PAOLA MALQUORI Il corpo nell’isteria, fra Reale Simbolico e Immaginario.

Sin dai primi studi sui casi di isteria Freud ipotizza all’origine del sintomo isterico un trauma precoce che causa una fonte di eccitazione che, non trovando una scarica, continua ad agire all’interno del soggetto. Si stabilisce così un rapporto fra interno ed esterno determinato da una quantità di energia che non riesce a passare all’esterno, l’evento traumatico resta nel soggetto come un corpo estraneo e diventa il primo incontro con l’alterità, percepita come un’estraneità che può diventare perturbante.Negli Studi sull’isteria1, Freud analizza i sintomi isterici come residui di emozioni associati a un’esperienza traumatica alla quale il soggetto non sa come reagire. Ricordiamo il caso paradigmatico di Anna O. in cui il sintomo di idrofobia che le impedisce di bere è il simbolo mnestico dell’esperienza traumatica che emerge durante la seduta di ipnosi con il ricordo del cagnolino della sua dama inglese che beve da un bicchiere; il disgusto provato alla vista di questa scena inaspettata si trasforma in rabbia nel momento del ricordo, e così il sintomo scompare.

Breuer definisce il sintomo dell’impossibilità di bere come uno stato di assenza, possiamo quindi pensare che nella veglia lo stato di assenza che impedisce di portare a termine l’atto di bere riveli un vuoto, una distanza inconciliabile tra il desiderio di bere e la sua soddisfazione, uno spazio nel quale si inserisce la rappresentazione di una scena, la vista del cane che beve dal bicchiere, al quale è associato un affetto di disgusto che causa la collera. Lo stato di assenza è anche l’indice di un fattore contingente che arriva in modo inatteso e che produce un affetto che Anna O. in quel momento non riesce a verbalizzare e che rimuove.

Se il sintomo isterico è la realizzazione di una fantasia inconscia che serve all’appagamento di desiderio2 lo scarto fra la fantasia di appagamento di desiderio e l’avvento di un reale inaspettato rimarca l’impossibile soddisfazione a cui è votato il soggetto isterico.

Se sul piano immaginario la soddisfazione della sete è immaginata nell’atto di bere dal bicchiere, nel momento in cui si aggiunge per caso un’altra scena, il cane che beve dal bicchiere, è chiamato in causa anche il piano reale, dato che la scena implica la percezione visiva e allo stesso tempo scatena un affetto, mentre il piano simbolico è convocato dalla rimozione e dall’incapacità di dirne qualcosa.

Già nel 1896, in Nuove osservazioni sulle neuropsicosi di difesa3, Freud sostiene che il sintomo è una formazione di compromesso tra quello che causa la rimozione e il contenuto rimosso, per questo motivo l’effetto traumatico non è tanto l’esperienza stessa, quanto il suo ricordo dopo la maturità sessuale.

La rappresentazione dell’evento e l’affetto associato che subito è rimosso, rendono un qualsiasi evento traumatico per quel soggetto, in modo singolare e non universale. La stessa definizione di trauma rinvia a un’azione rapida e imprevista che causa una lesione, il termine deriva dal greco trauma che significa ferita, ma anche danno, rovina. È un’azione inaspettata che modifica lo status quo, un evento a partire dal quale sarà possibile stabilire una differenza, un prima e un dopo, ed è solo nell’apres-coup che possiamo stabilire che cosa è stato traumatico.

Freud abbandonerà la teoria del trauma sessuale precoce parlando dei ricordi di copertura, chiedendosi da dove abbia origine l’affetto reale che accompagna i ricordi di fantasia del nevrotico: anche se il fatto non è reale nel senso che non è accaduto nella realtà dei fatti, si presenta come reale nell’affetto provato. Abbandonando la teoria del trauma sessuale precoce Freud ammette di aver attribuito all’esterno qualcosa che proviene dall’interno del soggetto stesso.

Tornando al caso di Anna O. che abbiamo preso come esempio, possiamo ipotizzare che l’indice del trauma sia nel rapporto fra la fantasia di appagamento di desiderio, sul registro immaginario, e la contingenza di un avvenimento inatteso che produce un affetto reale, il sintomo viene a riempire lo scarto prodotto dalla mancata simmetria fra questi due registri, la fantasia immaginata e il reale inaspettato. Se la relazione fra contingenza e affetto nel desiderio è l’indice del trauma, ci chiediamo qual è il rapporto con la ripetizione, cioè perché un soggetto si ritrova a rispondere sempre allo stesso modo, quando si presenta un reale inaspettato.

Possiamo pensare l’evento traumatico come strutturale per il soggetto, perché è il momento in cui si determina la struttura nell’insondabile scelta del soggetto che può rimuovere, denegare o forcludere il reale, accomodandosi nelle strutture della nevrosi, della perversione o della psicosi.

