15 DANIELA MALLARDI Il perturbante nella procreazione post mortem: una lettura psicoanalitica

«Guarda, il tuo desiderio è appeso al trapezio.
Il clown sei proprio tu e la tigre addomesticata
che chiede pietà ti ricorda qualcuno.
Persino la musica scadente ha il suo fascino; sembra
che tu cominci ad accettare
la tua epoca (se tutti lo fanno
perché non io? – ti chiedi).
Ma allora perché il tendone del circo
si alza su un antico cimitero?».
(Zagajewski, 2004)

Qualche settimana fa, durante la visione di una serie tv americana, mi sono imbattuta in un episodio la cui sceneggiatura ha fatto inaspettatamente da cardine per l’articolazione del seguente scritto. La protagonista, una dolce infermiera poco più che trentenne, decide di diventare madre tramite procreazione medicalmente assistita (P.M.A.). A rendere eccezionale la portata dell’evento è il ricorso da parte della giovane donna all’utilizzo del seme crioconservato del marito morto circa un anno prima cui lei si sente ancora profondamente legata.
artendo da tale premessa, mi sono interrogata su quanto i contemporanei sviluppi delle scienze biotecnologiche sollecitino aperture delle “consuete” rappresentazioni genitoriali e soprattutto su come la psicoanalisi possa accogliere queste trasformazioni all’interno del proprio apparato teorico-clinico.
Facendo riferimento proprio alle evoluzioni scaturite dalla ricerca scientifica, Preta (2007) parla di “situazioni perturbanti” dinanzi alle quali si è chiamati, in causa della propria funzione di psicoanalisti, a fondare ulteriori strategie per connettere le pregresse esperienze con le recenti realtà. Di fatti, la sfida posta dalle biotecnologie impone una riconsiderazione delle categorie fondamentali del modo di concepire il mondo vivente e per poter essere affrontata necessita la trascrizione di inedite “geometrie della mente”.
«Il corpo –scrive non a torto Le Goff (2003) – è la sede della metamorfosi dei tempi nuovi». Favorendo rimaneggiamenti del soma, innesti e ibridazioni sempre più inusuali, le biotecnologie sottolineano maggiormente la problematicità di quel “misterioso salto” tra mente e corpo (ibidem) provocando un effetto sconcertante che fa sentire il presente come qualcosa di familiare e al contempo di estraneo.
Nel saggio del 1919, Freud propone la sua lettura della etimologia del termine unheimlich, costruito come negazione dell’aggettivo heimlich, il cui primo significato è “domestico, familiare”.  La primaria accezione di unheimlich è dunque perturbante nel senso di “straniero”. Tuttavia, Freud nella sua ricerca etimologica, citando il dizionario della lingua tedesca di Sanders, nota che tra i vari significati di heimlich figura anche il suo contrario, quello di “nascosto”. Se, dunque, heimlich possiede due significati, l’uno speculare dell’altro, così costitutivamente duplice sarà il suo opposto unheimlich (Angelucci, 2021). Il perturbante è allora il ritorno, incontrollabile e inatteso, del rimosso. Questa direzione si riscontrerebbe proprio a valle delle moderne biotecnologie: ciò che è più vicino e noto perde la sua abitualità divenendo enigmatico ed inafferrabile, infondendo così una quota di timore e al medesimo tempo di fascinazione (Berto, 1999, pp.142-143).
Se fino ad un recente passato ci si era limitati alla manipolazione della natura esterna e del non vivente, oggi il progetto di trasformazione si è esteso anche al mondo vivente e coinvolge la maternità con i suoi percorsi di generatività. Le biotecnologie sembrano così mettere in discussione quello che Husserl (1952) definiva lebenswelt, espressione adoperata per indicare non solo la conoscenza del mondo di tipo pre-scientifico, ma anche quel tipo di conoscenza cui si perviene per via pre-logica, cioè per intuizione. Abbattere la certezza dell’universo di segni che la fissità della natura rende possibili e che l’avvento della tecnica pare cancellare, rappresenta a tutti gli effetti un mutamento radicale perturbante poiché rimescola i paradigmi di identità da salvare e di differenze da mantenere e soprattutto le istanze di norme e limiti (Monacelli, 2018, p.61).
