ANTONIA GUARINI – Il lutto impossibile delle madri degli Harraga

“Prima andavamo in Italia in barca, legalmente,
con i nostri passaporti. Facevamo avanti e indietro
per visitare le isole italiane, comprare merci
che costavano meno e tornare a casa in Tunisia.
Ora ai giovani è vietato di viaggiare e
scompaiono attraversando il mare”.

(Salima, madre di un harraga)

Antonia Guarini: Wael, tu hai scritto un libro pubblicato dalla nostra casa editrice dedicato agli Harraga (1), ma chi sono gli Harraga?
Wael Garnaoui: Il termine harga deriva dal verbo arabo harraqa (bruciare) nel doppio significato di “bruciare le frontiere” e “bruciare i documenti di identità”. Gli harraga sono dunque i migranti maghrebini che sfidano le leggi proibizionistiche per entrare in Europa. La questione della morte, centrale in questa gestione delle frontiere, rimanda a una logica guerriera che le società europee faticano a riconoscere. Questo habitus guerriero, basato su un’elusione storica delle responsabilità, si iscrive in una lunga tradizione di accettazione implicita delle violenze strutturali: dal silenzio sulle guerre coloniali, all’evitamento dei dibattiti sulla distruzione della Palestina o dell’Ucraina, fino all’indifferenza di fronte ai morti alle frontiere. La riduzione delle frontiere, ormai impossibili da attraversare senza visto o a rischio di morte, ha profondamente modificato anche i rapporti tra i migranti e i loro paesi d’origine. Questa chiusura genera separazioni dolorose, impedendo gli spostamenti per eventi importanti nella vita degli individui e della collettività come il funerale dei propri genitori, matrimoni, nascite o feste religiose. I migranti regolarizzati e le famiglie benestanti, che possono ottenere un visto, diventano gli unici in grado di mantenere legami transfrontalieri. Al contrario, gli altri rimangono bloccati, separati dai loro cari, il che rende più fragili i rapporti intergenerazionali, in particolare tra i figli dei migranti e i loro nonni. A.G.: Tu sottolinei quanto la questione della morte sia centrale nel tema dell’emigrazione; insieme al tuo collega sociologo Montassir Sakhi avete condotto un’inchiesta con le famiglie dei dispersi nel Mediterraneo, cosa avete rilevato?
W.G.: Le vittime delle frontiere ci appaiono come la manifestazione più immediata delle questioni che riguardano le migrazioni. I morti, gli scomparsi e le loro famiglie rivelano la natura e il volto delle nuove relazioni tra Nord e Sud. Durante l’indagine, ci siamo soffermati soprattutto sulle famiglie dei dispersi, che ci hanno raccontato sia la sofferenza sia la mobilitazione contro i dispositivi letali di una politica di chiusura delle frontiere e di selezione. Alle famiglie contattate esprimiamo innanzitutto la nostra solidarietà per i loro figli scomparsi, li informiamo del nostro lavoro e, soprattutto, respingiamo ogni illusione che possa alimentare false speranze. In queste famiglie, la condizione delle madri in lutto è paragonabile a quella di un naufrago che aspira ad una mano di salvataggio. Sono necessarie precisazioni etiche ad ogni presa di contatto: non siamo giornalisti alla ricerca dello scoop; non siamo una “associazione” che promette un’eventuale pressione sul governo; non siamo, inoltre, informatori in grado di accedere all’interno dei centri di detenzione italiani o delle carceri per cercare i loro figli scomparsi.
Come dicono molte di queste madri: «Ci siamo stufati di scattare foto senza risultati tangibili». Le attese immediate delle famiglie, in particolare quelle la cui perdita del figlio è recente, si situano prima di tutto nella materialità della ricerca e nell’analisi di un filo conduttore verso una luce che permetta di illuminare la scomparsa. I genitori, divisi tra la speranza di una riapparizione e il lutto, spesso si aggrappano a vedere “tornare” un giorno il figlio o la figlia scomparsi. Le madri chiedono aiuto per far parlare i testimoni che hanno scelto il silenzio quando si tratta di un caso giudiziario o anche per trovare interlocutori con visti, permessi di soggiorno o passaporti europei per recarsi nei centri di detenzione in Europa, sospettati, secondo le loro convinzioni, di ospitare i propri figli. In assenza di informazioni ufficiali, ogni persona “bianca” o proveniente dall’Europa è percepita come una fonte di speranza. Le famiglie interpellano i loro interlocutori per trovare un percorso presso le associazioni umanitarie europee che sarebbero in grado di presentare richieste di ricerche forensi al governo italiano e, più in generale, lanciare avvisi di ricerca presso le autorità.
