11 SABRINA D’ARCANGELO, CLAUDIO SABATINI I piatti vuoti, il perturbante nella mancanza del contatto

«Un miracolo che non stupisce quanto dovrebbe:
la mano ha in verità meno di sei dita,
però più di quattro.
Un miracolo, basta guardarsi intorno: il mondo onnipresente.
Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
L’inimmaginabile è immaginabile».

La fiera dei miracoli di Wislawa Szymborska

Nei tre versi della poetessa è racchiusa l’esperienza psicologica e sociale che l’uomo del terzo millennio si è ritrovato tra sé e l’altro.
Dopo più di un anno, oggi possiamo dire che l’inimmaginabile è diventato realtà. Una realtà tutta nuova che ci ha visti impegnati in modalità inedite di comunicazione e di rappresentazione dei nostri corpi nello spazio relazionale.
L’ovvio, il quotidiano o, meglio, quello che davamo per scontato è diventato miraggio di un futuro, forse un miracolo. Le nostre mani fatte di cinque dita che abbiamo sempre utilizzato per stringere contatti, per creare connessioni, per sentire la presenza e la pressione delle forze nel saluto, si sono dovute rivestire di guanti, riempire di detergenti. Il contatto automatico e istintivo si è dovuto censurare per lasciare spazio a sconosciuti copioni di rappresentazione (l’inchino) o a ignoti costumi (il contatto con i gomiti).
I cinque sensi hanno anch’essi dovuto adattarsi alla nuova situazione: il gusto è diventato appannaggio dello spazio privato; la vista del volto dell’altro è adombrata, “mascherata”; quanto all’udito, abbiamo dovuto fare uno sforzo immane per potenziarlo, e quanto abbiamo dovuto usarlo…; l’olfatto viene negato, in quanto filtrato da bende; il tatto completamente negato.
Mani che si ritirano, sensi che si affievoliscono, corpi che si allontanano.
La contingente situazione è rimbalzata nelle nostre vite: noi terapeuti, noi psicodrammatisti abbiamo dovuto fare i conti non solo sul piano delle relazioni interpersonali e private, ma anche sul piano professionale.
Abbiamo dovuto modificare il nostro setting, ampliare la distanza nella prossemica, privarci del primo e ultimo contatto durante il saluto ad inizio e fine della seduta; utilizzare la mascherina che ci ha privati, nello scambio, di fondamentali aspetti paraverbali (espressioni facciali, sorriso) e ha modificato gli sguardi.
Lo sguardo, elemento fondamentale, in quanto «La funzione dello sguardo come oggetto del desiderio del soggetto svela la presenza, (anche) nelle nostre sedute di psicodramma, di un dispositivo articolato sulla divisione tra l’occhio e lo sguardo. Esso viene messo in opera dallo psicodrammatista, mediante la drammatizzazione, da parte del soggetto, delle rappresentazioni della sua realtà davanti al gruppo»1.
E con lo sguardo si modifica anche il gioco del movimento (avvicinamento-allontanamento) dei corpi nello spazio. Nella pratica dello psicodramma il corpo e lo sguardo entrano come fondamentali elementi nei quali il primo occupa un posto principe all’interno del setting, in cui il paziente è chiamato a rappresentare il suo racconto al centro di un cerchio formato dagli altri partecipanti. Il contenuto inconscio, quindi, fa presa sul corpo; dove ogni movimento o gesto messi in opera sono la comunicazione di un discorso inconscio che è un’apertura al desiderio. Il gesto si accompagna alla parola dando spessore di significanti che si concatenano l’un l’altro, in cui vi è un’influenza significativa tra gestualità e parola.
«Se il gesto anticipa il discorso manifesto dei partecipanti, sottolineando il lato sotterraneo di questo discorso, la parola ritorna sul gesto evidenziando ciò che non poteva essere ancora detto e che il gesto ha riproposto all’ascolto analitico. L’animatore, sottolineando le parole e le scansioni del discorso del corpo, non fa altro che rivelare il discorso inconscio dei partecipanti celato dietro il discorso cosciente; è in questo senso che l’azione drammatica diventa analitica, differenziandosi dall’imitazione o dalla catarsi, in quanto l’ascolto del terapeuta porta l’interesse dei partecipanti, non sull’azione ben fatta o fruibile esteticamente, ma nel luogo in cui la parola il gesto si incontrano rivelando, nelle accentuazioni o nei vuoti, la trama del discorso inconscio»2.
