18 GIOVANNA LORUSSO Il perturbante, l’atemporalità e il tempo ritrovato

Un-heimlich e heimlich. Parole che segnano due confini estremi dell’esperienza creando uno spazio, un luogo a cui entrambi, familiare e non familiare, appartengono, dove si contrappongono e si mescolano e in cui prende forma l’inquietante perturbante.
In tempi di minaccia, di guerra o di pandemia, riaffiora l’arcaico sentimento di paura della disgregazione, di angoscia, di vuoto. Vissuti nascosti, spesso sepolti nell’inconscio, a cui può dar voce la creazione artistica.
All’epoca in cui Freud scrisse Il perturbante, egli intuì che l’arte, il poeta, lo scrittore potevano esprimere ciò che in realtà per gli altri era ancora inesprimibile.
Nel primo ‘900 viennese, infatti, alcuni artisti danno voce alle profonde inquietudini che si riverberano contemporaneamente nella elaborazione freudiana, tanto che Oscar Kokoska  considera il movimento modernista un rivale e un contemporaneo della psicoanalisi.
Un clima storico e sociale di cui fu protagonista Gustav Klimt, il primo modernista austriaco che espresse graficamente gli argomenti tabù della sessualità femminile e dell’aggressività.
In letteratura Artur Schnitzler introdusse il dialogo interiore e rappresentò lo smarrimento morale dei giovani della sua generazione; descrisse lo straniamento e il senso di disorientamento rispetto al confine dell’immaginario, del sogno e del reale. Eric. E. Kandel scrive che uno dei paradossi dell’arte è che, nel corso dei secoli, gli artisti hanno suscitato le stesse emozioni in chi guardava le loro opere.
Freud nel Poeta e la fantasia suggerisce che l’artista può, attraverso l’arte e i processi di trasformazione creativa, esprimere ciò che per altri è oggetto di censura e di vergogna.
La riflessione di Freud che lega, dunque, il perturbante alla colpa e al conflitto pulsionale, è stata integrata negli anni successivi da molti psicoanalisti, soprattutto da coloro che si sono interessati ai processi emotivi, sensoriali, cognitivi della crescita e della interazione del neonato/bambino con il suo ambiente, con la madre- ambiente, (aspetto molto diverso dalla eccitante madre-oggetto,) capace quindi, di sostenerlo e di proteggerlo nel periodo di massima vulnerabilità quando inizia a rompersi il guscio simbiotico e a sperimentare l’angoscia della separazione e dell’oggetto altro da sé; a percepirla e a percepirsi come entità collegate ma separate.Lo scritto di Marion Milner sulla vicenda di Giobbe, raccontata tramite le tavole di W. Blake, consente, mi sembra, di connettere la concezione freudiana fondata sulla pulsione e sul conflitto con alcuni sviluppi teorici successivi.
Nella prima tavola Giobbe è raffigurato insieme ad amici e parenti, nel suo ambiente; sullo sfondo c’è un albero frondoso su cui sono appesi strumenti musicali. Le diciannove tavole successive mostrano il precipitare di Giobbe in un vuoto perturbante e catastrofico popolato da angeli o demoni che hanno spesso il suo stesso volto.
Viaggio all’inferno dove incontrerà e combatterà il proprio rinnegato doppio pulsionale e distruttivo. Sarà, tuttavia, attraverso il suo doloroso riconoscimento che potrà iniziare un processo di elaborazione, di integrazione, di rinascita come si evince dalla ventunesima e ultima tavola in cui Giobbe è nuovamente sotto l’albero, ma gli strumenti musicali non sono più di inutile complemento. Giobbe adesso, in armonia con i suoi cari, crea e condivide l’esperienza musicale.
Marion Milner, pur non facendo in questo scritto riferimento esplicito alla cultura post freudiana, ne sottintende gli assunti fondamentali integrando la concezione delle pulsioni e del conflitto alla questione del vero e del falso Sé.
Nella prima tavola, infatti, Giobbe, osservante delle leggi divine, vive un ordine e un benessere fittizio, assolutamente incapace di godere autenticamente dei suoi beni e di creare la sua musica. Vive secondo la legge, la legge del super-Io, ma senza rapporto vitale con il suo ambiente affettivo, senza sperimentare, direbbe Winnicott, la gioia di sentirsi esistere, di saper entrare in gioco con gli altri condividendo e co-creando l’esperienza.
Lo spazio nel quale si tesse la tela della formazione del Sé, è considerato da Winnicott un tempo arcaico in cui l’ambiente sostiene l’illusione che sia il bambino, proprio lui, a creare il mondo, proteggendolo dalla percezione della propria vulnerabilità sino a quando non avrà interiorizzato una base sicura per sentirsi reale e vivo. In caso di fallimento, il bambino patirà il senso del vuoto temendo sempre di poter crollare e disintegrarsi.

