7 ANTONIE FRATINI Il perturbante nel surrealismo e nell’animismo

Chi non conosce il cinema surrealista? Immagino che molti si siano imbattuti, anche casualmente, in qualche spezzone di film e che i più coraggiosi abbiano pure tentato di seguirne la trama sino in fondo.
Sarei altresì pronto a scommettere sulla cattiva impressione, a livello di pelle, che ne hanno ricavato.
Nonostante alcuni di questi film siano unanimemente considerati veri e propri gioielli d’arte cinematografica e addirittura proiettati ininterrottamente in apposite sale museali1, nessuno può vantare un successo di pubblico proporzionale al proprio valore artistico. Nonostante i numerosi riconoscimenti ottenuti, le visualizzazioni su YouTube scarseggiano. Poco più di mille like rispettivamente in sette e quattro anni di permanenza per i capolavori L’Âge d’or (1930) e Un chien andalou (1929) di L. Buñuel. Per non parlare di quel che è forse il migliore film surrealista in assoluto, Eraserhead di David Lynch, quasi sconosciuto al grande pubblico.
Di certo, la logica dell’inconscio cui si ispirano gli autori di queste opere rende la fruizione delle opere di difficile intelligibilità in quanto si contrappone, almeno parzialmente, all’ordine razionale dei pensieri. In queste pellicole, molto più simili a sogni che a narrazioni, tempo cronologico, principi di identità, di non contraddizione e di terzo escluso scompaiono. Aristotele cade nel dimenticatoio. D’altra parte, scompare anche la tirannia del logos. Una condizone di libertà di pensiero alla quale tuttavia non è sempre facile abirtuarsi. Pertanto, come per i prodotti onirici, anch’essi richiedono una buona dose di pazienza e di impegno intellettuale nonché psicologico per essere adeguatamente compresi ed apprezzati. Non dubito che per qualcuno queste difficoltà da sole potrebbero già bastare a spiegare l’insuccesso del cinema surrealista.
Proviamo però ad andare oltre a questi motivi apparenti. Molti conoscenti mi hanno confessato per esempio di “non essere riusciti” a guardare questi film per interi. Questo dovrebbe metterci la pulce all’orecchio, come si dice, in quanto solitamente prevale la volontà di terminare la visione di un film o la lettura di un romanzo, anche soltanto per conoscerne il finale o/e potere affermare, a sé stesso e ad altri, di averlo effettivamente visto o letto. Quel paradosso è particolarmente vero, ritengo, per i film citati in precedenza che danno un certo riscontro d’immagine quando si citano nelle conversazioni, particolarmente negli ambienti intellettuali. Dove voglio arrivare?
La mia tesi è che il tipo di fastidio e, a volte, di vera e propria angoscia prodotto dalla visione di queste opere sia direttamente collegato a quel che S. Freud nel suo noto saggio del 1919 chiamò con l’aggettivo di perturbante, termine di cui l’etimologia in tedesco (unheimliche) rimanda a qualcosa di al contempo famigliare ed estraneo, noto ed ignoto2. Ricordiamo opportunamente il parere del padre della psicoanalisi secondo il quale l’ignoto, contrariamente all’opinione comune, non saprebbe suscitare paura e angoscia se non presentasse al contempo un riferimento a qualcosa di noto ma moralmente riprovevole. L’intensità di questo sentimento di fastidio/angoscia apparentemente sprovvisto di oggetto definito è, da questo punto di vista, direttamente proporzionale all’importanza e alla chiarezza del contenuto rimosso che fa venire a galla. In altri termini, il perturbante sarebbe per S. Freud un particolare effetto del rimosso che si mescola al sentimento estetico. Da qualche parte, il padre della psicoanalisi scrive che è sempre interessante rendersi conto da “quale suolo calpestato nascono le nostre virtù”. Egli fa propria l’intuizione di un Nietzsche che denuncia la fallacia delle nostre sovrastrutture mentali, sempre più o meno idealizzanti rispetto alla reale consistenza dell’essere. Quando per caso qualche esperienza, estetica o di altra natura, ci fa varcare la soglia di questo territorio dimenticato, emergono affetti negativi che, non potendo essere razionalmente collegati a nessun oggetto specifico, pur rimanendo indefiniti tendono a farci desistere dal proseguire. Questo è, sempre dal punto di vista freudiano, il senso dell’angoscia legata al perturbante. Nel caso delle pellicole citate si possono scorgere allusioni velate a qualcosa dell’ordine della perversione. Esse suscitano nel fruitore il sentore del pulsionale rimosso, in particolare del voyeurismo/esibizionismo e del sadomasochismo, nonché della depravazione individuale e della decadenza civile.

