DANIELE POTO La complicata fruizione estetica nell’era del coronavirus

Si vive di reale ma anche di virtuale. Di atti concreti ma anche di immaginario come la psicanalisi ha disvelato da più di un secolo. L’età del coronavirus, una parentesi aperta e tutt’altro che definitivamente chiusa, ha aperto un altro diverso mondo e modo di fruizione riconvertendo il rapporto tra l’essere umano e il suo subconscio, tra la sua veglia i suoi sogni in un recinto del confinamento che ha inequivocabilmente segnato una generazione globalizzata visto che la pandemia ha riguardato tutto il globo terrestre con diverse percentuali di contagi e di (relativa) salvezza. Qui vogliamo occuparci in particolare di come sia cambiata la fruizione dello spettatore italiano riguardo alla bellezza, facendo salvo che questo sia l’obiettivo di ogni contaminazione filmica, teatrale, museale, persino sportiva. Pensiamo a un’industria della cultura più che a quella dell’intrattenimento e del puro semplice diversivo e/o loisir. Alludiamo a un profilo alto di utente consapevole, probabilmente borghese, benestante, informato, forse a un’aspirazione di un italiano ideale immerso nella nuova realtà con la mascherina. Dunque appartenente a quello zoccolo duro di lettori che scelgono le novità librarie fuori dal mainstream, che non contribuiscono al crollo di vendite della carta stampata, che attingono a un bouquet multimediale non privo di un congruo numero di abbonamenti in aggiunta all’offerta generalista di routine. Può essere una campionatura a cui, per induzione, appartiene un universo di sei/sette milioni di connazionali, con una buona divisione paritaria percentuale tra uomini e donne. Sociologia con esperienza sul campo, vissuta in termini personali ma riferibile a un catalogo vasto e indiscriminato. La diegetica estetica deve fare i conti con un profondo cambiamento dove il tradizionale retorico, un po’ scontato (e ora anche superato dai fatti) “Andrà tutto bene” dovrà essere rimodellato con un più realistico: “Non potrà più essere come prima”. C’è bisogno di dialettica per modulare il futuro con gli ammonimenti e i comportamenti dettati dalla situazione del presente e dall’ondata mortale che ha spazzato via oltre 36.000 connazionali. Nei mesi del confinamento la modalità più frequente è stata la teleconferenza online con un predominio della piattaforma Zoom che non ha caso ha aumentato esponenzialmente il proprio fatturato. Un’overdose di appuntamenti con un’offerta imponente e di tutti i generi. Prima con modalità gratuita, poi con il protrarsi della situazione a pagamento o in abbonamento. La risposta del pubblico è stata generosa, quasi a ricreare un cordone ombelicale di contatto, un apparente spirito di comunità che si apparentava all’appuntamento rituale sui balconi de visu per ascoltare una canzone o per un fugace saluto dalla finestra. Old times– verrebbe voglia di dire perché le manifestazioni ora ci appaiono obsolete e artificiali, legate alla necessità emergenziale del breve periodo. Che non è mai finito e quindi ha prodotto un chiaro effetto boomerang, un pesante rimbalzo psicologico quando ha presto mostrato che non si sarebbe esaurito in un breve lasso di tempo. Tale è stata la seconda ondata con ricadute depressive e psicotiche. Le proposte su Zoom sono progressivamente diminuite man mano che si riabilitavano piccolo spezzoni di programmi live. E l’utente alla lunga ha mostrato insofferenza per la modalità tecnica, quasi sempre di fruizione passiva. Un segno, il togliere l’immagine, lasciapassare per una libera interpretazione multitasking del tempo libero. Durante la conferenza si poteva andare anche in cucina con tenuta adamitica e preparare uno splendido polpettone! L’esagerata offerta di video-conferenze ha fatto ritornare la voglia di appuntamenti dal vivo sia pure con un saluto contrassegnato dall’orrendo contatto con il gomito.Anche il principale social network (facebook) ha adattato la nuova grafica alla contingenza del momento, sviluppando la potenzialità delle proprie dirette. Milioni di persone ne hanno approfittato per riversare sul web la proprio umoralità con gesto spontaneo. In questo caso la forma, l’affermazione dell’esistenza in vita e di una supposta positività dell’agire, sopravanzava nettamente la portata dei contenuti, spesso minimali o residuali. Dunque via alle immagini più che alla parole in un momento in cui queste ultime sgorgavano con difficoltà.  Anche le piattaforme televisive, affiancandosi alla ponderosità dei contenuti di youtube hanno goduto di un momento favorevole. Streaming, podcast, visione filmica sul piccolo schermo del computer hanno provocato un flusso di presenze, assolutamente non paragonabile per contatti all’andamento medio delle biglietterie del cinema italiano in uno anno standard, poniamo il 2019.  Ed è stato il momento di piattaforme dai nomi fino a quel momento sconosciuti nel panorama cinematografico/visivo italiano: oltre alle ben note Netflix, Now, Infinity, Sky, Tim Vision, Amazon Prime Video, Google Play, spuntavano Rakuten, Mubi, Chili, outsider impensabili. E le case di distribuzione che avevano bloccato i propri prodotti per le sale, constatando il prolungamento dello stato di “fermo estetico”, hanno cominciato a preferire la vendita al dettaglio alle stesse preferendo il “tutto e subito” all’incerto domani. Solo qualche gigante come Verdone ha preferito attendere congelando il prodotto per lunghissimi mesi (la comicità non invecchia). Concorrenza spietata se lo stesso nuovo film era disponibile praticamente ovunque saturando la concorrenza.  Così una certa sindrome ha preso una buona parte degli italiani: la dipendenza in particolare dalle serie televisive di Netflix, il prodotto più agguerrito e suadente. Dipendenza non ancora presa in considerazione dal DSM 5 ma avvertibile e sensibile. Se il giorno dopo la prospettiva era rimanere chiusi in casa, tanto valeva sottoporsi a una maratona di puntate per chiudere il ciclo di una serie ed arrivare al capolinea di una conclusione, a costo di rimanere collegati per sei ore.

