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CENTRO DIDATTICO DI ALESSANDRIA

ALESSANDRA ARONA, ESTER FERRANDO, MARIA TERESA LERDA, FRANCESCA LODIGIANI, STEFANIA MELFI, ELISABETTA MUSSIO, MASSIMO PIETRASANTA, LAURA SCOTTI

Il gioco nella/della narrazione

Una giovane collega racconta in seduta di supervisione una situazione in cui, in una delle prime sedute di gruppo avviato in un servizio di psicologia per adolescenti, si trova in imbarazzo e prova la sensazione di blocco del pensiero in reazione ad un rifiuto di transitare dal racconto verbale al gioco.

Ad inizio seduta Sonia, una quindicenne con una storia di ripetuti abbandoni, aveva introdotto tematiche di perdita e separazione, descrivendo la sua angoscia notturna di morte dei genitori e Silvana, l’altra ragazzina problematica, aveva rinforzato il diniego a mettersi in gioco all’interno del cerchio del gruppo mentre Luca, il ragazzo diciassettenne, cercava a suo modo di sdrammatizzare.

La terapeuta, invischiata nella storia di Sonia e temendo di ripresentare in gruppo una situazione abbandonica, con una sensazione di rifiuto omogeneo e di attacco al setting, si era sentita privata dello “strumento” del gioco ed aveva concluso la seduta con un vissuto di mancanza e di impotenza riportato nel gruppo di supervisione.

Mettendo in scena questa situazione, la collega, sia nello scambio di ruoli che nei rimandi degli altri psicoterapeuti che impersonavano i tre ragazzi, ritrova una modalità di pensiero narrativo che le consente di uscire dall’impasse: la parte di Sonia evacua elementi proto emotivi e proto sensoriali (elementi beta nel linguaggio bioniano) che possono essere trasformati in elementi alfa, pensabili in presenza di un contenitore – mente (il gioco) che, attraverso le ripetizioni, consenta di assorbire e metabolizzare dei contenuti indigeribili e successivamente dotarli di senso.

Nel gioco in supervisione, infatti, impersonare in sequenza la parte di Sonia, che propone contenuti impensabili, di Silvana, che invece non vuole mettersi in gioco non per un rifiuto, ma per non prendere il posto dell’Altro e di Luca, che consiglia di iniziare da una scena più strutturata, anche utilizzando soluzioni meno personali, apre per la collega una serie di pensieri che riguardano il setting del gruppo ed elementi della propria storia familiare ed analitica, compresa la fantasia che il dar vita ad un nuovo gruppo possa simbolizzare la scomparsa dei genitori-analisti.

Il gioco psicodrammatico, in quanto spazio transizionale capace di rêverie, mettendo in scena libere associazioni, identificazioni, proiezioni, introiezioni costruisce derivati narrativi anche in presenza di meccanismi di negazione potenti, come nella situazione descritta, consentendo di non dare risposte immediate e saturanti e di permanere in uno spazio virtuale tra realtà esterna e realtà interna.

A tal proposito, in un articolo dal titolo Psicoanalisi e narrazione: un modello della mente e della cura (2004) Nino Ferro prende in esame le modalità narrative in psicoanalisi individuando tre categorie, la prima “storico- ricostruttivista” che mira a lavorare sul là ed allora, risalendo alle esperienze infantili, la seconda “ relazionale”, centrata sul qui ed ora della situazione attuale e del transfert e la terza, definita “campo insaturo in perenne espansione”, che consente di oscillare dai precedenti due vertici di ascolto e di co-costruire in seduta una trama narrativa in evoluzione.

L’esempio clinico riportato, un gioco sul gioco mancato, facendo riferimento a questa terza modalità narrativa, apre una serie di domande e di possibili interpretazioni che in prima istanza parevano inibite dall’eccesso di elementi beta non trasformabili.

Una modalità che è possibile ritrovare in quella che chiameremo “la partita a scacchi della Vitto”, una paziente che citerò col nome della figlia di Chiara Ferragni e Fedez, i beniamini dei social del momento che, con i loro video, hanno preso il posto del mondo incantato delle fiabe, perché per certi versi me la ricorda anche se si tratta di una donna di 38 anni.

La ritrovo nel modo di fare un po’ prepotente e per i pianti, con le modalità di bambina arrabbiata, molto diversa dalla donna in carriera dirigente di livello internazionale quale in effetti è.

Rampante e molto dedita al successo personale e alla carriera, viene in terapia perché, a suo dire, non riesce a smettere di piangere, spesso in situazioni lavorative: di fatto tutte le volte che, in un mondo di squali, non viene prontamente ubbidita, anche se lei sostiene di non essere capita.

