24 DANIELE POTO, Analisi di un film perturbante “Bad luck banging or loony Porn”

L’estetica perturbante è un’esperienza che può toccare profondamente le corde dell’essere umano. Non vogliamo attingere all’esempio macroscopico della sindrome di Stendahl. L’ineffabile senso di vuoto e di stordimento provocato dalla visione di un’abbagliante opera d’arte. Esperienza da museo o da galleria d’arte. Vogliamo alludere a un esempio di profilo più basso, riconducibile a quell’arte spuria che è il cinema, prodotto combinatorio dove l’idea base dell’autore si sinergizza con la traduzione visiva del regista e l’indispensabile contributo dello scenografo, del curatore della fotografia, con il responsabile sonoro, con il canovaccio degli sceneggiatori in un catalogo infinito che- direbbe il poeta- “scendendo per li rami” arriva con buona concretezza all’ultima e più rozza della maestranze. Questa visione “bassa” del cinema è necessaria per comprendere la sua gestione e la sua fruizione restituendo al regista il compito demiurgo del capomastro, dell’assemblatore di singole specificità. Il concetto di arte nasce dalla capacità di riconoscere validi collaboratori e di sublimare l’artigianato in qualcosa di profondo e diverso: una mirabile sintesi finale. Attribuendo al montaggio (Orson Welles: “Il montaggio è tutto”) un valore non solo simbolico nella valutazione di scartare il girato inutile ai fini della sintesi autoriale.
Ci allontaniamo da Freud per carpire il senso vero del termine “perturbazione”: Modificazione di una condizione di quiete, di normalità, di ordine, per lo più con conseguenze dannose o pericolose. La perturbazione è vicina alla destabilizzazione, al messaggio improvviso, alla sorpresa che coglie lo spettatore in una sala cinematografica ma persino a casa, davanti al piccolo schermo. Un’arte (o un artigianato) che spiazza, devia, dialettizza, costringendoti inevitabilmente a una fruizione estetica inedita che ti rende diverso da quello che eri prima della visione. Diverso, non necessariamente migliore. L’estetica non ha pregiudizi morali.
Nel cinema ti perturba il regista che ti mette in condizioni di difficoltà e di spiazzamento visivo rispetto a quello che ti sta proponendo. I grandi innovatori del cinema sono perturbatori in perenne stato di agitazione e che trasmettono questa percezione profonda al loro interlocutore in sala. Ovviamente non lasciandolo indifferente. Potremo citare in ordine sparso e confuso: Bergman, Fellini, Welles, Truffaut, Kubrick. Fateci caso, sono i registi preferiti da Woody Allen che in un’intervista ammetterebbe volentieri e senza reticenze di essere rimasto perturbato dalla loro fruizione.  Non è un caso, a esempio, che l’immagine più iconica e destabilizzante della vasta cinematografia di Kubrick sia una scena horror di Shining dove la cosiddetta “luccicanza” è il deterrente per decongestionare la follia. E dove la sua bravura riesce a decrittare la perturbazione letteraria creata da Stephen King, riadattandola al grande schermo con una potenza visionaria di grande impatto.
Dovendo focalizzare un esempio corrente e sceglierlo specificatamente dalla nuova ondata filmica nel mazzo dei film che hanno fruito di “nomination” per i Premi Oscar, eleggiamo a titolo esemplificativo una bizzarra pellicola rumena che sin dal titolo mostra la propria estraneità al mood corrente, al mainstream imperante di chiara derivazione americana e/o hollywoodiana.
Bad luck or loony Porn di Rade Jude già presenta nel titolo una chiara difficoltà di traduzione. I distributori italiani non hanno neanche provato a riproporlo con una posticcia riconversione in “Sfortuna martellante o porno folle” perché una volta di più l’inglese propone la sua schiacciante superiorità fonetica. A cui ovviamente si piegano anche i rumeni per le leggi del mercato internazionale globalizzato. Pellicola che non sfugge alle regole forzate della pandemia. Per questo presentandolo prima su una piattaforma e poi, molto brevemente nelle sale per la mediazione di Lucky Red, è stato conservato il titolo originale. Permettendo, anzi quasi auspicando, che l’utente italiano meno avveduto facesse rimbalzare nel proprio immaginario il termine “porn”. Accattivante sì, di possibile richiamo commerciale. Ma, al contrario, la lunghezza del titolo e la provenienza da una cinematografia poco nota e appetibile come quella rumena, ha determinato il vistoso insuccesso al box office. Ma non è di questo che dobbiamo preoccuparci eccessivamente.
Torniamo a definire la precisa “perturbazione” provocata da un film che si è visto assegnare l’Orso d’Oro al Festival di Berlino e che ha avuto una discreta onda mediatica nei caldi giorni dell’assegnazione degli Oscar.  Il film ha un avvio choc e propone una modulazione in quadri, assolutamente dissonanti tra di loro ma tesi a restituire il valore aggiunto della loro composita combinazione.