Lo stato di necessità dell’evento improvviso (la pandemia da Covid-19) ha comportato che ci riadattassimo e, con uno sforzo, i limiti sopracitati sono, in qualche modo, stati superati, soprattutto quelli relativi al contatto anche perché «Lo psicodramma chiama in causa il corpo e non solo la parola, il corpo che è la sede dei precursori dei processi emozionali di pensiero, il corpo che parla anzitutto un linguaggio affettivo organico, linguaggio che sopravvive anche nella vita emozionale dell’adulto normale»3.
Inoltre, la regola dell’astinenza nel corso della rappresentazione psicodrammatica, in cui si fa divieto che ci siano contatti con gli altri partecipanti e si opera “come se”, ha favorito il superamento dei vissuti relativi all’assenza del contatto nelle relazioni del quotidiano.
Come sostengono i coniugi Lemoine nell’esperienza dello psicodramma si tratta della presenza dei corpi, associati agli sguardi dei partecipanti nella relazione del gruppo. I movimenti dei corpi acuiscono l’intensità del vissuto del protagonista del gioco psicodrammatico, degli io ausiliari e dei doppi. Essi si fanno trascinare, sorprendere e sono così in grado di nominare le proprie emozioni, cioè nominare sé stessi in modo metonimico: facendo coincidere con quello che provano.
Per il fatto che gli sguardi e corpi si vedono e si toccano, al limite, le parole sono relative. Questa è la dirompenza dello psicodramma che si contraddistingue dall’analisi per la netta differenza tra i due livelli di rappresentazione. E questo spiega perché la presenza, in seno al gruppo dei terapeuti e dei partecipanti, trasforma completamente la natura dei rapporti affettivi. Il transfert sui terapeuti viene diluito a causa dei transfert laterali. Le proiezioni hanno come punto di partenza i presenti, e come punto di approdo la famiglia cioè i padri e le madri, i fratelli o sorelle che i partecipanti ritrovano sempre nel gruppo perché se li proiettano. Ciascun membro tende a comportarsi come nella sua famiglia originaria ad assumere lo stesso ruolo di primogenito o di ultimogenito, di leader o di bambino sottomesso, di deviante o di collaboratore e a porsi in rapporto alla coppia dei terapeuti, perché tende a riprodurre un ruolo che risale al suo tipo4.
Se, pertanto i giochi nello psicodramma hanno potuto aver seguito, non così è stato al di fuori del setting. Quanti pazienti hanno portato in terapia individuale e nei gruppi il loro disagio, la sofferenza dell’assenza del contatto, le conseguenze dell’isolamento sociale.
Il noto che è diventato ignoto, torna ad essere noto. Essere corpi che si connettono fin dalle origini e che creano relazioni e vissuti dinamici ed emotivi, hanno favorito elementi di rimozione e di costante inconsapevolezza nel loro utilizzo. L’impossibilità di contatto crea un forte elemento perturbante nel senso definito da Freud nel 2019 «il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare». È proprio dall’esperienza della familiarità mancata che le conseguenze della pandemia da Covid-19 hanno fatto esperire il contatto con l’elemento del perturbante in ciascuno, facendo emergere una domanda di aiuto in riferimento alla singola domanda individuale.
Tutto ciò è evidente nel sogno di un paziente (V.), portato in una seduta di psicodramma, “Un mio lontano parente mangia da solo” che nasce all’interno di un discorso relativo ai vissuti sul distanziamento sociale. V. afferma di sognare, negli ultimi mesi, tavolate imbandite, incontri conviviali di gruppo. Naturalmente sono mesi che ciò non accade. Nell’approfondimento sceglie un sogno in cui non c’è una tavola gremita di persone, ma mette in scena due personaggi: se stesso e un lontano parente, S.
V. sta camminando verso casa e, nel percorso, scorge dalla finestra di un suo vicino, il padrone di casa seduto davanti ad una tavola apparecchiata con piatti bianchi vuoti con un’aria triste, come se aspettasse qualcuno.
