9 CINZIA CARNEVALI, SONIA SAPONI Esperienze perturbanti nella clinica psicoanalitica individuale, di coppia e in un gruppo di psicodramma

È sorprendente l’ascolto della complessità e della ricchezza che può fornire il gruppo e la bellezza delle trasformazioni che possono avvenire nel campo analitico, in senso più ampio come scrive Ferro (1996, p.34): “La relazione, o meglio il campo, è inteso non come qualcosa che deve essere interpretato di continuo, ma come quel “medium” che consente operazioni trasformative, narrative e piccoli insight successivi, ma che preludono ad altri cambiamenti: è proprio il campo che, man mano che viene esplorato, si allarga di continuo (Bion, 1970), diventando matrice di storie possibili, molte delle quali sono lasciate “in deposito” in attesa che possano gemmare».
Le narrazioni dei pazienti implicano un modo differente di intendere il contenitore che non solo è spaziale ma implica uno sviluppo nella narrazione che amplia la capacità di contenere le emozioni, le quali, se lasciate completamente libere, sarebbero assimilate agli tzunami, alle valanghe, come le ha descritte un paziente: «l’altro giorno, dopo il litigio con C., mi sono accorto che, se avessi lasciato andare la furia che ho dentro, avrebbe travolto e distrutto tutto come la valanga di Rigopiano, cosi è partita l’anestesia (cioè la neve si è congelata)».
Le emozioni che non hanno ancora un contenitore mentale sufficiente a tenerle- contenerle si congelano.
Base di tutto il lavoro è il testo irripetibile dei Lemoine G. e P.(1972) sulla possibilità di lavorare sui personaggi portati in seduta, sia della realtà fattuale che della realtà delle fantasie inconsce.
La trasposizione (identificazioni) del vissuto sul piano simbolico è ciò che M’Uzan chiama la funzione della rappresentazione: «essa consente al bambino di accettare il trauma della separazione senza esserne distrutto, senza doversi rifugiare nel puro immaginario» (Lemoine 1972, p.30).
Non è facile aiutare i pazienti alla rinuncia all’onnipotenza, all’autarchia infantile e produrre esperienza nutritiva, per portarli a quella maturazione necessaria per sopportare l’entrata del terzo, della regola (legge del padre: istanza proibitrice). Questo sarà possibile quando il bambino avrà vissuto, accettato e simbolizzato lo svezzamento. Finché non sarà possibile questo transito, il padre, l’Altro, rimarrà nella mente come una figura del perturbante?
Nel 1919 Freud scrive il saggio “Il perturbante”.
La parola in tedesco è unhemlich, da haim, cioè casa (familiare) e dal termine heimisch, che significa nativo, patrio. Un è l’antitesi, vale a dire che ciò che suscita spavento non è familiare, anche se è pur vero che non tutto ciò che non è familiare suscita spavento. Si riferisce a ciò che è inquietante, strano, spaventoso, raccapricciante, sinistro, qualcosa che fa venire i brividi.
La parola rimanda anche a qualcosa di celato, che non si fa sapere ad altri.
Unhemlich riguarda inoltre ciò che avrebbe dovuto restare segreto e che invece è riaffiorato. Freud si ispira al racconto L’uomo della sabbia di E.T.A. Hoffmann del 1815.
È un racconto molto complesso che indaga l’immaginario dell’automa. Descrive la regressione psicologica che riporta in vita gli incubi infantili del protagonista, riuscendo a far provare al lettore il sentimento del sinistro, dell’ambiguo, dell’inquietante.
Si potrebbe parlare anche di allucinazioni non psicotiche, deja vu o deja vecu, senso d’irrealtà, conti che non tornano. Per Freud l’effetto del perturbante ci rivela un modo di pensare primitivo, soprannaturale e magico, che pensavamo di non possedere o di aver superato. Come dire che la percezione di un fantasma è perturbante se non si crede nei fantasmi. È come se ci facesse dire: «non ci credo ma è vero».
Per Freud il perturbante è profondamente familiare e intimo ma nel suo riaffiorare è massimamente estraneo, inquietante e pauroso. Non riguarda solo il ritorno del rimosso, quanto il ritorno di credenze primitive, come il soprannaturale. Ciò sarebbe dovuto all’emergere dell’onnipotenza infantile conservata anche da adulti, come descritto da Winnicott (1986).
