FABIOLA FORTUNA Forme di isteria: da ieri a oggi

«La natura stessa della struttura sintomatica
dell’isteria è camaleontica nell’aspetto, ubiqua,
cangiante nelle sue manifestazioni» (Bleichmar, 1994)

 

Prologo

Se vi capita di sfogliare il DSM-V vi accorgerete che il termine di isteria, cosi familiare a coloro che si occupano della psiche, è scomparso.

Se il buon vecchio Freud, dunque, tornando fra noi volesse fare una ipotesi diagnostica per il caso di Dora, sfoglierebbe invano il Manuale Diagnostico e, probabilmente, considerando i sintomi riconducibili perlopiù alla sfera orale (vomito, tosse e dispnea), dovrebbe “ripiegare” su una diagnosi di Disturbo da sintomi somatici e disturbi correlati (vd. DSM–5, APA, 2013).

Ma siamo davvero sicuri che l’isteria, come suggeriscono i “sacri testi”, non esiste più?

 

Isteria: un concetto antico ma non troppo

«Non fare l’isterica!» quante volte abbiamo ascoltato, e forse pronunciato questa frase.

Nel linguaggio comune l’isteria si assimila al concetto di instabilità, irritabilità, mentre dal punto di vista clinico l’isteria sembra aver perso di interesse e di “attualità”.

Individuata e studiata fin dalla antichità, l’isteria sembra ormai scomparsa dalle diverse classificazioni nosografiche, DSM in primis, ma non si tratta che di apparenza, infatti possiamo in ogni caso considerare come isteriche molte delle odierne manifestazioni di disagio.

Si tratta di rappresentazioni meno eclatanti ma che, secondo me, sono indicative del medesimo autentico meccanismo, atto a salvare l’io e gli oggetti amati dalla minaccia della propria integrità.

Volgendoci al passato, l’isteria è stata considerata da sempre una patologia femminile, infatti il termine “isteria” deriva dal termine greco hysteron, che significa utero. Secondo il Corpus hippocraticum, ovvero l’insieme di testi di medicina attribuiti a Ippocrate, «è l’utero la causa di tutte le malattie delle donne».

Secondo la concezione ippocratica quest’organo sarebbe stato al centro di un complesso e delicato equilibrio di liquidi, la cui rottura avrebbe provocato lo spostamento dell’utero nel ventre della donna, provocando dolore e “soffocazione isterica”, ovvero una sensazione si soffocamento e di confusione mentale.

Per secoli questa concezione non è stata messa in discussione e, anzi, dalla fine del Medioevo e per tutto il Seicento, fu associata alla stregoneria e i suoi sintomi erano prova della possessione demoniaca.

Dall’800, gli anni del positivismo, la malattia inizia ad essere affrontata da un punto di vista più prettamente “scientifico” iniziando a considerare eventuali cause neurologiche, anche se diverse documentazioni del tempo testimoniano che in molti casi era sufficiente un comportamento socialmente reprensibile per ricevere lo stigma della “paziente isterica”.

Uno dei primi studiosi ad utilizzare un approccio scientifico alla isteria è stato Jean-Martin Charcot (1825-93), neuropatologo francese direttore dell’Ospedale parigino della Salpêtrière. In tale struttura erano ospitati casi particolarmente singolari e difficili, di cui il neurologo si occupa indicando per ciascuno di essi non soltanto una denominazione specifica – la scienza del suo tempo era ancora soprattutto classificatoria e nomenclatoria – ma enunciandone anche una precisa sintomatologia e, soprattutto, una specifica strategia terapeutica.

Le patologie riguardavano l’ambito delle paralisi traumatiche, dell’isteria, dell’epilessia. Fenomeni particolari che lo studioso cerca prima di tutto di definire secondo una modalità di lavoro che oggi considereremmo tipica delle diagnosi differenziali. I casi di epilessia sembravano essere ricorrenti, e a essi Charcot rivolge la maggior parte delle sue risorse ed energie. Con il trascorrere del tempo il suo lavoro gli permette di individuare, all’interno dei numerosi soggetti considerati epilettici, un notevole numero di personalità ‘isteriche’, connotate dalla capacità di simulare gli attacchi epilettici.

Anche nell’ambito delle paralisi traumatiche, diagnosticate come malattie organiche, egli rintraccia moltissime di natura isterica. Nonostante la sintomatologia fosse simile, tanto nel caso delle crisi epilettiche quanto in quello delle paralisi, la causa era diversa: di natura organica le une, di natura ‘dinamica’ quelle isteriche. Per queste ultime non si riscontrava alcuna traumatologia organica né lesione cerebrale, e per di più sotto ipnosi tali manifestazioni tendevano a scomparire.  Infatti Charcot, a conferma nella natura psichica del disturbo, Charcot utilizza la suggestione ipnotica per riprodurre i sintomi isterici e anche per farli sparire.

Secondo Charcot, l’origine di simili disturbi era da ricercare nelle “idee fisse”, qualcosa paragonabile a dei nuclei complessuali inconsci: questa scoperta sarà poi il fondamento delle di Janet sull’attività psichica inconscia, e di quelle di Freud.

Pierre Janet, direttore del laboratorio Salpêtrière e studente di medicina, individua nel soggetto isterico una forma di dissociazione, una tendenza, provocata dalla tensione emotiva troppo forte rispetto alle proprie capacità di difesa, a isolare gruppi di idee e di ricordi della coscienza.

Nel suo libro Trauma, coscienza, personalità. Scritti clinici, approfondendo il concetto attraverso il confronto con altri autori, Janet giunge alla definizione di «isteria come forma di disgregazione mentale, caratterizzata dalla tendenza allo sdoppiamento permanente e completo della personalità». Quindi l’isteria si esprime nella dissociazione delle funzioni superiori e nella autonomizzazione delle funzioni più semplici.

Negli stessi anni in cui Janet studia presso l’ospedale di Salpêtrière, Freud, una volta laureatosi in medicina, frequenterà lo stesso ospedale per un breve periodo, dove avrà la possibilità di seguire da vicino le ricerche di Charcot sull’isteria.

Tale esperienza, seppure breve, si rivelerà determinante per i suoi futuri interessi.

«Questo nuovo campo di ricerca attirò enormemente Freud. Abbandonò il laboratorio e passò tutto il suo tempo in mezzo alla folla degli studenti che ascoltavano le lezioni di Charcot, presenziavano alle sue dimostrazioni pratiche e lo accompagnavano in giro per le corsie. […] Charcot spostò in modo decisivo e duraturo il punto focale dei suoi [di Freud] interessi. Lo affascinò quel potere della mente sopra la materia che si riusciva a ottenere mediante l’ipnosi. Per la prima volta lo attirava la prospettiva di avere a che fare coi pazienti, perché il loro trattamento poteva al tempo stesso aiutare lui a trovare quelle risposte di cui sentiva il bisogno»1.

