3 FABIOLA FORTUNA Il male perturbante

Introduzione
Il tempo che stiamo vivendo potrebbe essere definito da Freud perturbante, quando cioè ciò che è familiare diventa estraneo e, al tempo stesso l’estraneità diventa familiare.
Quotidianamente ci vengono proposte immagini di tragedie, lutti, violenze, cataclismi cui assistiamo apparentemente indifferenti ma che inevitabilmente provocano in noi un senso di incertezza e di precarietà. Un disagio che si avverte anche nella esperienza clinica, rendendo il saggio di Freud sul “perturbante” estremamente attuale.
Per molto tempo il saggio di Freud sul perturbante è stato considerato “minore” anche se, a ben vedere, rappresenta il primo passo verso una importante rivisitazione delle sue teorie, che troverà compiutezza nel più famoso Al di là del principio di piacere.
I due lavori sembrano infatti essere collegati da una serie di fili logici che rimandano l’uno all’altro e che testimoniano il momento cruciale sia nella vita personale che nella vita professionale del medico viennese.
Gli sconvolgimenti provocati dalla prima guerra mondiale, dalla quale l’Europa era uscita inevitabilmente sconvolta (ne accenna Freud stesso: «[…] la terribile guerra che si è appena conclusa […]1») fa da cornice ad una situazione personale segnata da una serie di eventi dolorosi: la morte della figlia Sophia, la morte del nipotino, la comparsa della malattia. Una serie di eventi, pubblici e privati, che, non disgiunti dalle sue continue riflessioni sulla clinica, spingono Freud a valutare diversamente ciò che osserva nei suoi pazienti e nella gente comune, fino ad elaborare una ipotesi che in parte mette in discussione, in parte articola maggiormente le sue teorie precedenti.
Ne Il perturbante, infatti, è già esposto tutto il percorso logico che in Al di là del principio di piacere sarà ampliato e motivato; un nuovo statuto per le pulsioni, che definirà “conservative”, l’abdicare del principio di piacere al trono di “custode della vita psichica”, ed il carattere “demoniaco” di taluni aspetti della vita psichica, che introduce il manifestarsi della pulsione di morte.
È quindi già con questo testo che la psicoanalisi si lascia alle spalle la fiducia nella interpretabilità globale della psiche, nel momento in cui deve ammettere che la coazione a ripetere s’impone anche “a dispetto del principio di realtà”, cioè che c’è qualcosa di “demoniaco”, come scrive Freud, che scardina l’ordine logico del funzionamento che fino ad allora aveva teorizzato per gli eventi psichici. In questa prima opera, del 1919, Freud costruisce lo spazio che verrà occupato dalla pulsione di morte.
Il concetto di perturbante era stato utilizzato già dallo psichiatra tedesco Ernst Jentsch nel 1906.
Jentsch sostiene che il perturbante in letteratura, come modalità drammaturgico/retorica, si fonda essenzialmente sull’espediente di porre il lettore di fronte a una sorta di paradosso cognitivo, nel quale egli si trova impossibilitato a decidere se alcuni personaggi della storia siano oggetti animati o inanimati, esseri viventi oppure cose senza vita. Freud, pur ponendosi sulla linea concettuale di Jentsch, estende la lettura del fenomeno in chiave psicoanalitica, prendendo anch’egli come esempio di analisi critica, in linea con Jentsch, il racconto di E T.A. Hoffmann, Il mago sabbiolino (1815).
Dopo “Introduzione al narcisismo”, scritto tra il 1913 e il 1914, la ricerca di Freud si era concentrata sull’Io e le sue origini, e sui suoi rapporti con la pulsione e la rimozione. La sua curiosità clinica per le psicosi, lo porta a considerare i rapporti tra l’Io e la realtà del mondo esterno, con particolare attenzione al concetto di “identità”.
Nel percorso teorico di Freud, l’iniziale interesse per le nevrosi, aveva naturalmente condizionato il suo concetto di identità: rilevare l’evidenza dell’inconscio portava con sé una prospettiva diversa del funzionamento della psiche umana. Ciò che si ritenevano “scarti” (il lapsus, il sogno…) diventavano elementi essenziali per l’analisi della psiche dell’individuo.
Nella evoluzione del suo pensiero, sollecitata anche dalla sempre più ricca esperienza clinica, Freud vuole approfondire l’origine dell’identità e il suo significato: la pratica quotidiana dell’analisi lo porta a comprendere che la teoria pulsionale non è più sufficiente a spiegare tutto ciò che accade nel rapporto analitico e tende a rivolgere la sua speculazione non più sul versante della parola, bensì su quello dell’immagine, vista la centralità che questa assume nel narcisismo e nella psicosi.Prima, però, di addentrarci nelle questioni teoriche, dal momento che clinica e teoria devono andare di pari passo, intendo descrivere un gioco che mi ha indotto a riflettere sul tema del perturbante.
È il gioco di una mia paziente, Elisa, relativo al racconto di una visita medica cui si è sottoposta recentemente.
Elisa soffre da anni di una malattia autoimmune, per la quale è sottoposta a cure continue, spesso invalidanti. Entrata nel gruppo da relativamente poco tempo, più volte ha raccontato le sue esperienze di “malata” sottolineando il carico di angoscia che le accompagnano.
Il racconto, prima, e il gioco, poi, per come si è articolato questa volta, mi hanno colpito particolarmente, per un aspetto che mi ha immediatamente richiamato il concetto di perturbante.
Ma lasciamo la parola ad Elisa.