L’effetto perturbante, che punge e afferra la nostra psiche, va a toccare inevitabilmente le geografie in cui si allentano i confini tra l’alterità e noi (Thanopulos, 2019). Per questo, in situazioni “non tradizionali”, l’angoscia del totalmente estraneo può talvolta impedire di apprendere da una condizione vissuta come troppo minacciosa per il pensiero saturando così ogni spazio di ascolto sia dell’inconscio che del nuovo che s’impone con le biotecnologie.
La psicoanalisi quale pratica di cura si trova quindi ad affacciarsi en plein air su terre a lei non familiari, giustappunto unheimlich. Stando alla concettualizzazione freudiana per cui ci si trova esposti ad un effetto perturbante quando il confine tra fantasia e realtà si fa labile, allora nella P.M.A. post mortem ciò che crea turbamento sembrerebbe proprio l’irrompere del significante laddove non lo si aspetta, nella sua imprevedibilità, ovvero in uno spiazzamento tra reale e simbolico (Benvenuto, 2019).
La rivoluzione della P.M.A. post mortem – vietata in Italia (1) ma permessa in altri stati europei e statunitensi – se da un alto espone lo sguardo su un ribaltamento di matrice socioculturale, dall’altro costringe a saggiarne la sua componente “spaesante”, così come Chiodi (1980) ha tradotto l’unheimlich di Heidegger.
È proprio lo spaesante con la sua estraneità ad affiorare in una psiche collettiva forse non pronta ad adeguarsi alla velocità della scienza che sovverte ordini e tempi di elaborazione dei relativi significati. Questa rapidità supera soprattutto il tempo interiore della fantasia e gli sottrae quello spazio interno di contatto con le tracce mnestiche che ne originano il senso nonché con l’espressione simbolica della parola e del linguaggio, determinando un prevalere del processo primario ed una sua mescolanza con quello secondario (Gino, 1999, pp. 110-111).
Le “provocazioni materiali” (la P.M.A., le maternità surrogate, il congelamento di ovuli, fecondati e non, e di sperma finanche la procreazione post-mortem) incidono sulla psiche offrendo ai corpi scelte qualche decennio fa inaccessibili. Da un punto di vista psicoanalitico, non possiamo non pensare che l’esito nell’osservabile si manifesti come realizzazione di quelle ritenute un tempo costellazioni psicopatologiche (Scotto Di Fasano, 2016). Quando la maternità surrogata consente a una donna di partorire un figlio di un partner ormai morto è corretto ricorrere a siffatte interpretazioni nei confronti di tali inedite possibilità di concepimento? Il divaricarsi del margine nella “realizzabilità” di certe gravidanze può indurre a pensare che esse siano “solo” fantasie onnipotenti? Oppure piuttosto ci si può domandare se la possibilità di accedere a tali forme procreative non possa risolversi in una normalità psichica e affettiva senza transitare sulle sponde del sintomo?
Per legge di contrappasso, occorre però scongiurare l’ideologica adesione al nuovo come al “buono a tutti i costi”, riconoscendo piuttosto –per ogni soggetto– eventuali operazioni messe in atto finalizzate a mimetizzare, confondendoli tra loro, oggetti del desiderio e modalità di soddisfazione del medesimo, allo scopo di elidere la necessità di dover tollerare una frustrazione (ibidem). Come sottolinea puntualmente Laurent (2014), la clinica della P.M.A. invita a rivisitare il registro del desiderare e del volere.
Del resto, ogni genitorialità, spontanea o tecnologica che sia, contiene i rischi del passaggio all’atto e la ricerca del completamento narcisistico. Bisognerebbe forse trattare, dunque, caso per caso, quanto legato alla procreazione e lasciare aperta la scelta di e a ciascuno affinché il campo di indagine riguardi sempre e comunque il singolo.
