19 SERGIO BENVENUTO Dar nome al proprio male

1.
Nell’ultimo film di Pedro Almodovar, Madres paralelas2 (2021) si racconta la storia di due donne, una adolescente e una matura, che si incontrano in una clinica per partorire. Avranno ciascuna una bambina. In seguito, la donna matura poco a poco si rende conto del fatto che le bambine sono state scambiate, che ognuna di loro ha la figlia dell’altra. La donna matura assume come bambinaia la ragazza giovane, finché non le dice che lei è la vera madre di quella bambina, mostrandole due inequivocabili referti genetici. La ragazza allora si riprende la propria figlia biologica, senza che la donna matura faccia la minima obiezione, anche se la bimba ha ormai un anno. Quanto all’altra figlia, quella della madre matura, era morta nella culla.
Alcuni amici hanno detto che il film è conservatore e anti-moderno: il regista sembra dare per scontato che quel che conta è il DNA, perciò la vera madre si riprende la figlia biologica senza la minima resistenza da parte dell’altra.
La cosa ha dato luogo a una vivacissima discussione. Ho fatto notare che il fine del regista era proprio quello di suscitare una vivace discussione, ovvero di problematizzare quel che significa essere madre, oggi e sempre. Anche se le protagoniste agiscono in un certo modo, è l’incertezza sul significante “maternità” quel che emerge qui. Un tempo si diceva mater certissima est, ma questa certezza non viene certificata dal film.
Del resto, gran parte del cinema di Almodovar gioca sistematicamente sull’incertezza che si fa su categorie fondamentali come maschio/femmina, vivo/morto, vittima/carnefice, ecc. Egli è davvero regista queer, termine ormai accademico negli Stati Uniti, che indica tutto ciò che è sessualmente inclassificabile, in generale, ciò che non rientra in categorie predefinite.
Faccio notare che in certe popolazioni della Birmania non è riconosciuta la parentela madre-figli[1]. Per i figli, la madre è solo la moglie del padre. Queste culture sono pazze? No, pare che nell’antica Sparta fosse la stessa cosa. A Sparta contava solo la parentela per via paterna. Per questa ragione era ammesso il matrimonio tra fratello e sorella uterini, ma era proibito come incesto il matrimonio tra fratello e sorella germani3.
Se una madre può credere che un figlio sia il proprio, perché non si accorge dello scambio, che cosa giustifica allora l’amore materno? Il punto qui non è la scelta tra la realtà genetica e la realtà affettiva, perché entrambe sono sospese a qualcosa che tutti noi cerchiamo di ignorare, il significante. Ciò che suscita l’amore materno è un significante, “esser madre di”. Il DNA o l’affetto dovuto alla vita comune sono effetti di questo significante. Prima della scoperta del DNA, il legame era chiamato “di sangue”. Essere dello stesso sangue. Questo significante fissava i nostri tropismi affettivi.
Quindi, anche gli affetti più elementari, più viscerali, sono sospesi al significante.
In Filumena Marturano di Eduardo de Filippo, il protagonista, Suriano, viene a sapere che la sua amante, ex prostituta, ha tre figli ormai grandi. E che uno di questi tre è il proprio figlio. Suriano vorrebbe sapere assolutamente chi sia suo figlio, ma non lo saprà mai. Dovrà accettare come figli tutti e tre. Ci chiediamo: perché è così importante per Suriano sapere chi dei tre sia “il sangue del suo sangue?” Che cosa fa della paternità non solo la condivisione del 50% dei propri geni, ma qualcosa che lega in modo direi trascendente due esseri umani, e non solo affettivamente? Quale forza ha mai il simbolico sulle nostre viscere, sui nostri affetti? E quali sono le condizioni di questa forza?

 