A.G.: Tu metti in rilievo anche nel tuo libro il rapporto particolare spesso simbiotico tra le madri e i figli che hanno bruciato le frontiere, ma anche il lutto delle madri sembra avere una connotazione diversa rispetto a quello vissuto dai padri.
W.G.: Sì, delle quindici persone che abbiamo seguito nell’ambito del progetto di assistenza terapeutica dell’associazione Psychologues Solidaires, solo due erano padri, non perché gli altri non soffrissero per la scomparsa del figlio, evitavano semplicemente di parlarne per non riattivare il trauma della perdita. Alcuni padri, secondo il racconto delle madri, si sentivano responsabili per non aver impedito ai loro figli di partire. Tutte le madri invece sembravano coinvolte nella scomparsa dei figli, al punto che alcune di esse hanno tentato il suicidio nei tre mesi successivi alla scomparsa del figlio. Tutte presentavano una sintomatologia ansioso-depressiva, complicata da sintomi somatici. Il mio lavoro clinico, con diversi membri di famiglia di scomparsi, mette in evidenza una sintomatologia molto simile ai disturbi post-traumatici da stress: evitamento di ogni situazione che ricorda il mare e la morte per annegamento, andare al mare, vedere il mare, mangiare il pesce. In alcuni casi la semplice vista del pesce è capace di scatenare un attacco di panico. Altri evitano anche di fare il bagno in casa e non sopportano l’idea di mettere la testa sotto l’acqua. C’è un evitamento di ogni riunione familiare, di ricorrenze di feste come l’Eid o il Ramadan che possano ricordare lo scomparso. Spesso c’è una ruminazione ansiosa alimentata da un senso di colpa che porta a rivivere incessantemente nel proprio immaginario la perdita. Salima, ad esempio, che è una madre molto attiva ed impegnata nella ricerca della verità su suo figlio, durante l’intervista ha voluto precisare il legame tra i luoghi e la storia di suo figlio: «Qui ho tre appartamenti che prima affittavo, ma che non uso più dalla scomparsa di Hamid». Gli appartamenti di Salima rimangono chiusi, perché l’attività di affitto è per lei indissociabile dai visitatori, principalmente turisti attratti dalle spiagge della regione: le stesse spiagge che ravvivano la sua sofferenza e le ricordano la scomparsa del figlio. In seguito, confesserà di non sopportare più il mare e che riesce a malapena a farsi una doccia, tanto il contatto con l’acqua intensifica un trauma che sta subendo da oltre tre anni. Lo testimoniano le medicine che ci mostra al nostro arrivo: «Da quando mio figlio è scomparso, mi addormento e mi sveglio con queste medicine».
Come ho rilevato nel mio libro, le madri intervistate avevano spesso un rapporto fusionale con il figlio scomparso, il che dava alla perdita una dimensione di ferita narcisistica. Aymen Daboussi, psicologo tunisino, sottolinea come nella Tunisia del dopo-rivoluzione, la perdita di un figlio è diventata un capitale simbolico, un oggetto di valore inestimabile, che l’autore definisce come “un narcisismo supremo della persona in lutto”. Durante una manifestazione per la verità sugli scomparsi, una madre che tentava di forzare il cordone di sicurezza, rivolgendosi a un membro del servizio d’ordine che tentava di fermarla, gli gridava: «Tu non sai chi sono io! Sono una madre mutilata». Ci riferiva con orgoglio la sua risposta e la reazione dell’agente che si inchinava commosso a baciarle la fronte. Le autorità dovrebbero riflettere su come trattare il dolore in assenza dei corpi! Anche il resto della famiglia subisce spesso le conseguenze disastrose della scomparsa. Una di queste è il disinvestimento della madre rispetto al resto dei fratelli. Ho ritrovato in questi fratelli e sorelle, doppiamente feriti per la perdita e per le complicazioni che ne sono derivate, il senso di colpa del sopravvissuto, ma anche un odio inconscio verso il fratello scomparso. La mancanza di certezza rispetto alla morte del figlio ha come conseguenza l’impossibilità di farne il lutto.