Il suo “non essere capita” è il tratto che la distingue in tutte le situazioni in cui si trova: non dai suoi genitori, che a suo dire l’avrebbero voluta moglie, madre o al massimo impiegata come la madre in un ufficio pubblico, non dal marito, che l’avrebbe voluta custode affettuosa di una famiglia forse con tanti figli (hanno solo un figlio adolescente), non da David e Sylvia, i due manager americani con cui lavora e sui quali proietta moltissimo, sia collocandoli in ruoli genitoriali, sia giocando tratti edipici e gelosie.

Da David, sostiene di sentirsi trattata da segretaria anziché da collega, seppur con minore esperienza, con descrizioni che a me evocano immagini da barzelletta, di lei sedute in braccio al capo, sempre pronta a frignare non riuscendo a sedurlo.

Quello che appare subito nei colloqui è la fatica di separarsi ed individuarsi grazie ad un pensiero che, seppur corretto, non riesce a mettere in campo in modo dialettico, ma solo presentandosi come vittima di interferenze, gelosie e soprusi, incapace di cogliere le modalità arroganti e capricciose con cui si pone, proprio come la bimba protagonista di alcuni video.

Il mio tentativo è quello di aiutarla ad acquisire una differente consapevolezza di sé, che le consenta di potersi mettere in relazione con l’altro, grazie all’utilizzo di uno spazio transizionale ove riconoscere l’esistenza di visioni, necessità, pensieri differenti con i quali confrontarsi senza sentirsi per forza vittima di soprusi.

Molte volte mi è capitato di pensare a lei all’interno di un gruppo di psicodramma e all’opportunità offerta dal cambio di ruoli come aiuto al nostro lavoro.

È su questa scia che, durante una seduta, immagino che la Vitto si trovi a dover affrontare, come in un campionato, partite a scacchi, su tanti fronti: famiglia, compagno, lavoro. Siccome questa immagine mi si ripropone più volte alla mente, decido di condividerla con la paziente scoprendo, al suo ritorno da un viaggio di lavoro, che proprio la mia narrazione diventerà per lei un’opportunità di gioco ed un’apertura al simbolico, avviando la costruzione di un’area transizionale nella quale avranno inizio le trasformazioni. La paziente mi dirà di aver molto pensato al mio discorso sulla partita a scacchi e di esservisi più volte “visualizzata” durante il viaggio, riuscendo a trovare una distanza possibile, lo spazio di gioco di una scacchiera che le ha consentito di non piangere e di far accettare alcune proposte «anche se non tutte», come aggiungerà un po’ seccata.

Ma cosa accade quando anche la narrazione si blocca non trovando dentro di noi alcuno spazio di gioco creativo perché invasa dagli elementi beta di un concreto che riempie e satura spegnendo anche la capacità di pensare?

L’esempio si può trovare anche nel nostro gruppo di lavoro sul tema della narrazione che, attraverso storie cliniche, fiabe e metafore cerca di produrre pensiero, in cui inizialmente mi sono sentita imprigionata come in un blocco di cemento grigio, incolore e non trasformabile perché paralizzante.

La descrizione del “Campo insaturo in perenne espansione” citato attraverso l’articolo di A.Ferro mi ha sollecitata ad ascoltare, provando a lasciarmi trasportare dalle narrazioni che nascevano durante la serata, fidandomi del qui ed ora offerto dalla dimensione relazionale del gruppo di colleghi, per poi provare a ricostruire attraverso il ricordo del “là ed allora” della giornata l’origine della mia difficoltà a “funzionare” ed ho recuperato quanto segue:

«Sono tornata a casa con il carro attrezzi, a causa di un guasto alla macchina. Che pensavo mi avrebbe impedito anche il collegamento al gruppo di lavoro.

La mattinata era iniziata con una video chiamata online con una mia giovane paziente, di 19 anni, grave psicotica che il giorno prima aveva fatto l’ennesimo tentativo anticonservativo assumendo farmaci.

La giornata era proseguita avendo in mente due nuove pazienti molto gravi, una giovane ventiduenne, anoressica, affetta da un disturbo alimentare iniziato prima delle scuole medie, attualmente al limite del ricovero e una ragazza, ventottenne, psicotica, che si lascia usare in relazioni sessuali da uomini più vecchi di lei, con le quali ancora sono alla ricerca di una possibilità di comunicazione autentica187.

È a questo punto che ho realizzato che la dimensione del concreto troppo concreto della giornata (il carroattrezzi, il tentativo anticonservativo della mia paziente, ecc.) erano gli elementi beta che non mi permettevano di evolvere, per cui ho scelto di farne una narrazione che, accolta all’interno del gioco di pensiero del gruppo, mi ha consentito il passaggio alla dimensione simbolica, sbloccando il mio sentire ed il mio pensiero in esso imprigionati.