La cinepresa nei primi dieci minuti è puntata all’interno di una casa dove due individui, un uomo e una donna, stanno consumando un rapporto sessuale. Nella mia lunga esperienza di consumatore di cinema non ho mai visto una scena di un film di circuito normale che corresse il rischio di essere apparentato a un film porno come quella in questione. Perché la donna (l’attrice Katia Pascariu) è l’epitome e la rappresentazione di una normale donna dei nostri tempi ma è erotica la sua esibizione in un contesto domestico eminentemente privato.
All’inizio non sappiamo se il partner è un amante, un amico, una conoscenza occasionale. Ma di là a poco verremo a sapere che si tratta del marito. E dunque la familiarità dei gesti usuali è erotica ontologicamente perché rappresenta un atto mimetico oltre che un consolidato gioco a due rituale. Difatti lei indossa una mascherina e recita. E la mascherina non è quella del Covid-19. Lui le chiede di assumere determinate posizioni e appare sessualmente e liberamente esplicito il loro linguaggio sessuale. L’attrice ha 37 anni, non è particolarmente procace né particolarmente magra, appartiene allo standard medio anche anagrafico desiderato dal regista. In media res.
L’esibizione dei corpi nudi, debitamente mostrati, quasi sfacciatamente proposti in camera con primissimi piani, evidenzia bellezze non statuarie ma fisici comuni. L’erotismo e il climax scaturiscono dal desiderio dei protagonisti e, in seconda battuta, anche da uno smartphone che riprende la scena nella loro totale consapevolezza. Quindi gli attori è come se recitassero al quadrato. All’interno della finzione nel loro erotico quadretto domestico e per il regista nella riproposizione di un gradevole atto di scambio sessuale.
La novità è che se volessimo collocare la scena iniziale in un film di genere dovremmo parlare di hardcore o di softcore. Gli organi sessuali sono mostrati anche nella loro congiunzione ma senza indulgere ai particolari anatomici del porno più pesante. Sono scene rituali che vivono quotidianamente milioni di coppie, anche non codificate, nel mondo e che non producono scandalo nella realtà ma perturbazione estetica nello spettatore.
Dal backstage si apprende che le scene sono meno naturali di quanto possano apparire perché nel gioco della finzione ci si è avvalsi del contributo di attori porno. E non forse vero che nel nostro comportamento sessuale quotidiano spesso attingiamo a lacerti di immagine mutuati proprio dai film porno? Innegabile confronto con la prassi del cosiddetto sexting nel mondo contemporaneo. Perché lo scandalo viene immediatamente dopo.
Secondo un rituale ormai molto gettonato nell’attualità di tutti i giorni il video entra nel web per una disattenzione del marito. Ed ecco che la rappresentazione domestica assurge alla visione collettiva creando la contraddizione che è al centro del climax del film. Il privato non fa scandalo ma la dimensione pubblica sì e questa irrompe clamorosamente.
Lei, l’insegnante di scuola media, all’inizio non sembra proprio dannarsi l’anima per la leggerezza del marito. Sembra quasi lusingata per la spregiudicatezza della mossa. Ma avrà presto modo di pentirsene. In fondo siamo perturbati anche dalla sua passeggiata su e giù per Bucarest, riflettendo un crescendo nervosismo in divenire, perché ora la vediamo vestita di panni normali, quasi dimessi, se si vuole improvvisamente donna insignificante, privata improvvisamente di tutto quell’esibito appeal precedente. Il film però è capace di sterzare, L’insegnante ha una gonna lunga, non è elegante, si esibisce con un look che è lontano parente del corpo nudo oggetto del desiderio. Ci riconduce alla sobrietà pauperistica dell’est Europa post comunista. Avrete capito che qui inizia un altro film con una brusca sutura dalla scena iniziale.
Forse la mezz’ora che segue, una buona fetta dei 106 minuti della proiezione totale, sono i più significativi dell’opera di Radu Jude, esponente di punta di quella che è stata definita con non troppa fantasia la novelle vague del cinema rumeno. Senza intenti didattici ma semmai puramente documentari ci viene mostrata la vita in questa capitale europea. Una capitale che somiglia tanto alla nostra. Automobilisti che parcheggiano la vettura sul marciapiede, parole sgarbate del lessico metropolitano, noncuranza anomica. E lei, la protagonista, che, ogni tanto, chiama il marito al telefono in un crescente disagio, quasi presaga dello scandalo che potrà scoppiare in società, preoccupata di arginare la tempesta in fieri. Badate bene, sul punto di scoppiare in Romania, il Paese ha la sua importanza. Ma lo scenario potrebbe anche essere ribaltato in Italia, Francia, Germania o Olanda. Perché anche in occidente non siamo disposti ad accettare che le nostre pulsioni private diventino scellerate (sic!) esibizioni pubbliche. Si dipana una mezz’ora molto istruttiva sulla vita a Bucarest (peraltro molto diversa da qualunque tipo di esistenza nella provincia rumena).
Jude firma e filma quasi un manuale di antropologia contemporanea. Ma deve dar tempo di scatenare il dramma, di volgere verso una tensione che progressivamente monta.