Quando l’animatore gli fa verbalizzare i pensieri dice: «È triste, chissà chi sta aspettando, non c’è nessuno con lui».
Nell’inversione con l’unico personaggio del sogno, V. prova disagio, come in attesa di una brutta notizia. Riportiamo alcuni doppi, quelli più significativi: «Quando la smetterò di fare il guardone verso la mia solitudine?» – «Mi sento solo, non c’è nessuno con me!» – «Chissà chi manca!» – «Meno male che io non sono più come S., triste, e sto andando verso mondi nuovi».
Dopo aver fatto circolare il discorso, l’Animatore porta V. verso un nuovo gioco: “Il dialogo con il piatto vuoto”. Emerge che nel piatto V. ci vorrebbe della carne, il desiderio di una compagna, la necessità di riprendere un contatto sessuale, di aprirsi alla relazione con il tanto agognato Altro da sé.
L’Osservatore nella sua lettura finale mette in evidenza «Un silenzio assordante e chiassoso, come un’attesa negativa, come un oscuro presagio. La solitudine come le sirene di Ulisse, un richiamo pericoloso, seduttivo».
Nell’Odissea al Canto XII, Omero per bocca di Circe invita Ulisse ad andare verso il desiderio dell’ascolto seduttivo, verso il contatto delle figure mitiche e ammalianti:
«Udirle puoi tu solo, se brami; ma prima i compagni
nella veloce nave ti avvicinano i piedi e le mani dritto,
con funi a ridosso di leghin dell’albero stretto,
si che delle Sirene godere tu possa la voce»5
.
Ma Ulisse, per sua volontà e su suggerimento della maga Circe, si fa legare all’albero maestro della nave per evitare di essere risucchiato dal desiderio del contatto.
È evidente la spinta verso il desiderio della pericolosa relazione di corpi, dalla quale nessuno si può esimere e la tempesta e il fuoco della passione trascina la nave e i corpi verso la consumazione:
«Mai nave d’uomini alcuna fu salva,
che quivi giungesse;
anzi le travi dei legni,
confuse degli uomini ai corpi,
alti marosi trascinano, e d’orrido fuoco procelle»6
.
Ulisse per scelta, V. e tutti noi per costrizione, abbiamo sperimentato la privazione della possibilità di “buttarci” verso il desiderio di contiguità tra corpo e corpo.
V. più di altri, nell’isolamento nasce il suo elemento perturbante: “i piatti vuoti” bianchi da riempire per colorare la vita di buon cibo, di carne succulenta per superare il silenzio della solitudine. Nasce il desiderio del contatto che si presenta come orrido e perturbante nel timore di essere lasciato solo e sofferente. Il Covid-19 non fa altro che muoversi e muovere desideri e paure; si infila tra le persone congelando i contatti, lasciandoli nell’oblio, in un ricordo che appare lontano, fermo, congelato.
Nel sogno si rivela la mancanza e il desiderio di avere una compagna per la vita e nella vita. Vita che si anima nel colore, gustando il piacere; vita piena e rotonda come la figura femminile, così come scrive Freud «perturbante (Unheim-fiche) però è l’accesso all’antica patria (Heimat) dell’uomo, al luogo in cui ognuno ha dimorato un tempo e che è anzi la sua prima dimora […] è ciò che fu heimisch (patrio), familiare»7.

Sabrina d’Arcangelo
Psicologa e Psicoterapeuta, Membro associato SIPsAClaudio Sabatini
Psicologo e Psicoterapeuta, Membro associato

NOTE
1) S. Gaudè, Sulla Rappresentazione, pag. xxxi.
2) R. Pani, Lo Psicodramma psicoanalitico, p. 135.
3) D. Miglietta, I sentimenti in scena, p. 102.
4) Lemoine P. e G., Lo psicodramma, pp. 259-260.
5) Odissea, Canto XII
6) ibidem
7) S. Freud, Il perturbante, in Opere, vol. 9, p. 298

BIBLIOGRAFIA
Freud S. (1919), Il perturbante, in Opere, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino, 1977
Gaudè S. (2015), Sulla Rappresentazione, Alpes Italia, Roma
Lemoine P., Lemoine G. (1973), Lo Psicodramma, Feltrinelli, Milano,1975
Miglietta D. (2003), I sentimenti in scena, UTET Libreria
Omero (2001), Odissea, Mondadori
Pani R. (2015), Lo Psicodramma Psicoanalitico, Franco Angeli Editore

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