A.G.: Qual è concretamente il lavoro che svolgete con queste famiglie?
W.G.: In precedenza avevamo avviato un progetto clinico di assistenza e accompagnamento terapeutico, ma vista la mancanza di finanziamenti e di interesse da parte delle ONG e dello Stato nei confronti di queste famiglie, ho deciso di approfondire l’argomento nell’ambito di una ricerca-azione con il mio collega antropologo Montassir Sakhi, in collaborazione con associazioni militanti in Tunisia, Marocco e Italia.
Quando ci mettiamo in contatto con queste famiglie, ciò che proponiamo, oltre ad una solidarietà incondizionata, è l’ascolto, l’accompagnamento e un aiuto affinché la parola raccolta sia diffusa con i nostri mezzi modesti all’interno degli spazi pubblici a cui abbiamo accesso. In Marocco, ad esempio, ci siamo impegnati con un gruppo di trentatrè famiglie che hanno perso i loro figli che sono andati tutti dalla Tunisia all’Italia. Solo due famiglie sono riuscite a recuperare i corpi dei loro due figli precedentemente sepolti in Tunisia, dopo essere riusciti, con proprie iniziative, ad identificarsi presso le autorità tunisine. Con questa esperienza, partecipiamo all’inquadramento delle altre famiglie escluse da ogni informazione a proposito del naufragio – e che così continuano a seguire false piste sull’eventualità di una incarcerazione dei loro figli in Libia – per concentrare la lotta sul diritto all’identificazione attraverso il DNA e l’assunzione del caso della scomparsa da parte dello Stato. Indagare su queste famiglie abbandonate dalla classica politica di rappresentanza espone il ricercatore a una scelta difficile: impegnarsi con persone che danno fiducia solo a coloro che percepiscono come potenziali alleati nell’urgenza di soddisfare le loro esigenze. Si tratta di un coinvolgimento nella conflittualità e di una cooperazione costruita su questa base. L’ascolto e la raccolta della parola si iscrivono in un approccio longitudinale, il nostro lavoro con le famiglie consiste nel creare legami duraturi e rimanere disponibili a interagire su questioni psichiche complesse come il lutto. La funzione terapeutica di questo sostegno, che si iscrive in un’azione di impegno politico, costituisce una forma di terapia. Questo accompagnamento valorizza le mobilitazioni delle famiglie nelle manifestazioni pubbliche. Anche se non ci presentiamo come attori politicamente organizzati, non nascondiamo il nostro impegno sulla questione delle sparizioni e delle morti e la nostra contestazione dei confini dell’Europa. Al momento del contatto, dichiarare la propria solidarietà con le famiglie equivale a esporre le conclusioni tratte dalle nostre precedenti esperienze di indagine. Affermiamo il nostro sostegno di fronte ai nostri Stati del Sud (la Tunisia e il Marocco, nel quadro della nostra indagine), che violano i diritti delle famiglie e ignorano le loro rivendicazioni. Esprimiamo il nostro sostegno al diritto dei loro figli alla libertà di circolazione e all’attraversamento delle frontiere in tutte le loro forme, anche dette “irregolari”. Infine, ribadiamo alle famiglie il nostro impegno contro l’incriminazione delle traversate e per un diritto incondizionato ai visti. Queste prese di posizione sono organizzate in seguito a riunioni d’informazione con gruppi di famiglie, in luoghi pubblici come i caffè e le sedi delle associazioni dei diritti umani. Questa esperienza di scambio con le famiglie è una pratica dell’indagine politica. Sappiamo, nello stabilire un rapporto con loro, che esse incarnano, sia individualmente che collettivamente, una sofferenza legata alla repressione di frontiera e una chiarezza quanto a un pensiero politico preciso. In altre parole, le madri, e più ampiamente le famiglie dei morti e dei dispersi, portano un lutto non riconosciuto, una ricerca della verità né ammessa né accompagnata. Questo lutto è un atto politico nella misura in cui interroga sia l’immoralità delle politiche di frontiera europee che quella dei governi del Sud, che si sottomettono e applicano le politiche del Nord.

A.G.: Il vostro ascolto è dunque terapeutico e “politico” insieme?