Come pungere con un ago una foto, o una bambola, dove l’ago è l’oggetto reale e la foto o la bambola il significante, allo scopo di punire una persona, pensando di poter produrre con quel gesto un effetto reale: come se colpendo nella foto o nella bambola la zona del cuore si potesse davvero colpire nella realtà il cuore della persona da distruggere.
Nella clinica a volte incontriamo questa sensazione di perturbante, dovuta a diniego e scissione-dissociazione, identificazione proiettiva massiccia di affetti o parti del sé del paziente che vengono fortemente proiettati nell’analista, il quale si sente invaso e spinto ad agire il ruolo che gli viene assegnato dal paziente.
Un permanere nella posizione schizopararanoidea (Klein, 1950), lontano dall’integrazione, dalla posizione depressiva, dalla maturità identitaria.
L’elaborazione da parte del terapeuta, anche successivamente ad un suo stesso agito (a volte inevitabile), può essere molto preziosa per poter portare alla luce parti dissociate del Sé del paziente, massicciamente proiettate nel terapeuta e a volte anche da lui agite.
Il soprannaturale nel concetto del perturbante è un soprannaturale diabolico, maligno, negativo. Infatti è quando sentiamo lo zampino del male che ci sentiamo perturbati.
Così molti film che hanno a che fare col perturbante, come in particolare i film horror, ci fanno sospettare lo zampino di piani diabolici all’interno di piani umani. Il piano diabolico potrebbe riferirsi nella regressione ad un’identificazione totalizzante alienante, come nel film di Polanski L’inquilino del terzo piano (1976), dove il protagonista perde poco alla volta la propria identità e sempre più si identifica nell’inquilino precedente.
Bollas (2009) scrive riguardo certe esperienze di turbamento come risultato dell’evocazione, sul piano profondo, di un improvviso e traumatico capovolgimento del rapporto caregiver– bambino, in sostanza un tradimento dell’adulto che non vede il bisogno del bambino, quindi di colui che ha più bisogno.
In Totem e tabù (1913), Freud fa riferimento al perturbante riguardo al modo di pensare animistico, spaventoso, terrifico, a ciò che ci offende e ci disgusta, ad un’esperienza emotiva che non solo fa paura, ma fa traballare le nostre certezze razionali, le categorie che ci aiutano a rappresentarci il mondo.
Dice E. Jentsh (1906) che, perché qualcosa perturbi, ci deve essere una incertezza intellettuale, cioè l’esperienza emotiva del non raccapezzarsi, quindi non si tratta di avere a che fare solo con un non familiare ma con qualcosa che spiazza e proprio per questo fa paura.
Nella lingua italiana perturbante rimanda ad ambiguo, sinistro, sospetto, ad un senso di disagio e profonda inquietudine, a sentire un brivido lungo la schiena o i capelli dritti in testa.
Si tratta in sostanza di un paradosso cognitivo, in cui chi è perturbato si trova nella situazione di chi non riesce a capire se gli eventi o i personaggi sono animati oppure inanimati, esseri viventi o pupazzi, automi, cose senza vita.
Nei romanzi di Kazuo Ishiguro Non lasciarmi e Klara e il sole i protagonisti sono automi e l’effetto perturbante si crea proprio nello spiazzamento che sente il lettore fra la condizione di automa (non umano, non vivente) e la condizione di solitudine, sofferenza e abuso che l’autore fa loro vivere facendo sentire al lettore tutta la mostruosità e il senso di perturbante che si delinea nei romanzi un po’ alla volta in un crescendo di angoscia. Lo spiazzamento avviene proprio perché lo scrittore crea un labile confine fra umano e non umano, fra esperienza dolorosa e anestesia al dolore.Marco, un giovane paziente da un anno in un gruppo di psicodramma, composto da sei persone, racconta di sentirsi molto turbato dall’immagine che gli appare di notte e prende forma nelle pieghe della tenda di fronte al suo letto, una sorta di pagliaccio- pupazzo che lo deride, una presenza fra l’animato e l’inanimato, fra l’umano e il cartone animato. Lo stesso personaggio a volte lo deride dall’interno quando Marco prende una decisione oppure ha un pensiero o una riflessione, allo stesso tempo deride la seduta di psicodramma banalizzando e svalutando il lavoro analitico. «Ahh ahh quante stronzate!!! Cosa ci fai qui a buttar via così il tuo tempo e i tuoi soldi, t’si proprio un fnochh». Il paziente è terrorizzato e affascinato da questo personaggio e dal suo apparire, pensa che magari ha ragione, lui è proprio un fnochh (in dialetto romagnolo un finocchio, un omosessuale, ma nel senso non solo etimologico quanto, come dire «non vali nulla, sei un povero debole, non sei un uomo»). Ha paura la sera quando va a dormire, ma anche lo cerca nelle ombre della tenda, come una presenza fra il diabolico e il familiare.
