1 MARIA CASELLA, MAURO DE ANGELIS, PETROS KATSARAS, GIUSEPPE PREZIOSI Dentro il perturbante: voci fuori dal “coro on line”

Voce 1
Nei primi anni del secolo ventesimo, Sigmund Freud interrompe la stesura dello scritto Al di là del principio di piacere e si mette a scrivere sul perturbante. La questione ruota intorno al figlio Martin arruolato al fronte durante la prima guerra mondiale: il padre Freud è in un’angoscia profonda e scrive sulla morte e sul lutto per tenere testa e voce in capitolo a qualcosa di “apocalittico” che stava accadendo.
Il 9 marzo 2020 per gli abitanti della Terra, in relazione alla pandemia da covid-19, è cominciata una perturbazione dell’anima e del corpo dove morte e lutto hanno invaso la vita quotidiana.
Ma in nome del politico e dell’inconscio, ogni soggetto, per quanto perturbato dal fantasma dell’apocalisse, sempre pronto a presentarci il conto, ha pensato e praticato laicamente, per continuare a desiderare di vivere stati di bene-essere, così da temperare il tremendo malessere quotidiano della pandemia.
Noi stessi impegnati con la passione del lavoro clinico da sempre abbiamo dovuto riconoscere angosce di morte mai vissute prima: crediamo che il punto che ha marcato la differenza soggettiva, in noi analisti e negli stessi analizzanti, sia in chi ha coniugato il sintomo di curare con il desiderio di prendere cura, di se stesso e dell’altro.
Ognuno con le proprie capacità e con le proprie potenzialità è riuscito ad andare avanti, confidando come dice E. Bloch nel fare i conti col freddo oggetto d’uso e alla pari con ciò che deve sempre essere ancora riscaldato bene, riguardo la direzione della cura.
Dobbiamo dunque, prima di parlare del lavoro on-line, dichiararci grati a tutti quei pazienti che hanno continuato a frequentare in presenza la stanza d’analisi. Come dice F. Dolto l’umanizzazione è il fondamento della cura e consapevoli di ciò ci siamo oltremodo aperti, analisti e analizzanti.
Detto ciò come pre-testo all’articolo che stiamo scrivendo a più mani, cercheremo di pensare e di dire qualcosa circa il lavoro online, là dove la direzione della cura ci ha comunque guidato e là dove il familismo terapeutico ha tentato di “deviarci”; ponendo però in modo chiaro e definito che il lavoro clinico online è comunque un’emergenza di un’emergenza e non può sostituire la direzione della cura in presenza; dunque parliamone in modo dialettico col punto di vista definito da M. de Certau dell’antidisciplina del consenso onde evitare che lo statuto dell’inconscio sempre scabroso e spregiudicato si allinei al simbolico mediatico e all’immaginario virtuale.H. Arendt è in questo illuminante, per questa nostra contemporaneità: ha sempre affermato con forza e determinazione il concetto di G.E. Lessing “pensa per te”; ha sempre lottato, e questo è ancora oggi più che mai presente, per smascherare il qualunquismo camuffato da obiettività; ha detto, antesignana del M. Foucault dei testi Bisogna difendere la società e Del governo dei viventi, della forza per il soggetto di scegliere ogni giorno anziché acconsentire a “qualcuno ha detto che si deve fare così”; ha denunciato con parole nette che una massa priva di individualità si precipita verso il baratro dove l’alterità diventa una categoria, un numero, una non persona.
Dice D. d’Alessandro: «La direzione della cura come ci insegna J. Lacan è quella strana relazione totalmente ineguale tra due soggetti equivalenti, di cui uno fa completamente spazio all’altro, affinché si tenti il passaggio dall’impotenza all’impossibile; nella cura ci sono due soggetti equivalenti: l’analista non vale più dell’analizzante, perché il loro comune non è il prodotto di un’ unità di valore, il medico non sta sopra il paziente, entrambi i soggetti a fronte di un’equivalenza e mai di un’uguaglianza sono presi ognuno nella questione dell’ignoranza e della ricerca».
Pensiamo alla lettera ai corinzi di Paolo quando dice «adesso vediamo come in uno specchio e conosco solo in parte, in immagine; quando vedremo faccia a faccia conoscerò perfettamente come sono e come perfettamente sono conosciuto».