2.
È venuto da me un giovane di venti anni che soffre di disturbi somatici che chiamerei isterici. La prima volta che viene mi dice che il solo fatto di venire a consulto da uno psicologo (lui non sa nemmeno che cosa sia psicoanalisi) è già per lui una rivoluzione. Fino a poco prima era inorridito a sentire la sola parola psicologia.
Questo orrore era nato quando aveva sette anni. Aveva trascorso i primi sei anni solo con sua madre, dato che il padre si rifiutava di convivere con la madre del figlio, non voleva riconoscere il ruolo di padre. Poi il padre accettò di andare a vivere con il figlio e sua madre. In una gita con suo padre, sua madre e altri parenti, quando aveva circa sette anni, la madre ha una discussione con il padre, in cui gli dice, in sostanza, che la sua assenza ha avuto forse gravi effetti psicologici sul bambino. A questo punto lui si sente male, vuole uscire dall’auto, ha una sorta di attacco di panico. Il termine “effetti psicologici” lo ha particolarmente turbato. Ma cosa poteva capire del senso di un termine come “psicologia” a sei anni?
Da allora, quando sentiva parlare di “psicologia” entrava in allarme, come se qualcosa di minaccioso si profilasse. Andando avanti nelle sedute, abbiamo visto che per lui “psicologia” si collegava all’irruzione del padre nella sua vita, irruzione che da una parte ricordava di desiderare, ma che dall’altra aborriva. Possiamo dire allora che il termine “psicologia” causava il panico nella misura in cui significava “entrata in scena del padre”? Possiamo dirlo, ma spiega questo l’orrore che molte persone hanno per la psicologia o per la psichiatria, o per entrambe?
Mi colpisce il disprezzo che esprimono, spesso verbalmente, tante persone, anche colte, che incontro, quando dico loro che esercito come psicoanalista. C’è una grande confusione, tra chi non ha fatto studi specialistici, tra tutti questi significanti: psicologo, psicoanalista, psichiatra, psicoterapeuta… Ognuno si costruisce una certa immagine di queste professioni. Ma alcuni detestano letteralmente tutto ciò che comincia con “psic”. In America hanno un termine comune a ogni “psic”: shrink. Tradotto con “strizzacervelli”. Shrink è “restringere comprimendo”, in questo caso il cervello. Ovvero, finire tra le mani di uno shrink significa letteralmente aver decurtato il proprio cervello. Fondamentalmente, lo “psic” è una figura minacciosa, castrante.
Quando chiedo a queste persone perché abbiano una tale pessima opinione dello “psicologico” in generale, non mi rispondono in modo univoco e chiaro. Alcuni dicono che la psicologia non può essere una scienza, altri dicono che non esiste una psiche umana, altri dicono che è una specie di esoterismo… Insomma, ciascuno dà un senso diverso allo “psico” ma quel che conta è l’efficacia del significante “psichico”. Da dove trae la sua forza – malefica o benefica, a seconda delle persone – questo significante?
Probabilmente per molti essi ha il valore del termine melanesiano mana, che identifichiamo a una forza e a una divinità. Ma che, secondo gli antropologi, denota la forza di tutto ciò che non ha nome, di tutto ciò che sfugge al linguaggio. Lo si chiama anche “significante fluttuante”4. Psic- è il mana, per alcuni fasto per altri nefasto, della nostra epoca.

 

3.
Quando avevo forse sette anni, ricordo che commentavamo i titoli e le foto di un giornale, e un mio cugino indicò la foto di “un signore con le lenti”. Non avevo mai sentito il termine “lenti”, per me erano “occhiali”. Capii che era un sinonimo di occhiali. Eppure ebbi un senso di straniamento, di de-realizzazione… così forte che me lo ricordo ancora. Quel termine era per me enigmatico, anche se presto ne avevo colto il senso. Certo, fu in quel periodo che mi trovarono un’ipermetropia che mi costrinse, da piccolo, a mettere orribili occhiali… Potremmo ridurre quella mia sensazione perturbante alla vergogna di essere “quattrocchi”, come si diceva a Napoli? Certo c’era un groviglio attorno al termine per me inedito, misterioso, “lenti”. In particolare, l’angoscia per la cecità. Ma la cosa importante è che a un certo punto mi trovai di fronte a un significante puro, misterioso, dal senso sospeso: lenti. Così come quel mio paziente da piccolo si era trovato di fronte al significante enigmatico psicologia.Un mio amico è insegnante di sostegno in un liceo detto oggi umanistico (l’ex magistero). Tra questi c’è un ragazzo autistico di 15 anni. Questo ragazzo ha tutto un suo modo di apprendere le varie discipline, ma dice all’insegnante di non capire che cosa sia la materia detta “psicologia”. Lui gli spiega che tutti noi abbiamo pensieri, sentimenti, speranze, ricordi… e che tutta questa vita mentale è oggetto della “psicologia”. Ma il ragazzo, che pure non è stupido, non capisce. “Che cosa significa vita mentale?” Questo la dice lunga sull’autismo, che è, a mio avviso, una cecità sulla soggettività in generale, propria e degli altri5. Ma se l’autistico non capisce che cosa voglia dire “psiche”, per molte altre persone “psiche” è un termine terrorizzante. Come per me “lenti” all’epoca.