Giochiamo la scena e Marco, per fare il pupazzo, sceglie Maria, una donna con tratti aggressivi ma a volte anche molto empatica. Nel gioco lo scambio verbale e mimico fra Marco e Maria riesce a rimettere in scena e a far sentire ai terapeuti e ai pazienti l’atmosfera sinistra e inquietante. Maria si cala nei panni del pupazzo dando voce ad una presenza svalutante e controllante. Si sente molto il disprezzo. Marco è visibilmente spaventato e arrabbiato e suda copiosamente. Nel cambio di ruolo si sente “dalla parte di chi è forte”, ma nel ritorno nei propri panni riesce a prendere coraggio e a smascherare il pupazzo dicendogli: «So chi sei!». I partecipanti sono come immobilizzati, controtransferalmente identificati col terrore e la paralisi mentale di Marco. Debora, una paziente timida ma anche coraggiosa, doppia il pupazzo dicendo: «Ho più paura io di te, ho paura che ti stacchi da me, per questo ti spavento e ti faccio sentire stupido, così non mi lascerai».
La seduta offre a Marco ma anche agli altri partecipanti, la possibilità di dare un volto al pupazzo (la madre di Marco che lo attaccava e svalutava, ma che in molte circostanze era anche buona e affettuosa, di qui la scelta inconscia di Maria, che si scoprirà avere lo stesso nome della madre), e di mostrare la dinamica perversa fra un bambino che doveva rinunciare alla propria autonomia per restare vicino alla madre depressa, alla sua rabbia inconscia proiettata anch’essa nel pupazzo, alla colpa di abbandonare la madre bisognosa, alla tenerezza per quel bambino solo, che rischia di diventare un pupazzo nelle mani dell’altro che ha bisogno. Un bambino-pupazzo che deve curare o riempire i buchi identitari della madre e che non può tollerare l’angoscia e la colpa di lasciarla sola. Così Marco, attraverso una serie di associazioni del gruppo intorno alla scena giocata, e che saranno riprese dal gruppo di psicodramma nelle settimane e nei mesi successivi, in vari contesti, potrà comprendere meglio la sua tendenza a farsi oggetto-sé: “sono come tu mi vuoi” al servizio dei bisogni dell’altro e della negazione della separazione.
Come scrive J. Fischer (2017), i sopravvissuti all’abuso, alla trascuratezza ed ad altre esperienze traumatiche, sentono di funzionare meglio grazie alla compartimentazione, ma soffrono poi della sensazione di essere una frode, del far finta. Le loro percezioni e i loro sentimenti intensi sono il risultato di una frammentazione, non di una difettosità interiore o di una fraudolenza mascherata (dice un paziente: «Sono un non valido» citando il film Vanilla Sky). Così l’autoalienazione viene mantenuta al costo del disprezzo per se stessi, di una disconnessione dalle proprie emozioni (la neve congelata), i pazienti sono esposti continuamente a lotte interiori tra vulnerabilità e controllo, amore e odio, vicinanza e distanza, onnipotenza e vergogna.
Nel libro La follia rimossa delle persone sane, M. Milner (1992) fa una riflessione su cosa può significare per un figlio vivere con una madre folle. In questo caso essere sani, essere in contatto con la realtà, implicherebbe la perdita del rapporto con la madre. In questo senso il pupazzo di Marco rappresenterebbe anche la parte folle per non perdere il rapporto affettivo con la madre. Il pupazzo spinge Marco a sentirsi pazzo, stupido, incapace. Allo stesso tempo il gruppo di psicodramma (la cura) deve essere attaccato e svalutato per mantenere la sua follia e permettergli di non perdere il rapporto affettivo con la madre, così come Marco attacca dall’interno i propri bisogni disprezzandoli e vergognandosene.
