21 FRANCESCO SAVERIO GIGLI MANZI Una vita perturbante, come tante

Personalmente credo che almeno una volta nella vita di ogni buon lettore capiti che un determinato libro appassioni e “prenda” così tanto senza che se ne conosca pienamente la ragione. E non mi riferisco alle usuali spiegazioni logiche che molti di noi danno (e si danno) quando gli viene chiesto il perché, spiegazioni del tipo: «E’ scritto davvero bene»; «Scorre che è una meraviglia»; «Sono riuscito/a ad immedesimarmi completamente nel personaggio principale»; «Tocca argomenti che mi sono molto vicini» ecc…
L’esperienza alla quale mi sto riferendo va al di là del conscio e del razionale, riguarda qualcosa di più profondo ed inafferrabile. Le parole racchiuse in quelle pagine “bucano” la superficie terrena della coscienza ed arrivano a perturbare un nucleo sopito che inizia così a ribollire, a svegliarsi.
Questo è quello che credo mi sia successo leggendo Una vita come tante di Hanya Yanagihara. Ci ho messo molto tempo per finire le quasi 1100 pagine che compongo questo meraviglioso libro poiché l’impatto che ha avuto su di me è stato così forte, fin da subito, che in più di un’occasione mi sono dovuto fermare per fare chiarezza nei pensieri e nelle emozioni.
Tuttavia, è forse il libro che negli ultimi anni regalo e consiglio di più. E quando mi chiedono come mai, una delle prime “motivazioni logiche” che do è questa: “Questo libro ti farà provare una ‘montagna russa’ di emozioni lasciandoti spesso senza parole né fiato”. L’autrice è infatti capace di far passare il lettore, nel giro di cento pagine (a volte anche meno), dalla felicità e gioia più totali allo sgomento, al dolore ed alla tristezza infiniti. Sembra quasi che lo scopo del libro sia quello di comunicare, in modo molto elegante e beffardo, una semplice e dura verità: “In alcuni casi non c’è mai fine al peggio”. Credetemi, quindi, se vi dico che più di una volta mi sono ritrovato seduto in poltrona a parlare da solo con il libro, dicendo frasi come: «Non ci credo!»; «Mi state prendendo in giro! Dai su, non può essere successo davvero!»; «Ma che razza di sadismo!».
Ma la chiave del successo di questo straordinario libro risiede proprio in questa continua sorpresa, nel fatto che il lettore crederà fermamente che ciò che sta leggendo di volta in volta sia l’apice della felicità, della tristezza, del dolore e dell’orrore sopportabili da un singolo essere umano, per poi invece scoprire che ciò non è vero: quello che era accaduto precedentemente era solo un pezzetto del puzzle di catastrofi e sofferenze di cui è costellata la vita del/i protagonista/i. Ognuno degli eventi avversi esperiti dal protagonista Jude (e da Willem e JB e Malcolm) provoca quel sentimento che Freud definisce come “perturbante” (1919). Nonostante la portata, l’intensità e la tipologia delle “catastrofi” capitate a Jude non si possano minimamente paragonare a quelle che molti di noi hanno dovuto affrontare nel corso della vita, una serie di domande continuavano a tormentarmi, ed a provocarmi tanta “perturbazione”, durante la lettura di questo libro: “E se, come succede a Jude, l’impegno che mettiamo per provare a cambiare la nostra posizione ci ponesse, poi, davanti, altre e peggiori catastrofi? Che senso ha la vita e gli sforzi che facciamo per dargliene uno, se tanto non ci è dato sapere quant’è l’effettivo ammontare del dolore che siamo destinati a provare? Il peggio è davvero alle spalle o è sempre possibile fare la fine di Jude?” (forse è per via di queste domande che ho impiegato così tanto tempo per finire di leggere Una vita come tante).
Con fatica durante la lettura provavo ad allontanarmi dall’identificazione con Jude, personaggio tanto irreale quanto carico di fascino. Mi sono chiesto come mai, nonostante tutte le “fortune”, le cose positive e gli affetti a lui capitati, che lo avrebbero potuto salvare dalla distruzione, lui non si salva. Mi sono detto più e più volte, rapito io stesso dell’abilità della scrittrice: «Ma Jude non è reale!». Jude non esiste se non come prodotto dell’immaginario, vittima sacrificale della sua autrice. Noi invece siamo “reali” e possiamo salvarci.