Il consumatore di cultura alla ripresa dell’autunno misura la stranezza delle proposte a disposizione. I teatri, quelli che possono permetterselo, riprendono con prudenza l’attività con cifre assolutamente minoritarie, contando sulla comprensione degli abbonati, Che non pensino di reclamare quanto non goduto con la sospensione della stagione in corso dal febbraio scorso. La proposta di ricompensa si sostanzia al massimo con i sempre contestati voucher. Al denaro versato dagli abbonati si risponde con dei buoni. Per proseguire un rapporto fondante: strategia comprensibile. E i nuovi cartelloni sono poco invitanti viste le necessità di distanziamento tra attori e attori. Lo stesso distanziamento richiesto tra spettatore e spettatore che riduce al 40% circa lo sfruttamento potenziale della capienza. Un autentico dramma per i teatrini off che contano su 30-40 posti e che ora possono offrire lo spazio di un singolo appartamento. Al bando gli spettacoli corali. Dunque inevitabile la ripresa di vecchi testi, dissepolti dall’armamentario teatrale, il ricorso al deterrente comodo del monologo se non addirittura del semplice reading. Dunque una forma minimale di teatro. Al Festival di Spoleto del recente agosto-settembre uno degli spettacoli di punta era una rievocazione biografica dei fasti di Maria Callas per la voce e l’interpretazione (scialba) di Monica Bellucci. E parliamo di una rassegna che ha spesso lasciato il segno per innovazione e sperimentazione nella storia degli eventi del teatro italiano. Facciamo un esempio concreto. Come si può sperare di fare vero teatro con due attori in scena distanziati e mai fisicamente inter-reagenti per rispettare le distanza di sicurezza e con l’aggravante di una mascherina che taglia la voce, la deforma, la minimizza? Un bacio in scena sarebbe una grave infrazione al combinato disposto della legge. Così in un momento di crisi si ricorre a pannicelli caldi. Gli autori salgono sul palcoscenico, si trasformano in one man show, magari con l’ausilio di una voce fuori campo, di una musica di scena o di un pianista dal vivo. Uno spettacolo in tono minore. Stefano Massini, forse l’enfant prodige della scena impegnata italiana, l’autore della interminabile trilogia Lehmann Brothers, stante la pochezza delle proposte in campo, si è trasformato se non in attore in voce recitante. In scena con un piccolo baule di lettere dalla quale ogni sera, a caso estrae dieci spunti. O come Odio, F come Felicità. E su quelli esercita la propria affabulazione per una decina di minuti. Teatro? La sua caricatura se si riconosce il teatro come il regno della contraddizione dei conflitti. Quali conflitti esplodono per quello che potrebbe essere solo un divertente gioco di società? Massini si è fatto tentare per colpa di una vanità emergente che lo porta anche a gestire una rubrica fissa su una televisione generalista. Non ci stupiremo se venisse ingaggiato per la bisogna anche qualche attore amatoriale in un momento di constatabile emergenza scenica.

