10 DANIELA LO TENERO Nessun luogo come casa

L’Io non è padrone in casa propria
(
Freud S. 1916, Introduzione alla psicoanalisi, lezione 18)

Home is where I want to be
But I guess I’m already there
.
(Talking heads 1983, This must be the place)

Un sogno ricorrente. Il mio. È da qui che nasce questo articolo.
Abito la casa del lago come un ospite furtivo, di straforo, eppure la casa è stata mia.
L’immagine si ripete nel tempo come un frattale, come la sezione di un cavolfiore, identico e impercettibilmente diverso, sequenza millesimale di fotogrammi successivi.
Sogno spesso di ritornare alla casa di Anguillara, l’unica casa in cui ho vissuto da sola per alcuni anni.
Introdurmi nel mio passato furtiva ma ancora con le vecchie chiavi.

Il passato è una terra straniera
.
Solo come estranea posso abitare di nuovo quel luogo.
È un soggiorno a scadenza, il legittimo proprietario potrebbe tornare da un momento all’altro, scoprirmi lì, cogliermi sul fatto.
Questo faccia a faccia non ci sarà mai, neanche in sogno, l’inquilino di oggi e quello di allora non possono incontrarsi.
Mi trovo a scrivere della casa in un tempo in cui la casa si è fatta barriera, riparo e prigione, rivelando la sua connaturata radice contraddittoria.
Familiare e estraneo, mai assimilato, lo spazio domestico ha richiamato per me lo scritto freudiano del ’19, quella parola in lingua tedesca quasi intraducibile in italiano: unheimliche. In essa la casa come etimologia ma anche la sua negazione.
«Perturbante -scrive Freud nel saggio del ‘19- è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare». (Freud 1919, pag.70)
«La parola tedesca unheimlich (perturbante) è evidentemente l’antitesi di heimlich (confortevole, tranquillo da heim, casa) heimsch (patrio, nativo) e quindi familiare, abituale» (Freud S. 1919, pag.77).
È qualcosa di rimosso che ritorna, «non è niente di nuovo o di estraneo ma un che di familiare alla vita psichica fin dai tempi antichissimi e ad essa estraniatosi soltanto a causa del processo di rimozione».
La parola tedesca unheimlich, contiene in sè la parola heim (casa) e contemporaneamente la allontana.
Il termine rimanda al il significato collaterale di “tenuto nascosto, celato, segreto”, oltre che il significato più consueto di “familiare” o “intimo”. Se l’heimlich è ciò che è familiare ma tenuto nascosto, rimosso, l’unheimilch è dunque lo svelamento del rimosso, e in ciò stesso risiede la sua natura traumatica, ansiogena e disturbante.
Sergio Benvenuto (2019) lo definisce una psicosi della vita quotidiana. «Ci perturba qualcosa di pazzesco che può capitare a chiunque di noi, pur senza essere pazzi, cioè psicotici. Proprio come certe allucinazioni, déjà-vu, senso di irrealtà. Il perturbante è una forma di pazzia transitoria, che l’arte può produrre in noi per divertirci. Esso produce un godimento tinto d’angoscia connesso a una profonda perplessità. Ciò che ci perturba, in fin dei conti, è l’irrompere del significante là dove non ce l’aspetteremmo, nel reale stesso».
È tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere nascosto e invece è affiorato.
Un’amica mi racconta che durante la recente ristrutturazione di una vecchia casa fa un scoperta sorprendente.
Nel ridisegnare gli spazi interni è necessario buttare giù un muro. Dalla distruzione del tramezzo affiora ciò è era stato nascosto con cura 70 anni prima: una pistola, forse servita a garantire vie di fuga a esuli ebrei durante la seconda guerra mondiale.
Quell’oggetto emerso dal passato mi sembra evocare la dimensione mai propria delle case che abitiamo, luoghi al tempo stesso intimi ed estranei, nostri ma appartenuti ad altri in cui non siamo che ospiti temporanei.
Una traccia a ricordarci che qualcuno ci ha preceduto anche nel luogo che riteniamo più intimo e privato, più nostro.
Padroni spodestati.
Se nella prima topica freudiana lo psichico si fa dimensione spaziale, forse nella casa lo spazio si fa luogo psichico.
Ecco allora due giovani pazienti che associo e avvicino malgrado le abbia incontrate in tempi diversi.Flaminia ha 19 anni, studia in una prestigiosa università romana, primo anno di odontoiatria.
Una ragazza grintosa e scattante, divorata da una disarmante fragilità.
Si descrive attraverso una similitudine con il nonno morto di recente: “educata, precisa, perfezionista”. Vorrebbe controllare tutto, anche ciò che non può. Soprattutto vorrebbe controllare i suoi genitori, da qualche anno teme per la loro salute e li costringe a continui checkup.
L’angoscia si fa più forte ogni volta che devono allontanarsi da casa per lavoro o per una viaggio di piacere. Attraverso una app di geolocalizzazione monitora la loro posizione. Allora diventa impossibile per Flaminia lasciare la casa vuota. Non si allontana dalla sua abitazione, quasi una sentinella, monta il turno di guardia fino al ritorno dei genitori.
Provando a cercare qualche ricordo Flaminia si accorge che tutti i ricordi vengono quasi cancellati da racconti che le sono stati fatti, narrazioni di altri.
Ciò che raccontano di lei ha eliminato il suo racconto.
Affiora però una sensazione di angoscia legata alla vecchia casa in cui ha vissuto con la famiglia fino a 6 anni prima. C’era una tromba delle scale con una ringhiera, aveva paura che qualcuno si buttasse dalla ringhiera. Quello spazio vuoto l’attraeva e la spaventava come un vortice.