Kubin ha reso plasticamente la minaccia che potrebbe rappresentare il mondo per un neonato privo di un ambiente che se ne prenda cura e che sia capace di attutire l’urto della prima aria nei polmoni, della fame, della perdita del confine intrauterino, del disagio sensoriale.
Nella sua opera L’ora della nascita, un minuscolo infante è ritratto accanto ad un enorme terrifico ragno/mondo. Manca, direbbe Bollas, un “oggetto trasformativo” capace di evitare la catastrofe emotiva.


Nel tempo arcaico il ritmo delle cure, l’alternanza fra presenza e assenza, permette la sopravvivenza del Sé e si compie l’integrazione psicosomatica nello spazio fra la fusionalità e la separatezza.
Questo processo della formazione del Sè lascerà l’orma in ognuno, sia pure diversamente declinata, della perturbante paura dell’estraneità e della disgregazione ma, nel contempo, anche della capacità trasformativa e della creatività.
Paolo Fonda riconsidera alcuni apporti teorici sul tema della fusionalità, sia quelli relativi all’evocazione di fantasie di fusione totale e quindi, patologica, sia quelli relativi a concetti quali il processo primario, la simbiosi, il narcisismo, la dipendenza, l’identificazione proiettiva, l’empatia, il rapporto con gli oggetti Sé, per poi focalizzare l’attenzione sugli aspetti e le funzioni più normali e fisiologiche della esperienza primaria nella vita mentale adulta e matura per arrivare a considerare il ruolo che questa fusionalità ha nella relazione analitica e nell’elaborazione di modelli dell’accadere psichico. Egli ritiene che avvenga una continua interazione ed integrazione di piani della psiche molto diversi fra loro e, a volte, anche apparentemente incompatibili e paradossali. Sembra quindi esserci un rapporto dialettico continuo fra i piani della fusione e i piani della separatezza in ogni relazione umana; coincidenza e non coincidenza, in qualche forma, egli ritiene, che coesistano sin dalla origine.
Per seguire questo percorso, propone di ripartire dal capitolo sull’identificazione della Psicologia delle masse e analisi dell’Io considerando che fra due Io (o fra molti Io) esiste un punto preciso di coincidenza come luogo di immedesimazione per intendere l’Io estraneo di altre persone. Un punto preciso in cui i confini del Sé si attutiscono e viene a crearsi un’area potenziale, di contagio empatico, pur rimanendo integri i confini individuali.
Nella condivisione, più che un dissolversi dei confini del Sé, dunque, si tratta di un loro estendersi in quanto anche l’oggetto coincidente, o meglio, le sue parti coincidenti vengono inglobate e concepite come vari gradi di Sé distinte da altre aree aventi qualità di separatezza e percepite come non Sé.
Dalla nascita si annoverano, quindi, rapporti con oggetti sufficientemente simili che producono spazi mentali comuni per far fronte alla perenne necessità di crescita o rimodellamento ed adeguamento del Sé alla sempre mutevole realtà esterna e interna.
Il riconoscimento di elementi simili-comuni fra due persone o in un gruppo, attenuando i confini del Sé, costituendo limitate aree fusionali, amplifica la ricettività della comunicazione inconscia.
L’inconscio ha così nella fusionalità, in questi termini intesa, un canale fisiologico attraverso il quale comunica in corto circuito con l’esterno saltando l’Io.

