente di non tornarci. Gli studi esistenti sul tema ci ricordano l’impossibilità di trattare dell’isteria e delle isteriche prescindendo da una analisi del contesto sociale. L’isteria di oggi ha invece meno riguardi verso il genere, si esprime in entrambi i sessi e sembra essersi impossessata anche della parte femminile, che rimane per lo più inconscia, dell’uomo alla quale il saggio di Küsnacht diede il nome di Anima. In effetti l’uomo si mostra altrettanto affamato della donna di like, di twitt e altri riscontri tutti esteriori fatti della stessa pasta. E l’importanza accordata alla immagine fisica o/e morale può anche spingersi sino alla creazione di profili falsi o sapientemente “ritoccati” senza che il pericolo della dissociazione sfiori la mente dei protagonisti. Il gioco di ruolo virtuale Second Life, che spopola tra i teenagers e non solo, ne rappresenta un esempio lampante. Ricordo il caso di una psicoterapeuta di mezza età, plurititolata, che ne era diventata dipendente, passando gran parte delle sue giornate e delle sue notti alla tastiera per sfuggire all’onere di affrontare i propri problemi di coppia.

Se all’inizio e per buona parte del secolo scorso il superamento del ruolo e della figura stereotipati della buona moglie richiedeva spesso una altissima dose di coraggio, oggi pare che la situazione si sia quasi rovesciata, nella misura in cui l’uscita dal virtuale societario e da una psicologia conquistata dai valori maschili risulta ardua più che mai. Ed è ancora la donna, la sua femminilità a soffrire per prima di questa nuova, meno repressiva ma più sottile difficoltà a ritrovare e seguire la propria natura. Essere uomo o donna, infatti, non è soltanto un fatto culturale e il legame con la propria corporeità, ovvero coscienza corporea, rappresenta, mi sembra, parte consistente di un patto tra Cultura e Natura. Fantasma transumanistico a parte, è la Natura ad attribuire alla donna le facoltà di mettere al mondo e di allattare. Mostrare i propri bimbi, portarseli appresso, averne cura ecc. rappresenta, secondo il padre della psicoanalisi, una delle massime soddisfazioni per la donna ed è proprio attraverso il figlio che la donna risponde positivamente alla propria mancanza di pene. Qui sarebbe più preciso parlare, come nota giustamente Jacques Lacan, di fallo in quanto il bimbo viene investito da una valenza simbolica indefinita atta a colmare la mancanza ad essere specifica della donna.

È proprio tale mancanza, riflettendosi sulla questione della differenza sessuale, a produrre tendenze isterizzanti e a fare dell’uomo un eterno colpevole nonché una sorta di capro espiatorio. So che tale punto di vista non potrà piacere a molte lettrici, specialmente quelle che non abbracciano la visione freudiana, ma la parte conclusiva di questo articolo potrà precisare ulteriormente il senso di questa tesi. Oggi, donna e uomo godono di pari diritti e dignità e possono entrambi svolgere le più alte funzioni sociali. Streghe, sante e grandi isteriche sono diventate figure non più necessarie, oltre che vie poco percorribili, mentre l’essere moglie ha perso buona parte del proprio fascino. Al contrario l’isteria, come dicevamo, è tuttora ben presente. Essa si è posizionata in sottofondo, diventando una quasi normalità nei modi del darsi a vedere e a raccontare.

Dietro ai profili virtuali e alle macchine da presa l’isteria si confonde con la normalità, anzi, la costruisce. I suoi modelli arrivano direttamente nelle case e vengono recepiti ed integrati piuttosto acriticamente dalla comunità. Oggi, chi non ottiene visibilità su Facebook, Twitter, Instagram ecc. è out e viene quindi invaso da un sentimento di non esistenza. La realizzazione deve essere il più possibile appariscente ed apparente. Vivere l’introversione è diventato oggi un lusso per pochi coraggiosi, sicché anche eminenti intellettuali (senza fare nomi) cadono facilmente nella trappola del sistema mediatico diventando “personaggi”, figure prevedibili dalle quali risulta poi arduo emanciparsi. Questione di Io Ideale.