Freud sarà uno dei primi studiosi a considerare l’isteria una vera e propria malattia e proprio questi studi saranno alla base di una serie di riflessioni teoriche e cliniche che verranno poi sistematizzate nel sapere psicoanalitico: le intuizioni di Freud relativamente all’inconscio, al conflitto psichico, alla possibilità di una talking-cure, traggono tutte origine dagli studi sull’isteria.

La questione dell’isteria era certo già presente prima della nascita della psicoanalisi, ma è soltanto a partire dalla osservazione dei casi clinici degli isterici che ci si occuperà di psicopatologia delle nevrosi e riflettere, più in generale, su ciò che regola il pensiero dell’essere umano.

Le intuizioni di Charcot sono non solo un grande stimolo agli studi e alle ricerche di Freud ma, più in generale, aprono alla possibilità di esaminare certi disagi da un nuovo punto di vista. A questo proposito rileva Carotenuto:

«Alla sua morte, Charcot fu definito “l’uomo che aveva rivelato al mondo un campo sconosciuto della psiche” (Ellenberger 1970, p. 116). Egli aveva compreso la funzione della psiche nell’eziologia di malattie mentali allora conosciute, e sebbene i suoi metodi, dapprima osannati e poi criticati, fossero pionieristici, il suo grande merito fu di aver rivelato la natura psicologica, o meglio psicodinamica, dei disturbi mentali»2.

Dopo l’esperienza al Salpêtrière, Freud inizia una stretta collaborazione con Josef Breuer, che porta alla pubblicazione della Comunicazione preliminare, nel 1893 e di Studi sull’isteria, nel 1895. Il rapporto con Breuer sarà fondamentale per la nascita della psicoanalisi, nel senso che farà scoccare nella mente di Freud la scintilla che lo condurrà a elaborare la sua “teoria dell’inconscio”. Una delle prime collaborazioni riguarda l’ormai celebre caso di Anna O., pseudonimo di Bertha Pappenheim.

Josef Breuer illustra a Freud il caso di questa giovane paziente che aveva assistito il padre infermo, poi deceduto, e che aveva in seguito lamentato una serie di sintomi come paresi, deficienze visive, tosse nervosa, ….

Breuer utilizza un metodo che consiste nel riprodurre, con l’ipnosi, lo stato ipnoide, una sorta di acuto esaurimento, propizio all’insorgenza dell’isteria. Questo metodo, detto “catartico”, permette al terapeuta di far ripercorrere a ritroso al paziente la sua storia fino a giungere all’evento traumatico che si presume fosse correlato alla comparsa dei sintomi isterici. Una volta che riemergono alla coscienza i ricordi e le emozioni legate a tale evento, i sintomi scompaiono.

Inizialmente, seguendo il metodo di Breuer, Freud utilizza l’ipnosi e la suggestione.

Successivamente egli verifica, però, che se invita il paziente a dire ciò che gli viene in mente, permette al corso dei pensieri di risalire spontaneamente ai ricordi traumatici e, al tempo stesso, permette di individuare quelle resistenze che non consentono al paziente di accedere a tali ricordi. È la nascita del metodo delle libere associazioni.

Questo metodo ha in sé il merito di far emergere il ruolo svolto dalle resistenze, dal transfert, dal linguaggio, dalla capacità di introspezione del paziente, tutti elementi che si riveleranno fondamentali nella cura psicoanalitica

Potremmo dire che la psicoanalisi comincia da qui, dal complesso caso di Anna O.:

«La ragazza in questione era, per l’appunto, Anna O. e il suo caso divenne celebre nella storia della psicoanalisi perché permise a Freud di formulare l’idea che i malati isterici soffrono di reminiscenze. I loro sintomi cioè sarebbero residui e simboli mnestici di determinate esperienze [traumatiche]»3.

 

Il sintomo isterico si configura quindi come un modo di comunicare simbolicamente: Freud lo chiamerà “discorso d’organo”, stabilendo un continuum tra il polo corporeo e quello psichico.

Riguardo alla ontogenesi dell’isteria Freud, pur rifacendosi all’ipotesi di Charcot, in pratica se ne allontana nel momento in cui considera evento traumatico non un singolo episodio ma un insieme di situazioni capaci di un effetto dirompente sull’individuo.

«[…] in questi casi il grande trauma singolo viene sostituito da una serie di drammi minori, tenuti assieme per affinità o perché parti di una stessa tribolazione […]»4.

Fin dagli inizia dei suoi studi sulla isteria Freud pone l’accento sul carattere “economico” degli eventi traumatici, e cioè sul fatto che questi provocano un aumento di stimoli tale che la psiche non è in grado di fronteggiare. Quindi l’attenzione si rivolge soprattutto sulla natura degli eventi traumatici e su come influenzino l’organizzazione psichica dell’individuo: «Diviene trauma psichico ogni impressione la cui liquidazione, tramite lavoro mentale associativo o tramite reazione motoria, presenti difficoltà per il sistema nervoso»5.

Ad essere traumatico, quindi, non è l’evento in sé ma lo è la reazione a tale evento; ad esempio una scena di seduzione diventa traumatica quando si verifica qualcosa che ricorda al soggetto quella scena.

Trauma è dunque un evento impossibile da comprendere, tale è l’orrore che provoca; impossibile da comprendere per quel determinato bambino con quella determinata storia.

Inizialmente Freud e Breuer osservano che grazie all’ipnosi nei pazienti riemergono i ricordi del tempo in cui i sintomi si sono presentati per la prima volta: si tratta spesso di eventi accaduti nell’infanzia e di cui il paziente non ha più memoria.

«Trovammo infatti, in principio con nostra grandissima sorpresa, che i singoli sintomi isterici scomparivano subito ed in modo definitivo, quando si era riuscita ridestare con piena chiarezza il ricordo dell’evento determinante, risvegliando insieme anche l’affetto che l’aveva accompagnato, e quando il malato descriveva l’evento nel modo più completo possibile esprimendo verbalmente il proprio affetto»6.

Arrivano quindi alla conclusione che i sintomi isterici sarebbero causati da un trauma grave che causa tante e tali sollecitazioni che il ricordo viene represso e respinte le emozioni ad esso associate. Tramite questo meccanismo di rimozione l’affetto è distaccato dalla rappresentazione rimossa e trasformata per conversione in sintomo somatico.

«Gli isterici soffrono di reminiscenze» conclude Freud.

Inizialmente Freud considera come traumi fatti reali, essenzialmente di natura sessuale.

Con la Lettera a Fliess del 21 settembre 1897 egli però rivede in parte questa ipotesi, considerando che le cause patogene possono essere individuate non solo in fatti realmente accaduti, ma anche in fantasie infantili: ricordi di eventi mai avvenuti che non sono menzogna, ma verità dell’inconscio, che ha comunque valore pari alla realtà storica.

