12 GIULIA CESPA Il Compagno Segreto e i compagni immaginari. Alcune riflessioni sul doppio, il corpo estraneo, la malattia, l’abitare

Amleto: O dio, potrei restar confinato pur in un guscio di noce,
e credermi il re d’uno spazio senza limiti. Se non fosse che faccio dei brutti sogni.
Guilderstern: i quali sono per l’appunto frutti dell’ambizione.
Poiché la più verace sostanza dell’ambizioso non è che l’ombra
Amleto: il sogno stesso è soltanto un’ombra.
Rosencrantz: Proprio così. Ed io credo che l’ambizione sia un sentimento così aereo e leggero da essere soltanto l’ombra di un’ombra.
(William Shakespeare: Amleto. Atto secondo, scena II)

Prologo
L’articolo che segue trae spunto da un noto racconto di Joseph Conrad, nel quale si narrano le vicende di un giovane Capitano alle prese con la comparsa, a bordo del suo veliero, di uno “sconosciuto” che diviene per lui un compagno segreto, un doppio misterioso e perturbante. Lo scritto di J. Conrad, se da un lato ci introduce alla questione della finzione e dell’immaginario nella letteratura, dall’altro lato offre la possibilità di uno sguardo attorno a ciò che può essere definito un momento centrale nella storia di un giovane adulto che inizia a guidare se stesso, tra e con gli altri. Parole chiave dell’articolo sono: doppio, sosia, perturbante, compagni immaginari e fenomeni transazionali, corpo estraneo, abito e abitare.