Oggi più che mai il “successo” è preteso e tende a sostituire all’interiorità dell’anima una Maschera la cui deposizione risulta sempre meno agevole. Se, secondo la definizione junghiana, la Maschera consiste in un atteggiamento collettivo essenzialmente inconscio, un archetipo la cui funzione agevola l’inserimento sociale, oggi, nella società dell’immagine, è il suo lato possessivo a prendere il sopravvento. E, nell’isteria di ieri come in quella di oggi, l’esagerazione e la teatralità la fanno da padrone: persone che scoppiano in lacrime e si contorcono dal dolore per la scomparsa di una persona che nemmeno conoscono o che manifestano senza capire la finzione che dietro al loro atteggiamento si cela, ma sempre rigorosamente davanti alle telecamere, siano esse realmente presenti o solo immaginate. I sentimenti diventano da una parte merce da sfruttare e dall’altra elementi costitutivi dell’immaginario collettivo.

In quanto alla somatizzazione, altro meccanismo tipicamente isterico (almeno nell’interpretazione psicoanalitica classica), è ancora oggi riscontrabile in molti analizzandi, ma complica disturbi organici già presenti piuttosto che instaurarne l’imitazione. Essa approfitta per esempio dell’indebolimento dell’apparato digestivo o respiratorio impattati da un cattivo stile di vita e dall’inquinamento. Sicché, anche da questo lato, l’isteria tende a confondersi a tratti con malattie vere e proprie e porta più spesso dal medico curante che dall’analista. La cura di un medico, gli effetti placebo dei farmaci e le attenzioni particolari di famigliari e amici sono sempre meglio di un vuoto che non si sa come riempire e di conflitti intimi che si preferiscono non affrontare. La metafora della nevrosi come soluzione inadeguata, come stampella alla quale risulta difficile rinunciare ma che aiuta a sopravvivere, trova qui il suo posto.

L’invidia del pene forma nella donna un complesso parallelo a quello più tipicamente maschile di castrazione, e sempre per il medico viennese tale complesso è atto a determinare buona parte della psicologia femminile, trasformandosi spesso in rivendicazioni virili e in accuse nei confronti dell’altro sesso. Oggi, che di sessualità si parla in maniera molto più libera persino nelle scuole e in televisione, si potrebbe pensare che il punto di vista appena ricordato non crei problema. Eppure, la sessualità infantile, con i suoi fantasmi e misteri, desta ancora reazioni di stupore e di incredulità. In questo contesto non è mia intenzione tranciare sulla plausibilità di tale concezione, né di proporre un paragone con la concezione junghiana, pure essa molto efficace, dei tipi psicologici (estroversione/introversione). Sospenderò ogni giudizio in questo senso e mi limiterò volutamente a raccontare un episodio avvenuto di recente e che sembra mostrare che quella isteria sfumata e diffusa cui si accennava prima non risparmia nemmeno il campo analitico. In effetti, le rivendicazioni e gli atteggiamenti incomprensibilmente astiosi e incriminatori all’indirizzo del sesso maschile cui mi riferivo e che si palesano nel transfert sulla figura dell’analista, possono prendere forme inaspettate quando toccano addetti ai lavori, specialmente quando questi accusano qualche carenza di formazione.