È in questo senso strutturale che Lacan pensa il trauma come il momento che indica il tempo logico in cui il soggetto è preso nella rete dei significanti a partire da Un Significante, S1, significante per sempre perduto ma che ordina tutti gli altri, marca del soggetto e marca della perdita originaria con cui il soggetto si confronta in quanto essere parlante.

Il soggetto, immerso nel linguaggio già prima della sua nascita, prende il suo essere dalla parola, e la catena significante di questo parlessere si costruisce in serie a partire da un significante rimosso, vale a dire che la rete dei significanti si costruisce intorno a una perdita. Il trauma diventa il momento inaugurale dell’avvento del soggetto barrato dal linguaggio, dove barrato ha il senso di traumatizzato dal linguaggio, il trauma è così ridefinito come troumatisme, per un gioco di omofonia fra le parole, trou buco e trauma trauma.

Per il soggetto isterico potremmo dire che il Significante si fa corpo nella domanda, la cui formula è quella che Lacan nel Seminario XIX, in cui introduce il nodo borromeo cioè la raffigurazione dell’annodamento dei tre registri Reale Simbolico e Immaginario, riassume nell’enunciato: «Io ti domando di rifiutare quello che ti offro perché non è questo»4. La formula espressa da questa enunciazione esprime l’impasse della relazione fra il soggetto e l’Altro, il luogo dei significanti, l’interlocutore privilegiato della domanda originaria che è sempre domanda d’amore incondizionato.

L’identificazione è secondo Freud la prima manifestazione di un legame affettivo del soggetto verso l’altro che può assumere forme di amore o di odio e che precede la scelta sessuale sia nel senso dell’identità di genere, ciò che si vuole essere, sia nel senso della scelta del partner, ciò che si vuole avere. Il meccanismo di identificazione nelle nevrosi sembra essere un modo di annullare la differenza tra soggetto e oggetto, annullando la disparità fra il soggetto che ama e l’oggetto amato, quella dissimmetria che ogni relazione con l’altro implica. L’identificazione e l’amore non sono la stessa cosa ma sono comunque due termini indissociabili5.

Lacan esamina il legame tra il soggetto e l’altro nel rapporto fra desiderio e identificazione già nello scritto Lo stadio dello specchio, e poi nella Nota sulla relazione di Daniel Lagache, scritto contemporaneo al seminario sull’etica della psicoanalisi. Nello stadio dello specchio il bambino si riconosce nella sua immagine speculare riflessa, e identificandosi al simile si aliena a questa immagine ideale che lo precipita nel miraggio di una forma di completezza e di unità, immagine virtuale che misconosce il reale del corpo in frammenti.

Guardando lo schema ottico semplificato, vediamo come il soggetto investe una parte della libido nell’immagine reale del corpo i(a) riprodotta dallo specchio sferico. Non tutta la libido è investita nell’immagine speculare, c’è un resto di libido che non figura nell’immagine: il fallo, il significante del desiderio, che nello schema è rappresentato con un segno meno perché è un resto del proprio corpo che non si vede nell’immagine dello specchio. La cattura narcisistica, che Lacan chiama la trappola, rappresenta il limite di quello che il soggetto è in grado di investire sull’oggetto e sull’immagine che lo rappresenta i(a), perché il fallo, quel frammento del proprio corpo che non si vede nell’immagine reale i(a), è un resto dell’investimento libidico che non si sposta sull’oggetto ma che resta sul soggetto stesso come riserva operatoria : «L’impedimento che sopraggiunge è legato al cerchio che fa sì che, nello stesso movimento in cui il soggetto avanza verso il godimento, vale a dire verso ciò che è più lontano da lui, esso incontri questa spaccatura intima, vicinissima, per essersi lasciato catturare, strada facendo, dalla propria immagine, l’immagine speculare. È questa la trappola»6.

Lo stadio dello specchio fonda la relazione transitiva tra l’io e l’altro, l’io si sdoppia e non si distingue dal suo sembiante, la percezione stessa è divisa tra due poli, quello reale e quello virtuale, che strutturano la relazione fantasmatica del soggetto con il mondo, luogo in cui si accalca il reale.

Il transitivismo rivela il legame di desiderio alla base di ogni rapporto, come la madre che interpreta il pianto del bambino articolando la dialettica del desiderio in uno scenario di domande: «Perché piangi? Hai fame?», che è equivalente a dire: «Io desidero che tu mangi».

Comprendiamo così la formula il desiderio è il desiderio dell’Altro nel senso soggettivo e oggettivo, l’altro ha un suo desiderio nei miei confronti che trasmette, io desidero essere desiderante come lui per entrare nella relazione con l’altro, ancora la dinamica dell’essere e dell’avere, essere desiderante come l’altro, avere il suo desiderio, ancora l’enigmatica posizione essere o avere il fallo, il significante del desiderio, che si mette in scena nella dialettica della domanda: Che vuoi? Che vuole da me? Come mi vuole?7.