L’Âge d’or, L. Buñuel, scena finale

                                                           
Alla luce però dell’apporto di altri autori, in particolare C.G. Jung, siamo in diritto di domandarci se gli affetti collegati al perturbante dipendono necessariamente dal ritorno del rimosso e se non possono trovare altre interpretazioni. Se volessimo considerare ora le esperienze di questo tipo presso i popoli tribali, l’interpretazione freudiana risulterebbe stretta e in ogni caso non combaciante con le testimonianze raccolte dagli antropologi. In effetti, per caratteristiche psicologiche proprie e per cultura, i membri tribali accordano alla loro parte irrazionale una importanza che non esiterei a qualificare preponderante. Come ho sottolineato in precedenti pubblicazioni3, la loro psicologia mostra una netta prevalenza del lato percettivo sul lato cognitivo. Sono il pensiero e il sentimento a seguire le percezioni ricavate dall’elaborazione del loro inconscio e ad impostare la loro psicologia. In questo modo, esperienza e pensiero si arricchiscono di impressioni, di elementi gestaltici atti a determinare le loro scelte in ogni settore dell’esistenza.
In particolare, l’accento viene posto su tutto quel che riguarda l’anima, ovvero la dimensione animica consistente, nella presenza nella Natura, di entità spirituali invisibili ma fortemente sentiti. Nella pratica questa condizione si esplica in tutta una serie di pensieri e comportamenti che per i moderni sembrano assurdi o superstiziosi, ma che per loro rivestono precise funzioni per l’adattamento alla realtà fisica, sociale e spirituale. Mi soffermerò qui su di un tipo di comportamento piuttosto diffuso tra i popoli della Terra e spesso slegato da cerimoniali. Quando per esempio gli aborigeni australiani, notoriamente nomadi, giungono in prossimità di in un territorio nuovo, sconosciuto o non frequentato da molto tempo, scelgono di entrarvi o di allontanarsene in base ai tanti indizi percepiti ed elaborati sia a livello conscio che inconscio. Il risultato di questa percezione risulta infatti determinante nel loro processo decisionale. Se per esempio la loro percezione è globalmente positiva e al contempo riscontrano la presenza di prede tipiche del loro animale totem, potranno decretare di entrare in quella zona per una battuta di caccia. Se invece incontrano difficoltà particolari e una assenza dei loro animali totem, è più probabile che se ne allontanino4.
Altri popoli, come per esempio gli Yaqui messicani, accordano una importanza che potrebbe sembrarci smisurata ai luoghi dove riposare o meditare. Un antico rituale, quello del sitio, esprime bene questa esigenza. Esso consiste nel trovare una postazione particolarmente propizia per lasciarsi andare al contatto con le entità spirituali del luogo o del momento (noi diremmo: con l’inconscio). Il che può richiedere molto tempo e fatica, ma è spesso coronato da visioni o esperienze sinestetiche particolari5. È come se i tribali “fiutassero” le possibilità di pericolo e le opportunità che i vari momenti della vita, i territori e gli incontri offrono sia a livello materiale che spirituale. L’intera loro vita è scandita da situazioni affrontate in questo modo irrazionale ma che si dimostra perfettamente funzionale da millenni. Sarà qui il caso di riproporre uno schema6 che illustra bene la complessità della psicologia animista.