Una lettera è scritta e parla, è corporea, allo specchio l’immagine è sempre ingannevole, figuriamoci nella seduta online, dove analista e analizzante sono in uno specchio de-soggettivante dove, ribadiamo quanto già affermato sopra, il simbolico è mediatico oramai e l’immaginario è evidentemente virtuale.
Come allora “garantire” la spinta propulsiva legata alla rivoluzione del dispositivo psicoanalitico allorquando siamo nel territorio emergenziale di questa pandemia?
M.Merleau Ponty ci indica, per dirla marxianamente, «il sogno di una cosa […] allo specchio io guardo l’immagine e allo stesso tempo sono guardato dall’immagine: la mia voce si diffonde nello spazio esterno ma allo stesso tempo entra nelle mie orecchie e la sento contemporaneamente dentro e fuori. Dunque un sé che è preso nelle cose che sono incrostate nella sua carne e il mondo è fatto della medesima stoffa del corpo. La carne è fenomeno di specchio».
Nello stadio dello specchio di J. Lacan il bambino giubila e passa dal corpo in frammenti ad una prima condizione strutturata e ciò avviene perché la voce dell’altro dice «quello sei tu»: qualcosa di germinale, parziale che apre alla possibile, forse in-possibile e dunque desiderata, padronanza reale? Inganno e verità ovvero la voce pre-cede la parola e lo sguardo pre-cede l’immagine. Questo allora il territorio che resta significante durante lo svolgimento di una seduta online? questa la condizione del mantenimento della direzione della cura contro ogni familismo terapeutico che rischia di trasformare l’alterità in una non persona?
Come dice E. Bazzanella: dobbiamo ripensare a un riequilibrio complessivo in cui ci sia un ritorno del senso in quanto intersezione di simbolico, immaginario, reale.

 

Voce 2
La formazione presso la Società di Analisi Bioenergetica insegna a lavorare con il corpo come un sentire tutto ciò che si muove nel paziente e in sé stessi contemporaneamente.
Ascoltare quel singolare discorso che è sotteso da continue (e singolari) microregolazioni, che coinvolgono entrambi i soggetti all’interno del setting nel quale si svolge la seduta. Ogni incontro porta con sé il bisogno di emergere e di cambiare, porta una domanda relazionale/evolutiva e di emersione della propria soggettività. Tutto all’interno di una relazione circolare, quindi reciproca, dove l’uno “tocca” l’altro e viceversa. Afferma Gabriella Buti Zaccagnini: «La trasformazione e riorganizzazione dei due membri della diade terapeutica è facilmente percepibile nella sua evidenza corporea ma non è immediatamente spiegabile da un punto di vista teorico […] Tali cambiamenti derivano dalle variazioni sul tema emotivo-percettivo introdotte vicendevolmente sia dal paziente che dal terapeuta».
Diviene di fondamentale importanza, insieme all’analisi del discorso che si articola durante la seduta, registrare e dare consapevolezza ai movimenti del corpo di entrambi, anche quelli fugaci e sottili. Alle rigidità muscolari, alla mimica facciale con le sue continue mutazioni o con la sua fissità. Al timbro e alle inflessioni della voce, al tempo e al modo in cui gli sguardi si incontrano o si evitano. Soprattutto è il modo di respirare, la sua fluidità o il suo incontrare ostacoli nel processo di inspirazione/espirazione, che ci “in- forma” della gradualità e dello stile con i quali il paziente porta avanti la presa di consapevolezza e la costruzione del proprio essere soggetto. All’interno di questa modalità relazionale che il mondo emotivo trova una collocazione somatica e un laboratorio psichico per essere sentito, decifrato, analizzato, nominato. Lo strumento necessario è il sentire corporeo, e la capacità di articolarlo nelle sue diverse forme, da parte del terapeuta. Questo è quanto accade lavorando in co-presenza.
Durante il colloquio vis a vis, lo sguardo è diretto e sostenuto con l’altra persona. Contrariamente a quanto avviene nel colloquio online. A livello virtuale noi fissiamo lo schermo o fissiamo la nostra immagine. Per guardare l’altro negli occhi dovremmo fissare la web-cam. Quindi chi guarda che cosa? E da chi siamo guardati? E se lo sguardo dell’altro non ci “tocca”, quale contatto può avvenire per far sì che l’incontro tra i due partecipanti possa ancora funzionare?
Denis Vasse afferma, nel suo L’ombeIico e la voce: «È la voce che investe i corpi colpendo il timpano. È questa la componente corporea che travalica la rete e lo schermo».