Dietro il sintomo isterico si cela quindi una emozione dolorosa legata ad un ricordo che non è più cosciente, ed è quindi in uno stato di strangolamento: una emozione legata a un ricordo non più cosciente che va a rappresentare un secondo gruppo psichico.

La risposta isterica al trauma consiste quindi nel rimanere legati alla scena traumatica ripetendola in una sorta di rappresentazione simbolica, il sintomo.

L’iniziale approccio organicistico alla patologia isterica viene gradualmente abbandonato per rilevare il ruolo cruciale della realtà psichica del paziente.

Freud infatti arriva alla conclusione che, con un meccanismo dettagliatamente spiegato in L’uomo dei lupi, il trauma si crea con una elaborazione “a posteriori” (Nachträglichkeit), quando un evento scatenante provoca il sintomo isterico. Il paziente racconta un evento traumatico ma poi emerge che il carattere traumatico viene attribuito aprés-coup, retroattivamente, nel momento in cui cioè tale scena acquista uno specifico significato sessuale con tutto il relativo potenziale patogeno.

L’isteria si configura quindi come una strategia di difesa: vengono rimosse le rappresentazioni conflittuali e la quota di affetto ad esse collegate, ma quando una situazione riattualizza il primo trauma che ha scatenato la rimozione, si producono i sintomi di natura somatica e simbolica.

Le affermazioni formulate negli anni 1895-96 relative alla patogenesi dei sintomi isterici e i processi psichici dell’isteria vengono riprese da Freud nel 1905 con la pubblicazione del Caso di Dora.

Si tratta di un trattamento iniziato nel 1900, periodo in cui Freud ha appena pubblicato L’interpretazione dei sogni e inizia la stesura di Psicopatologia della vita quotidiana.

Dora è una ragazza di 18 anni che viene inviata a Freud dal padre dopo un periodo turbolento caratterizzato da alterazioni del carattere, ritiro sociale, svenimenti.

Il trattamento è estremamente breve, dura soltanto tre mesi, ma riveste una importanza particolare per alcune sue peculiarità. Innanzitutto la tecnica psicoanalitica appare rivoluzionata rispetto ai casi precedentemente descritti da Freud: invece di partire dai sintomi, Freud lascia alla paziente la libertà di decidere l’argomento di cui parlare. Dagli elementi che emergono dal discorso della paziente, Freud raccoglie come un archeologo i frammenti utili alla risoluzione del sintomo.

Altro aspetto importante di questo caso è che i due sogni raccontati da Dora vengono “lavorati” da Freud seguendo le ipotesi descritte nell’interpretazione dei sogni. Per Freud infatti i sogni sono interpretabili e verifica che i pazienti riferiscono sogni che possono essere inseriti nella connessione tra sintomo morboso e idea patogena.

Il sogno si rivela dunque una delle vie indirette per aggirare la rimozione, uno dei mezzi del “modo figurativo indiretto” nel campo psichico.

Il trattamento inizia nell’ottobre del 1900 ma Dora lo interrompe improvvisamente dopo soli tre mesi. Inizialmente Freud rimane molto deluso da questo brusco epilogo che, però, sarà da stimolo per le successive riflessioni e considerazioni.

Egli infatti successivamente comprenderà che l’interruzione del trattamento era stato causato dai sentimenti amorosi ed erotici che la paziente inconsciamente aveva trasferito su di lui: è ciò che egli definisce transfert, e cioè lo spostamento sulla figura dell’analista di sentimenti, desideri, esperienze già vissute precedentemente con persone importanti dell’infanzia.

 

Il caso di Dora: trait d’union tra Freud e Lacan

Lacan, considerando il caso di Dora particolarmente ricco da farci “diverse scoperte” (Lacan, 1956-57, p. 134), lo riprenderà più volte lungo l’intero arco del proprio insegnamento.

Abbiamo visto come per Freud la clinica dell’isteria fosse essenzialmente una clinica del corpo, più precisamente una clinica che si fonda sul potere espressivo del corpo. E in effetti nel caso di Dora e negli altri casi di isteria troviamo come concetto cardine quello di conversione somatica, con cui si intende la plasticità del corpo isterico nel convertire somaticamente i conflitti psichici del soggetto.

Lacan compie un passo successivo: egli infatti considera il fenomeno di conversione caratteristico non della sola isteria, in quanto fenomeni di conversione sono presenti nelle diverse strutture cliniche: il corpo, in quanto strutturato dal simbolico, è sempre soggetto a fenomeni di conversione.

La peculiarità dell’isteria si coglie nel fatto che il sintomo di conversione pone un interrogativo sulla sessualità. L’isteria è un interrogativo sulla femminilità

Nel Seminario III, Le psicosi, Lacan affronta la “questione isterica”, partendo dalla discussione di un caso di isteria maschile descritto da Joseph Hasler nel 1921.

Il paziente è un tramviere di 30 anni che a seguito di una caduta dal tram, pur non avendo riportato alcuna frattura, comincia a lamentare forti dolori alla costola, sintomi che col tempo aumentano in intensità e variabilità fino ad arrivare a ripetute perdite di conoscenza. Parallelamente inizia a manifestare strani comportamenti. Ad esempio, dopo la prima seduta, si siede bruscamente sul divano e si mette a osservare il terapeuta con gli occhi sbarrati, la bocca aperta, come se scoprisse un mostro inatteso ed enigmatico. In altre riprese il soggetto ha manifestazioni di transfert sorprendenti. Una volta, in particolare, si raddrizza bruscamente, per ricadere nell’altro senso, ma col naso contro il divano, offrendo all’analista le gambe penzoloni in un modo il cui significato generale non sfugge all’analista.

Lacan ipotizza che l’ordine dei sintomi non è al momento della caduta, ma quando effettua gli esami radiografici; le crisi, per le loro caratteristiche rimandano ad un fantasma di gravidanza. La questione sembra essere: «Sono o non sono in grado di procreare?», un interrogativo che si situa a livello dell’Altro, dal momento che per Lacan l’integrazione della sessualità è legata al riconoscimento simbolico.

Secondo Lacan, infatti, “il soggetto trova il suo posto in un apparato simbolico preformato che instaura la legge della sessualità. E questa legge non permette più al soggetto di realizzare la sessualità su un piano che non sia simbolico»7.

La questione del soggetto isterico è dunque: «Che cosa sono?», si tratta perciò di una difficoltà di identificazione simbolica. Così come per Dora, osserva Lacan, la cui questione è: «Cosa è essere una donna? Cosa è un organo femminile?».

Per comprendere la questione isterica secondo Lacan bisogna porre attenzione alla disimmetria dell’Edipo, già rivelata da Freud nei Tre Saggi.