Il gioco di Elisa

«I lunghi corridoi bianchi, i camici bianchi, nessun colore a smorzare questa sensazione di essere immerso nell’irrealtà. Il dottore che ho davanti sembra anch’esso essere parte dell’“arredamento”, camice bianco, colorito pallido, e anche le sue parole, nel comunicarmi come una sentenza che c’è una ripresa del male, le sento ma non le ascolto. Mi rimane il senso della ineluttabilità delle sue parole, alle quali, secondo me, non c’è possibilità di replica».
Considerato il pathos con cui Elisa racconta la sua esperienza, da cui sembra uscita priva di “parole”, decido di farle fare un gioco.

Per la parte del medico Elisa sceglie Franco, un uomo gentile e sorridente, ma che, talvolta, dimostra scarsa capacità di resistere alla frustrazione e ciò lo porta a crisi di rabbia, a volte incontrollata.
Durante la prima parte del gioco il medico, interpretato da Franco, appare inflessibile, senza emozioni e illustra a Elisa la sua situazione con un tono uniforme, privo di qualsiasi colore. Elisa, di fronte a questa comunicazione, è immobile, quasi impietrita. La prima parte del gioco si conclude così, col silenzio di entrambi.
Nella seconda parte il medico giocato da Elisa risulta essere un po’ più partecipe, attento alle parole che sceglie e, soprattutto, incoraggiante e positivo per l’efficacia della cura. Di fronte a un medico così empatico, Franco, nei panni di Elisa, anche se spaventato, si rilassa e si dice fiducioso e ottimista.
Nell’a-solo Elisa, ancora nella parte del medico, esprime la sua angoscia nel dover comunicare brutte notizie alla paziente, ma al tempo stesso lo rassicura il desiderio di affiancarsi alla malata nel percorso, e ciò dà un senso alla sua angoscia.
La prima cosa che colpisce nel gioco è che il confronto tra la paziente e il medico sembra caratterizzato, specialmente nella prima parte, da una evidente asimmetria.
Come sottolineato nel racconto, Elisa si trova a fronteggiare un soggetto apparentemente privo di anima, senza alcuna partecipazione emotiva alla sua condizione.
La sorpresa che, nel gioco, rende attonita Elisa non sembra essere tanto il contenuto della comunicazione quanto, piuttosto, il modo in cui tale comunicazione viene effettuata. È come se davvero il reale della malattia irrompesse ancora una volta nella sua vita lasciandola svuotata e priva di risorse.
Non è forse quella di Elisa un’esperienza perturbante?
La teoria ci aiuterà, ancora una volta, ad orientarci per decifrare l’esperienza clinica.