Nel Seminario X, dedicato all’angoscia, Lacan descrive la cinque forme dell’oggetto piccolo a. Tra questi anche la voce rientra tra gli oggetti pulsionali, che consentono alla pulsione di raggiungere il suo obbiettivo: tentare di trovare piena soddisfazione. Attraverso questa chiave di lettura, Lacan specifica come la voce non corrisponde al discorso e non può essere equiparata al parlare. La voce muove dal corpo a dal godimento in relazione all’Altro. Succede, anche nel caso della voce, qualcosa che possiamo ritrovare nella fase dello specchio. Così come il soggetto, in una fase precoce della sua esistenza, trova riconoscimento nell’immagine di se stesso che l’Altro gli rimanda. Nello stesso modo il riconoscimento della propria voce passa attraverso il ritorno della voce dell’altro, questo movimento illusorio e necessario dà la possibilità di riconoscersi e di dare inizio alla strutturazione di un senso di unità e di soggettività.
Silverman, come evidenzia Muscetta, ipotizza come la «voce che risponde all’invocazione consente all’infante di riconoscersi come io, come se la voce fosse stata riflessa da uno specchio acustico. Prima di questo accadimento la distinzione tra soggetto e oggetto non ha neppure compimento: l’infante che grida non ha voce propria poiché non ha modo di dire “io grido”: quel grido è improprio (non- proprio), è semplicemente nel mondo indistinto; quel grido, senza l’Altro, non può significare niente. Il passaggio attraverso l’Altro consentirà dunque di distinguersi come soggetto, di essere riconosciuto e di riconoscersi».
Dire che la voce muove dal corpo e nello stesso tempo non è il discorso né la parola, implica che la voce sia qualcos’altro. Essa è, per Lacan, «il tramezzo originario del sapere e del luogo». Dove il sapere è la rappresentazione, il luogo la presenza a sé. Quindi è oggetto che veicola la pulsione e insieme, con le sue onde che colpiscono e fanno vibrare il timpano, rimanda al corpo dal quale proviene e a quello a cui si dirige. In questo modo, la voce dà possibilità di risonanza e di costruzione di pensiero in modo circolare, e rende possibile abitare il proprio corpo all’interno di un discorso udito e accolto da un altro. Non è pensabile una realtà umana (simbolica) fuori di questo rapporto con la voce.
«La voce tradisce e rivela il soggetto indicando da dove parla (luogo del corpo), dove si raccoglie e prende forma. Nel discorso che rivolge all’esterno, la voce es-prime la vita nel momento in cui la vita si prova come prossimità del soggetto a sé stesso nel corpo. Nella voce la vita silenziosa si lascia intendere da un altro, e nel tempo stesso si raccoglie in sé. Il mancato riconoscimento di questo duplice movimento, impedisce di pensare il rapporto fondante del corpo e/o del discorso, della parola e/o dell’ascolto. La voce crea un discorso tra due interlocutori, che si distacca dal luogo in cui essa si raccoglie e di cui indica i limiti» (Vasse).In questo continuo movimento di attraversamento che la voce compie, si struttura un limite temporale e spaziale, essa diventa parola e silenzio allo stesso tempo. Libera il soggetto dall’immagine corporea poiché fa abitare il soggetto nel nome, facendo nascere il desiderio di vivere e di morire, crea un taglio fondamentale e fondante tra il corpo che articola il soggetto di cui è il luogo dall’Altro di cui questo corpo non è il luogo.

 

Voce 3
Non è possibile certo obliare ciò che è accaduto in questi quasi due anni.
L’urgenza della pandemia è stata accompagnata ad una urgenza ad esserci, una esigenza ad essere presenti, corporativa, che ha appellato tutto il mondo “psi”, senza distinzioni e differenze, come se si fosse aperto un campo di esposizione nuovo e infinito, che doveva essere colonizzato. Non conosciamo colleghi che abbiano sospeso il proprio lavoro, che abbiamo deciso che, senza l’incontro di persona, non potesse esserci psicoanalisi; tuttavia, ne siamo abbastanza certi, dinanzi a questa questione, posta a febbraio del 2020, quasi tutti sarebbero stati concordi nell’affermare «non ci può essere certo psicoanalisi senza la presenza in persona».
Qualcosa di “remoto” si è mosso, in questo passaggio quasi totale all’online, qualcosa che ha messo a tacere prassi, metodologie, tecniche, abitudini e ha cancellato dubbi, incertezze, ritrosie, sospetti nei riguardi dell’online che pochi, già da anni, avevano iniziato ad indagare.