Nella Nota sulla relazione di Daniel Lagache, Lacan dice che il soggetto, già prima della nascita, è un polo di attributi dati dall’Altro, attributi che sono dei significanti in cui il soggetto è alienato e da cui si deve separare per riscattare il suo desiderio: «Ciò gli permetterà di assumere, al vero termine dell’analisi, il suo valore elettivo, figurando nel fantasma come ciò davanti a cui il soggetto si vede abolirsi, realizzandosi come desiderio. Per accedere a questo punto al di là della riduzione degli ideali della persona, è come oggetto a del desiderio, come ciò ch’egli è stato per l’Altro nella sua erezione di vivente, come il wanted o l’unwanted della sua venuta al mondo, che il soggetto è chiamato a rinascere per sapere se vuole ciò che desidera…Ecco la sorta di verità che con l’invenzione dell’analisi Freud portava alla luce»8.

Nella dialettica del rapporto con l’altro, il soggetto isterico è impegnato nella costante lotta a non soddisfare la domanda, la sua e quella dell’altro, per preservare il desiderio che così rimane insoddisfatto: Tu es le désir, tu sei il desiderio, formula del desiderio in quanto il desiderio è il desiderio dell’Altro, omofona a Tuer le désir, uccidere il desiderio, e con esso il soggetto desiderante che scompare nella domanda quando questa è soddisfatta.

L’enigma del desiderio come desiderio dell’Altro che si articola sempre nella domanda e che produce quindi un’intersezione fra la domanda del soggetto e la domanda dell’Altro, si mette in scena nel corpo come il luogo in cui l’incontro mancato fra soggetto e altro può avvenire, per rivelarne l’impossibile nella formula “non c’è rapporto sessuale”, perché c’è solo un rapporto fra due saperi inconsci che si scrive nella contingenza dell’incontro, tramite il dire del soggetto e dell’altro.

Il corpo in questione non è l’organismo ma il corpo pulsionale in cui il soggetto svanisce perché essendo assoggettato alla domanda dell’Altro, $<> D, risponde cercando e offrendo un oggetto, orale, anale, scopico e invocante. Il soggetto isterico si trova così in balia dell’oggetto agalmatico che offre, offrendo se stesso, e che allo stesso tempo chiede all’Altro sentendosi sempre mancante, aggiungendo un quarto ai tre impossibili già individuati da Freud, governare, educare, psicoanalizzare, il soggetto isterico vuole suscitare il desiderio, vuole far desiderare.

L’incontro dei corpi può aprire la questione della femminilità, indipendentemente dal sesso biologico cui si appartiene, quale posizione il soggetto isterico può assumere rispetto al godimento fallico o non tutto fallico, cioè la posizione femminile, se è la struttura stessa del discorso isterico a fornire il rovesciarsi del soggetto in oggetto?

Nel corso dei secoli, l’evoluzione del discorso della società mette in evidenza come la donna perdendo il diritto di lavorare nei campi insieme all’uomo, sia stata sempre più re-legata ai lavori domestici, e al ruolo di madre. Nell’epoca capitalista, l’istituzione della famiglia, fare e allevare i figli, inserisce a pieno titolo la donna nel discorso normativo, garantendola dall’enigmatico godimento non tutto fallico, la donna madre è percepita come meno pericolosa della donna sola che incarna la dimensione del desiderio di Altra cosa di cui ci parla Lacan nel Seminario V: «L’uomo, appena arriva da qualche parte, nella foresta tropicale o nel deserto, comincia a rinchiudersi. Eventualmente, come Cami, porterebbe con sé due porte per fare corrente d’aria. Si tratta di insediarsi all’interno, ma non è semplicemente una nozione di interno o di esterno, è la nozione dell’Altro, di ciò che è Altro come tale, di ciò che non è il luogo dove ci si ritrova ben tappato»9.

Nell’epoca della riforma e della controriforma, fuori dalle case, vagabonde, erranti, eretiche, le donne erano cacciate e messe sul rogo come streghe10, è curioso notare che domus, che traduciamo con casa, è la radice comune da cui derivano anche i termini dominus e domina, padrone e padrona, da cui a sua volta deriva il termine donna.

Freud esplorando l’universo femminile che lo aveva portato a fondare la psicoanalisi, si pone una domanda che rimane senza risposta: cosa vuole una donna? Lacan formulerà l’enigmatica frase donna non esiste.

Per cercare di analizzare questa frase che nella teoria lacaniana è diventata un matema cioè una formula matematica, partiamo dalla differenza fra singolare e plurale dato che nel Seminario XXII RSI, inedito, Lacan dice che dire la donna non vuol dire la stessa cosa che dire le donne.