Freud e l’anomalia perturbante

Nel suo saggio del 1919 Freud inizialmente si interroga sul metodo da seguire per affrontare il tema del perturbante.
Le strade percorribili sono due: l’analisi linguistica del termine (perturbante = unheimlich, composto dal prefisso di negazione un + heimlich) oppure l’analisi di ciò che la maggior parte delle persone considera perturbante.
Intuendo come l’argomento sia di per sé ambiguo e pieno di insidie, la prima strada sembra fornire più certezze grazie alla concretezza dell’analisi etimologica.
Diligentemente Freud consulta il dizionario, ma scopre che il termine heimlich, oltre al significato principale di “familiare, domestico” ha anche significati come “nascosto, tenuto celato” (ad esempio l’arte heimlich è la magia).
Siamo di fronte quindi a un paradosso cognitivo: le fate di Macbeth direbbero: «Il bello è brutto e il brutto è bello»2.
L’analisi del termine, quindi, ne evidenzia il carattere ambivalente: un termine che indica un concetto e il suo contrario! Osserva difatti Freud: «[…] questo termine heimlich non è univoco, ma appartiene a due cerchie di rappresentazioni che, senza essere antitetiche, sono tuttavia parecchio estranee l’una all’altra: quella della familiarità, dell’agio, e quella del nascondere, del tenere celato»3; confermata da Schelling, secondo cui heimlich è tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto e che è invece affiorato.
I risultati poco incoraggianti della prima indagine, inducono Freud ad una indagine nell’ambito situazionale e letterario: si propone quindi di chiarire che cosa la maggior parte delle persone intenda per perturbante e quali elementi nelle opere letterarie siano perturbanti per il lettore.
Per tale scopo Freud, come accennato, prende le mosse dal racconto di E.T.A. Hoffmann, Il mago sabbiolino; il racconto, molto noto all’epoca, narra la travagliata vicenda di Nathaniel. Il protagonista, da bambino, era stato spaventato da una fiaba narrata dalla governante, che descrive le vicende di un cupo personaggio che versa sabbia negli occhi dei bambini fino a farli uscire dalle orbite. La vita di Nathaniel viene segnata da questi racconti di infanzia, e il povero ragazzo si troverà ad affrontare in vari momenti esseri malefici, situazioni drammatiche, un automa in sembianze umane di cui si innamorerà, fino al tragico inevitabile epilogo. Una storia, in verità, piuttosto cupa in cui Freud, pur riferendo l’ipotesi di Jentsch secondo cui il motivo perturbante si individua nell’ “incertezza intellettuale” (Nathaniel si innamora di un automa credendolo una donna vera), ritiene che il senso perturbante sia piuttosto da cogliere nella paura dell’evirazione, legata a credenze infantili (gli occhi cavati dalle orbite simboleggiano la paura della castrazione).
Nel considerare quegli elementi usualmente sono considerati “perturbanti”, Freud si occupa del motivo del “sosia”, «[…] in tutte le sue gradazioni e configurazioni» 4 concludendo che perturbante è tutto ciò che, oggetto di rimozione, ritorna dal rimosso: ciò che, già fonte di angoscia o latore di un altro effetto, ritorna al livello cosciente. Ecco spiegato, quindi il passaggio, anche linguistico, da Heimlich a Unheimlich: ritorna qualcosa di familiare estraniatosi per effetto della rimozione.
L’identificazione del soggetto con un’altra persona porta inevitabilmente a dubitare di sé: raddoppiamento, inteso da Freud come “perpetuo ritorno dell’uguale”, implica la presenza degli stessi tratti del volto, gli stessi caratteri, gli stessi destini…
Si tratta, in effetti, di una anticipazione del tema della coazione a ripetere che sarà compiutamente sviluppato nel saggio Al di là del principio di piacere.
Nell’inconscio è riconoscibile, infatti il predominio di una coazione a ripetere che si impone a dispetto del principio di piacere. Tutto ciò che ricorda questa profonda coazione a ripetere può essere perturbante e fornisce a determinati aspetti della vita psichica un carattere demoniaco.
Freud si trova quindi ad esporre in modo sintetico il percorso logico che sarà successivamente sviluppato: alla pulsione libidica (fino ad allora considerata da Freud l’unico “motore” dell’attività umana) si affianca la pulsione di morte, rilevando il carattere demoniaco di taluni aspetti della vista psichica.
In Al di là del principio di piacere, il tema accennato in Il perturbante viene compiutamente approfondito.
L’osservazione clinica dei comportamenti dei pazienti caratterizzati dalla coazione a ripetere, in cui il soggetto tende a ripetere ossessivamente, nella vita come nel rapporto analitico, operazioni spiacevoli e dolorose, lo porta a ipotizzare che questa insistente ripetizione di esperienze spiacevoli risponda ad un principio diverso da quello del piacere, che fino ad allora era ritenuto da Freud l’unico “motore” dell’attività psichica. Mutuando le modalità di comportamento degli organismi animali meno complessi che, per affrontare nel modo più efficace le sollecitazioni provenienti dall’esterno, attuano strategie che tendono all’ “omeostasi”, Freud arriva ad ipotizzare, dunque, che nell’individuo agisca non solo il cosiddetto “principio di piacere” ma anche un altro moto pulsionale che, nel tentativo di riportare il soggetto ad una situazione originaria “rassicurante”, tende quindi alla primitiva inorganicità, quindi alla morte.
La vita pulsionale perciò si ispira, al di là delle apparenze, al principio di conservazione che, se portato alle estreme conseguenze, riconduce ad uno stato primordiale inorganico.
Ecco quindi che fra i temi accennati da Freud ne Il perturbante e quelli approfonditi ne Al di là del principio di piacere troviamo una serie di punti di raccordo: si richiamano, si fanno eco uno all’altro
Ne Il perturbante troviamo il tema del sosia associato all’eterno ritorno dell’uguale che, nella forma della coazione a ripetere, sarà poi oggetto di speculazione nel lavoro successivo e motivo ispiratore per ipotizzare la presenza, nella vita psichica dell’individuo, di una spinta pulsione (“uguale e contraria”, si direbbe in fisica), la pulsione di morte. La natura demoniaca del perturbante trova, perciò, giustificazione nella vertigine che dà la prospettiva del nulla, dell’inanimato.
Non solo, ne Il perturbante Freud indica che ciò che rende perturbante un fatto, un episodio, nella vita reale come nella finzione estetica, è questa ambiguità tra heimlich e unheimlich, che non è altro che il ritorno del rimosso: il ritorno a livello di coscienza di ciò che era già appartenuto alla nostra esperienza e che viene riproposto nell’esperienza attuale.