Una disimmetria che si situa a livello simbolico: nella donna infatti la realizzazione del proprio sesso non si realizza attraverso la identificazione con la madre, in quanto non c’è simbolizzazione del sesso, ma con l’oggetto paterno perché l’immaginario nella donna fornisce solo un’assenza là dove nell’uomo c’è un simbolo prevalente. Questa prevalenza della Gestalt fallica costringe la donna a deviare attraverso l’identificazione con il padre e quindi a seguire la strada del bambino.

L’accesso della donna al complesso edipico “deve” passare attraverso il padre, come per il bambino, a causa della forma immaginaria del fallo, che viene a sua volta presa come l’elemento simbolico centrale dell’Edipo.

C’è quindi, tra i due sessi, una disimmetria nel significante, una disimmetria che stabilisce per quale via passerà l’Edipo, cioè le differenti vie che faranno passare il bambino e la bambina attraverso il sentiero della castrazione.

Lacan inquadra la questione della castrazione nella relazione tra i tre registri immaginario, simbolico e reale, distinguendo innanzitutto il piano simbolico del fallo da quello immaginario del pene. Pur essendo il pene l’immagine della differenza tra i due sessi, non è scontato che a livello simbolico funzioni come significante.

La posizione sessuale dell’essere umano è legata all’attraversamento di una relazione simbolizzata, quella dell’Edipo, che comporta una posizione di alienazione (cioè gli fa desiderare l’oggetto di un altro e glielo fa possedere per procura di un altro). La realizzazione genitale è sottomessa alla simbolizzazione.

È il fallo che, sul piano simbolico, orienta il desiderio: la sessualità gira attorno alla questione fallica.

Inizialmente sia il bambino che la bambina vorrebbero essere il fallo della madre, cioè l’oggetto del suo desiderio. Questo rapporto viene meno a causa dell’irruzione del padre simbolico, la cui legge deve essere comunque sostenuta dal discorso della madre a cui la medesima legge si rivolge.

La bambina è costretta a prendere come base della propria identificazione l’immagine dell’altro sesso; per la bambina dunque la realizzazione di identificazione a partire da cui l’oggetto si realizza come oggetto di concorrenza è nell’ordine dell’immaginario.

Quando Dora si chiede «cos’è una Donna?» tenta di simboleggiare l’organo femminile come tale e il pene le serve da strumento immaginario per cogliere ciò che non riesce a simboleggiare

Secondo Lacan “l’io è un miraggio”. La sua funzione è di illusione, fondamentalmente narcisistica e da essa il soggetto conferisce l’accento della realtà a qualsiasi cosa. Il nevrotico, secondo Lacan, pone la sua questione segreta con il suo io; l’isterica utilizza il proprio io per porre questa questione e cioè precisamente per non porla.

In questo incrocio tra immaginario e simbolico è l’origine della funzione essenziale esercitata dall’io nella strutturazione della nevrosi.

Nella isteria dunque il percorso più articolato per attraversare il complesso edipico diventa un vero e proprio ostacolo al proprio riconoscimento come soggetto desiderante. La figura genitoriale, quindi, anziché strumento di emancipazione e individuazione, risulta essere una presenza ingombrante, ostativa alla crescita del soggetto e questa incapacità a separarsi, di per sé traumatica, porta all’attivazione di meccanismi di difesa come la rimozione, ed alla conversione in sintomi somatici.

Si tratta in definitiva di un conflitto tra la legittima aspirazione a diventare soggetto desiderante ed alla constatazione dell’impossibilità a diventarlo.

 

Con un drastico cambio di prospettiva, anni più tardi Lacan offre una diversa lettura del fenomeno isterico (Lacan 1974b): egli lo considera un interrogativo sul desiderio, desiderio destinato alla mancanza e alla insoddisfazione. Una insoddisfazione che si attua attraverso la “derobade”, la sottrazione.

Dice Lacan «Il desiderio si conserva soltanto nella insoddisfazione che ne deriva dal fatto di sottrarglisi come oggetto»8: secondo Colette Soler questo sarebbe il sintomo centrale dell’isteria.

Il Sogno della bella macellaia9, descritto da Freud e poi ripreso da Lacan, illustra chiaramente questo concetto.

«Voglio offrire una cena, ma non ho altre provviste tranne un po’ di salmone affumicato. Penso di uscire a comprare qualcosa, ma mi ricordo che è domenica pomeriggio e che tutti i negozi sono chiusi. Voglio telefonare a qualche fornitore, ma il telefono è guasto. Così devo rinunciare al mio desiderio e fare un invito a cena»10.

 

Per mantenere vivo il desiderio, l’isterico mette in atto una manovra di sottrazione: l’isterica freudiana si concede ma al tempo stesso si sottrae perché teme altrimenti di perdere la propria soggettività, rischia di diventare l’oggetto passivo del desiderio dell’Altro.

Secondo Lacan per comprendere l’isteria è necessario saper comprendere la distinzione tra desiderio e domanda. La paziente domanda l’amore del marito, desidera il caviale, ma in realtà vuole che non glielo si dia. L’isterica dunque sopporta una relazione di amore solo a patto che possa desiderare altra cosa da ciò che le viene offerto dall’Altro.

Il desiderio dunque è ciò che resta dopo che il bisogno è soddisfatto.

Nel seminario XVII Lacan dice che «si tratta dell’assunzione da parte del soggetto, femminile o meno, del godimento di essere privato»11.

Questa tensione continua che l’isterica ha nei confronti del proprio desiderio, favorisce secondo Lacan la dimensione positiva della riflessione su di sé («Chi sono veramente? Come sono implicato nel mio sintomo?») tanto da definirla “isterizzazione”, il processo propedeutico all’entrata vera e propria nell’analisi. Una ricerca della verità che Lacan, nel Seminario XVII, Il rovescio della psicoanalisi formalizza come “discorso dell’isterico”.

 

Il discorso dell’isterico

Il concetto di discorso per Lacan è un terzo genere di simbolico rispetto al genere del linguaggio e al genere della parola. La forma del discorso è dunque un modo in cui Lacan declina il concetto di simbolico.

I discorsi sono delle forme di legame sociale in cui si articolano l’S/, il soggetto diviso, cioè il soggetto dell’inconscio, S1 che è il Significante Maître, cioè quel significante che mi costituisce o che costituisce la mia prima identificazione, è il significante che dà orientamento al soggetto. S2 è il significante del sapere, è quel significante che rappresenta tutta la rete degli altri significanti che hanno come fondamento il significante padrone. E infine l’oggetto piccolo (a), l’oggetto di godimento, l’oggetto perduto, su cui si fissa la pulsione.

La teoria dei discorsi è una topica, quindi queste quattro lettere si collocano in quattro luoghi differenziati. Il luogo in alto a sinistra è il luogo dell’agente o luogo di comando; il luogo in basso a sinistra è il luogo della verità; il luogo in alto a destra è il luogo dell’Altro. Il luogo in basso a destra è il luogo dello scarto o della produzione.