Crediamo sia ora impossibile dare delle risposte, adesso come siamo, immersi in una emergenza che si è fatta quotidiano, sballottati da ripetute ondate e alla ricerca di un (s)oggetto miracoloso che ponga fine ad un lungo, inesauribile incubo. Non è ancora il tempo di comprendere appieno cosa sia accaduto, cosa stia accadendo, cosa sia veramente perso in questo passaggio dalla presenza all’online, ma anche cosa si sia mantenuto e guadagnato, cosa ci sia di specifico.
Del resto non è certo la prima volta che il dispositivo psicoanalitico si piega all’attuale, alle esigenze e ai costumi dei tempi. Crediamo siano rari gli psicoanalisti che lavorino a 4/5 sedute a settimane per analisi che durano manciate di mesi così come faceva Freud. Abbiamo portato la psicoanalisi per strada e nelle istituzioni, nei servizi domiciliari e nelle comunità, in stanzette condivise con altri servizi e, come dice un saggio docente, nei colloqui con il panettiere del quartiere.
Non è questo certo lo spazio per affrontare la questione su cosa sia la psicoanalisi, se una tra le tante psicoterapie o se, assimilandola alla funzione terapeutica, se ne tradisca la natura stessa.
La possibilità che abbiamo ora è di porci delle questioni, facendoci magari accompagnare da saperi diversi, attigui, per evitare di cadere in una “formazione alla psicoterapia psicoanalitica online”, individuare dei temi, concedersi all’osservazione, quella osservazione che così bene abbiamo imparato in SIPsA e che si limita a rilevare i fatti, ad abbandonare le certezze, i pregiudizi, a cogliere nuove connessioni, nuove traiettorie.
Ci concediamo di cedere ad un ricordo:
Saranno passati 40 anni da quando mi sono separato da quei tre amici dell’adolescenza. Ognuno con una destinazione diversa ed ognuno migliaia e migliaia di chilometri lontano dall’altro. Nonostante tutto usavamo scriverci e quando si scriveva era un momento particolare. Mi mettevo la sera seduto sulla mia scrivania, un tavolo da cucina dismesso dalla sua funzione per usura, e pensavo al mio amico e ai momenti frivoli passati insieme. Come primo pensiero venivano in mente le avventure condivise insieme che, rivisitandole, stimolavano in me a volte stupore oppure riso, altre volte invece nostalgia, a seconda del ricordo. Dopo essermi emozionato per i ricordi mi accingevo a scrivere queste sensazioni tessendo insieme i pensieri che piano piano comparivano in me nel descrivere il presente, nel segno della mancanza a cui la distanza ci aveva destinato. Le parole che scrivevo uscivano per riempire quel vuoto percepito e creare un’illusoria continuità alle avventure che saremmo stati in grado di compiere qualora fossimo stati vicini. Tuttavia sovente ad essere descritto era il nostos che faceva da sfondo alle nostre scelte di vita. I luoghi, i sapori, gli odori, l’aria secca e caldissima dell’estate a Pireo, l’asfalto bollente ma anche i nostri incontri serali, gli appuntamenti lì sotto l’orologio da dove partivamo per le nostre bravate. Ecco, tutto ciò anticipava e accompagnava la scrittura di una, due, tre pagine con le loro cancellature e i soliti errori ortografici che avrebbero a loro volta accentuato la vicinanza. Chiudevo tutte queste voci, parole- meglio dire scene- in una busta che lasciavo lì sul tavolo affinché l’indomani, la stessa venisse affrancata e spedita. Si sapeva che ci sarebbero volute due settimane prima che il mio amico Akis la ricevesse a Los Angeles e tenevo a mente questo periodo man mano che trascorreva. Verso la fine di queste due settimane pensavo che da un giorno all’altro l’avrebbe ricevuta e letta. E immaginavo le sue vive espressioni sul viso che si sarebbero succedute man mano che avanzava nella lettura. Poi speravo che qualche giorno dopo, forse una settimana, si sarebbe messo una sera a raccogliere anche lui le sue parole per restituirmi la sua attualità. Se tutto andava come speravo, allora settimana più, settimana meno, dopo circa un mese avrei ricevuto la sua risposta. Quando questo periodo calcolato si avvicinava non mancavo ogni sera al mio rientro a casa, di guardare attentamente, qualche passo prima di avvicinarmi nella buca delle lettere, se dalla sua fessura apparisse un lembo di carta bianca, un pezzo della lettera attesa. Ma a volte anziché una lettera ahimè arrivavano delle postal card, un modo sbrigativo di farsi presente con un messaggio nascosto nell’immagine della cartolina e nelle poche parole scritte. Interpretavo l’immagine della cartolina scelta appositamente come risposta mistica che, seppur potendo rappresentare una sua piccola realtà, testimoniava in verità la sua resistenza di mettersi seduto sul suo tavolo da cucina dismesso e raccogliere i suoi pensieri. Apprezzavo comunque il desiderio di non mancare di presenziare in fretta e per immagini.