Lacan e il perturbante

Abbiamo visto che per Freud perturbante è una particolare forma del ritorno del rimosso, e ciò che viene rimosso è la castrazione: si tratta di un nuovo incontro con la castrazione. Quello che, però, caratterizza il perturbante è l’intima estraneità (espresso anche dal termine Umheinlich) un ritorno che ritorna come estraneità, e al tempo stesso che porta con sé “l’intimità che è stato”.
Le riflessioni di Lacan sul perturbante prendono le mosse dal pensiero di Freud, offrendo però nuove prospettive.
Lacan arriva ad occuparsi del perturbante attraverso la rilettura del concetto di angoscia. Mentre per Freud l’angoscia è angoscia di castrazione, per Lacan l’angoscia è incontro con la pulsione e con il proprio essere oggetto di pulsione, oggetto pulsionale staccato separato dal proprio essere soggetto.
L’angoscia per Lacan è l’incursione del Reale nel Simbolico, è un affetto che non è rimosso (qui è la fondamentale differenza da Freud) ma ad essere rimossi sono i significanti che lo ancorano.
Nel luogo dell’Altro, c’è un segnale sul lato non significante che viene reperito dal soggetto, e che causa angoscia.
L’angoscia è un affetto in relazione con il desiderio enigmatico dell’Altro, c’è «un rapporto essenziale tra l’angoscia e il desiderio dell’Altro»5.
Il soggetto quindi viene posto di fronte alla questione cruciale «Che vuole da me?», un interrogativo che apre la dimensione perturbante della relazione con l’Altro.

Clinica e Teoria
Torniamo ora al gioco di Elisa. Cosa è che colpisce nel racconto e nello sviluppo del gioco?
Nel racconto, che prelude al gioco, Elisa si era mostrata arrabbiata per il modo in cui era stata tratta dal medico, e un po’ preoccupata per la sua salute. Dal mio ascolto, però, emergeva anche qualche nota dissonante, un quid di non detto, che, nel farla giocare, speravo emergesse.
In psicodramma, infatti, il gioco, grazie allo sguardo comune del gruppo, agli interventi degli io ausiliari, le punteggiature del terapeuta conduce il soggetto a distinguersi tra quello che è e quello che sembra essere.
Difatti, è grazie al gioco che gli effetti perturbanti del discorso del medico su Elisa emergono chiaramente. Elisa sembra avere di fronte a sé un qualcosa che non riesce a decifrare, con cui non riesce a porsi in relazione.
Una reazione che conferma quanto osservato da Freud a proposito del termine perturbante circa l’ambiguità tra essere animato e inanimato, che turba e disorienta; in proposito Elisa osserva, durante le riflessioni sul gioco, che le sembrava che di fronte a sé non avesse una persona ma una sorta di robot programmato per comunicare “sentenze”.
Rispetto, poi, al perturbante come espressione del ritorno del rimosso, possiamo ipotizzare che l’effetto di questa esperienza su Elisa possa essere stato amplificato da qualcosa di improvvisamente riemerso dal passato, non adeguatamente elaborato. Al momento è possibile solo fare ipotesi, dal momento che la paziente è nel gruppo da relativamente poco tempo: solo il proseguire del suo percorso terapeutico potrà confermare o meno tale ipotesi.
Per quanto riguarda, poi, quanto osservato da Lacan sugli effetti perturbanti nell’incontro con l’Altro, appaiono immediate le conseguenze nel momento in cui il soggetto si confronta con un aspetto non significante, e che causa angoscia: il confronto con l’enigmatico dottore, da cui secondo Elisa sembra dipendere il suo futuro, la fa sprofondare in uno stato di doloroso spaesamento.