Questo “familiare” perturbante, quindi, avrebbe a che fare con desideri, affetti, angosce, paure, traumi che originano dall’infanzia, qualcosa di traumatico non necessariamente rimosso, ma parte diremmo oggi dell’inconscio implicito, una mancanza di senso, una rottura nel continuum dell’esperienza emotiva.
Secondo una prospettiva bioniana, potremmo pensare al perturbante come la collisione degli elementi beta contro la barriera di contatto emotiva-paraeccitatoria, che tiene al riparo il nostro equilibrio somato-psichico. Nel momento in cui gli elementi beta impattano la barriera, e la infrangono, si liberano elementi alfa, cioè la capacità immaginativa-simbolica (una funzione creativa-trasformativa). L’effetto perturbante sarebbe quindi il precipitato del tentativo non del tutto riuscito da parte della funzione alfa, di ricostruire la barriera di contatto.
L’effetto perturbante elementi beta-barriera di contatto infranta, elementi alfa-barriera di contatto incrinata, si potrebbe paragonare al forte rumore causato dal superamento della barriera–muro del suono da parte di un aereo a reazione.
Scrive in un messaggino su WhatsApp alla terapeuta una giovane adolescente in preda al panico:
«Ho fatto una litigata enorme con la mamma che è talmente intelligente che mi fa pure urlare nonostante io non riesca neanche a parlare (ha appena fatto l’operazione delle tonsille). Mi sta dando dell’egoista perché mi sono incazzata e poi mi è venuta una crisi di panico e ho avuto paura perché non capivo più niente, dopo che mi ha mangiato davanti con un gran gusto, quando io sono tre giorni che non tocco cibo se non liquidi, e non ho neanche la forza di camminare. E mi sta dicendo che lei non si è incazzata dopo la sua operazione quando io mangiavo normalmente (aiuto avevo 6 anni, aiuto). E mi ha rinfacciato di tutto il tempo, che ha detto perso, che ha dedicato a me all’ospedale. Mi è girata la testa pensavo d’impazzire».
Questi momenti o quelli che Bollas (2009) chiama “oggetti evocativi”, rispecchiano la natura inconscia di qualcosa che è avvenuto un tempo, qualcosa che è stato vissuto ma non ha potuto essere pensato o perché troppo traumatico o perché risalente alla prima infanzia (Bollas, 1987).
Il perturbante è quindi qualcosa che distrugge la barriera di contatto, la barriera identitaria, e porta verso un’angoscia catastrofica di annichilimento («Mi è girata la testa pensavo d’impazzire»).
Da un altro lato però l’incontro col perturbante può divenire una possibilità trasformativa, perché può generare una risignificazione, una nuova rappresentazione emotivo-immaginativa, quella che Bion chiama funzione alfa.
Anche per Winnicott (1971) il perturbante può avere una funzione costruttiva-transizionale. La rottura di significato può portare ad un nuovo significato.
Si può pensare che il cinema horror, che tanto coinvolge soprattutto gli adolescenti, mette in scena il perturbante che c’è dentro di loro, ma mantenendo una distanza di sicurezza attraverso la proiezione sullo schermo.
Moroni (2019) scrive che il perturbante è tutto ciò che si muove verso «un’abolizione della frontiera identitaria». E proprio nell’adolescenza l’esperienza perturbante “la fa da padrona”. I cambiamenti si muovono lungo una linea di confine fra la possibilità di un senso e una rottura di senso. Come sottolinea P. Gutton, se nell’infanzia il narcisismo fallico è la soluzione per sfuggire alle angosce edipiche, nella pubertà la ricomparsa dell’Edipo rinforza l’attaccamento a una posizione narcisistica. «Il bambino ora pubere vive l’esperienza perturbante di essere a stretto contatto con il desiderio del genitore edipico. Il pubertario è tutt’altro che un momento di separazione, quanto piuttosto conduce a stretto contatto psichico con il corpo del genitore edipico. Tale contatto risulta, allo stesso tempo, molto eccitante e molto angosciante» (Gutton, 2009, p. 85).