Questo ricordo, nostalgico come il pensiero della “psicoterapia pre covid”, sovviene ad uno degli scriventi quando cerchiamo di raccogliere le idee nell’intento di scrivere sulla recente esperienza dell’utilizzo del device nelle psicoterapie così prepotentemente introdotto nel nostro lavoro.
Il periodo dell’obbligata astinenza dall’incontro con l’altro nell’abituale setting terapeutico ha posto alcune domande. Come il setting clinico orienta il lavoro del terapeuta? Come lo favorisce e come si preservano i principi del suo funzionamento nelle situazioni di obbligato cambiamento come quelle in cui siamo stati costretti ad operare dall’emergenza Covid-19?
Sentiamo di dover descrivere lo sforzo che abbiamo fatto nel compensare il cambiamento dello spazio nella sua dimensione psichica sentitasi modificata nella relazione da remoto. Un cambiamento che si è avvertito come una visita a domicilio del paziente attraverso la mediazione di uno strumento elettronico di comunicazione con un collegamento, più o meno possibile, ma ancora più importante con l’autorizzazione del provider, in qualità di tramite, sulla quale ci si è interrogati poco riguardo al “prezzo” con cui è stata onorata questa concezione. Ci riferiamo al mondo fantasmatico che si è affacciato nel setting influenzato proprio dalle funzioni di contenitore e trasmettitore che tali strumenti esercitano sui vissuti personali. Sono oggetti che di conseguenza possono ricevere un elevato investimento pulsionale nell’ambito del loro utilizzo quotidiano. Basta pensare alla spasmodica ricerca dell’altro, oppure al desiderio di esibirsi, per qualcuno anche al costo di dover sopportare il disagio che ne può conseguire dalla percezione dell’esposizione della propria riservatezza.
Che cosa è stato sottostimato nella fretta di non interrompere la continuità? Come mai l’astinenza è stata poco praticata? Il ricordo che introduce la riflessione descrive il prologos di un incontro, come dire la creazione della camera affettiva all’interno della quale nasce la parola, che è parola indirizzata all’Altro. Il vissuto dell’astinenza, come della mancanza, fa presenziare simbolicamente l’altro in sua assenza e lo posiziona nel prologos come presenza che stimola la relazione transferale. Poi l’incontro in presenza apre al logos in qualità di parola detta anziché scritta per aprire, a sua volta, la porta della stanza dell’ascolto e scoprire i molteplici soggetti che nelle metafore la visitano. Infine l’epilogos è ciò che ne produce l’attesa della risposta dell’Altro. Tutto ciò fa presenziare l’altro in sua assenza e lo posiziona nel dialogo come presenza viva che stimola l’affettività della relazione transferale e la riflessione. Sappiamo che è indispensabile il vissuto della mancanza perché si crei presenza simbolica e dialettica, perché vi sia l’incontro con l’Altro. Chi ha svolto un’analisi sa molto bene che una seduta analitica inizia fuori dallo studio del terapeuta giacché la seduta è spesso anticipata da varie manifestazioni psichiche, sovente più significative per la cura dell’analizzante rispetto ai contenuti che in seguito porta nella seduta stessa. I sogni notturni sono la testimonianza di questa verità, mere rappresentazioni inconsce del vissuto. Poi il racconto del sogno stesso in seduta apre alla parola per essere elaborato e pertanto cambia statuto. Ma non solo. Anche agiti o atti mancati che compongono la cosiddetta psicopatologia della vita quotidiana ne sono pure testimonianze. Sovviene, a tale proposito, un ricordo della mia analisi, quando, nel raggiungere lo studio dell’analista, cambiavo continuamente strada convintissimo che avrei accorciato il percorso, mentre si rilevava essere il modo più efficace per ritardare il mio arrivo. Con la mediazione dell’oggetto elettronico, invece, si azzerano gli spostamenti, ed insieme a loro viene compromessa anche questa preparazione alla regressione, il prologos, e la seduta può assumere le sembianza di una visita domiciliare all’analizzante da parte dell’analista. Pensiamo che in questo processo l’artificio del tablet o telefono cellulare che sia, interferisce spostando le coordinate del processo regressivo che ha luogo nel setting analitico abitualmente vissuto come luogo dove in sicurezza ci si interroga, ma nel rispetto del diniego di ogni gratificazione, punto fermo del setting stesso. L’analizzante nel proprio ambiente, prepara la sua postazione ed alcune volte si ha l’impressione che questa acquisisca la funzione di difendere il soggetto in analisi da questa spiacevole sensazione attraverso espedienti appositamente pensati.