Modesta movimentazione ha dato alla ripresa teatrale Rai 5, rete vocata al palcoscenico. La scelta estiva di proporre commedia satiriche di Vincenzo Salemme, puntava a un ribasso di qualità e alla risata facile. Una nuova piattaforma Vimeo s’implementa con video attoriali a pagamento (debutto con il comico Rivera) ma è un settore ancora tutto da sondare e che non può prescindere dalla sub-cessione di diritti teatrali e non solo da parte di soggetti individuali. In definitiva il teatro appare la parte più debole e soccombente rispetto alle esigenze della pandemia. Le somme si tireranno in breve con la chiusura di teatri importanti (l’Eliseo su tutti). Tentando un improbabile confronto si può osare a dire che neanche l’epidemia spagnola aveva fatto male al teatro come la tragedia attuale. Perché il pubblico del teatro è sempre stato minoranza sia pure critica. E se da quell’universo stralciamo gli spettatori esigenti, quelli spaventati dal virus, quelli che hanno già fruito della visione di spettacoli vecchi riconvertiti sull’attualità, si può concludere che rimane ben poca speranza di ritorni importanti al botteghino.

Ci si può mettere nei panni dell’utente di teatro. Età media alta, abitudini consolidate. Il nuovo scenario gli propone posti distanziati, mascherina, spettacoli vecchi e asciugati all’osso come numeri di attori. Occorrerà la sua caparbietà per vivere una stagione come quella 2020-2021!

Il cinema ha il vantaggio di più vaste capacità di manovra distributiva e commerciale. Il film venduto alle piattaforme può avere una subcessione di secondo grado alle televisioni e una buona tenuta del tempo a seconda della qualità del suo invecchiamento. Certo chi ha osato un budget produttivo esagerato rischia di aver girato l’ultimo film della propria carriera. Rimase celebre il fiasco de “I cancelli del cielo” di Michael Cimino. E certo non auguriamo la stessa sorte all’ambizioso Christopher Nolan che come produttore di suo ha rischiato 205 milioni di dollari per il super blockbuster Tenet, costato dunque più dell’ipotizzato risparmio dei due rami del Parlamento italiano. Nessuna pellicola italiana potrebbe spingersi a tanto. Un budget inavvicinabile anche per il re degli incassi nostrano, Zalone. Il suo film top ha incassato circa 70 milioni, siamo lontanissimi dal tetto di Nolan. Anche il cinema comunque registra un’operazione di disseppellimento. Contando sull’operazione di rimozione della memoria dell’utente ma anche dell’appassionato. Non tutti sono in grado ricordarsi che Non conosci Papicha era stato inizialmente programmato nella sale italiane nel febbraio del 2019 e poi presto accantonato nonostante un buon curriculum di premi vinti e di segnalazioni d’onore. Beh, nell’agosto del 2020 l’opera veniva di nuovo riproposta e spacciata per nuove in alcune prestigiose sale romane. Ma si può risalire anche molto più indietro. Dogtooth è addirittura del 2009 ma ha goduto di un prodigioso recupero distributivo. Chi si ricorda che la pellicola di Lanthimos nel 2011 concorse all’Oscar come miglior film straniero? Chi sta peggio è chi non ha un background adeguato. Ci sono film stroncati dal coronavirus. Quelli di scarso appeal, bruciati in pochi giorni, a fine febbraio 2020, magari solo con un’anteprima a inviti e mai più presi in considerazione. Schiacciati dai nuovi film e da tutte le pellicole che scalpitano da settembre in avanti sull’abbrivio del Festival del cinema di Venezia.