Il discorso dell’isterico è il discorso fondamentale da cui nasce la psicoanalisi. Infatti per Lacan il discorso isterico è ciò che consente l’entrata in analisi.

E’ un discorso che ha la funzione di condurre al sapere. Un sapere del soggetto che si rivela vuoto e rivolto a se stesso, perché l’isterico vuole sapere cosa vuole.

Nel luogo dell’agente abbiamo il soggetto , il soggetto del sintomo, che soffre. L’entrata in analisi comporta infatti che il sintomo svolga funzione di agente: è il “motore” che dà l’avvio al trattamento analitico. Il soggetto si dirige verso S1, il significante della sua identificazione costituente: la domanda è “chi sono?”, “cosa voglio?”. Il rapporto tra e S1 è l’isterizzazione del discorso che Lacan considera imprescindibile per l’entrata in analisi. Non c’è entrata in analisi se non c’è l’isterizzazione del soggetto.

Nell’ambito del trattamento analitico i colloqui preliminari hanno appunto l’obiettivo di costruire questo discorso, un soggetto sofferente che vuole sapere chi è e cosa desidera veramente, ma in questo movimento l’isterico sfida il padrone cercando di mostrare che il padrone possiede una verità generica ma non la sua verità. Lo scopo dell’isterico è dimostrare che l’Altro è mancante per essere lui ciò che lo colma, il più amato, l’unico che sfugge al sapere universale. L’unica cosa che l’isterico vuole sapere è un sapere possibile sul suo desiderio, e quindi l’oggetto piccolo (a) è collocato al posto della verità. L’isterico vuole che al posto della verità ci sia l’oggetto del desiderio. L’unico sapere che interessa è un sapere su se stesso, sul proprio desiderio.

 

Il desiderio del desiderio insoddisfatto: il gioco di Mario

A proposito di come Lacan pone la questione del desiderio nell’isteria, penso possa essere utile osservare quanto è accaduto durante una delle ultime sedute del gruppo di psicodramma analitico di base da me condotto.

Si tratta di un gioco che ha come protagonista Mario, un paziente che partecipa al gruppo da alcuni anni.

Come più volte ho sottolineato nei miei articoli, lo psicodramma analitico è un dispositivo di terapia che ha molte e straordinarie caratteristiche, non ultima la capacità di “offrire” al terapeuta in modo diretto e immediato le questioni cruciali dei pazienti, che spesso tendono (più o meno inconsapevolmente) a nascondere le proprie verità dietro discorsi fuorvianti.

Ma veniamo al gioco di Mario.

La seduta si apre con il discorso di Doriana: la mattina, racconta, si sentiva piuttosto malinconica, e mentre passeggiava con il cane rimuginava tra sé tristi pensieri. All’improvviso un rumore fortissimo la spaventa: a poca distanza un grosso ramo di un pino è venuto giù di schianto. Superato il primo momento di spavento, Doriana si scuote e chiama immediatamente il Comune per segnalare l’accaduto. «Subito dopo – osserva – mi sono sentita come rianimata, come se prendere una iniziativa mi avesse fatto uscire dal torpore in cui ero immersa fino a poco prima».

Interviene Mario collegandosi alla frase “prendere una iniziativa”. «Finora ho fatto di tutto per essere accogliente con Livia (la sua attuale compagna n.d.A.); ho fatto, dice testualmente “delle acrobazie” affinché la nostra storia funzionasse. Questa estate, ad esempio, l’ho invitata insieme ai suoi due figli nella mia casa di campagna. Speravo che questa vicinanza portasse a qualche cambiamento in lei, e invece niente: quando ho tentato di avvicinarmi, ha messo subito in chiaro che tra di noi ci può essere soltanto una amicizia».

Mario è un uomo di 45 anni, separato da alcuni anni dalla moglie. Dopo la separazione ha avuto diverse relazioni che, col tempo, si sono rivelate tutte poco soddisfacenti.

Inizialmente la storia con Livia sembrava procedere su binari diversi, trapelava anche una certa ambivalenza: momenti di affettuosità si alternavano a momenti di distacco, e la relazione non sembrava evolvere. Dall’ascolto di Mario veniva maturando in me il pensiero che egli volesse avere una relazione con Livia ma che la Livia, viceversa, non ne avesse alcuna intenzione.

Ascoltato il discorso di Mario, decido di far giocare l’episodio, l’ennesimo, che ha lasciato in lui rabbia e frustrazione.

Per la parte di Livia Mario sceglie Doriana, perché chiusa in se stessa, proprio come la Livia nell’episodio in questione.

Nella prima parte del gioco, Mario, secondo copione, si avvicina a Livia, accenna un gesto affettuoso, ma le parole di rifiuto di Livia hanno il potere di farlo desistere.

Nella seconda parte del gioco, l’atmosfera cambia completamente; Doriana, nella parte di Mario, inizia un vero e proprio corteggiamento; anche di fronte al rifiuto di Livia interpretata da Mario, non si lascia scoraggiare; la fine del gioco arriva lasciando supporre che tutto può accadere.

Difatti, nell’a solo finale, Mario, ancora nella posizione di Livia, ammette che questo Mario che aveva di fronte era piuttosto “affascinante” anche se «so di volere essere libera e non volere una persona accanto».

Dalle schermaglie tra Livia e Mario osservate nel gioco sembra emergere quale sia il desiderio di Mario, quello avere una relazione con colei che, molto chiaramente, lo rifiuta e lo allontana sistematicamente.

C’è inoltre da rilevare che, stando al suo discorso, Mario è convinto di desiderare una relazione duratura con Livia, una volta nel gioco, però, egli appare titubante, incerto di fronte al rifiuto di Livia. Sarà forse grazie al gioco che Mario inizierà a comprendere come si rapporta al suo desiderio? Cosa desidera in realtà Mario se non il rifiuto dell’altro?

Il gioco probabilmente darà a Mario la possibilità di svelare il bluff con cui egli si sta ingannando: le “acrobazie” utilizzate per conquistare una donna rifiutante sembrano coprire la sua incapacità a “sintonizzarsi” con se stesso.

L’ambiguità dimostrata da Mario nei confronti della relazione con Livia non è altro che il riflesso dell’ambiguità che Mario ha nella relazione con se stesso.

 

Oltre Lacan: il pensiero di Jean David Nasio sull’isteria

Continuando a considerare i principali contributi teorico-clinici sulla isteria, ritengo che uno dei più interessanti sia quello proposta dallo psicoanalista francese di origine argentina Jean David Nasio, allievo di Jacques Lacan.

Recuperando le osservazioni di Freud sulla modalità di attaccamento alla madre dei soggetti con strutturazione isterica, non necessariamente di genere femminile, egli offre un originale contributo all’argomento ponendo particolare attenzione sulla strategia messa in atto dal soggetto isterico per affrontare, o meglio non affrontare, la cosiddetta “prova di castrazione”.