Come orientarsi, dunque, in questi orizzonti senza minimizzare o svalutare? Come fare i conti con la varietà di inattesi arcipelaghi familiari e con una concezione di genitorialità non unicamente riconducibile alla sessualità? Le domande che tali scenari aprono sono più delle risposte che si possono dare.
Le tecnologie nell’ambito della riproduzione hanno ormai operato una disgiunzione tra sessualità e procreazione e tra procreazione e gestazione (in modo massivo in quelle post mortem), con effetti profondi a livello identitario e relazionale che potrebbero essere letti in termini di perturbante ma è altresì vero riconoscere che la tecnica non fa sparire il maschile ed il femminile dalla scena riproduttiva,
quanto porta piuttosto a ripensarli in una altra figurazione psichica.
Se si permette al turbamento di scivolare in uno smarrimento difensivo di indignazione ed opposizione, non ci si può autorizzare ad avere una mente aperta ad integrare il dato di realtà. L’esperienza perturbante può invece permettere alla medicina di rendere pensabile l’agire biotecnologico e alla psicoanalisi di accogliere modi differenti di porre in unione corpi, desideri ed assetti mentali tra loro (Carone N., 2016).
Marion (2018) nota come la “vertigine tecnologica” porti a una inevitabile complicazione del legame sociale e a un modellamento del medesimo fuori dal vincolo natura-cultura prima a noi così abituale. Inoltre, nella rinegoziazione degli esiti procreativi della prospettiva attuale, dominato da biotecnologie che gettano in crisi la percezione del corpo, della sessualità e delle organizzazioni familiari, la psicoanalisi si rivela l’interlocutore privilegiato nell’offrire una elaborazione di tali cambiamenti rifuggendo dal pregiudizio e dall’accettazione acritica (Preta, 2018) esercitando le sue funzioni di contenimento del reale e di rilancio con il simbolico.
Come ben ricorda Ferro (2013), tutto ciò che è nuovo come prima reazione scandalizza perché turba quei sistemi di pensiero stratificatisi nel buon senso e impone realtà impreviste con cui confrontarsi. Proprio per questo, dinanzi a tali rinnovate architetture dell’intersoggettività, si rende necessario un lavoro psichico che si avvicini al concetto di “vastità”, a quella capacità cioè di contenere in sé moltissime cose anche tra loro contraddittorie, di sapere che tutto ciò che sembra inconciliabile sussiste in un suo ambito senza perdersi nella paura e anzi sapendo che bisogna chiamarlo col suo nome (Canetti, 1977, p.157).
A margine delle riflessioni qui abbozzate sulla P.M.A. post mortem, concludo, infine, con le parole di straordinaria acutezza di Fédida (2007, p. 82): «L’analista non può che attendere una cosa: l’inquietante estraneità, il perturbante. Se si trova all’interno di una familiarità del simile, si trova all’interno di una pratica della teoria dell’Io, teoria che fa sì che io sia supposto aiutare l’altro perché immagino di potergli somigliare […]. Il processo analitico umano-disumano comincia con l’inquietante estraneità, che è ciò con cui l’analista ha un appuntamento. Se questo incontro non c’è, non vi è nessuna possibilità di pensare di poter curare un simile. “Inquietante estraneità” significa che è lì dove qualcosa s’infrange, si interrompe, che ci si può mettere ad ascoltare, ad intendere».

Daniela Mallardi
Psicologa e Psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico
daniela.mallardi@hotmail.it

NOTE

Sebbene l’Italia ne abbia espresso il suo divieto – deducibile dall’art. 5 della legge n. 40 del 19 febbraio 2004 – nel 1999 a Palermo, nel 2010 a Bologna e nel 2019 a Lecce, si è assistito ad una deroga della normativa per tre donne, ad ognuna delle quali è stato reso lecito l’impianto degli embrioni prodotti dai rispettivi mariti aldilà della loro morte.
Con la sentenza n. 13000 del 15 maggio 2019, anche la Corte Suprema di Cassazione ha introdotto, in un principio di diritto, la legittimazione dei figli nati con la tecnica della procreazione medicalmente assistita nei casi post mortem.

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