Occupiamoci ora della nuova fruizione museale. Il felice benefit della prima domenica gratuita per i musei comunali (vale per Roma anche per altri grandi comuni) è in parte destabilizzata dalla prenotazione e dal limite del numero chiuso. Una condizione che ha coartato anche il più importante anniversario della pittura italiana. Cinquecento anni dalla morte di Raffaello (1520), tali da giustificare una mostra inversamente cronologica come quella conclusa il 30 giugno scorso alle Scuderie del Quirinale, capace di superare tre mesi terribili di stop. Appena inaugurata infatti la sede museale venne subito chiusa. Ma la ripresa è stata formidabile, possibile grazie all’impegno del personale che ha permesso le visite per piccoli gruppi scaglionati fino all’una di notte. Da utenti diciamo che il limite di 5’ per vedere ogni sala, scandito dal suono della campanella, non è stato troppo nocivo e compromettente. In effetti la dotazione totale di 75 minuti permetteva un adeguato stazionamento davanti alle opere e la dimensione del piccolo gruppo liberava la visita da eccessivi assembramenti. Chi ci ha rimesso sono state le associazioni culturali che hanno visto nei fatti decadere la possibilità di visita guidate collettive stante il ridotto numero di partecipanti concessi a ogni scaglione. Hanno avuto la possibilità di rifarsi con i percorsi virtuali a volte addirittura più esaurienti di quello live, stante la competenza degli esperti. I piccoli musei comunali in questa fase hanno fatto fatica a riaprire, oberati di altre complicazioni. I volontari (quelli del Touring, quelli del Fai) appartenenti a una fascia di personale anziano si sono visti caricare oneri di sanificazione speciale e con problematiche che non tutti hanno accettato concordemente. Ora comunque sembra spirare un’aria di ripresa. E con ottobre ripartono nuove allettanti allestimenti. Il più richiesto probabilmente riguarderà la prima esposizione di alcune centinaia di sculture delle Collezione Torlonia. Determinanti liti nella nobile famiglie proprietaria avevano bloccato per tanti anni il legittimo godimento della collettività. Ora ad accordo trovato la situazione si è felicemente sbloccata.

Infine lo sport. Più che altro Sua Maestà il calcio ma non solo. Stati vietati al pubblico secondo le continue riaffermazioni del Premier Conte, del Ministro competente Speranza, giocoforza del Ministro dello Sport Spatafora, sottomettendo ogni speranza di incasso. Le partita di football sono come un tacchino servito freddo senza pubblico. Crediamo che alla fine questo non tocchi troppo i calciatori che sanno comunque di essere visti a mezzo televisione o computer da milioni di persone e che non vedono toccata la propria quotazione e i loro contratti da alcuna menomazione. Però il limite tocca nella pancia i bilanci delle società che se anche non hanno una percentuale “normale” dei propri proventi (come in Inghilterra, come in Spagna, come in Germania) dagli incassi al botteghino vedono erosa una sostanziosa fonte di guadagno. La Lega calcio si batte per un reimpossessamento anche parziale degli stadi. Si parla di una potenziale percentuale di riempimento del 30-40% ma il Governo ha stabilito delle priorità. La scuola è una di queste, il calcio no. Si può scrivere che proseguirà la deriva della disaffezione dello spettacolo calcistico dal vivo, quella che ha già portato i tifosi a rinunciare allo stadio per la fruizione televisiva. Altrimenti non si spiegano i sei milioni di abbonati a Sky (più per il calcio che per i film) e la fuga di tutti quelli che hanno aderito alla nuove proposte di DAZN. Il coronavirus dunque propizia un trend consolidato e non del tutto edificante e foriero di sviluppo. Ben altrimenti drammatica è la prospettiva degli altri sport di squadra che invece maggiormente dipendono dagli incassi. Ci riferiamo in particolare a basket e pallavolo la cui menomazione appare evidente.

L’unico marginale aspetto positivo per il fruitore è la restituzione di umori, grida, palpitazioni dell’ambiente grazie alla restituzione acustica dei collegamenti televisivi. Una sorta di chiave per entrare dentro lo spettacolo sportivo, comprensiva a volte anche di improperi, se non addirittura di bestemmie. Intensità al calor bianco, come l’opportunità di entrare, in un certo modo, dentro l’evento, quasi sedendosi in panchina a fianco dell’allenatore.

 

Daniele Poto
Giornalista e autore di testate giornalistiche, radio, televisione. Scrittore e autore teatrale, vincitore di numerosi premi

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