«La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di esigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente e meriterebbe uno studio approfondito» scrive Primo Levi.
Inoltre andrebbe considerato che la condizione che domina il cambiamento riguarda l’immagine dei partecipanti insieme alle rispettive voci artefatte e non si può prescindere dal domandarsi quale risonanza psichica abbia sugli stessi questo cambiamento. L’immagine cattura la seduta e la sua durata. Nicolaidis precisa, nel suo testo La Rappresentazione, che «[…] non ci meraviglierà dunque di vedere l’immagine, a qualsiasi livello la si ritrovi, contraddistinta da questi segni: godimento, potenza, ripetizione e morte».
L’Immagine può creare distanza e passività, catturare il soggetto nella propria rete stimolando l’immaginazione e il godimento. La voce invece avvicina i corpi. Ci soffermiamo qui per un’ulteriore breve approfondimento perché crediamo che un appunto debba essere riservato all’organizzazione psichica del paziente, in particolare pensando a chi è soggetto a “fratture” che possano comportare confusione e/o perdita di identità temporanea dovute dall’irruzione di immagini interne che affollano il suo psichismo, che possano, cioè, rendere l’esperienza della relazione con l’immagine del terapeuta confusiva e difficile da metabolizzare qualora essa venga percepita come sprovvista di affetto e priva di riferimenti storici dell’esperienza. Discorso diverso invece per i pazienti nevrotici. In termini metaforici, chi possiede lo scudo di Perseo può difendersi dallo sguardo pietrificante della Medusa e guardarsi internamente. Altrimenti si rimane appunto pietrificati, immobili dinanzi all’ambivalenza affettiva ed inermi nel compiere un movimento curativo. L’incontro con l’immagine può stimolare il godimento, oppure, distogliendo lo sguardo dall’immagine e spostando l’attenzione verso gli oggetti interni, favorire l’introspezione. Allora Medusa fa da “specchio” e rimanda il soggetto all’incontro con la propria intimità.

 

Voce 4
L’irrompere dell’immaginario del mito ci conduce ad utilizzare alcune riflessioni di Marcelo Pakman nel suo testo A fior di pelle, pensare la pandemia.
Pakman descrive una posizione del nascondimento dinanzi alla pandemia, dell’homo absconditus.
«Chi si nasconde dal virus anziché cercare riparo, non solo si identifica con l’invisibilità del suo nemico, ma aspira piuttosto ad identificarsi con il modello divino per antonomasia, il Deus absconditus medievale, estraneo al mondo nella sua infinita distanza e incommensurabilità rispetto alla finitezza umana […] Si tratta di un movimento che nega la nostra situazione e che, come tale, tenta di fornire una parvenza di immunità (chi non vorrebbe augurarsela in questi giorni?) al prezzo di una sterilizzazione svitalizzante, poiché la vita, per come ci viene data e per come la incarniamo, è costitutivamente fragile».
Possiamo parlare di un analista absconditus, cioè di uno psicanalista che nello stesso momento in cui si offre, mai come prima, a disposizione della collettività partecipando al grande gioco del sempre connessi, se ne distacca in una illusione di immunità che la distanza dello schermo permette?
Continuare le nostre sedute individuali e di gruppo nell’online, senza una riflessione del precipitato che tale scelta pone, non significa forse nascondere ogni ombra nella luce accecante della partecipazione civile?
