GIUSEPPE PREZIOSI – Wael Garnaoui Harraga bruciare per l’Europa. Indagine e psicoanalisi dei migranti nel Mediterraneo. Per un pensiero decolonizzato delle frontiere
Poiesis editrice, 2024
È ormai esperienza comune credo, percepire, a partire dal cambio del secolo, il trascorrere degli anni come un susseguirsi di questioni e accadimenti densi e complessi, “eventi epocali” che travalicano i confini delle città, delle nazioni e dei continenti e ci trasportano in un vorticoso movimento della Storia dove nessuno può dirsi estraneo, dove nessuno può non sentirsi coinvolto, dove nessuno può sentirsi al riparo.
Per facilità, possiamo fissare un avvio di tale Weltanschauung nel crollo delle Torri Gemelle a New York, per poi far correre il pensiero al cambiamento climatico, all’ascesa dello Stato islamico, la pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina, la presenza pervasiva dei social network, l’infuocarsi del conflitto in Medioriente.
Altro elemento comune è che tutto questo accadere, complesso e allarmante, è ed è stato vissuto in questa parte di mondo come un grande e cupo spettacolo di intrattenimento, dove semmai è richiesto un costo ma quasi mai un coinvolgimento attivo del soggetto, men che meno del suo corpo.
Wael Garmaoui testimonia di un posizionamento differente.
All’indomani della Rivoluzione tunisina e allo scatenarsi di quella che lo spettacolo globale ha battezzato “Primavera Araba”, la questione migratoria è tornata a impegnare le società europee, prese in un interminabile dibattito sulle motivazioni che spingessero uomini e donne, ragazzi e ragazze, adolescenti, madri e padri con i loro bambini a rischiare la vita per coprire quel lembo di mare che li separava dall’Europa e, invece, alcuni altri ad unirsi alle file armate dell’esercito del Califfato nero.
Wael Garmaoui è andato a chiederlo a loro, nelle vesti di “ricercatore clandestino”, in una posizione ibrida di ricercatore e migrante, psicoanalista e attivista politico. Di questo si forma il suo libro. Una prima parte è fatta di testimonianze raccolte in modo diretto che tracciano storie e traiettorie di tentativi, fallimenti, delusioni, provenienze, viaggi e di ostacoli, frontiere, dispositivi di espulsione. La seconda, cerca di definire il sintomo sotteso a tutte queste storie, sintomo “rivelatore delle incoerenze e della brutalità del nostro mondo” a partire da tre questioni principali: la natura del legame dei soggetti migranti alla figura della madre, l’effetto che ha su di loro la presenza delle tecnologie e dei dispositivi di esclusione e rigetto che operano lungo le frontiere e, infine, il precipitato di questi percorsi di vita spezzati tra ideale e rovina.
Una lettura affascinante che ben si articola tra la ricerca antropologica sul campo e la teorizzazione psicoanalitica, e in questa articolazione a mio parere c’è il principale merito del testo: riuscire a “piegare” la psicoanalisi a strumento di lavoro politico dell’attuale. Non si tratta certo di porsi come supposto portavoce di un supposto sapere per mezzo del quale commentare ogni aspetto dello scenario sociale utilizzando libri, televisione, social e giornali ma invece, di avere il coraggio di usare i saperi che la cultura psicoanalitica ha accumulato nella sua storia in modo libero, laico e spregiudicato, come materia viva e mai satura, come discorso aperto alla contaminazione, come strumento di lavoro appunto nella ricerca inesauribile che dovrebbe accompagnare ogni analista.