Lacan: sguardo e perturbante

L’articolato studio sull’ “oggetto sguardo” porta Lacan a rivedere il concetto di perturbante da un altro punto di vista, che per uno psicodrammatista può essere di ispirazione.
Il Seminario. Libro XX. L’angoscia (1962-63) e Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della Psicoanalisi (1964), sono i saggi in cui egli si occupa della funzione dello sguardo: lo sguardo diventa oggetto con una funzione particolare.
Già in lavori precedenti Lacan si era occupato della visione: ne Lo stadio dello specchio, ad esempio, Lacan si interroga sulla azione formativa della immagine che offre lo specchio, ponendosi la questione: come si costituisce un soggetto? E la logica dello specchio fa emergere l’azione causativa dell’Altro nella costituzione del soggetto.  Il soggetto, dunque, esiste solo attraverso l’immagine allo specchio. Una immagine che, però, rimane altra, cioè il soggetto non potrà mai coincidere esattamente con la propria immagine speculare (basti pensare al rovescio fra parte destra e parte sinistra).
Nel Seminario XI la logica dello specchio viene riveduta da Lacan, focalizzandosi sul potere perturbante dell’immagine altra da me.
Nel medesimo Seminario Lacan approfondisce la questione dello sguardo, e nel fare questo, riformula il concetto di opera d’arte e, indirettamente, anche quello di perturbante.
All’inizio del capitolo dal titolo La schisi fra occhio e lo sguardo, Lacan riprende brevemente il sogno illustrato da Freud nell’ultimo capitolo della Interpretazione dei sogni, e ribadisce che la schisi fra il ritorno del reale e la coscienza, che sa di vivere tutto quanto accade nel sogno come incubo, permane dopo il risveglio.
Ritorna il termine “schisi”, che Lacan prende in prestito dalla medicina, e col quale si intende una fessura patologica congenita.
La schisi cui Lacan fa riferimento non è quella fra il visibile e l’invisibile, la schisi è fra l’occhio e lo sguardo, e in questa frattura si manifesta la pulsione.
Soffermiamoci su questo passaggio, importante perché deriva dalla rilettura operata da Lacan de Il perturbante freudiano. Mentre per Freud, come già detto, il perturbante è il ritorno del rimosso, quindi incontro con la castrazione, per Lacan è l’incontro con la pulsione. Nel perturbante abbiamo l’incontro prima di tutto nel campo visivo con la pulsione, incontro con ciò che non rientra nella logica del rimosso-ritorno del rimosso ma con qualcosa che è tagliato via, staccato dal soggetto. Il perturbante per Lacan è un fenomeno che ha a che fare con la pulsione là dove era attesa la castrazione.
Una condizione che vale anche per lo psicodrammatista, che si misura, come vedremo, con lo sguardo come oggetto di pulsione, in particolare nel momento del gioco di una scena vissuta nello spazio della seduta; anch’egli deve fornire uno schermo a questo oggetto ancora evanescente e prestare attenzione agli elementi già presenti nel partecipante, che gli possono indicare, indirettamente, il posto della sua eventuale inclusione nel transfert.
Osserva Serge Gaudé: «La rappresentazione giocata nelle nostre sedute, in presenza di un numero ristretto di persone e con il loro appoggio: è proprio questo [lo] schermo necessario alla proiezione dello sguardo del soggetto; sguardo che tuttavia non ha immagine. È uno schermo specifico, di cui dobbiamo articolare le coordinate. Lo si potrebbe affiancare a quelli, puramente tecnici, del cinema o del sipario del teatro, o allo schermo tessuto dalla parola in cui l’analizzante si arrischia o che riversa, nella cura analitica, sul muro del silenzio attento dello psicoanalista, o ancora allo schermo notturno che il sogno offre all’attività dell’inconscio del sognatore»6.