 

4.
Tutta la psicoanalisi si basa sfrutta la funzione performativa del linguaggio, ovvero la misteriosa forza dei significanti. “Performativo” è un termine della filosofia del linguaggio che si riferisce al fatto che il linguaggio non descrive solo, ma agisce6. Se dico a mia figlia «Domani ti regalo un libro», non sto solo descrivendo quel che probabilmente farò domani, compio un atto, quello della promessa. Ma l’atto di promettere è un’istituzione umana esplicita: se non mantengo le mie promesse, la cosa mi sarà rimproverata. Invece non c’è nessuna istituzione che dia forza al significante “psicologia”, per esempio, eppure questo ha una forza minacciosa. Da dove viene la forza dei significanti? Ovvero, in che cosa consiste il mana di certi significanti? La loro forza non consiste nell’uso che si fa di essi, ma il solo pronunciarli convoca questa forza.Nella pratica analitica, ma anche al di fuori, si è sempre colpiti da come sia importante, per tante persone, avere una diagnosi. Si tratta di persone che non sanno nulla di nosografia psichiatrica, che hanno un’idea quindi abbastanza vaga e distorta dei termini psichiatrici. Eppure tante persone chiedono tremebondi allo shrink «Ma che cosa ho?», «Che cosa ha mio figlio?», ecc… Quando si risponde a questa domanda formulando una diagnosi, questa per lo più delude chi l’ha richiesta. Di solito, quelle parole specialistiche non dicono loro nulla. Eppure c’è la convinzione che nelle parole diagnostiche ci sia il disvelamento di una verità. Ma quale verità?
Uno si presentò in seduta la prima volta dicendo subito «Sono un narcisista borderline». Era la diagnosi fattagli da uno psichiatra in precedenza. Questa diagnosi evidentemente lo proteggeva, lo rassicurava, lo fissava in un sistema in cui pensava di star bene. E difatti non voleva essere “guarito”.
Certamente alcune parole godono di cattiva fama tra la gente comune. Come “narcisistico”, “schizofrenia”, “isteria”, “perversione”. Per questa ragione quando molti psichiatri formalizzano una diagnosi, anziché scrivere sulla cartella “schizofrenia” che potrebbe spaventare il paziente, scrivono “Disturbo schizoaffettivo” per annacquarne l’impatto semantico. Non diversamente da come si scriveva un tempo “neoplasia” e non “carcinoma” perché il termine cancro era tabù. Analogamente, se si dice a una signora che è una personalità borderline, la cosa non le fa né caldo né freddo; ma se le si dice “lei è isterica”, questo scatenerà le sue reazioni.
Nel corso degli anni, parecchi amici mi hanno chiesto, come se si trattasse di una confidenza assolutamente eccezionale e unica, «ma secondo te sono perverso?». I primi tempi pensavo ingenuamente che si riferissero a perversione, oggi detta parafilia, quella dei manuali psichiatrici. Ma ciascuno aveva un’idea diversa dello stigma che pensava di avere. Il senso che davano al termine era diverso, ma il significante perverso angosciava tutti.
Cominciamo a capire che cosa sia un significante, non solo in psicoanalisi: qualcosa tra la parola e l’impatto di senso che ha per ciascuno. Non è qualcosa che si dissolve nel suo senso, ma non è nemmeno solo una parola.  È quando una parola diventa dura e forte come pietra, la quale può anche essere lanciata.

 