Flaminia è la figlia preferita -dice- perché per i genitori non è un pensiero.
Figlia non pensata: è questo il vortice che la risucchia?Alessandra ha 17 anni, è il lockdown a interrompere qualcosa. Si apre una faglia e sente di non farcela più, vorrebbe lasciare la scuola. Da 0 a 100 in un secondo la figlia modello rompe gli schemi.
Durante il primo incontro scoppia in un pianto dirompente parlando della nonna, ma non è per la sua malattia che piange, è la fatica a esporsi che si scioglie nelle lacrime.
In realtà durante il colloquio fin da subito parla in maniera apparentemente spedita, anche se alla fine mi lascia una grande angoscia, la stessa che Alessandra dice di provare.
Non vuole allontanarsi da casa e dormire fuori perché ha paura che succeda qualcosa ai suoi famigliari. Per questo rinuncia a gite scolastiche e viaggi a meno che non siano con la famiglia.
Anni prima c’è stata una catastrofica coincidenza: la morte del nonno mentre Alessandra era in vacanza lontana da casa. Ma quella che sembra una chiave non permette nessun accesso.
La questione è altrove.
C’è una frase passe-partout che Alessandra usa per parlare di sé: “io sto nel mio”. Così si chiudono i suoi discorsi.
Nell’acrostico del suo nome solo note positive. C’è però una mancanza, una lettera che non trova parola.
Sarà forse quello il “suo” nel quale Alessandra non riesce ancora a stare? Due adolescenti, diverse nella storia e nel racconto, che fanno della casa familiare una prigione: struttura identitaria inabitabile che non permette il transito.
In essa si può stare ma non essere, terreno da presidiare al quale è impossibile tornare. Sito che annulla la distanza creativa a favore della coincidenza identica.
Il perturbante è qualcosa in cui non ci si raccapezza, è la ripetizione involontaria.
La casa per loro diventa un non-luogo.
Il concetto di non-luogo è stato introdotto dal sociologo francese Marc Augé (1992) che identifica le caratteristiche della cosiddetta surmodernità: eccesso di tempo, eccesso di spazio, eccesso di ego o individuazione.
Secondo Augé questi tre eccessi costituiscono lo scenario da cui traggono origine i non-luoghi. Essi sono spazi pubblici o aperti al pubblico utilizzati per usi diversi, anonimi o stereotipati, privi di una dimensione storica e senza il calore del vissuto, frequentati da individui soli o gruppi di persone in transito che non si relazionano tra di loro.
«La loro definizione rimanda necessariamente a quella contrapposta di luogo inteso in senso antropologico come lo spazio in cui possono essere riconosciuti i legami sociali e la storia collettiva» (Perilli E. 2019 p.27).
Se i luoghi sono identitari, relazionali, storici, uno spazio che non presenta queste caratteristiche può definirsi non-luogo.
Con questo neologismo si intendono sia gli spazi che presentano le caratteristiche appena descritte, sia il rapporto che gli individui stabiliscono con essi.
La casa allora dovrebbe essere il luogo per eccellenza, dovrebbe consentire la trasformazione dello stare nell’abitare, nel dimorare, dell’essere nel vivere. La metamorfosi dello spazio in luogo.
Eppure nelle storie di Alessandra e Flaminia questa trasformazione sembra impossibile.
L’oikos nel duplice significato di “casa” e “famiglia” sembra per queste giovani donne rappresentare l’angusto perimetro in cui è bloccato il loro movimento. Perturbante scenario dove l’Altro venuto meno come simbolico riaffiora minacciosamente come reale.
Da ultimo passo che segna il punto di contatto in cui l’atleta si dà lo slancio per saltare, la casa si trasforma in terreno vischioso che incolla e blocca.
Nell’impossibile separazione da ciò che concretamente le identifica, Flaminia e Alessandra fanno della casa una rocca: inespugnabile e compatta in essa dentro e fuori coincidono nell’impossibilità di un attraversamento.
In un tutto pieno che non risuona non è possibile la relazione.
Nel film Ferro 3- la casa vuota, del regista coreano Kim-Ki-duk, il protagonista -un ragazzo senza dimora- si introduce nelle case degli altri quando i proprietari sono assenti.
Così, in un andare di casa in casa, di dimora in dimora, di vuoto in vuoto si snoda il suo quotidiano.
Tae-suk, dorme letti altrui, mangia il cibo in frigorifero, indossa gli indumenti recuperati nell’armadio, ma mai “usa” semplicemente le cose altrui, lui se ne “prende cura”: ripulisce lo sporco in giro, fa il bucato e aggiusta ogni oggetto rotto che trova.
Il suo è un vero e proprio “abitare” la casa, un gesto di appropriazione e dono tra lui e lo spazio che occupa. Ed è un “prendersi cura” primordiale, operato in maniera diretta dall’ospite che con le sue mani scrosta le patine di sporcizia, strofina col sapone da bucato i panni sporchi: un gesto di primitiva vicinanza e di primitivo possesso.
«Siamo tutti case vuote, e aspettiamo che qualcuno apra la porta e ci renda liberi. Per questo faccio film –dice Kim Ki Duk- tentare di comprendere l’incomprensibile».
Allo stesso modo ogni casa ci lancia la sua sfida: fare del vuoto dimora, attraverso la cura, pronti a lasciare spazio ad altri, consapevoli che quel luogo non ci appartiene.