Nella letteratura come nel cinema, lo spazio del perturbante crea una formazione di compromesso che può aiutare a integrare forze in conflitto, ma che attraverso la loro collisione acquistano un senso nuovo.
Il perturbante è anche l’Altro, è la grande difficoltà a entrare in contatto con l’alterità dell’Altro che ci sta vicino. È qualcosa molto ben osservabile nelle psicoterapie di coppia.Carla e Andrea stanno effettuando una psicoterapia di coppia da circa 6 mesi. In una seduta di settembre raccontano di un momento difficile una sera in un ristorantino al mare con degli amici, dove Carla si era sentita talmente a disagio da volersene andar via. Andrea, che si era sentito in grande difficoltà, “perturbato” dal malessere di Carla, dice: «Mi ero molto spaventato perché non ne capivo il senso, pensavo stesse male fisicamente, non mi raccapezzavo, non riuscivo a comprenderla, com’era possibile, era stata lei a insistere per uscire». Poi commenta: «Ora che la Pandemia non ci costringe più a stare in casa e abbiamo ricominciato a uscire con gli amici, invece di star bene stiamo male».
La terapeuta si sente di far loro giocare la scena con la tecnica dello psicodramma, tecnica che usa a volte nella psicoterapia di coppia, soprattutto quando sente che le parole da sole possono portare ad una pseudo comprensione lasciando fuori il contatto emotivo.
In alcuni momenti poter giocare una scena con la tecnica dello psicodramma analitico, in una psicoterapia di coppia, è di grande aiuto per avvicinare la coppia al contatto con il versante emotivo e far vivere nel qui ed ora la dinamica che la coppia sta mettendo in atto, per poterla sentire, sperimentare ed elaborare.
Carla facendo se stessa, mostra molto disagio e tristezza, ma nella sua richiesta di aiuto ad Andrea è ambigua, non ci capisce bene cosa vuole. Andrea è impacciato e tende a far decidere lei, non offrendo un contenitore sufficientemente differenziato alle angosce di Carla. Nel gioco, nell’avvicinarsi al mare e nel loro ritrovarsi soli, lontani dagli altri, Carla, se da un lato sembra chiedere ad Andrea vicinanza, dall’altro si siede lontana da lui e gli gira le spalle. Andrea resta paralizzato, si sente rifiutato. Nel cambio di ruolo Andrea nei panni di Carla enfatizza la scena del rifiuto ed è Carla stessa che ora si sente paralizzata. Ritornando a fare se stessa Carla dice: «Qui non posso stare, andiamo a casa». La terapeuta doppia: «Non posso stare con quella me stessa bisognosa di relazione e d’amore, vorrei tanto che mi abbracciassi, ma se lo fai mi sento fragile e questo non lo sopporto così ti odio e mi odio». Andrea a questo punto le si avvicina, ma lei continua a tenerlo a distanza.
Nel commento Carla dice che è vero che non sopporta di sentirsi fragile e dipendente. Si rende conto, guardandosi dal posto di Andrea, di essere molto ambigua, dà messaggi doppi che confondono Andrea e lo mettono in un’impasse “che come fa, fa male”. Andrea commenta che quando Carla è triste lui si sente perso. Carla evacua nel marito il suo sentirsi persa e triste perché non sopporta di riconoscere questi profondi sentimenti di dipendenza. Ma anche Andrea evacua in Carla la propria onnipotenza difensiva attraverso la richiesta inconsapevole che Carla sia sempre forte. Il gioco psicodrammatico chiarisce la dinamica doppio legame, “aiutami- non voglio aiuto” che confonde e paralizza, onnipotenza- impotenza proiettate l’uno nell’altro.
Scrive J.Fischer (2017, p 7): «Pur desiderando intensamente sentirsi amati, sicuri e accolti, molti clienti traumatizzati si trovano a oscillare tra l’aggrapparsi ansiosamente agli altri e l’allontanarli, odiando se stessi o mal sopportando i difetti altrui, sperando di essere notati e allo stesso tempo di essere invisibili».