Commenterà il regista: «La sequenza della camminata illustra i problemi e le contraddizioni della mia città: cantieri, rumore, differenza di classe, centri commerciali, gente che non ha materialmente i soldi per fare la spesa, violenza sull’ambiente, individualismo sfrenato. Ecco quello che siamo diventati in trenta anni di democrazia» (non è un caso che il dittatore Ceausescu sia stato defenestrato nel 1989, l’anno di tanti crolli, compreso quello del muro di Berlino).
C’è l’inseminazione dello scandalo nella deriva esponenziale delle immagini. Tutto quello che appare sul web può essere valutato e giudicato ora da decine di persone, non tutte decisamente compassate e neutro ma potenziali giudici.
La donna è sempre più presaga dell’evoluzione negativa della deriva involontaria in cui si è cacciata. Il film ora mostra altre mascherine. Da quelle del gioco erotico a quelle della vita di tutti i giorni. Vita vissuta in tutte e due i casi. Socialità è anche entrare nel mirino del giudizio. In questo caso particolarmente delicata l’esposizione perché l’insegnante, come si vedrà più avanti, alleva ed allena giovani menti e la pericolosità latente è quella dei superiori e dei genitori, entità potenzialmente alleate. A questo punto il regista sente il bisogno di darsi tempo. Di far metabolizzare il work in progress con un’altra abbondante digressione. E si abbandona al lusso sfrenato di pensieri in libertà che sembrerebbero non aggiungere molto allo sviluppo del plot ma che in realtà sono godibilissima parentesi.
Si sbizzarrisce in una serie di citazioni intellettuali a ruota libera che sembrerebbero nel loro illuminato progressismo assolvere il comportamento dell’insegnante. Tableaux vivants bizzari ed eccentrici che riflettono il suo know how e la sua ideologia.
Nel nome di Walter Benjamin, Ambrose Pierce, Bertolt Brecht, Pierre Bordieu, Paul Celan, Umberto Eco, Witold Gombrowicz, Milan Kundera, Virginia Woolf e molti altri. Siamo in Romania e sarebbe troppo facile tirare in ballo Ionesco ma tant’è. Non è cinema sperimentale. Sono parole più che visioni. Ed è come se il regista avesse affastellato un terzo pezzo di film completamente diverso dallo stringato racconto erotico dei primi dieci minuti e dalla mezz’ora peripatetica che ne è seguita.
Jude libera il suo palazzeschiano “Lasciatemi divertire” che s’avvale del contributo di immagini d’archivio o prese dal web. Tableaux molto liberi e disinvolti.
Su un fondale teatrale molto terreno si sviluppa la quarta conclusiva scansione.
Ora “la parola è ai giurati” parafrasando il famoso film di Sydney Lumet. In questo caso però l’ambiente non è claustrofobico.
La scuola affronta la pandemia ed il processo all’insegnante è en plein air e a porte aperte perché in corso d’opera si aggiungono o si sottraggono i personaggi. Il terreno è realistico. Il dibattito ruota attorno alla possibile espulsione dell’insegnante dalla scuola. Una discussione che è una cartina di tornasole di tutti gli umori della società rumena.
C’è il genitore post comunista, il bacchettone, il tradizionalista, l’ipocrita che finge di difendere i figli ignorando i propri peccati personali, il militare caro a Codreanu, il progressista in buona fede. Un caleidoscopio (o un guazzabuglio). L’onorabilità della professoressa è contestata e messa a dura prova. Da constatazioni, insinuazioni, speculazioni, battute di dubbio gusto in cui limite del volgare è spesso varcato. Ma lei si difende fieramente in un grottesco processo al ruolo che ricopre e che, inevitabilmente, si riflette sulla sua persona.
Il quotidiano «Il Messaggero» ha efficacemente titolato: «Il film sul porno in casa che racconta un Paese». Perché si riflettono vivacissimi umori e sboccano valutazioni storiche di una nazione che certo non ha dimenticato l’esautoramento choc del politico che aveva contraddistinto un’epoca: l’inevitabile Ceausescu. Il codice del film cambia ancora (ed è in grado di stupirci) nel momento in cui, dopo un ampio e dialettico dibattito, si deve pervenire a una sentenza. L’insegnante deve essere allontanata dalla scuola dando ben poco automatiche dimissioni o può continuare nel proprio magistero didattico, indubitabilmente riconosciuto da molti dei presenti?
Qui il regista sceglie un timbro assolutamente favolistico proponendo vari finali. Che è come inviare un messaggio al pubblico del tenore: “Scegliete quello che più vi piace” O, in seconda battuta, “tutto quello che avete visto finora non è vero ma è solo frutto della mia fantasia di regista”.
C’è dunque il verdetto di assoluzione, quello di condanna e poi un terzo momento completamente schizofrenico rispetto a quanto avvenuto fino a quel momento ma profondamente liberatorio. L’insegnante prende le sembianze del buneliano Angelo Sterminatore e improvvisamente dotata di superpoteri fisicamente neutralizza tutti gli oppositori dimostrando la non necessità del verdetto finale.
Una deriva di forte impatto visivo che è anche una conclusione catartica di un film definitivamente perturbante.

Daniele Poto
Giornalista e autore di testate giornalistiche, radio, televisione. Scrittore e autore teatrale, vincitore di numerosi premi

image_printstampa articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.