W.G.: Sì, nel nostro contatto con le famiglie, spesso sin dall’inizio dell’intervista, esponiamo le nostre conclusioni tratte dalle indagini precedenti prima di esplorare la singolarità di ogni narrazione e scoprire le nuove interpellanze proprie di ciascun caso.  L’interlocuzione con le famiglie è dell’ordine dello scambio e in alcuni casi dell’accompagnamento: alcune famiglie   portate da falsi impulsi di speranza a sperare su un’eventuale incarcerazione extragiudiziale dei loro figli, sono invitate ad impegnarsi per l’identificazione dei corpi. Se poniamo questa domanda, è perché mettiamo in discussione il metodo insegnato come un dogma nei libri di testo di sociologia in Occidente a proposito della “neutralità assiologica”. A.G.: Wael, in quello che racconti e anche nei tuoi articoli c’è una critica abbastanza precisa anche nei riguardi di sociologi e ricercatori occidentali.
W.G.: Quando i sociologi affrontano un argomento così vasto come “le migrazioni nel Mediterraneo”, la sofferenza e la politica contestataria delle famiglie sono spesso assenti dallo studio, sebbene siano centrali nella rimessa in discussione dell’ordine politico migratorio moderno. Questa dimensione, lungi dall’essere periferica, costituisce addirittura uno dei suoi elementi fondamentali. Allo stesso modo, quando si interessano al “lutto pubblico” e alle “famiglie delle persone scomparse in lutto e in lotta”, spesso si limitano a descrivere ciò che si iscrive in un repertorio di azione legittima, senza mettere in discussione la propria responsabilità di fronte alla tragedia. Questo approccio ignora la complessità della mobilitazione e i processi che portano a queste manifestazioni pubbliche, tanto quanto alla loro interruzione. Gli studi che rientrano nella “politica del lutto” e della memoria quando si ripiegano sulle commemorazioni e le manifestazioni pubbliche si ritirano sulla cresta visibile dell’immagine di una madre che piange suo figlio ma non si danno la pena di restituire la traiettoria della lotta invisibile e perenne che attraversa la famiglia dalla scomparsa e prima di passare all’attraversamento del confine. Isolando il fenomeno e mettendolo in scena, questi studi si concentrano sul lavoro delle associazioni della società civile e riducono la solidarietà ad un approccio settoriale, frammentato e quindi depoliticizzato. I ricercatori specializzati si accontentano, nel migliore dei casi, di una solidarietà congiunturale, senza osare investire nel lungo percorso disseminato di insidie delle famiglie. Tuttavia, durante i nostri incontri, le famiglie raccontano non solo le difficoltà di mobilitazione, ma anche una descrizione e una contestazione di una situazione sociale ed economica raramente riferita dagli specialisti. Per noi non si tratta di osservare senza intervenire: mettiamo a profitto le nostre conoscenze su una verità: sulla scomparsa. In tutti i nostri dialoghi, le famiglie sono documentate sulle nostre precedenti conclusioni e nello stesso tempo loro ci rivelano nuove realtà e pratiche sconosciute delle politiche di confine locali. Così il colloquio diventa un luogo di scambio, di apprendimento reciproco e una promessa di partecipazione politica collettiva. L’indagine si trasforma in una cassa di risonanza per i discorsi sulle responsabilità governative e in una legittimazione delle narrazioni negli spazi saturati dal discorso occidentale sulla migrazione. Infine, il nostro rapporto con le famiglie si iscrive innanzitutto in un lavoro di messa in rete tra loro. Forniamo loro contatti con altre famiglie e collegamenti ad associazioni che possono fornire un sostegno concreto, in particolare nelle lotte per l’identificazione e il rimpatrio dei corpi, o ancora nello scambio di esperienze su questioni come il lutto, che si condividono all’interno di reti di riconoscimento e d’identificazione reciproca.  Si crea così tra le famiglie degli scomparsi una rete di solidarietà e di una forma di sostegno reciproco. Durante una riunione, un padre di famiglia, prima di scoppiare in lacrime, si rivolge così a due madri di scomparsi: «Solo voi potete sentire quello che sento io».
A.G.: Conoscere la verità sulla fine dei propri figli sembra dunque essere il primo passo per un processo di elaborazione del lutto.