In effetti ogni madre, osserva Nasio, è sia luogo della nascita che luogo dell’Eros, ed è quindi l’immagine della propria nascita e delle capacità di far nascere il proprio e altrui. In quanto tale è quindi fantasma, cioè un vissuto psichico che comporta però i contorni del corpo: si tratta di un fantasma che si carica di affetto proprio attraverso il corpo.

Questo fantasma regge un processo caratterizzato da una limitazione, una sofferenza che però è indispensabile per delineare se stessi, diventare soggetto di desiderio. Questo processo è la “prova di castrazione”: individuarsi vuol dire fare esperienza del lutto e della castrazione.

L’isterica si ferma al limite di questa prova, in quanto vorrebbe ottenere un godimento assoluto che non si può incarnare in un corpo delimitato, un organismo senza orgasmo, un godimento che non può godere, cioè la “belle indifference”.

L’isteria è collocata nella famiglia delle nevrosi, che non è altro che una modalità inappropriata di opporci a un godimento inconscio e pericoloso; inappropriata perché questo godimento viene trasformato in sofferenza nevrotica, cioè in sintomi. Una sofferenza consapevole va quindi a sostituire una sofferenza inconscia.

Una diagnosi orientata psicoanaliticamente dà la possibilità di riconoscere il fantasma all’origine dei sintomi di superficie.

Qual è la causa dell’isteria? Sul solco di quanto indicato da Freud, Nasio colloca all’origine della nevrosi isterica l’azione patogena di un’idea parassita non cosciente ma con una forte carica affettiva, dal contenuto essenzialmente sessuale.

Il trauma consiste in un eccesso di affetto inconscio che il bambino non è in grado di attutire e renderlo tollerabile, così che si viene a creare una tensione in eccesso a livello inconscio tale da generare un focolaio morboso all’origine dei futuri sintomi isterici.

L’Io dell’isterico, secondo Nasio, è un corpo strutturato come un mosaico in cui ogni tessera corrisponde a ad una immagine deformata di un particolare organo. Al momento del trauma l’impatto della seduzione va a toccare una di queste immagini, quella messa in gioco al momento dell’evento traumatico. L’eccesso di tensione psichica si concentra su questa immagine e si rompono i legami con le altre immagini.

Possiamo quindi considerare l’isteria come malattia da rappresentazione in quanto questa immagine inconscia, che si distacca dal corpo immaginario, è fortemente investita sessualmente e rimanda alla parte del corpo coinvolta nella scena traumatica.

Alla base dell’isteria c’è il conflitto tra una rappresentazione portatrice di un eccesso di affetto e la rimozione, che rende la rappresentazione ancora più pericolosa. Più agisce la rimozione più la rappresentazione è pericolosa.

Quindi da una parte c’è una rappresentazione iperinvestita che tenta di eliminare questo eccesso di energia, dall’altra la rimozione isola questa rappresentazione impedendole di liberarsi da tale sovraccarico. L’unica possibilità di “scarica” si ha tramite uno spostamento su rappresentazioni meno pericolose rispetto a quella intollerabile, o meglio, una trasformazione di energia da uno stato primario a uno stato di sofferenza corporea (o stato secondario).

La conversione ovviamente non è una buona soluzione perché comporta una sofferenza somatica; un modo per attenuare questo eccesso di carica può essere quello di distribuirlo in più rappresentazioni. A questo proposito, l’ascolto dello psicoanalista può consentirne una “disseminazione” per avviare un percorso di superamento del conflitto nevrotico.

Osserva Nasio che il sintomo di conversione può scomparire se assume un valore simbolico, quello generato dall’ascolto dell’analista. E per fare in modo che il sintomo assuma questa nuova qualità, la rappresentazione inconciliabile (di cui il sintomo è il sostituto) deve essere reintegrata nel sistema di rappresentazioni dell’ascolto analitico, in modo da disgregare il suo iperinvestimento.

Ovviamente l’ascolto deve essere un ascolto transferale, cioè l’ascolto di un analista che desidera penetrare nella psiche del paziente affinché possa essere integrato ciò che l’Io isterico si rifiuta di integrare.

 

L’isteria oggi

Abbiamo visto come nel tempo l’isteria sia sempre stata oggetto di grande interesse da parte dei teorici della psicoanalisi, interesse che attualmente sembra sia venuto meno.

Il DSM ha addirittura eliminato il termine “isteria”, disseminando i suoi sintomi in diverse categorie nosografiche: disordini di somatizzazione, disordine dissociativo, disordine della personalità isterica, solo per ricordarne alcune.

Una presa di posizione che, a mio parere, è puntualmente smentita se si fa riferimento alla pratica clinica.

Certamente, si tratta di osservazioni, le mie, che non pretendono di avere rilevanza statistica, ma conforta verificare che illustri studiosi concordino su quanto da me testato.

Christopher Bollas, psicoanalista “indipendente” della British Psychoanalytic Society, nella introduzione del suo libro sull’isteria, osserva:

«La decisione di […] scrivere un libro sull’isteria è derivata dalle supervisioni cliniche negli USA negli anni 80. I casi che mi venivano presentati erano chiaramente isterici, ma la maggioranza dei presentatori li considerava casi di personalità borderline. […] Dalla metà degli anni 80 in poi, quasi ogni caso presentato era di isteria. […] Gradualmente, mi sembrò che nella comunità terapeutica emergesse una richiesta inconscia di riconsiderare l’isteria. Appariva chiaro il disincanto riguardo al concetto onnicomprensivo di diagnosi borderline, e come pensare all’isterica attraverso gli occhiali teoretici della personalità borderline fosse diventata una specie di tragedia»12.

Tralasciando le osservazioni sulla “tragedia” della diagnosi della personalità borderline, che peraltro mi trovano d’accordo, Bollas sottolinea la attuale tendenza a trascurare quelli che sono i concetti “cardine” della psicoanalisi, come conflitto, rimozione, conversione, forse per il timore di non essere sufficientemente “moderni”, dimenticando peraltro che per una corretta pratica clinica, a cominciare dall’ipotesi diagnostica, non si può prescindere da tali elementi.

Il caso, di cui parlerò brevemente, mi conferma nella convinzione che ciò che deve guidare un buon analista è la propria esperienza clinica, senza lasciarsi influenzare da mode o pensieri dominanti che poco hanno a che fare con la realtà psichica delle persone che a noi si rivolgono con la legittima pretesa di essere realmente ascoltati.

 

Il caso di Laura

Laura è una mia paziente da diversi anni. Inviata da una mia collega, viene perché si sente infelice e lamenta una serie di disagi, sia fisici che psicologici, che a suo dire la costringono in uno stato di perenne insoddisfazione: soffre di una sorta di “mal di vivere” che lei attribuisce in parte ad una storia familiare complicata e dolorosa, ed in parte alla insoddisfacente relazione con il marito.