 

Possiamo dire che c’è del gioco nella narrazione, visto che la stessa si nutre di movimento e spesso crea tridimensionalità?

Il gioco che vi prende vita è fatto di rappresentazione, per muoversi e toccare altri piani, per aprire porte a ciò che non è visibile.

Il simbolico prende forma nel divenire e nello sguardo inclinato, prospettico, trasversale, in movimento.

Anche la narrazione però non è semplice descrizione bi-dimensionale, ma è in sé movimento, è una narra – azione, una azione che narra o viene narrata, quindi ha in sé l’essere in relazione.

Le azioni narrate si aprono partendo da sfondi e registri differenti: il significante, il corpo, lo sguardo, il suono, l’intensità, il profumo, all’interno di dimensioni temporali differenti, in «una oscillazione continua dei vertici di ascolto» (Ferro 2004). In essa si crea un gioco, tessitura e legame tra le parti quando ascolto con orecchie, occhi, naso, memoria, sogno.

La tessitura evoca un discorso famigliare, di una madre artista che “tesse” acqueforti incise. Ordito e trama compongono un tappeto inciso su una lastra di rame, che contiene visioni di città, tetti e piazze accanto a disegni di tappeti e mosaici. In quello spazio di trasformazione sono contenuti viaggi, come racconti e scene, tra passato e presente, in cui il desiderio materno vaga errante e narrante.

I dettagli appartenenti a piani estranei tra loro, ma dialoganti e contigui, costruiscono prospettive attraverso uno sguardo ed un desiderio. I vertici di ascolto del piano narrativo si moltiplicano in un rapporto costante tra figura e sfondo, tra narratore ed elemento narrante, tra azione e chi è in ascolto pronto a raccoglierla in una narrazione, tra attore e palcoscenico.

Ripenso a questa tridimensionalità narrata nel gruppo e ritrovo in essa la connessione del mio lavoro come terapeuta con l’eredità trasmessami da una madre artista, scoprendo ancora una volta quanto «l’essenziale sia spesso invisibile agli occhi» (Il Piccolo principe) fino a che la narrazione non ricrea l’invisibile.

Allo stesso modo, nella stanza d’analisi la mamma / analista ascolta per poi raccontare ad un bambino / paziente una storia, che offre uno sfondo al suo pianto disperato o al suo sorriso, consentendone la crescita.

Sono sempre stata attratta dalle storie, grazie alle storie narrate dalla nonna: storie conosciute, cui ogni volta si aggiungevano nuovi episodi, talora riprodotti in giochi tra i bimbi che, immedesimandosi nei personaggi li trasformavano, restituendoli alla nonna che li coglieva per poi riproporli all’incontro successivo, in un gioco di continue evoluzioni.

A queste storie ho dato un posto nella mia mente per ricordarle e per attingere, a volte, “per la cura”: è in quel luogo che sono tornata per raccontarvi la storia che segue.

Narra dell’incontro di due viandanti: un uomo ed una donna che, in tempo di guerra e per proteggersi dal freddo, si rifugiano in una casa dalla quale filtra un po’ di luce, scegliendo di fidarsi uno dell’altro. Seduti su di una panca davanti ad un muro nel quale si vede un caminetto con una fiamma e accanto un gatto addormentato, dividono le poche cose che hanno e, per sentirsi meno soli e spaventati, decidono di raccontare una storia e poi di parlare di sé ricordando i periodi di festa delle rispettive comunità nelle quali si scambiavano dei doni. Bello sarebbe stato fare altrettanto ma non c’era nulla se non il cielo, le stelle e la luna sopra di loro. Alla fine, non trovando altro, l’uomo dice: «Ricambierò la sua gentilezza donandole la storia che le ho raccontato. Ne abbia cura e la porti fuori da questi boschi in buona salute». Al mattino i due anziani viandanti, riscaldati nel cuore e nel corpo si salutano per riprendere, ciascuno, il proprio cammino e, guardando ancora una volta il luogo che li ha accolti, vedono, alla luce del giorno, che il camino, la fiamma e il gatto erano dipinti sul muro. Eppure, loro, il calore lo avevano ricevuto nel cuore e nel corpo.

Nella narrazione un dipinto diventa un camino che scalda, le tessere di un paesaggio raccontano di tanti paesaggi da attraversare e da costruire, muovere e trasformare. I significanti sono tele su cui costruire un paesaggio personale nel campo dell’Altro.

 

Questa la storia riemersa dalla mia mente durante il gruppo di lavoro: ripensandoci a posteriori ho scoperto che la storia scritta non era proprio come quella raccontata o, meglio, forse erano due storie simili che la mente ricordava ma aveva trasformato in una.