Come terapeute cerchiamo di tener monitorata anche la nostra onnipotenza, cercando di affiancarci ai pazienti per aiutarli a trasformare, a costruire enzimi che aiutino non solo a capire ma anche a digerire le emozioni, cercando di non porsi come detentore o decodificatore di verità emotive o comunque Verità. Viene in mente la nota affermazione di Winnicott (1968) riguardo tutti i cambiamenti che lui stesso avrebbe impedito ai suoi pazienti a causa del proprio bisogno di interpretare, piuttosto che di promuovere la capacità creativa degli stessi pazienti.
Nel tempo attuale, durante la pandemia di Covid-19, fra tutti i periodi perturbanti che l’hanno contrassegnata, uno dei momenti peggiori è stato quando il premier inglese, Boris Johnson, fece l’affermazione per cui la Gran Bretagna, per superare la pandemia, avrebbe dovuto pagare il prezzo della morte dei nonni. Come se il problema riguardasse solo i vecchi.Come se si potesse pagare un prezzo per l’immunità. Il problema viene messo fuori, ciò che perturba appartiene agli altri, gli extracomunitari, i giovani, i vecchi, trovare qualcuno a cui attribuire l’elemento perturbante fuori da sé.
Scrive Mariangela Gualtieri (2020): «Questo ti volevo dire- ci dovevamo fermare- te lo volevo dire- che era troppo furioso il nostro fare».
Anche il rapporto col tempo ci perturba, scopriamo di essere più fragili, a volte improvvisamente. È l’impossibilità a governare la durata delle cose. L’abbiamo visto bene durante la pandemia quanto il virus ci ha messo in contatto col perturbante della fragilità umana, una fragilità che abbiamo scoperto anche come terapeuti, quando ci siamo sentiti tutti nella stessa barca insieme ai nostri pazienti, tutti a sentire e a convivere con la paura.
Quando la noia perturba c’è qualcosa che non va col nostro rapporto con il tempo. La noia costringe ad un ascolto di sé, ci mette in contatto con aspetti di noi stessi che non vogliamo sentire, riconoscere, pensare, ma che sono attivissimi in tutta la vita che facciamo.
Ci si può chiedere se davvero la pandemia ci ha messo in contatto con la paura dell’isolamento, o abbiamo avuto più paura di stare con noi stessi?
Perturbati dal rapido cambiamento, dalla necessità di accettare e integrare nelle nostre vite i nuovi mezzi di comunicazione on line, anche come terapeuti, ci siamo sentiti nell’incertezza di cambiare modi di comunicare, di lavorare, accettare che il prima non c’è più ma c’è l’ora, cambiamenti che hanno fatto paura a tante persone soprattutto ultracinquantenni, quelli che col web non sono nati.
E poi il coprifuoco, il silenzio delle sere e delle notti durante il lockdown, un silenzio che ci ha spaventato perché ci sentivamo più soli e che faceva risuonare di più il nostro mondo interiore.
Un po’ come se fossimo stati tutti insieme, improvvisamente, sul lettino dell’analista.
Nelle circostanze inattese e perturbanti come la pandemia, molto c’è da imparare, è possibile trasformare l’esperienza di paura, che abbiamo vissuto e che un po’ ancora stiamo vivendo, in qualcosa di vitale. Abbiamo scoperto così com’è forte il bisogno della distanza dall’altro, per non esserne assediati, anche attraverso le esperienze dei nostri pazienti, alcuni chiusi nelle loro piccole case spesso con persone con cui non stavano bene.
Quando poi siamo usciti per circostanze urgenti e abbiamo percorso le strade vuote, abbiamo visto le spiagge deserte abitate solo dai gabbiani, i negozi serrati, ancora una volta abbiamo sentito l’orrore, e abbiamo sentito sulla pelle con un brivido che ci attraversava, com’era tremendo stare lì da soli, in assenza degli altri.
Intorno a questi temi descriviamo una seduta in un gruppo di psicodramma.
Gianni ha 25 anni, è borderline, inserito da poco in un gruppo di psicodramma composto da 7 pazienti.
In una seduta dopo l’inserimento, Gianni entra e si siede sulla sedia su cui in genere si siede Mario, un uomo di circa 50 anni. Quando arriva, Mario si sente confuso, non riesce ad accettare di aver perso il suo posto, sempre seduto vicino alla porta, pronto a fuggire via.