Nella vita quotidiana, quindi, ogni individuo naviga in un mare di comunicazioni inconscio-inconscio che solo in piccola parte riesce, tramite l’elaborazione del linguaggio e l’uso di rappresentazioni, a trasformare in pensiero preconscio e conscio. Questo passaggio di introiezioni, sensazioni e percezioni avviene tramite una fisiologica, parziale dissoluzione di limitate aree di confini del Sé.
E l’area del contagio nella condivisione emozionale di ogni evento. Ne è esempio l’esperienza di alcuni studenti universitari1, impegnati in un percorso di studio che prevedeva la visita ad un museo. Essi girano disconnessi gli uni dagli altri più impegnati col proprio cellulare che con le opere esposte sino a quando non si trovano tutti insieme intorno all’opera 32mq di mare di Pino Pascali, in cui l’artista ingabbia in contenitori di metallo la misura sconfinata del mare e le sue poliedriche sfumature di colore. La visione improvvisa ed inaspettata dell’opera suscita in loro intense emozioni; si sentono vivi, coinvolti e si lasciano trasportare in un mare di ricordi personali.
L’opera, che già nel titolo si pone come oggetto evocativo, ha avuto funzione trasformativa, creando uno spazio emotivo condiviso in cui ognuno ha potuto raccontarsi legando l’esperienza estetica attuale al proprio mondo emozionale.
Il gruppo è anche condizione perché gli aspetti perturbanti possano esprimersi in quanto lo spazio comune contiene ed è garante della possibilità che emozioni terrificanti possano essere narrate, rappresentate, senza che questo comporti una disgregazione mortifera.
Nella pandemia, un gruppo di psicodramma formato da studenti universitari 2, pur svolgendosi da remoto, ha consentito il riaffiorare di esperienze emotive perturbanti e di poterle esprimere attraverso i sogni, le associazioni collegate, il gioco.
Paure declinate secondo il proprio personale arcaico terrore: insetti, cadute, annichilimento ed abbandono.
Una giovane studentessa parla di un film: Europa 51. È singolare essendo un film di Roberto Rossellini di circa 70 anni fa, quando lei non era nata. Per “coincidenza” anche una paziente che incontro individualmente mi parla, nello stesso periodo, dello stesso film legandolo alla sua angoscia infantile di figlia indesiderata.
Un film che ho visto giovanissima, alle soglie dell’adolescenza con grande turbamento e che, incuriosita, rivedo su internet.
Narra la storia di un bambino che non si sente ascoltato, che tenta in tutti i modi di catturare l’attenzione della sua bellissima mamma, di entrare in sintonia con lei che, assorbita da doveri mondani, non ha spazio e tempo per lui e si fa dominare da un marito anaffettivo e conformista. Il bambino si suicida lasciandosi cadere nel vuoto.