Proveniente da una famiglia numerosa e con scarse capacità economiche, Laura offre un quadro desolante della propria infanzia, caratterizzata da povertà materiale e spirituale. Maggiore di tre fratelli, ben presto i genitori affidano a lei la cura dei fratellini e della casa, perché impegnati tutto il giorno fuori per il lavoro. Tra gli impegni in casa e di studio, per Laura non sembra esserci mai stato uno spazio per un gioco, per un sorriso.

I rapporti con i genitori sono a dir poco complicati: la mamma è descritta come un a persona dall’umore instabile, soggetta a frequenti depressioni, mentre il padre, autoritario e taciturno, ha il potere di intimidire e ammutolire la piccola. Pur in mezzo a molte persone, Laura cresce praticamente sola.

Lo studio è il suo rifugio, ma dopo il diploma interrompe gli studi perché la famiglia ha bisogno di uno stipendio in più. L’abbandono degli studi la lascia amareggiata e arrabbiata.

L’incontro con Eugenio, con cui si sposa poco più che ventenne, sembra portare finalmente un po’ di vivacità nella vita di Laura.

I primi tempi di matrimonio trascorrono serenamente, almeno stando al suo discorso: una casa confortevole, uno spazio, fisico e simbolico, a sua disposizione, una relazione serena. Questa serenità è però sempre un po’ turbata dalla presenza ingombrante della sua famiglia di origine. Le condizioni della mamma sono sempre precarie e più di una volta lei è costretta ad occuparsi dei genitori.

L’illusione della tanto desiderata emancipazione si trasforma presto in delusione; la famiglia di origine è ancora molto potente, e la vita di Laura assomiglia sempre più a un percorso a ostacoli.  In questa situazione il marito, dopo una iniziale insofferenza, si dimostra sempre più indifferente alle difficoltà di Laura: non dà peso alle sue lamentele, liquidandole (stando a quanto riferito dalla paziente) come se fossero una manifestazione del suo carattere capriccioso e instabile. In più, non riesce a realizzare il desiderio di avere un bambino: Laura rimane incinta due volte e due volte perde il bambino a causa di una sua malformazione congenita, e quindi non riesce a realizzare il suo grande desiderio di una “famiglia felice”.  Si sente sconfitta e inadeguata. La situazione in qualche modo precipita quando al marito viene affidato un nuovo incarico di lavoro che lo costringe spesso fuori casa, anche per settimane intere. Quando poi ritorna a casa, Laura si lamenta che è comunque assente, lontano con i pensieri. Lui perennemente al cellulare o al computer, lei dice di “sentirsi trasparente”.

È in quel periodo che compaiono i primi segni di instabilità: comincia a soffrire di insonnia, crisi di ansia, disorientamenti. Le liti col marito e con la madre sono sempre più accese e frequenti.

Questi “segnali”, inizialmente trascurati, cominciano poi a spaventarla anche perché il marito, anziché rassicurarla, non fa che rimproverarla dicendole che è “matta” come la madre. Forse è questa l’osservazione che la spaventa di più. Decide quindi di rivolgersi a me.

Durante i primi colloqui, appare veramente disorientata: il suo discorso è caratterizzato da fantasie persecutorie, dice che a volte, quando la fanno arrabbiare, si sente in preda di forze più forti di lei che le fanno scoppiare la testa. Stando al suo discorso, Eugenio e la mamma sono nemici da cui si deve difendere: comincia anche a sospettare che il marito la tradisca. Anzi ne è quasi certa: fra loro la complicità iniziale si è dissolta per lasciare posto solo a recriminazioni e accuse reciproche. Spesso Eugenio la rimprovera dicendo che non vale niente, che è incapace di vivere e che se non ci fosse lui finirebbe ricoverata, proprio come la mamma.

Durante una delle prime sedute mi racconta che qualche sera prima, durante un litigio particolarmente violento con Eugenio, ha telefonato alla madre chiedendo aiuto perché il marito la stava maltrattando. A quel punto lui si è arrabbiato ancora di più, è uscito di casa minacciando di non tornare mai più; a quel punto Laura ha iniziato a piangere, gridando: «Sei violento … mi sento malmenata. Ti denuncio, ti rovino!».

Nel raccontare questo episodio Laura appare ancora scossa. Di tutto il racconto mi colpisce la frase “mi sento malmenata”, e la interrogo su cosa significasse per lei “sentirsi malmenata”.

Non risponde direttamente alla domanda, ma osserva che a volte si rende conto di esagerare quando discute col marito: il fatto è che si sente trascurata, è sicura che lui la tradisca, e ha accumulato così tanta rabbia da reagire, in modo esasperato.

Il discorso di questa donna mi richiama le “fantasie di percosse” descritte da Freud in una lettera a Fliess, quando condivide con il collega-amico l’ipotesi che i traumi infantili all’origine dell’isteria non debbano necessariamente essere stati reali, ma che siano traumi di natura “psichica”, e cioè esperienze che per quel determinato bambino in quella determinata situazione abbiano avuto forza di trauma.

Nel caso di Laura possiamo ipotizzare che l’indifferenza del marito, la scarsa considerazione che ha nei suoi confronti, come persona e come donna, possono realmente avere avuto un effetto di trauma, riattualizzando una condizione di “invisibilità” già sperimentata nell’infanzia.

È passato del tempo, la situazione di Laura sembra leggermente migliorata: nonostante il parere contrario del marito si è iscritta a una scuola serale per completare gli studi superiori. E’ stata una scelta particolarmente sofferta, osteggiata sia al marito che dai suoi familiari, che considerano lo studio una perdita di tempo e di denaro. A questo proposito mi racconta che, durante il pranzo di Pasqua, con tutta la famiglia riunita, un cognato le dice: «Ma che studi a fare? È difficile, ma poi, a che ti serve?». Il marito interviene ridicolizzandola, dicendo che quello dello studio è il suo ennesimo capriccio, che tanto cambia idea continuamente. «Si tratterà di buttare un po’ di soldi, e poi le passerà».

«A quel punto, osserva Laura – non ho detto niente, non ho trovato le parole. Ho pensato che forse avevano ragione: io non ho mai combinato niente di buono, non sono capace di fare niente, forse è davvero solo un capriccio, quello dello studio». Mentre dice queste cose, è davvero molto abbattuta: come se il fatto di portare avanti un progetto per se stessa sia davvero troppo per lei. In effetti dal racconto della sua vita questa scelta le offrirebbe l’opportunità di confrontarsi con una Laura diversa, capace di desiderare e quindi di scegliere.

Per fortuna il potere delle parole dell’Altro hanno avuto un effetto relativo e lei, nonostante i continui “attacchi” verbali del marito e della mamma, ha tenuto duro e proseguito con i suoi studi.