5.
Tutto questo apre a una questione filosofica di fondo, che tante volte ci si è posta. Ovvero: che cosa intendiamo quando comunichiamo con gli altri? In generale, ognuno recepisce quel che diciamo in modi diversi. Ad esempio, quando parlo con altri di quel che ho scritto o detto, e questi altri si dicono perfettamente d’accordo con quel che ho detto o scritto, mi rendo conto nel 90% dei casi che sono stato frainteso. Non mi riconosco in quel che gli altri capiscono di quel che penso. Perciò raccomanderei ai filosofi e saggisti che riscuotono ampio successo di pubblico di ridimensionare il loro eventuale orgoglio: ciò che dà loro successo forse è un fraintendimento.
Ma questa verità che pochi sono disposti ad accettare – che il commercio umano delle idee si basi sul malinteso – assume un valore molto più drammatico in psicoanalisi, che è una pratica che opera essenzialmente attraverso la parola. Essa anzi scommette sul fatto che dire le parole giuste a una persona abbia un effetto di cambiamento anche terapeutico. E di fatto questo accade: molte persone stanno vistosamente meglio.  È perché abbiamo detto loro certe parole? Ma abbiamo detto che non sappiamo davvero il senso che le nostre parole hanno per gli altri. Del resto, lo si vede bene anche nelle diatribe teoriche con amici: gran parte della discussione consiste nel chiarire quel che uno vuol dire. E si ha la costante impressione che l’altro travisi le nostre parole, perciò dissente da noi. Ma questo travisamento non è un limite dell’altro con cui discutiamo: il travisamento è alla base stessa della comunicazione umana. Perché in fondo il senso di tutti i termini che noi usiamo è fluttuante.
Eppure come negare che certe parole ci toccano il cuore? Per esempio, certe pagine letterarie?  È così diverso il cuore di ciascuno di noi? Certamente. Eppure ci sono significanti che toccano tanti cuori. Non tutti, certo. Ma li toccano allo stesso modo?
Per esempio, quando trovo che un amico apprezzi un film o un romanzo quanto me, spesso scopriamo che le scene o i passaggi che ci hanno impressionato non sono affatto le stesse. Ci è piaciuta la stessa opera?
Eppure non possiamo negare che certe cose che diciamo agli analizzanti fanno breccia. La metafora della breccia è azzeccata. Si presuppone che l’altro, analizzante o meno che sia, sia una sorta di muraglia, come quella che circondava Roma nel 1870. Diciamo qualcosa che produce effetti nell’altro un po’ come la breccia di Porta Pia: un muro difensivo cade, e si introduce nell’altro tutta una nuova “corrente” nel modo di vedersi. Da qui il successo per decenni (non più oggi) della corrente analitica che riduceva l’analisi ad analisi delle difese, dove insomma il grosso dell’analisi consisteva nel fare breccia nel sistema difensivo dell’altro.
Ma fa breccia il senso di quello che diciamo loro? No, perché il senso che l’analizzante dà alle nostre parole non è lo stesso che diamo noi. Allora, lo fa il significante? Ma che cosa è il significante? Il significante sono le parole che usiamo? No. Direi che il significante è il mistero di cui sappiamo che ci domina.

 

6.
Nel film di Nanni Moretti Sogni d’oro (1981), Nanni stesso a un certo punto si confronta con due cinefili. Il primo gli parla dell’ultimo film di Don Siegel e lo stronca: «pieno di luoghi comuni, di banalità, di personaggi tipici». Poco dopo incontra un altro cinefilo, che sembra più chic del primo, il quale pure gli parla del film di Don Siegel, ma per esaltarlo: «è tutto giocato sui luoghi comuni, sulle banalità, su personaggi tipici!» Le stesse identiche ragioni che hanno spinto il primo ad annientarlo, sono quelle che hanno spinto il secondo a celebrarlo. Sono situazioni che accadono abbastanza spesso quando ci si confronta su un’opera d’arte.
Dov’è allora la differenza? In linguistica si direbbe che gli enunciati sono eguali, ma sono del tutto diverse le enunciazioni. Ovvero, quel che cambia è la posizione dei due cinefili rispetto a una stessa opera, anche se vi vedono le stesse cose. Le parole sono le stesse, ma i significanti sono del tutto diversi, perché essi appartengono a due orizzonti soggettivi diversi. Non c’è nulla di più difficile del descrivere gli orizzonti diversi, quando gli enunciati sono gli stessi.
È questo orizzonte soggettivo quel che conta in psicoanalisi, e nella vita in generale. Il bien dire, come lo chiama Lacan, il “dire bene”, non è dire certe parole piuttosto che altre, ma trovare le parole giuste in qualcosa che la stessa psicoanalisi stenta a teorizzare, che non trova le parole per teorizzare, e che chiamerei lo specifico essere-nel-mondo di ogni soggetto. Il linguaggio che usa è parte di questo suo essere-nel-mondo. Quel che posso dire è che questo essere-nel-mondo non è descritto affatto in modo soddisfacente dall’antropoanalisi fenomenologica, da quella di Ludwig Binswanger ad esempio.