Insomma: la narrazione, la sua rappresentazione emotiva, il ricordo modificato dal tempo e, infine, le contaminazioni-trasformazioni che avvengono nella mente avevano creato una nuova storia e quindi un nuovo senso all’interpretazione dei fatti in modo molto simile a ciò che accade nello psicodramma.

La storia narrata è insieme quella delle origini, quella del mondo interno, ma anche la storia creata dall’impatto relazionale attuale tra paziente e terapeuta, che cercano un’alfabetizzazione condivisibile.

Il paziente, come il testo della narrazione, non vuole qualcuno che lo decodifichi, ma semplicemente qualcuno che lo “aiuti ad esistere” attraverso una co-creazione che genera un mondo costruito assieme, il che non avviene solo per la trasformazione contingente di elementi beta o balfa in alfa, ma anche attraverso il potenziamento dello strumentario adibito alla trasformazione verso la pensabilità, cioè del “cantiere delle trasformazioni narrative” (Ferro A, 2011, presentazione in Raccontami una storia di Vallino D.).

Aiutare ad esistere quanto il paziente porta, sempre secondo Ferro, avviene attraverso il mettersi al servizio del paziente, spogliandosi di tutto il proprio sapere, aprendosi (e aprendosi consente che prenda forma) al mondo del primitivo e dell’arcaico, accettando la forma narrativa con cui viene proposta.

Nella comunicazione con un paziente adulto in cui si assiste a uno smantellamento delle sensazioni e delle emozioni, il sogno è d’aiuto per il lavoro analitico: attraverso ciò che vede e ciò che prova nei suoi sogni il paziente è portato a rimettersi in contatto con le proprie emozioni insieme all’analista. Analogamente, in analisi infantile, per dirla alla Vallino D.(1998), il disegno, il gioco e l’elaborazione di storie fantastiche, possono offrire questo schermo simile al sogno e anche il bambino in analisi, così come il paziente adulto, ha bisogno che l’analista comprenda il suo sogno per poterlo raggiungere. Ecco che recuperare l’emozione attraverso piccoli particolari di un disegno (colore, forma, elementi presenti e/o non), fermandosi, sostando in essi, dando spazio e tempo a questa esperienza narrata attraverso la forma proposta, per poi metterla in parola, permette la pensabilità del contenuto rappresentato e/o messo in scena.

Esattamente ciò che accade in una seduta di psicodramma, iniziata con il gioco mancato della collega citato ad inizio lavoro, che si conclude con un sogno messo in scena, nel quale la protagonista, che lavora in comunità psichiatrica, viene aggredita da un paziente paranoico mentre è da sola nella stanza della cura, grida, ma gli altri operatori non sentono, viene buttata a terra quasi come in una aggressione sessuale, ma viene salvata da un altro paziente che butta via la propria stampella (nella realtà è una persona che deve avvalersi di tale ausilio) e blocca l’aggressore.

Il sogno si conclude con la protagonista che esclama: «io ti denuncio!».

Nel gioco, mentre le due parti in conflitto sono avvinghiate tanto che l’estrema vicinanza impedisce la relazione ed il pensiero, è nell’impersonare la parte terza, che la collega può vedere distintamente ciò che sta accadendo, ma deve buttare via la propria stampella per intervenire e solo allora può separare (o sé-parare) per distinguere.

Ecco allora la possibilità della denuncia vale a dire l’opportunità di portare alla luce della coscienza un messaggio, una notizia su cui articolare il pensiero, ma solo se si abbandona la stampella del pre-giudizio, sia essa una teoria, un modello o un ruolo statico, per costruire quel “campo insaturo in espansione” di cui abbiamo detto in precedenza.

Bibliografia

Bion W.R. Gli elementi della psicoanalisi, Armando Ed. Roma,1979

Attenzione e interpretazione, Armando Ed. Roma, 1973

Caillois R. I giochi e gli uomini, Bompiani Ed. Milano 1981

Ferro A. Evitare le emozioni, vivere le emozioni, Raffaello Cortina Ed Milano, 2007

Teoria e tecnica nella supervisione psicoanalitica. Seminari clinici di San Paolo.  Raffaello Cortina Ed., Milano, 2000

Psicoanalisi e narrazione: un modello della mente e della cura, Relazione presso il Centro Psicoanalitico di Firenze, 2004

Miglietta D. I sentimenti in scena. Lo psicodramma e le sue applicazioni, Utet Torino, 1998

Pinkola Estes C. L’incanto di una storia, Sperling & Kupfer Ed. Milano 1997

Saint Exupery A. Il piccolo principe, Newton Compton Ed.Roma,2015

Vallino D. Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi dei bambini, Borla Ed. Roma, 1998