Nel brano tratto dall’articolo di Paul Lemoine, La pulsione scopica si ribadice quanto la questione dello sguardo sia importante nello psicodramma analitico:
«Nello psicodramma è lo sguardo comune del gruppo che conduce il soggetto a distinguersi tra quello che è e quello che sembra essere. Se il soggetto non ci rivelasse nient’altro che una maschera, si troverebbe come in un gruppo reale in una relazione d’amore in cui, quando si offre allo sguardo, si presenta sotto l’aspetto di maschio e di femmina. Nello psicodramma, per la relazione del transfert, il vedere, che nei gruppi reali fornisce un alimento al desiderio sessuale, è rimpiazzato dallo sguardo che individua la falla e mette in luce il desiderio solo per sottolineare la mancanza, vale a dire ciò che divide il soggetto»7.

Osservazione finale

Mi piace chiudere questo excursus sul perturbante non con delle “conclusioni” ma piuttosto con una “osservazione finale”, come in una seduta di psicodramma. Perché questa scelta? Perché, a mio parere, trattare un tema così complesso e così attuale come quello del perturbante non può portare a conclusioni che di per sé definiscono una questione, ma, anzi, sono di stimolo per nuovi interrogativi che riguardano non solo la teoria ma anche, e forse soprattutto, la clinica.
Interessanti sono le riflessioni di Christopher Bollas, che descrive certe sensazioni di turbamento provocate nel fruitore da “oggetti artistici”, che evocano, sul piano emotivo profondo, un repentino e violento capovolgimento del rapporto tra caregiver e bambino: un capovolgimento che tradisce in modo radicale le aspettative e i bisogni di chi, appunto, ha più bisogno (il bambino). Tali “oggetti evocativi” perturbanti, soprattutto nel loro porsi come oggetti reali, culturali, collettivi rispecchiano la natura inconscia di esperienze e modi di essere che un tempo abbiamo conosciuto ma non ancora pensato (il cosiddetto “conosciuto non pensato”).
Nel caso di Elisa, ad esempio, l’effetto perturbante potrebbe essere stato provocato da un “oggetto evocativo”, relativo ad esperienze non ancora elaborate. Grazie al gioco, o forse è meglio dire, grazie all’ “effetto” che il gioco ha consentito di far emergere, Elisa potrà iniziare a elaborare eventi traumatici passati.

Fabiola Fortuna
Psicoanalista, Psicodrammatista, Direttore Centro Didattico di Psicoanalisi e Psicodramma analitico-Roma SIPsA, Membro della SEPT, Past President S.I.Ps.A., Didatta e Membro del Comitato Scientifico S.I.Ps.A., Membro Forum Lacaniano Italiano, Socio Analista del CIPA con funzioni didattiche, di docenza e di supervisione.
fabiolapsiche@gmail.com

NOTE
1) S. Freud, 1920a, pp.198-200
2) W. Shakespeare, Macbeth, Le streghe: atto I, scena I
3) S. Freud, 1919, p. 86
4) ib., p. 95
5) J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia, 1962,-1963, p. 7
6) S. Gaudè S., 2015, p. XX
7) P. Lemoine, 1975

BIBLIOGRAFIA
Bollas C. (2009), Il mondo dell’oggetto evocativo, Astrolabio, Roma
Di Ciaccia A., Recalcati M. (2000), Jacques Lacan, Bruno Mondatori, Milano
Freud S. (1914), Introduzione al narcisismo, in Opere, vol. 7, Torino, Boringhieri, Torino, 1975
– (1919), Il Perturbante, in Opere, vol. 9, Torino, Boringhieri, Torino, 1977
– (1920a), Al di là del principio di piacere, in Opere, vol. 9, Torino, Boringhieri, Torino, 1977
Gaudé S. (1998), Sulla rappresentazione. Narrazione e gioco nello psicodramma freudiano, F. Fortuna (a cura), Alpes Italia, Roma, 2015
Hoffman E.T.A.(1815), Il mago della sabbia e altri racconti, Arnoldo Mondadori Editore, 1987
Jentsch E. (1906), Riguardo la psicologia del perturbante, in «Psychiatrisch-Neurologische Wochenschrift» 8.22: 195-98; 8.23: 203-05
Lacan J. (1978), Scritti, vol. I, Einaudi, Torino
– (1949), Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io, in Scritti, vol.1, Einaudi, Torino, 1978
– (1962-1963), Il Seminario. Libro X, L’angoscia, Einaudi Torino, 2007
– (1964), Il Seminario. Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2003
Lemoine P. (1975), La pulsione scopica in «Atti dello Psicodramma», n. 1, Ubaldini Editore, Roma

image_printstampa articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.