 

7.
Sono spesso basito dal fatto che persone che conoscono molto bene la psicoanalisi, o addirittura psicoanalisti di professione, neghino il carattere direi “psichico” delle loro pene. Anzi, non appena si insinua loro che forse i loro problemi sono psicosomatici o comunque non legati a una lesione fisica precisa, si ottiene da loro una rabbiosa reazione come se li si volesse insultare. Torniamo qui all’orrore che ispira per molti il termine “psichico”, anche se qui l’orrore riguarda psicologi e psicoanalisti.
Mi riferisco in particolare a ipocondriaci. L’ipocondria non consiste nel lamentare malattie immaginarie, come spesso si crede, ma nel vedere solo la faccia fisica del proprio malessere. Non è inventarsi una malattia, ma, anche in presenza di una malattia, definirsi come malato, il tendere a ridurre il proprio essere all’essere malati. È come se uno si lamentasse di arrossire spesso, ma senza riconoscere che arrossisce per la vergogna: vede l’arrossire delle sue guance, ma non la vergogna. E si chiede di quale problema circolatorio egli soffra.
Un mio parente da mesi si lamentava di vari disturbi gastrici. Ad esempio, era convinto che dopo aver mangiato si gonfiasse e aveva terribili problemi a digerire. Si era fatto fare una caterva di analisi per capire di quale disturbo soffrisse, ma nessuna analisi aveva dato una risposta chiara.  È interessante che quando i pazienti ipocondriaci (che costituiscono una larga fetta dell’umanità) non ricevono dalla medicina una diagnosi chiara e definitiva, non concludono dicendo «non ho nulla, ovvero, è un fatto psicologico», ma continuano a fare altre diagnosi… sperando che alla fine arrivi quella giusta. Anche se non capirebbero nulla di questa diagnosi, perché non sono medici. L’ipocondriaco vuole insomma che il proprio malessere si agganci a qualche significante giusto. Ma che cosa fa di un significante quello giusto? Credo che gran parte della nostra esistenza, anche politica, si svolga facendo proprio questo: agganciare al nostro Unbehagen, al nostro malessere, il significante giusto. In politica, ad esempio, il malessere per alcuni si lega ai “politici che ci derubano”, per altri “al neoliberalismo che domina”, per altri “alla secolarizzazione e sdivinizzazione della vita”, per altri “allo stato che deforma i puri processi di mercato”, ecc. ecc.
Quella che chiamiamo “caccia al colpevole” dei malesseri del mondo – magari attraverso elaborazioni filosofiche sofisticate – è in realtà la ricerca di un significante che chiamerei cruciale. Il significante che dia forma e designi una causa al mio disagio nella vita sociale. Oppure, il significante che dia forma e designi una causa al mio être mal dans ma peau, al mio Unbehagen nell’essere me stesso.
Il mio parente, in attesa messianica della diagnosi giusta, prendeva dei farmaci, prescrittigli dal medico di base. Mi mostrò la ricetta di questi farmaci: erano tutti ansiolitici e antidepressivi. Glielo feci notare, anche se questo mio parente è una persona abbastanza colta, e si sarebbe dovuto presto render conto, leggendo il bugiardino, che di fatto era in cura psichiatrica. Secondo lui, invece, era in cura fisica. Gli dissi: «Stai facendo una cura psichiatrica a opera di un medico di base. Perché allora non vai da un vero psichiatra?». Fu un colpo di fulmine per lui. Mi pentii subito però di avergli consigliato uno psichiatra: di solito gli psichiatri oggi sono complici delle ipocondrie dei loro pazienti. Non diversamente da quanto lo erano i medici descritti e sbeffeggiati da Molière nel XVII° secolo.
Ma cosa vogliamo dire che certi sintomi sono psichici e non fisici? La psicoanalisi è nata su una scommessa, che le donne isteriche erano malate psichiche, non fisiche. Ma cosa significa di fatto questa distinzione? Oggi né la biologia né la filosofia della biologia sa dirci che cosa è fisico e cosa è psichico. Oggi la biologia tende a identificare lo psichico con il cerebrale, anche quando certi disturbi non rivelano alcuna lesione cerebrale specifica. In realtà si tratta sempre di significanti, che possono avere significati diversi a seconda di chi li pronuncia. Per esempio, è “psichico” quando, dopo una barca di test medici, il medico conclude che non si tratta di un disturbo con chiare cause fisiche, dice «È un problema cerebrale» e prescrive una risonanza magnetica al cervello. Per “cerebrale” intendono “psichico”. Ma possiamo dire di sapere, oggi, che cosa dobbiamo intendere per “cerebrale” e “psichico”? Varie filosofie ci sono dietro questi termini di uso comune.
Devo dire però che è bastato dire a questo mio parente «guarda che sei in cura psichiatrica, anche se non te ne rendi conto» per guarirlo. Dopo non lamentò più questi disturbi. Col tempo ne tirò fuori altri, ma più spirituali direi. La cura era consistita nella diagnosi. Come una diagnosi può curare? Nella medicina diciamo normale (non psic) dire a qualcuno «Lei ha un cancro al colon» non cura il cancro. Nella nostra pratica invece sappiamo che le parole sono pietre, anzi macigni. Anche se un analista si rifiuta di dire la propria diagnosi all’analizzante, e anche se costei gliela chiede in ginocchio. Questo perché la diagnosi è significanti autoritari, e l’analista, per ragioni etiche, li evita. L’analisi si basa tutta sul proprio voler differire da quell’ipnosi da cui essa psicoanalisi è nata. Perché l’ipnosi, secondo Freud, si basa sull’autorità simbolica di un capo. Gli storici hanno descritto molto bene i re taumaturghi, i re di Francia e d’Inghilterra che avevano il potere di guarire vari malati con la semplice imposizione delle mani sulla parte malata7. Pare che spesso ci riuscissero. Ogni suggestione ipnotica è una ripresa dell’efficacia taumaturgica del medico. Gli psicoanalisti rigettano quest’efficacia taumaturgica, ma sono proprio sicuri di non fare ricorso, anche se inconsapevolmente, a essa? Gli effetti del significante giusto non sono effetti taumaturgici?
Del resto, che una diagnosi giusta (ma cosa è una diagnosi giusta?) possa guarire crisi anche molto acute è un dato d’esperienza quotidiana. Come abbiamo visto, dire a qualcuno “il tuo problema non è fisico ma psichico”, cosa che può apparire come una presa di partito filosofica, può guarirlo. In questo senso, contrariamente a quel che si dice, in analisi avvengono guarigioni rapide, fulminanti. Freud riuscì a guarire l’impotenza sessuale di Gustav Mahler con una sola seduta, anzi, con una sola passeggiata in cui Mahler gli parlò dei suoi problemi. Genio di Freud? Non è detto. Forse un qualsiasi altro psicoanalista avrebbe sortito lo stesso effetto: basta che lo ascoltasse un soggetto supposto sapere.