«Ma conditus significa anche “finito” o “completo”, di tale modo che absconditus, nascosto, implica un avvertibile stato di sospensione del vissuto, che molti di noi hanno sperimentato in questi giorni, in cui la vita è messa tra parentesi perché possa essere ripigliata in un futuro incerto. Questa temporalità interrotta accompagna, non a caso, la svitalizzazione e l’astrazione che caratterizzano l’aspirazione a che ci venga garantita non solo una protezione adeguata, ma, oltre a ciò, quella di poter evitare la nostra esposizione costituzionale in quanto esseri fisico-chimico-biologici».
Questa percezione del tempo sospeso non ci interroga sull’idea (illusoria) che tutto sarebbe rimasto lo stesso? Che il lavoro online non avrebbe alterato la dimensione dell’incontro? Non è forse un bisogno di fissità, di scongiurare il cambiamento?
Pakman utilizza il mito del Minotauro per chiarire le dinamiche sottese all’homo absconditus: Teseo come eroe e interprete di una razionalità (il braccio armato della razionalità di Arianna, lo definisce) tutta umana, tecnica, che scaccia e uccide l’ibrido, l’uomo/animale. Il piegarsi alla rassicurazione tecnologica e scientifica, medica e mediatica, che prova a far scomparire la parte biologica di noi stessi che ci riconduce alla finitudine.
Nell’immagine che ci suggerisce Pakman nel suo testo, Teseo e il Minotauro si spiano a vicenda, entrano in contatto tramite uno schermo, una prospettiva che li divide e li congiunge tramite la vista. Non è possibile intravedere in questa rappresentazione, lo psicoanalista che armato della sua razionalità e tecnologia si prepara ad affrontare la parte nascosta, remota, in un rispecchiamento di sguardi?
La pandemia non ci ha piegato solo alla fede in una scienza medica capace di salvarci dalla nostra fragilità, ma anche in una tecnica sociale e politica, difesa e argine nei confronti del contagio, e in più in una tecnologia mediatica garante della continuità di certe prassi, non solo, ma soprattutto professionali. Ormai inutilizzabili divani, poltrone, lettini, abbiamo affidato a Zoom, Google, Skype la definizione del setting, il mezzo tecnologico ci ha permesso di non interrompere le nostre attività, tutta la nostra pratica clinica ha fatto un passaggio di stato, assolutamente impensabile poco tempo prima, senza che ci sia stato il “tempo per comprendere”.
Cosa abbiamo incontrato davanti allo schermo?
Il termine absconditus, nascosto, rimanda a quella sovrapposizione di senso che i termini heimlich e unheimlich condividono e che Freud ha illustrato nel suo testo Il perturbante.
Un che di perturbante si incontra nell’online e davanti allo schermo sono apparsi fenomeni che già il padre della psicoanalisi definiva “perturbanti” appunto.
Freud cita Jentsch «Uno degli espedienti più sicuri per provocare senza difficoltà effetti perturbanti mediante il racconto consiste nel tenere il lettore in uno stato d’incertezza sul fatto che una determinata figura sia una persona o un automa».
L’impossibilità quindi a determinare se l’oggetto che abbiamo di fronte sia animato o inanimato. Che dire di quei visi ridotti a immagini animate, filtrati da cavi, elettricità, conduzione e tecnologia? Posso essere sicuro che dall’altra parte dello schermo ci sia veramente un altro?
Nel campo poi della seduta hanno iniziato ad apparire altri oggetti animati e non. Prima di tutto le stanze, gli appartamenti, camere da letto, studi, a volte spazi all’aperto, interni di auto. In alcuni casi, sempre gli stessi, come una scenografia pensata e ripetuta, in altri luoghi sempre differenti, movimenti all’interno della stessa seduta. E in più, tazzine di caffè, lampade, gatti che passano davanti allo schermo, cani che passano a salutare i padroni, citofoni.
Cosa resta inanimato e cosa invece è necessario venga animato di tutto questo strano immaginario che si agita davanti allo schermo? È certo un immaginario di cui non sappiamo che farne, un immaginario che trasborda dallo schermo, che pervade l’incontro, che si ostina, che sembra impossibile a regolare e ad arginare.
E allora andrebbe interrogato il gatto che passa? La scelta della scenografia o la lampada messa in certo modo che illumina in un certo modo? È lì che è possibile cogliere qualcosa del soggetto dell’inconscio?