Con l’arrivo degli altri componenti del gruppo si cominciano a sentire più palpabili le ansie e le reazioni difensive quando Renata, madre di due adolescenti adottati, comincia a parlare del suo rapporto con i figli, uno in particolare che sta facendo uso di sostanze (marijuana). Scoperto per ben due volte dalla polizia, dovrà iniziare a breve un percorso terapeutico di recupero. Renata dice che è riuscita a parlare con il ragazzo dopo la seduta precedente e che il ragazzo per la prima volta ha ammesso di aver bisogno di essere aiutato, che sono i suoi problemi e che non riesce a parlarne con i genitori. La polizia gli ha ritirato la patente ed ora si sente isolato. Si gioca questo episodio di dialogo con il figlio, presente il marito, Renata sceglie Mario per fare il marito e padre del ragazzo e Sandro un giovane uomo con sfumature malinconiche, per fare il figlio.
Nel gioco il marito-padre diventa molto attivo e accusatorio verso il figlio. Mario dirà dopo il gioco che ricorda che in una seduta precedente il marito era stato definito da Renata “moscio”. I partecipanti lo hanno sentito aggressivo e accusatorio (e forse punitivo), dopo il cambio di ruolo Renata nei panni del figlio rimane silenziosa e muta. Dirà anche che a volte il figlio non parla e si chiude nel suo mutismo.
Gianni interviene dicendo che il gioco gli è apparso surreale, che un genitore non può comportarsi così, che per aver fumato un poco di marijuana si sta facendo una questione di Stato, che ci sono delle differenze tra marijuana e l’eroina o la cocaina. È successo anche a lui di fumare ora ha smesso e ha scelto di studiare giurisprudenza. E inoltre dice che nel gioco il padre era incalzante.
Le associazioni del gruppo portano alla luce le carenze dei genitori ma anche un’immagine perturbante di padre. Elsa, giovane di 26 anni, dice che lei non ha mai fumato, forse per pigrizia, Mario le ha fatto venire in mente suo padre e aggiunge: «È cattivo, mi ricordo una scena: avevo 15 anni eravamo in auto, mio padre mi era venuto a prendere per portarmi a casa sua, i miei genitori si erano separati. In auto mi ha detto che ero grassa, che se il ragazzo mi aveva lasciato era per il mio aspetto fisico, mi ha fatto sentire brutta, mi ha molto ferito».
Si gioca la scena con il padre e vedremo che nel gioco emergerà che il padre già viveva con una donna e lei non lo sopportava. Emerge la sofferenza, il dolore che si vorrebbe anestetizzare. Nello stesso tempo il padre non tollerava la sua crescita e autonomia. In un altro episodio il padre l’aveva umiliata di fronte a un gruppo di coetanei dove c’era un ragazzino che le piaceva, le aveva urlato e si era trasformato in un animale furioso che poteva sbranarla, ne vedeva i denti e il fumo che usciva dal naso. Si commenta la scelta del padre, Mario dice che non riusciva a calarsi nel personaggio del babbo cattivo, Mario pensa alla propria figlia e non vorrebbe essere un padre cattivo. Mario prima aveva giocato il ruolo del padre accusatorio. Ora si sente più empatico rispetto alla figlia.
Il secondo gioco risponde a Renata, lei non si è mai sentita vista e valorizzata dal padre, un padre narcisista che pensava solo al lavoro e non c’era mai. Un padre assente che ha il suo stesso nome e che anche ora, pur essendo anziano, si crede di essere un atleta muscoloso, mentre dice alla figlia di avere le gambe flosce. Ricorda di essersi sentita brutta sin da bambina e che si sente di somigliare a sua madre depressa. La rappresentazione aiuta a ricordare anche la madre morta da due anni.
Se non si può simbolizzare si resta prigionieri dell’immaginario, «di un sogno in cui la madre è un fantasma sempre presente, sotto forma di oggetto» (Lemoine, 1972). Il gioco del rocchetto non è ancora un simbolo, viene identificato alla madre ma rischia di nasconderle la presenza della madre reale, qualora ritorni, rischia di non vederla. Nella realtà il bambino ha subito la separazione e la madre lo ha fatto soffrire. La funzione rappresentativa consente al bambino come al paziente nel gruppo di dominare il reale e da passivo (floscio) diventare attivo creando la presenza-assenza del sostituto.