L’autodistruzione che permea la vita di Jude è forse la questione, tra le tante, che maggiormente ha scatenato in me il sentimento del perturbante. Fin dalle prime pagine veniamo a conoscenza di questo lato del protagonista, del suo “mostro” che sgorga fuori come il sangue dalle ferite che si autoinfligge. Jude, infatti, si taglia: profondamente ed inesorabilmente. Ogni qualvolta il dolore ed i ricordi del suo passato con prepotenza si impadroniscono della sua psiche e, soprattutto, del suo corpo, Jude si taglia. Ogni qualvolta la delusione ed il disgusto verso se stesso ed il suo corpo fanno capolino dall’immagine che vede riflessa nello specchio, Jude si taglia. Ogni qualvolta la vergogna, la rabbia ed il senso di colpa per ciò che è e ciò che ha fatto lo sopraffanno…Jude si taglia. È la sua dipendenza. La difesa che usa per gestire il “mostro” che ha dentro e che gli sussurra: «Tu non vali. Questo è ciò che ti meriti per essere così deplorevole. Fai schifo!». Ed è proprio a causa di questo mostro che Jude si riterrà meritevole di ricevere l’amore di Caleb, un uomo violento e manipolatore che si approfitterà di lui e delle sue fragilità e ne abuserà in molti modi. L’amore malato sperimentato da bambino, dal quale Jude era riuscito a sfuggire (quasi a costo della sua stessa vita), lo aveva ritrovato: la sua paura più grande si era fatta realtà, reincarnandosi questa volta nelle vesti non più frugali del vecchio saggio monaco devoto a Dio, ma in quelle del coetaneo affermato e comprensivo, un uomo come lui (all’apparenza) di cui si sarebbe potuto fidare. Jude, comunque, solo verso la fine riuscirà a concedersi di essere felice e vivere una relazione d’amore sincera e profonda con un uomo di cui si fida e che lo ama, per poi vederselo strappare via dalla sua eterna persecutrice: la vita. L’idea di poter condividere lo stesso destino e le stesse sofferenze di Jude, e che credo rappresenti la forza di questo libro, ci smuove domande profonde, sgradevoli: qual è il nostro “mostro”? quante volte è riuscito a vincere? esiste un amore sano, fortificante, libero oppure l’amore è necessariamente malato, opprimente e castrante? Alla fine della lotta, chi avrà la meglio: il mostro o il nostro “essere” soggettivo?
Queste domande e la sensazione di perenne dubbio, lo stare in bilico sospesi a mezz’aria tra la “normalità” e la follia che attraversano il libro, sempre ad un passo dallo sprofondare nell’abisso, nella tana del “mostro” di Jude, sono ciò che provocano il perturbamento.
Hanya, Jude, Willem, JB e Malcolm mettono il lettore davanti alla cruda verità che la vita è imprevedibile. Non importa quante “catastrofi” si possano affrontare nel corso della vita, non importa quanti sacrifici si facciano per provare a vivere “moderatamente felici” ed appagati, quanto impegno ci si metta per provare a dare un senso alla propria esistenza, per provare ad amare ed essere amati, a lavorare e divertirsi: oggi sei vivo, domani chi lo sa. Questa è la vita: tutto quello che si è costruito potrebbe essere spazzato via in un attimo. È la realtà dei fatti.
Ognuno di noi è consapevole di come funzioni il gioco della vita ed è per questo motivo che cerchiamo di dare un senso ad ogni nostra giornata. Eppure, questa consapevolezza non ci accompagna così chiaramente ogni ora di ogni giorno, altrimenti l’angoscia di morte ci paralizzerebbe e non saremmo in grado di fare nulla. Giace invece in quel limbo tra la piena coscienza e l’imperscrutabile ignoto dell’inconscio in attesa di essere risvegliata. Ed è propriamente in quell’istante, quando si sveglia, che noi sperimentiamo quel sentimento perturbante. Il gigante viene destato dal potere delle parole, dalla forza travolgente della buona letteratura, rendendoci consapevoli che ciò che stiamo leggendo, per quanto finzione, non è poi così lontano dalla vita reale, da un possibile scenario futuro. L’autrice Yanagihara, facendo proprie le parole di Freud, rende il suo libro una chiara esemplificazione di come la letteratura possa essere perturbante: «[…] se il poeta si pone, a quanto ci è dato di vedere, sul terreno della realtà consueta […] egli fa proprie anche tutte le condizioni che nell’esperienza reale sono all’origine del sentimento perturbante, e quindi tutto ciò che ha effetto perturbante nella vita ce l’ha anche nella poesia. Ma in questo caso il poeta può anche accrescere e moltiplicare il perturbante ben oltre il consentito nell’esistenza reale, facendo succedere eventi che nella realtà non sperimenteremmo o sperimenteremmo solo molto di rado. Così facendo egli ci abbandona […] alla superstizione che ritenevamo in noi superata, ci inganna promettendoci la realtà più comune che poi invece travalica». (Freud, 1919, p.112).
Una vita come tante travalica di molto la realtà comune, ne sconvolge gli assiomi, si fa portavoce di un destino improbabile ma non impossibile. Jude si porta dietro il suo trauma e ne rimane prigioniero per sempre.
L’esperienza analitica, in fondo ci insegna che una battaglia personale e privata, spesso invisibile e sconosciuta agli occhi degli altri, si può combattere il mostro “facendolo parlare”.Francesco Saverio Gigli Manzi
Dottore in Psicologia

Bibliografia
Freud S. (1989), Il perturbante (1919). In C. L. Musatti (Ed.), Opere vol. 9 – L’Io e l’Es e altri scritti 1917
1923
, (pp. 77-118), Torino, Bollati Boringhieri.
Yanagihara H. (2016). Una vita come tante. Palermo: Sellerio editore.

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