W.G.: Sì, il dolore della scomparsa è descritto da Salima come il risultato di una situazione di insostenibile ambiguità intorno alla verità. Spesso le famiglie che incontriamo insistono su questa grande rivendicazione, apparentemente semplice e ordinaria, eppure costantemente negata: «Vogliamo sapere se è morto o vivo». A questo spesso aggiungono: «Se solo mi confermassero la sua morte, sarei sollevata». La situazione di Salima illustra quella delle famiglie dei dispersi, divise tra la speranza di trovare un segno di vita e la disperazione di conoscere le pratiche del funerale senza l’identificazione dei corpi o la scomparsa di questi ultimi in mare e sulle strade. La sofferenza e il trauma hanno origine dalla negazione ufficiale di quelle situazioni in cui il “bisogno di sapere la verità” assume un carattere d’urgenza. Il “dire la verità” e l’atteggiamento “ufficiale” dello Stato assumono qui tutta la loro importanza, perché il riconoscimento della vita o della morte non rientra solo nel monopolio burocratico e simbolico dello Stato – come l’attestazione di decesso, che apre diritti e risolve problemi essenziali, come quelli legati alle successioni – ma costituisce anche un’azione statale concreta.
A.G.: Cosa chiedono queste madri?
W.G.: Chiedono azioni concrete: condurre ricerche, prelevare il DNA delle madri per collaborare con i governi europei e gli Stati vicini dove si sono verificate partenze clandestine e dove sono naufragate imbarcazioni. Chiedono anche interventi presso le autorità dei paesi confinanti (Libia, Italia, Spagna, ecc.) per verificare le condizioni nelle carceri e nei centri di detenzione.
Queste richieste pratiche appaiono come l’unica via per ristabilire una dignità, riconoscere il diritto ad una sepoltura dignitosa, rimpatriare i corpi sepolti anonimamente, poter piangere degnamente i propri morti. Una suora ci racconta a proposito di suo fratello, marocchino, presunto morto e sepolto in Tunisia: «Voglio solo rimpatriare il suo corpo vicino a noi, al cimitero del villaggio vicino a Settat, perché non sia un semplice numero a migliaia di chilometri. Voglio andare a visitare la sua tomba, raccogliermi sulla sua tomba. Altrimenti, resteremo nella famiglia come siamo diventati da quando se n’è andato, malati, divisi, tristi». Per queste famiglie, si tratta di un riconoscimento fondamentale, che implica la responsabilizzazione dei dispositivi di chiusura delle frontiere. Questo apre anche la possibilità di un contro discorso sul riconoscimento delle vittime, il risarcimento dei familiari e la decriminalizzazione dell’immigrazione. La politica che le famiglie informano e praticano trova la sua ragion d’essere nel vissuto soggettivo dell’ingiustizia e della denigrazione sociale, incontrando nello stesso tempo la contestazione di un ordine politico che rifiuta il riconoscimento delle emozioni fondamentali: il lutto, la memoria, il funerale, la responsabilità per l’informazione sulla morte, nonché l’interpellazione sulla responsabilità della morte e della scomparsa.  Le famiglie incontrate, rivendicando il diritto alla verità intorno ai loro figli, svelano – e denunciano – le politiche dei visti che sono direttamente responsabili di queste tragedie della morte.
Le famiglie avvertono l’urgenza di adottare sistematicamente l’identificazione con il DNA e una presa in carico da parte delle autorità non appena si tratta di una scomparsa. Allo stesso modo, chiedono di organizzare la diplomazia dei paesi dell’emigrazione per una presa in considerazione dei dossier della scomparsa e la cooperazione con gli Stati vicini per trovare risposte ai dubbi delle famiglie. Le famiglie incontrate tra la Tunisia e il Marocco rivelano situazioni comparabili. Queste somiglianze derivano dal trattamento omogeneo dell’Europa e dai suoi effetti sui governi marocchino e tunisino, nonché sulle famiglie. In entrambi i paesi, le madri stanno prendendo coscienza dell’urgenza di identificare i corpi attraverso il test del DNA. Eppure, in mezzo a sistemi complessi e meticolosamente organizzati di repressione della mobilità e di rafforzamento delle frontiere, nessuna politica è stata messa in atto, né al Nord né al Sud, per assicurare un’operazione tecnicamente semplice: l’identificazione dei corpi che riposano negli obitori prima della loro sepoltura.
A.G.: Wael, nella tua ricerca hai ascoltato molte testimonianze di genitori di figli scomparsi, puoi riportarne qualcuna?