Prenderò il caso di una giovane analista proveniente dall’ambito della filosofia e che in occasione di un convegno sulla sessualità nel XXI secolo tenne un intervento particolarmente pregnante dal punto di vista emotivo, contrariamente alle sue abitudini. Avevo in effetti già avuto occasione di sentirla in passato, sempre in ambito convegnistico, e questa era la prima volta che si allontanava da un taglio filosofico forse maggiormente congeniale alla sua formazione di base. Esordì disegnando alla lavagna uno schizzo il cui risultato più che minimalista rimase inizialmente un mistero. Nulla di strano, quindi, se all’invito che ella rivolse al pubblico nessuno seppe interpretare il disegno. Visto che questo doveva rappresentare gli organi sessuali femminili, l’assenza di risposta del pubblico le permise di ironizzare sulla totale mancanza, a suo dire, di nozioni sulla sessualità femminile, soprattutto da parte degli uomini. La relatrice instaurò quindi un discorso di tipo tecnico, largamente sovrapponibile al punto di vista della sessuologia, sulle corrette modalità di eccitare sessualmente la donna e di prepararla al coito e proseguì in questo senso sino alla conclusione denunciando una persistente visione falsata della sessualità femminile e conseguentemente della donna da parte dell’uomo. Un paio di persone tra il pubblico, tra cui una donna medico e psicanalista, intervennero abbastanza energicamente facendo notare che la visione abbozzata dalla collega era ben lontana dal punto di vista psicoanalitico e molto più pertinente con il discorso della sessuologia che tende a considerare le problematiche sessuali dal lato tecnico senza quasi valutarne gli aspetti psicologici strutturali, specialmente quelli inconsci. Al che si instaurò un breve dibattito pubblico e quando sul fnire uno dei presenti maschi fece la fatidica domanda, forse un tantino retorica e provocatoria ma pertinente, su cosa desidera la donna (dall’uomo), la risposta non si fece attendere: «Questa è una domanda sessista, lei è un macho!».

Senza accorgersene, la collega sembrò così confortare il ben fondato della tesi freudiana dell’invidia del pene. Mi pare che interventi come questo evidenziano una presa di posizione di difficile risoluzione atta a sfociare o ad alimentare facilmente un certo tipo di fanatismo, militante o no. Oggi vi è un largo consenso sul fatto che le donne sono altrettanto se non maggiormente capaci degli uomini di svolgere qualunque funzione e di riempire qualsiasi ruolo. Esse hanno una capacità di dedizione e di empatia, una pazienza e una intelligenza emotiva di norma direi superiori rispetto agli uomini e il parere secondo cui il miglioramento della società debba passare attraverso i contributi femminili è sempre più condiviso. Probabilmente, uomo e donna si trovano sulla stessa barca la cui direzione è dettata e imposta da un sistema, l’ “economia”, diventato una entità super complessa e autorenferenziale, inarrivabile ed incomprensibile che non lascia spazio né per i desideri più personali, né per le aspirazioni più profondi ed autentiche dell’uno come dell’altra. In questo senso, come ogni epoca dispone dei propri altari, l’isterico/a di oggi sacrifica se stesso sull’altare del successo e della visibilità, diventando per questa via mero prodotto di un sistema che lo trascende1.

I padri della psicoanalisi seppero giustamente attirare l’attenzione sull’importanza dell’inconscio (personale e collettivo) capace di determinare la società. Oggi, eminenti sociologi, quali per esempio Michel Maffesoli, Serge Latouche, Luigi Zoja, anche psicologo analista, ci fanno capire che è vero anche l’opposto. Ossia che le tendenze sociali agiscono di ritorno sugli individui e determinano gran parte della loro psicologia e anche psicopatologia. Questo risulta essere particolarmente vero per l’isteria che era e rimane anche nelle sue forme più moderne un disagio di tipo psicosociale in un mondo sempre più improntato all’immagine e all’esteriorità.

Antoine Fratini
Vice Président de l’Association des Psychanalystes Européens
http://apepsychanalyse.com/
http://aepsi.agence-presse.net/
+39 – 0525/79663 – 333/4862950

Note

1 Per un approfondimento su questo punto rimando al mio Au nom d’Économie. Croyances, cultes, liturgies et tabous de la religion unique, Edilivre, Paris, 2019

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