 

8.
Proprio perché ciascuno di noi dà un senso diverso a certe parole, alcuni analisti hanno finito col concludere che le parole che usa l’analista sono di per sé ipnotiche, e vanno evitate. Perciò alcuni analisti non parlano assolutamente mai. Molti analisti lacaniani, ad esempio, più che parlare preferiscono interrompere la seduta a un certo punto, un atto invece che la parola. Ma anche un atto può essere interpretato diversamente. Un’analizzante di un lacaniano, ad esempio, si era convinta che il suo analista chiudesse la seduta dopo che lui, l’analista, aveva udito bussare il campanello alla porta: era il segno che era arrivato il cliente successivo.
L’analisi è solo transfert, dicono. Ovvero, processi affettivi più o meno misteriosi che vengono a stabilirsi tra analista e analizzante. Il punto però è che questo transfert si basa anche su quel che l’analista, magari raramente, dice. È questo dire o non dire che fa precipitare un certo transfert piuttosto che un altro. Per esempio, per un analizzante fu una vera svolta – si stabilì un forte transfert – quando l’analista gli disse una volta «Per lei deve essere stato duro perdere sua madre a 27 anni». Una frase del tutto banale, in effetti. Che però per lui ebbe un impatto enorme. Non aveva mai pensato che sua madre fosse morta troppo presto…
L’alternativa transfert/interpretazione, oppure, come si dice oggi, empatia/ricostruzione, è una falsa alternativa, perché le parole con cui si interpreta sono già atti di transfert. L’interpretazione è essa stessa un atto. Il silenzio transferale è interpretativo, l’interpretazione può avere un forte effetto transferale. Di solito noi vediamo solo le parole e gli affetti, e tendiamo a opporli. Ma non vediamo quel centauro formidabile che sta tra le parole e gli affetti e che chiamerei il significante. Che è esso stesso una parola ma misteriosa, senza senso o con troppi sensi, che ha la presenza di una roccia e la forza del fuoco, ed è con questi significanti che dobbiamo confrontarci nella vita, ovvero nella vita politica e nel nostro educare gli altri, oltre che ovviamente nello psicoanalizzare8. Sono questi significanti misteriosi che danno una direzione alle nostre esistenze – significanti puri come Dio, la patria, la famiglia, il socialismo, la vita….  È come se con i nostri atti volessimo dare spessore all’enigma di questi significanti. Così il mistico, amando profondamente e sinceramente Dio, lo fa esistere. Il significante genera l’affetto, e l’affetto dà al significante una forza cosmica.