W.G.: Voglio presentare qui due casi emblematici, che illustrano la consapevolezza pratica e la conoscenza delle vie di risoluzione espresse dalle famiglie. La prima testimonianza è quella di una madre marocchina. Forte della sua esperienza segnata dalla scomparsa di suo figlio e dalle solidarietà tessute durante tre anni con altre famiglie, mette in luce la centralità del dispositivo d’identificazione. Sottolinea anche che la sua assenza è il risultato di una politica sistematica di denigrazione delle famiglie e dei dispersi. Durante l’intervista ci dice:
«Mio figlio si chiama Mohamed, è uscito da Salé (città vicina di Rabat), a bordo di un’imbarcazione con altri 24 giovani il 4 settembre 2022 alle 4 del mattino. Da allora non ho più notizie dirette di lui. Mi ha chiamato qualche ora prima di salpare senza dirmi che sarebbe immigrato. Mi ha semplicemente chiesto di fare una preghiera e delle invocazioni per lui. Ascolta, figlio mio, sono tre anni e quattro mesi che penso giorno e notte ai nostri problemi come famiglie dei dispersi. C’è una sola risposta al nostro problema. Per noi, le famiglie i cui figli sono partiti dall’oceano o dal mar Mediterraneo, la soluzione è il DNA. Sappiamo che ci sono molti cimiteri in Spagna di migranti e musulmani sepolti sotto numeri, e ogni numero corrisponde a un codice DNA. Ma cosa aspettano i nostri paesi, il Marocco, l’Algeria, la Tunisia? Che la Spagna e l’Italia vengano a prelevare il DNA nei nostri paesi? Non ha senso. No, i nostri paesi devono organizzare il prelievo e la comunicazione del DNA. In assenza di questa decisione, ci sono famiglie che lottano per avere il visto e vanno con le foto e chiedono di fare il DNA in Spagna. Lo fanno gratuitamente una volta arrivati in Spagna e iniziano la ricerca. Ma organizzare il viaggio è lungo, costoso e richiede un visto. Non tutte le famiglie possono farlo. Se il DNA è conforme ai morti, le famiglie accettano, si calmano e si sottomettono alla volontà di Allah. Altrimenti, possono accedere ai nomi delle persone nelle carceri nel caso in cui i loro figli siano incarcerati per fatti come il traffico di droga. Oppure possono mantenere la speranza e continuare la ricerca. Bisogna innanzitutto evitare il dubbio sulle migliaia di morti non identificate. Bisogna che i responsabili trovino soluzioni ai cittadini. Noi non siamo niente, siamo madri e genitori in sofferenza».
Un’altra testimonianza importante è quella di Imed Soltani, presidente dell’associazione Una terra per tutti, che incarna in Tunisia, e più in generale nell’Africa del Nord, un ideale tipo che unisce impegno politico locale e presa di parola pubblica per la gente comune. A differenza degli “imprenditori di causa” della società civile, il suo impegno deriva dalla sua esperienza personale – la scomparsa di membri della sua famiglia, dei suoi nipoti, e da una presa di coscienza nata dal suo viaggio in Italia alla ricerca della verità. Questo percorso l’ha portato a confrontarsi con le famiglie e le loro sofferenze, prima delle associazioni di sinistra sensibilizzate al diritto della libera circolazione. In un punto dell’intervista (2) ci dice:
«Le famiglie mi chiedono di trovare una soluzione per i loro casi, ma io rispondo che bisogna trovare una soluzione per tutti i casi. Occorre una soluzione globale. Oggi milito anche per costituire un centro di registrazione dei dati, delle testimonianze delle famiglie. Quindici giorni fa siamo riusciti a rimpatriare sei corpi di tunisini che sono annegati in prossimità dell’Italia e che sono stati sepolti nelle terre italiane. Ci siamo riusciti grazie alla pressione che abbiamo montato contro gli italiani per dissotterrare tre corpi e rimpatriarli, mentre gli altri tre (non erano ancora sepolti). Abbiamo uno slogan che abbiamo formulato di fronte all’Italia: “Sono persone, non numeri”. Vogliamo mostrare all’Italia e all’UE che questi 6 morti tunisini erano in casa loro semplici cifre sconosciute: ma quando li abbiamo riportati in Tunisia, ogni morto aveva dietro di sé centinaia di persone durante il funerale. Ogni funerale tra i sei era seguito da centinaia di