Pensiamo che sia possibile dire le donne per il fatto che le donne sono tutte diverse e che vanno prese una per una, si può parlare delle donne perché ciascuna donna per cogliere il proprio tratto di singolarità si rapporta a un’altra donna, che sia la madre per tutte o la figura dell’altra donna, in particolare nell’isteria. Una volta che la donna arriva a cogliere la propria singolarità in rapporto a un’altra donna, troverà il suo posto di ex-sistenza, cioè il reale che la determina in modo singolare, un reale che si rivela essere un posto di solitudine che a volte spaventa e che la porta a rifugiarsi nelle fantasie sull’amore ideale o nella rivendicazione verso la figura materna da cui la donna si aspetta qualcosa di più che dal padre11.

La madre sembra essere il luogo della domanda incondizionata, si può chiedere tutto alla madre, ancora e ancora, senza mai ottenere la risposta attesa, la figlia rimane così ancorata all’identificazione immaginaria con un’altra donna che potrebbe rispondere all’enigmatica domanda sul suo desiderio.

La maternità diventa la traccia di un godimento inscritta nel corpo, qualcosa che si trasmette, la prova provata che maschera l’impossibile del «non c’è rapporto sessuale», nell’illusione che l’incontro contingente possa diventare necessario, come l’amore: «Lo spostamento della negazione dal cessa di non scriversi al non cessa di scriversi, dalla contingenza alla necessità, costituisce il punto di sospensione a cui si attacca ogni amore. Ogni amore, non sussistendo che per il cessa di non scriversi, tende a far passare la negazione al non cessa di scriversi, non cessa, non cesserà»12.

Ma rimane un tratto che si percepisce ma non si può trasmettere e che resta sul soggetto come tratto indicibile, che rimane silenzioso, un attributo che in diverse culture si dà alle donne, come testimoniano molte figure femminili nel mito, nella letteratura, re-legate nel silenzio13, un tratto che lascia il soggetto femminile solo nel suo godimento non tutto condivisibile, può essere questo il tratto smarrito egaré della femminilità? Un modo smarrito di abitare il desiderio?

Paola Malquori
Psicoanalista a Roma, membro della Scuola dei Forum del Campo Lacaniano EPFCL, Dottorato in Psicopatologia presso l’Università Jean Jaures Tolosa, Responsabile clinico del servizio esterno del Centro Clinico della Repubblica dei Ragazzi Onlus

Note

1 S. Freud, Studi sull’isteria

2 S. Freud, Fantasie isteriche e loro relazione con la bisessualità

3 S. Freud, Nuove osservazioni sulle neuropsicosi di difesa

4 J. Lacan, Il Seminario Libro XIX, …o peggio, lezione del 9 febbraio 1972

5 J. Lacan, Il Seminario Libro V, Le formazioni dell’inconscio, 15 gennaio 1958

6 J. Lacan, Il Seminario Libro X, 1962-63, L’ Angoscia, p 13-14.

7 Lacan J., Il Seminario libro X, L’angoscia, lezione del 14 novembre 1962

8 J. Lacan, Nota sulla relazione di Daniel Lagache, p. 678

9 J. Lacan, Il Seminario Libro V, Le formazioni dell’inconscio, p. 178-179

10 S. Federici, Calibano e la Strega. Le donne il corpo e l’accumulazione originaria

11 «A questo proposito l’elucubrazione freudiana del complesso di Edipo, che giunge a fare della donna un pesce nell’acqua, in quanto la castrazione è in lei già in partenza (Freud dixit), contrasta dolorosamente con il fatto di quel disastro che nella donna è, per lo più, il rapporto con la madre, da cui lei come donna sembra proprio aspettarsi un sostentamento maggiore che dal padre -e questo non va con lui che è secondo, in questo disastro», J. Lacan, Lo Stordito, in «Scilicet» 1-4, p. 364

12 J. Lacan, Il Seminario libro XX, Ancora, p. 139

13 N. Polla-Mattiot, Singolare femminile. Perché le donne devono fare silenzio, Mimesis

Bibliografia

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Freud S. (1892-95), Studi sull’isteria, Opere Bollati Boringhieri, V. 1, Torino, 1989

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– (1957-58) Il Seminario Libro V, Le formazioni dell’inconscio, Einaudi, 2004

– (1960-61) Il Seminario Libro VIII, Il Transfert, Einaudi, 2008

(1962-63) Il Seminario Libro X, L’angoscia, Einaudi, 2007

(1968-69) Il Seminario Libro XVI, Da un Altro all’altro, Einaudi, 2019

– (1971) Il Seminario Libro XVIII, Di un discorso che non sarebbe del sembiante, Einaudi, 2010

– (1971-72) Il Seminario, Libro XIX …o peggio, Einaudi, Torino, 2020

– (1972-73) Il Seminario Libro XX, Ancora, Einaudi, 2011

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