Nel momento in cui sto scrivendo questo articolo Laura ha preso una decisione importante: ha fatto, potremmo dire, uno “scatto” in avanti nella ricerca di una sua strada; l’esperienza mi ha insegnato che questi “scatti”, quando avvengono, non sono mai casuali ma frutto di un paziente e direi certosino lavoro di costruzione che poi, d’improvviso, portano a cambiamenti importanti. Pochi mesi fa Laura ha deciso di iscriversi all’Università, e nonostante il poco tempo, ha già sostenuto diversi esami. Nel frattempo si è rivolta anche ad un avvocato per verificare la possibilità di una separazione dal marito.

 

Considerazioni finali

I colloqui iniziali con Laura mi avevano lasciato un po’ perplessa: la rabbia accumulata negli anni mi facevano confrontare con una donna i cui discorsi a volte disorientavano. I racconti sulla sua infanzia, i problemi coniugali, i racconti degli scatti di rabbia che la investivano, tanto da sentirsi “posseduta” da forze superiori e persecutorie … erano tutti elementi che non consentivano una precisa ipotesi diagnostica.

Col tempo, e molta attenzione a quanto ascoltato, questa nebbia si è diradata: la sua apparente sconnessione con la realtà si è rivelata essere soprattutto il frutto di anni e anni di mancanza di punti di riferimento che le consentisse di abbozzare almeno un processo di soggettivazione. Sia le figure genitoriali che il marito, che almeno inizialmente sembrava aver sopperito alle lacune che avevano caratterizzato l’infanzia in solitudine, hanno fallito nel loro compito. Ella si è trovata così, senza un punto di partenza né uno di arrivo. La Laura che è arrivata da me sembrava aver fatto del fallimento il suo tratto distintivo: non una brava figlia, non una brava moglie, neppure una madre. A questo proposito mi viene in mente quanto affermato da Jung:

«La nevrosi è un tentativo, talvolta pagato a caro prezzo, di sfuggire alla voce interiore e quindi alla propria vocazione […]. Dietro la perversione nevrotica si cela la vocazione dell’individuo, il suo destino, che è crescita della personalità, piena restaurazione della volontà di vivere, che è nata con l’individuo. Nevrotico è l’uomo che ha perso l’amor fati; colui, invero, che ha fallito la sua vocazione […] ha mancato di realizzare il significato della sua vita»13.

Per questo è così importante la fase dei colloqui preliminari, fase che non bisogna avere fretta di concludere; come dico sempre ai miei allievi, una buona ipotesi diagnostica è una premessa fondamentale per un buon lavoro analitico. «Non è mai tempo perso, perché tutti i colloqui preliminari faranno parte dell’analisi, quando questa sarà iniziata»14.

Nel caso di Laura la sua profonda sofferenza, nascosta dietro una fortissima rabbia, è venuta fuori, per fortuna, gradualmente; il riproporsi del trauma, o meglio dei traumi, che evidentemente ha subito nel corso dei primi anni di vita ha necessitato di una estrema cautela, il rischio era che la paziente di fronte a delle verità fino a quel momento inaccettabili, fuggisse, psichicamente e materialmente.

Il lavoro si è incentrato quindi su questo graduale impercettibile avvicinamento ai nuclei traumatici profondi, per i quali evidentemente si sentiva colpevole: la mamma non la accettava, il marito non la accettava perché era lei stessa che non si sentiva “accettabile”.

Ascoltare il paziente vuol dire accogliere il soggetto, la sua sofferenza, la sua domanda di riconoscimento; il compito dell’analista è di conciliare la leggi del Linguaggio (sul versante dell’immaginario) e le leggi della Parola (sul versante del simbolico). L’ordine del simbolico consiste nel dare valore alla parola del soggetto, saperla riconoscere: è così che è possibile riconoscere il soggetto in quanto soggetto dell’inconscio.

In questo modo a questa giovane donna è stata offerta la possibilità di riconoscersi: l’analisi le ha fornito degli strumenti che la vita finora non le aveva fornito. Il lavoro poi l’ha fatto Laura per Laura.

Col tempo la questione isterica in lei è apparsa evidente: proprio come osservato sia da Freud che da Lacan. Alla base c’era la questione del riconoscimento: nel momento in cui il soggetto si trova a fare i conti con la questione edipica, la mancanza di un supporto (immaginario prima e simbolico poi) lo lascia in balia di se stesso. In questo caso, di una se stessa che però non c’è in quanto non si può definire. La domanda fondamentale: «Io chi sono? (Io cosa desidero?)» rimane senza risposta, per lasciare posto solo a degli “indizi” che giustificano e dimostrano il fatto di “esserci”. Indizi che possono essere i più diversi: possono essere il sintomo fisico, il comportamento socialmente inadeguato”, e così via…

Forse è proprio a causa di questa “labilità” dei segni che caratterizzano il disturbo isterico che le attuali categorizzazioni diagnostiche, in cui sembra esserci poco spazio per le “sfumature”, hanno sbrigativamente deciso che una patologia non precisamente connotata non può esistere. Con l’isteria dunque abbiamo a che fare con un disturbo che potremmo definire “antistorico” in quanto sfugge ad ogni precisa definizione e descrizione.

Ritengo però che l’esperienza psicoanalitica abbia il privilegio, e anche l’onere, di rimanere svincolato da certe logiche, questo è ciò che deve orientare un buono psicoanalista: l’etica professionale. Al di là di ogni manuale e di ogni categorizzazione a priori, è quindi l’interesse per il paziente la cui richiesta di aiuto non è altro che una richiesta di ascolto.

 

Fabiola Fortuna

Psicoanalista, Psicodrammatista, Direttore Centro Didattico di Psicoanalisi e Psicodramma analitico, SIPsA Roma, Membro della SEPT, Didatta S.I.Ps.A., Docente Coirag, Membro Forum Lacaniano Italiano, Membro I.A.G.P., Past President S.I.Ps.A., Socio Analista del CIPA con funzioni didattiche, di docenza e di supervisione.

 

Note

1 McGlashan e Reeve, 1970, p. 60-61.

2 A. Carotenuto, Breve storia della psicoanalisi, p. 69

3 S. Freud, 1909, pg.135

4 S. Freud, 1892, p. 144

5 Ibidem, p. 146).

6 Ibidem, p.178

7 J. Lacan, 1955-56, p. 196

8 Lacan J., 1974 b, p. 827

9 Freud S.(1899), in Opere, vol. 3, p. 142 e ssgg.

10 Ibid., p.142

11 Lacan J., Il Seminario. Libro XVII, p. 119

12 C. Bollas, 2000, p. 2

13 C. G. Jung, Lo sviluppo della personalità,1932, XVII, pp. 183-184).

14 E. Perrella, Dietro il divano, p. 59

 

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