Un vuoto allo stesso tempo reale e simbolico, condiviso, forse, da una madre che, incapace di rapporti autentici, cercherà, dopo la morte del figlio, di rompere il guscio narcisistico dell’incomunicabilità prendendosi cura della sofferenza “perturbante” di altri a lei sconosciuti.
Ecco Europa 51 è un film che bene esprime, a mio avviso, le paure più arcaiche risvegliate dalla pandemia.
La paura che l’altro non ci veda, non ci ascolti, non ci rispecchi, sparisca e ci lasci precipitare nel vuoto.
E l’area dell’esperienza condivisa quindi, l’area del gioco, l’area egli oggetti culturali che al pari degli oggetti transizionali, consentirà la trasformazione e consentirà di poter co-creare e ri-creare; è la base per l’esperienza culturale dove di nuovo il confine si attenua ma non scompare consentendo il contagio creativo e vitale.
Lo spazio potenziale, nel quale avvennero i primi processi, diventa, quindi, nel tempo, lo spazio culturale.
Spazio che Freud collega al gioco infantile segnandone la connessione temporale. Afferma che una fantasia ondeggia fra i tre momenti temporali della nostra ideazione; passato, presente e futuro sono come infilati dal desiderio che li attraversa.
Un passato che ha radici nell’inconscio, nelle nostre esperienze arcaiche che coincidono sia con l’angoscia perturbante che con gli albori della creatività e che, tramite il contagio degli oggetti evocativi, avvia processi di nuove sintesi in una continua apertura all’oggetto altro che promuove in noi una trasformazione.
Se è vero che l’artista esprime spesso ciò che per gli altri è indicibile, è anche vero che ogni sua opera, una volta percepita, sarà in noi ricreata.
Il suo pensiero si rispecchia nelle parole di Marcel Proust: «Io le provavo a un tempo nel momento presente e nel momento lontano, sì da far interferire il passato sul presente, da rendermi titubante nello stabilire in quali dei due io mi trovassi. Invero l’essere che in me delibava tale impressione la delibava in ciò che aveva in comune in un giorno nascosto e nel momento presente, in ciò che aveva di extra temporale: un essere che compariva solo quando, per una di tali identità fra il presente e il passato, gli era possibile trovarsi nell’unico elemento in cui gli è dato vivere, e gioire dell’essenza delle cose: ossia, fuori del tempo» (M. Proust, Alla ricerca del tempo perdutoIl Tempo ritrovato, pag. 857).
Proust, che prima di giungere a questa conclusione aveva dubitato della propria capacità creativa, comprende che non è il ricordo ma l’esperienza attuale che attiva un processo emozionale e che gli consente di sentirsi nuovamente vivo e creativo.

Ognuno di noi può ritrovare nella propria esperienza, per contagio nell’incontro con l’altro o attraverso le opere dei più creativi le radici della propria soggettività. Che sia perturbante o estetico ciò che vediamo, che ascoltiamo, che condividiamo, sarà sempre ricreato secondo la nostra esperienza emotiva, ci permetterà di riconnetterci con le radici del nostro Sé più autentico, trasformando e ricreando il mondo sino all’ultimo respiro.

Giovanna Lorusso
Psicologa, Psicoterapeuta
Didatta S.I.Ps.A.
Ordinario S.I.Ps.A.

NOTE

  1. L’opera appartiene alla Galleria Nazionale di Arte Moderna ed è stata esposta nel museo Pino Pascali di Polignano.
  2. Il gruppo è stato condotto negli anni 2020-2021 in collaborazione con la dott. Mariangela Cotella

BIBLIOGRAFIA

BION W.R. (1967), Attacchi al legame in Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando Ed., Roma, 1970
BOLLAS C. (1989), L’ombra dell’oggetto, Raffaello Cortina, Roma, 2018
– (2008), Il mondo dell’oggetto evocativo, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini, Roma, 2009
FONDA P. (2000), La fusionalità e i rapporti oggettuali in «Rivista di Psicoanalisi», XLVI, 3
FREUD S. (1907), Il poeta e la fantasia in Opere, vol.5, Bollati Boringhieri, Torino, 1989
– (1919), Il perturbante in Opere, vol.9, Bollati Boringhieri, Torino, 1989
– (1921), Psicologia delle masse e analisi dell’Io in Opere, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino, 1989
KANDEL E.R. (2012), L’età dell’inconscio, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020
MILNER M., Il senso del nonsenso in La follia rimossa delle persone sane, Borla ed., Roma 1992
PROUST M. (1927) Il tempo ritrovato in Alla ricerca del tempo perduto, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1961
WINNICOT D.W. (1971), Gioco e realtà, Armando ed., Roma, 1974

 

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