«Bisogna accontentarsi di estrarre, tra i motivi che esercitano un effetto perturbante, quelli di maggior rilievo, per indagare se anch’essi possano esser ricondotti a fonti infantili. Tali sono il motivo del “sosia” in tutte le sue gradazioni e configurazioni […] l’identificazione del soggetto con un’altra persona sì che egli dubita del proprio Io o lo sostituisce con quello della persona estranea; un raddoppiamento dell’Io, quindi, una suddivisione dell’Io, una permuta dell’Io» scrive Freud.
Non è possibile ignorare l’altra parte dello schermo, il campo dell’analista. Allo studio spesso si è sostituita la propria abitazione. Ma forse l’elemento più perturbante che appare nello schermo è proprio l’analista che si vede guardare e si guarda vedere. Specie nella posizione dell’osservatore durante lo psicodramma analitico nei primi mesi della pandemia mi sono ritrovato a fermarmi sulla mia immagine, a interrogarmi su come venivo visto, una strana sensazione di contemplazione e perdita di controllo.
Membra staccate dal corpo, una testa mozzata, una mano recisa dal braccio come in una fiaba di Hauff, piedi che danzano da soli come nel libro citato di Schäffer, sono tutte cose che hanno un che di straordinariamente perturbante, specie se ad esse si attribuisce, come in quest’ultimo esempio, anche un’attività indipendente
Sullo schermo siamo corpi mozzati, parti di noi, solitamente senza gambe, grandi teste con piccole appendici, appaiono mani, braccia, spalle, a volte anche il viso è tagliato, parti. E si intravedono a volte dall’altro, mani che si inseriscono e porgono tazzine di caffè, teste che affacciano alla porta, voci incorporee.
Fare della seduta online una rappresentazione della seduta di persona o rinunciare al setting così definito che ognuno di noi si è costruito. È dove va a finire il motivo di tale scelta? Nel remoto? Come interrogare il reale del contagio che è alla base di questo spostamento? In quale formazione dell’inconscio è possibile almeno provare a contornarlo? Certo nei sogni, ma invece, per esempio, il lapsus, rischia di trasformarsi in un problema di connessione, o in una questione di piattaforme e dispositivi, e la seduta difficilmente può essere dimenticata se è sempre disponibile a portata di tasca.
Ma possiamo declinare questo discorso anche attraverso la questione dell’oggetto pulsionale sguardo e chiederci dove va a poggiarsi la pulsione in questo caso. Uno sguardo che si fa onnipotente anzi onniveggente che supera ogni questione di distanza e che addirittura presentifica la mia immagine dinanzi a me, tanto da poter pensare di poterla padroneggiare, di poter controllare ogni gesto, ogni smorfia del viso, lo stato dei capelli. E quindi lì dove lo sguardo doveva incontrare un limite, una castrazione, c’è invece l’illusione di padronanza.
Non c’è scarto in questa immagine, non c’è fenditura, c’è inceppo tecnologico, quindi difficile è infilarsi in una possibilità di simbolizzazione dell’esperienza.
Pensiamo sia ingannevole e illusorio pensare di mettere da parte tutte queste domande aspettando la fine di questo stato di emergenza permanente in cui siamo precipitati da quasi due anni. Non credo sarà più possibile tornare indietro, non sarà più possibile dire che non è possibile farlo. L’emergenza ha aperto un campo che è destinato ad essere abitato. Come racconta Baricco in The Game, questo mondo altro c’è, ed in questi ultimi mesi abbiamo provato a colonizzarlo, tra gli ultimi, dopo anni e anni di sospetto, con strumenti incerti, attrezzature di fortuna, come esploratori in una terra straniera ma che preme ai confini delle nostre lande.

Maria Casella, psicologa e psicoterapeuta, formata presso la Società Italiana di Analisi Bioenergetica, svolge la libera professione a Roma

Mauro De Angelis, psicoanalista, psicodrammatista analitico, didatta SIPsA, responsabile del seminario di studio del testo lacaniano, professore a contratto presso la facoltà di psicologia dell’università di Chieti

Petros Katsaras, psicologo, psicoterapeuta, psicodrammatista SIPsA

Giuseppe Preziosi, psicoanalista, psicodrammatista, membro titolare SIPsA

BIBLIOGAFIA
Arendt H. (1946), Che cosa è la filosofia dell’esistenza, Jaga book, Milano, 1998
Baricco A. (2018), The Game, Einaudi, Torino
Bazzanella E. (2011), Lacan: immaginario, simbolico, reale, Asterios, Trieste
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D’Alessandro D. (2020), Filosofia e psicoanalisi, Mimesis, Milano
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