famiglie, amici e parenti. Questi morti hanno un nome, un cognome, una storia. Per noi è una vittoria riportarli alle loro famiglie, ma vogliamo dire al mondo “Ecco quello che abbiamo ereditato dalle vostre politiche criminali (sottolinea la parola)”. Perché in generale, quando ci sono persone annegate che vengono recuperate dagli italiani o quando i corpi arrivano in Italia, lo stato qui non fa nulla per avviare una procedura di identificazione. Solo le associazioni e le famiglie che si mobilitano e si impegnano a fare pressione. Cominciano a contattarci e noi ci mobilitiamo per ritrovare i loro figli. Ma come sai, non hai il diritto di far tornare il corpo o che sia considerato della famiglia anche se riconosci la faccia. Perché, come dicono, il riconoscimento facciale non è scientifico. Quindi abbiamo inviato il DNA di sei madri – devono essere le madri. Poi è il giudice che si occupa del caso che riceve questi test. Li dà alla polizia italiana che effettua il confronto con i sei cadaveri ritrovati. Si scopre che sono test positivi. Poi ci danno i cadaveri. Abbiamo effettuato tutte queste operazioni senza alcuna volontà politica da parte del nostro Stato e senza alcun coordinamento. Perché in generale, quando ci sono persone annegate che vengono recuperate dagli italiani o quando i corpi arrivano in Italia, lo stato qui non fa nulla per avviare una procedura di identificazione. Solo le associazioni e le famiglie che si mobilitano e si impegnano a fare pressione. Cominciano a contattarci e noi ci mobilitiamo per ritrovare i loro figli. Il loro impegno va oltre le rivendicazioni simboliche per ancorarsi a lotte concrete e urgenti, come l’identificazione dei corpi mediante test del DNA».
La testimonianza di Imed Soltani dimostra quanto il lutto delle famiglie delle persone scomparse dipenda da una questione tecnica legata alla medicina legale. Mobilitare, attraverso i nostri contatti, gli specialisti di medicina legale per rendere le procedure più chiare, permetterebbe alle associazioni di non perdersi nei meandri burocratici. Le madri incontrate capiscono rapidamente il messaggio implicito trasmesso dall’assenza di una volontà di instaurare un tale dispositivo di prelievo, d’identificazione e di rimpatrio dei corpi: una sanzione collettiva inflitta ai genitori e ai “bruciatori” di frontiere.

Antonia Guarini
Psicoanalista e psicodrammatista, Didatta S.I.Ps.A.

Note

  1. Garnaoui W., Harraga bruciare per l’Europa. Indagine e psicoanalisi dei migranti del Mediterraneo. Per un pensiero decolonizzato delle frontiere, Poiesis Editrice, Alberobello 2024.
  2. Montassir S., Garnaoui W., “Le quatrième âge de l’émigration: une enquête auprès des familles des disparus”, Rosa Luxemburg Stiftung, luglio 2025 (https://rosaluxna.org/publications/the-fourth-age-of-emigration-a-survey-of-families-of-the-disappeared/).

Bibliografia

Garnaoui W. (2024), Harraga bruciare per l’Europa. Indagine e psicoanalisi dei migranti del Mediterraneo. Per un pensiero decolonizzato delle frontiere, Poiesis Editrice, Alberobello
– (2019) Mère ne vois-tu pas que je brûle? Esquisse d’une compréhension de la dynamique familiale des migrants clandestins disparus, «Filigrane»
– (2013-14), Migration clandestine Harga. Entre désir et fantasme, Mémoire de Master 2 recherche, sous la dir. de F. Benslama, co-jury E. Pestre. Université Paris Diderot, Paris (UFR Études Psychanalytiques)
Garnaoui W., Tulbure C. (2020), Don’t forget my name: disappearing at the border in Where are the missing? Truth and justice as a requisite for peace, Peace in Progress», number 38, May
Montassir S., Garnaoui W. (2025), Le quatrième âge de l’émigration: une enquête auprès des familles des disparus, Rosa Luxemburg Stiftung, luglio 2025 (https://rosaluxna.org/publications/the-fourth-age-of-emigration-a-survey-of-families-of-the-disappeared/)
Montassir S. (2020), État et Révolution. Discours et contre-discours du jihad: France, Irak, Syrie. Thèse sous la direction d’Alain Bertho et Sylvain Lazarus. Université Paris 8
Montassir S. (2018), Terrorisme et radicalisation, «Journal des anthropologues» [En ligne], 15