Da un semplice colpo d’occhio si capisce di trovarsi di fronte a quel che i fisici chiamano cinta di retroazione positiva. Questo interscambio continuo, fatto di proiezioni/integrazioni, tra Inconscio e Natura produce un guadagno crescente di informazioni che si cristallizzano in una cultura, la quale di ritorno va ad incidere sul sistema. Di conseguenza, l’approccio conoscitivo che ne deriva non è di tipo astratto, ma partecipativo. La percezione dell’anima delle cose e degli eventi, che consiste nella impressione globale che questi imprimono a livello inconscio sulla psiche degli individui, viene in quel modo potenziata dalla coppia Natura/Cultura che funge da cassa di risonanza dell’inconscio. Risulta chiaramente che la mancanza di una cultura adeguata in questo senso costituisce un notevole handicap che non permette di differenziare a dovere quella specifica funzione preposta alla percezione dell’anima che ho proposto di chiamare percezione animistica. Sicchè i moderni, sin troppo impostati da secoli di cultura razionalistica e materialistica, si ritrovano in un mondo silente, asettico dal punto di vista animico. Il che è perfettamente sintetizzato dalla felice espressione “disincanto del mondo” coniata dal sociologo Max Weber.
Nel caso dei popoli primari, qualcosa dell’ordine del perturbante viene a determinare le loro scelte in maniera costruttiva. In quel caso, volendo continuare ad impiegare il metro freudiano, risulta piuttosto difficile parlare di nevrosi collettiva. Dobbiamo riconoscere che queste modalità di rapportarsi al perturbante realizzano una funzione che al massimo potremmo, forzando un po’ la mano, agganciare alla preservazione dell’equilibrio psicologico, sul modus operandi dei sogni che per S. Freud costituiscono una valvola di sfogo dell’inconscio utile all’omeostasi dell’apparato psichico. Di fronte a questo tipo di percezioni i moderni reagiscono invece con il rifiuto, l’indifferenza o, nel peggiore dei casi, con un malessere che non trova reale ascolto. A questo proposito potremmo ricordare le reazioni di C. G. Jung di fronte al suo progetto di visita alla capitale eterna:
«Ho viaggiato molto nella mia vita, e sarei andato volentieri a Roma, ma sentivo di non essere all’altezza dell’impressione che questa città mi avrebbe fatto […]. Nel 1912 mi trovavo su una nave che da Genova andava a Napoli; quando la nave passò alla latitudine di Roma mi sporsi dal parapetto: lì in fondo c’era Roma, il crogiuolo ancora incandescente e fumante dal quale si erano diffuse le antiche civiltà, imprigionate nell’intrico di radici del medioevo cristiano e occidentale. Li l’antichità classica viveva ancora in tutto il suo splendido vigore e nella sua spregiudicatezza. Mi meraviglio sempre che la gente possa andare a Roma così come potrebbe, per esempio, andare a Parigi o a Londra. Certamente anche Roma, come queste città, può essere goduta da un punto di vista estetico: ma se siete colpito fino in fondo al vostro essere, ad ogni passo, dallo spirito che vi aleggia; se ogni rudere o ogni colonna vi guardano con un aspetto che riconoscete immediatamente, allora la cosa è tutt’altra. Persino in Pompei mi si aprivano orizzonti imprevisti, cose insospettate divenivano coscienti, si ponevano problemi che superavano le mie forze! In vecchiaia, nel 1949, desideravo riparare a questa omissione: ma mi sentii venir meno all’atto di comprare il biglietto! Dopo di che misi da parte, una volta per sempre, il progetto di un viaggio a Roma»7.

O ancora quando, nella stessa opera, narra della sua seconda visita (a venti anni dalla prima) alla tomba di Galla Placida a Ravenna. Quella volta egli non fece marcia indietro, ma:
«Ancora una volta, visitandola, mi sentii in uno strano stato d’animo; di nuovo ne fui profondamente turbato».

Per concludere, tornando agli effetti perturbanti del surrealismo ci si può sempre salvare ricorrendo all’espressione passe-partout “non è nient’altro che”… un film, così come si dice molto spesso dei sogni, che possono anch’essi produrre effetti simili. Ricordo di un medico generico che, di fronte ad un paziente mostratosi fortemente preoccupato da un proprio sogno, rispose: «Guardi, non si deve preoccupare perché i sogni… sono tutto il contrario della realtà!».

Antoine Fratini
Vice Président de l’Association des Psychanalystes Européens
http://apepsychanalyse.com/http://aepsi.agence-presse.net/+39-0525/79663-333/4862950

NOTE
1) Per esempio al Museo d’Arte Moderna G. Pompidou di Parigi
2) S. Freud, Il perturbante, in Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino, 1991
3) Vedi segnatamente Psiche e Natura, fondamenta dell’approccio psicoanimistico, Zephyro, Milano, 2012
4) Claretta Orlandi, Iniziazione al mondo degli aborigeni, Edizioni Mediterranee, Roma, 2003
5) C. Castaneda, A scuola dallo stregone, Astrolabio, Roma, 1970.
6) Pubblicato la prima volta nel mio La religione del dio Economia, CSA Editrice, Crotone 2009
7) C.G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Rizzoli, Milano, 1978

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