È possibile però che il fantasma perturbante non si riferisca solo ad una presenza interna materna, ma che sia anche un fantasma che prende le sembianze di un paterno arcaico mostruoso e distruttivo che terrorizza, e fa temere di non potersi differenziare e quindi di temere di sentirsi a propria volta identificati ad un mostro.

La polvere di Marie

Marie sta ristrutturando il suo appartamento, finalmente desidera togliere dei mobili ingombranti e fare dei mobili su misura, per questo ha bisogno dei falegnami che, non avendo molto spazio, hanno avuto necessità di tagliare pezzi di legno in casa facendo molta polvere. Marie comincia ad andare in ansia e a provare crisi di panico, non tollera che la polvere invada tutto il suo piccolo appartamento. Al racconto in gruppo emergono diverse associazioni tra le quali una partecipante ricorda un’immagine di un quadro vista ad una mostra dell’arte Borderline a Ravenna, dove una città veniva coperta da un manto di polvere che man mano la spegneva, a guardar meglio si intravedeva in alto nella polvere il volto di una strega, una polvere mortifera toglieva vita alla città.
Alla terapeuta viene in mente il film Interstellar, dove il mondo man mano si degrada e la polvere copre tutto, entra nelle case e si deposita sulle cose e le persone. Nel film un gruppo di scienziati cerca una via di salvezza, la possibilità di costruire un luogo ospitale in un altro pianeta dove poter continuare a vivere; allo stesso modo nel lavoro terapeutico viene dato un contesto di tempo e spazio per poter costruire un nuovo contesto di esperienze, che consenta alla mente di fare nuovi apprendimenti e di evolvere.
A Marie viene improvvisamente in mente che il padre è originario di Pompei e che è inquietante pensare che i lapilli polverosi dell’eruzione del vulcano abbiano incenerito la città producendo solo morte. Il padre spesso molto arrabbiato con il nonno, non voleva che lei e la sorella avessero rapporti con la loro origine pompeiana e proibiva che andassero a trovare i nonni.
Spesso in casa si respirava questa polvere pesante di attrito e odio del padre verso la propria famiglia di origine, e lei in particolare veniva messa nel ruolo di contenitore di queste emozioni violente, un compito impossibile che la lasciava umiliata e impotente. Si gioca la scena di lei bambina con i genitori. Alla scelta della madre viene scelta una partecipante molto magra, in realtà la madre viene descritta come obesa e con una risata infantile sulle labbra, al tempo stesso la madre aveva scoppi di rabbia di particolare severità nei confronti delle bambine (lei e la sorellina). Si rovesciano i ruoli e Marie nei panni della madre è paralizzata. Viene doppiata da Rino che cerca di ammorbidirla e di modularne la ferocia. Il padre la spaventava ma la madre era terrorizzante.
Non è facile calarsi nella parte di un oggetto “cattivo”, assente al tempo stesso presente, nella nostra casa psichica. Sarebbe interessante approfondire cosa passa da inconscio a inconscio tra i partecipante del gruppo di psicodramma e le terapeute. Sono identificazioni profonde da cui riuscire a prendere distanza e con nuove identificazioni divenire in grado di attraversare altre separazioni senza rimanerne paralizzati.

Conclusione
Il perturbante emerge di fronte all’impossibilità di tradurre e significare una minaccia che ci appare invasiva e incomprensibile. Pensiamo importante riconoscere e contenere i sentimenti d’impotenza, di paura e di angoscia che questa sensazione produce. Nel lavoro terapeutico viene fornita la possibilità di evocare e dare rappresentazione della realtà fattuale e dei fantasmi collegati al vissuto emotivo. Non solo ciò che non conosciamo ci può far paura, ma anche ciò che non riconosciamo.

 

Cinzia Carnevali
Psicoanalista M.O. con funzioni di training della SPI e SIPsA- COIRAG

Sonia Saponi
Psicoterapeuta, Membro Titolare SIPsA, socio COIRAG

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