Daniela Lo Tenero
danielalotenero@gmail.com
Psicologa, psicoterapeuta, psicodrammatista. Socio Centro Apeiron- SIPsA, Membro titolare SIPsA.
Ha conseguito un master universitario di II livello in psicodiagnostica per valutazione clinica e medico legale.
Funzionario e docente presso la sede di Roma – Scuola di specializzazione in psicoterapia COIRAG. Psicoterapeuta presso il Servizio psicologico integrato EDUCATT dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sede di Roma.

BIBLIOGRAFIA
A.A.V.V. (2018), Orrore, Edizioni Gemelle, Potenza.
Agamben G. (2020), Quando la casa brucia, Giometti&Antonello, Macerata.
Augé M. (1992), Non-luoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Milano, Eleuthera, 2009.
Benvenuto S. (2019), Che cosa ci perturba del perturbante. Intervento alla Giornata di Studi “100 anni di perturbante”, 6 dicembre 2019, Roma. Pubblicato on line http://www.leparoleelecose.it/?p=37845
Coccia E. (2021), Filosofia della casa, Einaudi, Torino.
Freud S. (1919), Il perturbante, in Opere vol. IX, Bollati Boringhieri, Torino, 1977.
Moroni A.A. (2019), Sul perturbante. Mimesis, Milano.
Perilli E. (2019), Il perturbante nell’espansione urbana, Edizioni Scientifiche Ma.Gi, Roma.

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