 

Sergio Benvenuto
Maitrise en Psychologie all’Università Paris 7, laurea in sociologia all’Università di Urbino, visiting researcher presso la New School for Social Research di New York.
Dal 1985 ricercatore al CNR, Istituto delle Scienze Cognitive di Roma. Professor Emeritus di psicoanalisi presso l’Istituto Internazionale della psicologia del Profondo di Kiev. Insegna psicoanalisi in vari istituti italiani di Specializzazione in Psicoterapia in Italia e all’estero. Direttore dell’Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi “Elvio Fachinelli” di Roma.
Ha fondato e diretto fino al 2020 il «Jouirnal of European Psychoanalysis». Redattore di varie riviste, tra cui «American Imago», «Psychoanalytic Discourse» (Toronto), «Philosophy World Democracy» (New Delhi).

 

NOTE
1. “Dar nome al proprio male”: Rielaborazione del mio intervento al convegno “Prendersi cura delle parole” organizzato dalla SiPsA (Società italiana di psicodramma analitico) il 20 novembre 2021.
2. Ne ho parlato in: Sergio Benvenuto, Lacan oggi, Mimesis, 2014, p. 157.
3. E.R. Leach, Nuove vie dell’antropologia, p. 35.
4. Claude Lévi-Strauss, Introduction à l’oeuvre de Marcel Mauss in Mauss, Sociologie et Anthropologie, Paris, 1950. Jeffrey Mehlman, The “Floating Signifier”: From Lévi-Strauss to Lacan, Yale French Studies, No. 48, French Freud: Structural Studies in Psychoanalysis (1972), pp. 10-37.
5. Ho sviluppato questa tesi in: S. Benvenuto, L’autismo, una battaglia persa della psicoanalisi, Psychiatry On Line, 15 luglio 2018, http://www.psychiatryonline.it/node/7494.
6. Il concetto è stato introdotto dal filosofo Austin: John L. Austin, How to Do Things with Words Oxford, Clarendon Press, 1962. Vedi anche: Eve Sedgwick, Touching Feeling, Duke University Press, 2003.
7. Marc Bloch, I re taumaturghi.
8. Per Freud i mestieri impossibili erano: governare, educare, psicoanalizzare. Cfr. S. Freud, Prefazione a Gioventù traviata di A. Aichorn, p. 181. S. Freud, Analisi terminabile e interminabile, p. 531.

BIBLIOGRAFIA
AUSTIN, J.L. (1962), How to Do Things with Words, Clarendon Press, Oxford, 1962.
BENVENUTO, S. (2014), Lacan oggi, Mimesis, Milano.
BLOCH, M. (1973-4), I re taumaturghi. Studi sul carattere sovrannaturale attribuito alla potenza dei re particolarmente in Francia e in Inghilterra, traduzione di S. Lega, prefazione di C. Ginzburg, Einaudi, Torino, I ed. 1973 – 1984.
FREUD, S. (1925), Prefazione a Gioventù traviata di A. Aichorn, in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino, 1978.
– (1937), Analisi terminabile e interminabile, in Opere, vol. XI, Boringhieri, Torino, 1979.
LEACH, E.R. (1973), Nuove vie dell’antropologia, Il Saggiatore, Milano.
LEVI-STRAUSS, C. (1950), Introduction à l’oeuvre de Marcel Mauss in M. Mauss, Sociologie et Anthropologie, Paris.
MEHLMAN, J. (1972), The “Floating Signifier”: From Lévi-Strauss to Lacan, «Yale French Studies», No. 48, French Freud: Structural Studies in Psychoanalysis, pp. 10-37.
SEDGWICK, E. (2003), Touching Feeling, Duke University Press.

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