Joseph Conrad e Il Compagno Segreto

J. Conrad nasce in Ucraina nel 1857. Figlio unico di genitori polacchi, Apollo Korzeniowski e Ewa Bobrowska, Joseph viene affidato, dopo la morte prematura dei suoi, alla tutela della nonna materna e del conte Miszck, ma è uno zio materno, Tadeusz Bobrowski che si prenderà cura di lui nel corso degli anni. All’età di diciotto anni Joseph inizia, dapprima come passeggero e passando per una prima esperienza come mozzo, quei viaggi in mare che tanta parte hanno nella sua vita e che sono fonte di ispirazione del suo lavoro di scrittore. Il suo primo scritto, nel 1886, è The Black Mate (L’ufficiale dai capelli neri). Nello stesso anno viene naturalizzato cittadino britannico e ottiene la patente di capitano. Due anni dopo, nel 1888, all’età di trentuno anni, gli viene affidato a Bangkok il suo primo Comando nella nave Otago. Molti anni dopo Conrad trae lo spunto da alcune delle sue prime esperienze nel mare per la trama di alcuni racconti, uno dei quali ha come titolo e sottotitolo The Secret Sharer. An Episode from the Coast (Il Compagno Segreto. Un episodio della costa), dapprima pubblicato in una rivista nel 1910, poi inserito nella raccolta Twixt Land and SeaTales (Tra Terra e Mare – Racconti), pubblicata nel 1912, che costituisce una piccola parte del più grande patrimonio di scritti che l’Autore ci ha lasciato.  Questo racconto presenta qualche affinità con un altro scritto pubblicato qualche anno dopo, nel 1916 o 1917, The Shadow Line – A confession (La Linea d’ombra. Una confessione). In entrambi si ritrova, seppure declinata in modi diversi, la tematica del passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Per la stesura di Il Compagno Segreto, l’autore si ispira ad un fatto drammatico realmente accaduto molti anni prima a bordo di un veliero, il Cutty Sark, e apparso sui giornali nel 1885, come dice egli stesso in una nota introduttiva scritta in un periodo successivo al testo e datata 1920, nella quale definisce i due racconti come «due pezzi di bonaccia», distinguendoli così da quelli che classifica i «due pezzi di tempesta», riferendosi a Typhoon e a The Nigger of the Narcissus1.
È l’Inghilterra la terra in cui Joseph Conrad vive la gran parte della sua esistenza, parte della quale travagliata da conflitti bellici, ed è l’Inghilterra la terra in cui ritorna dai suoi innumerevoli viaggi in mare. L’autore scrive i suoi libri in lingua inglese. A Londra, si sposa con Jessie Emmeline George e da lei ha due figli, Boris Alfred e John Alexsander. Dopo una vita intensa ed una ricca attività di scrittore e di uomo di mare, Conrad muore nel 1924 e le sue spoglie vengono seppellite a Canterbury2.
Nel Compagno Segreto, scritto nel 1912, il protagonista è un Capitano alle prese con l’impegno e la responsabilità necessarie al governo di una imbarcazione, un Capitano al suo primo comando.
Sin dall’inizio del racconto è presente una componente introspettiva, un sostare e riflettere su di sé e sui propri stati d’animo. Il Capitano sente se stesso estraneo non solo alla nave, ma anche alla «estranea gente di terraferma»3. «Ciò che sentivo di più era il fatto di essere estraneo alla nave; e, se devo dire tutta la verità, ero in certo qual modo estraneo persino a me stesso»4. Questa estraneità che toglie il sonno e determina un ordine insolito, lo porta a gioire di quella che definisce «la grande sicurezza del mare paragonata al travaglio della terraferma»5. Eppure, nonostante la sua familiarità dei viaggi in mare, c’è qualcosa di estraneo che proviene dal mare, percorrendolo in una posizione diversa, nuova, quella della responsabilità del Comando. Ad un certo punto, a bordo della nave, fa il suo ingresso, come «un mistero galleggiante sottobordo»6, un uomo fuggito da un altro veliero. Questi è accusato, come vedremo, dell’omicidio di un marinaio avvenuto in quella nave.  Il Capitano, che si riferirà a lui come il suo “doppio”, ne descrive così la comparsa: «Scorsi qualcosa di allungato e pallido galleggiare vicinissimo alla scaletta […] un debole bagliore di luce fosforescente, che parve promanare ad un tratto dal corpo nudo di un uomo, tremolò nell’acqua assopita con il guizzo elusivo e silente di una folgore estiva in un cielo notturno»7. «Era tutto intero, tranne la testa. Un cadavere senza testa! […] un’orrida sensazione agghiacciante […] la fosforescenza gli guizzava sulle membra ad ogni minimo movimento; ed appariva spettrale, simile ad un pesce. Era anche muto come un pesce»8. Successivamente, una volta salito a bordo, colui che per il Capitano è un “mistero” pronuncia il suo nome: «Mi chiamo Leggatt»9.
Più avanti nel racconto si assiste al tentativo di ricerca di Leggatt da parte del Capitano del veliero Sephora, a bordo del quale è stato commesso il delitto e da cui il presunto reo, che nel Sephora aveva il ruolo di primo ufficiale, è fuggito. Il Capitano Archbold – questo è il suo nome – approda con la “barcaccia” della sua nave in quella del Capitano. A differenza di quest’ultimo, Archbold è un uomo di mare che ha sulle spalle trentasette anni di virtuosa vita militare. Racconta del violento uragano che poco prima dell’omicidio si è abbattuto sul Sephora ed esprime la sua «penosa incombenza» di assicurare Leggatt alla giustizia. «Qualcosa in me – pensa il Capitano nei riguardi di Archbold – gli ricordava l’uomo di cui andava in cerca, una misteriosa somiglianza con il giovanotto di cui aveva diffidato e che non gli era andato a genio sin dall’inizio»10. Il Comandante Archbold, viene accompagnato a perlustrare tutti i locali della nave per dirimere il dubbio suo e degli uomini del suo equipaggio, che Leggatt possa essersi nascosto lì, e poi, congedato, torna nella sua imbarcazione.
Una componente importante, nodale nel dipanarsi della trama, è il segreto. Leggatt viene nascosto dal Capitano nella propria cabina e la sua presenza a bordo è tenuta segreta al resto dell’equipaggio in modo anche tortuoso, attraverso una serie di sotterfugi e di accorgimenti, con un crescendo di tensione e il timore che il clandestino possa essere visto anche dagli altri. Leggatt è definito come il «compagno di cabina e di pensieri»11, e diventa quel compagno segreto che viene poi, in un certo senso, da lui assolto e graziato dal crimine di cui è sospettato, e aiutato a fuggire, non sappiamo con quali esiti, attraverso una evasione curata nei particolari e tenuta all’oscuro degli altri membri dell’equipaggio.
Questa strategia assicura al Capitano, se così possiamo dire, da un lato la segretezza, dall’altra una sparizione forse salvifica del suo “doppio” la fuga del quale avviene non senza poche difficoltà dal punto di vista della traiettoria e del governo della nave. Siamo giunti alla fine del racconto. Dopo un commiato con Leggatt e dopo avergli dato indicazioni su quando e come calarsi in mare, il Capitano si prepara a dare un ordine perentorio ai suoi: Avvicinarsi a terra lambendo le acque di un golfo e di isole, solitarie alcune, raggruppate altre, disseminate al suo interno. Comanda di procedere verso una di esse, e con lo stupore profondo del suo secondo ufficiale e di tutti i marinai, ordina di proseguire e spingere tale “bordata” al limite massimo di ogni possibilità, nonostante il pericolo incombente rappresentato dall’avvicinarsi troppo agli scogli e alla terraferma. Ordina soltanto in extremis una virata finale che anche ad un lettore del tutto inesperto di guida marittima appare ai limiti di un punto di non ritorno, di deriva, fino ad arrivare a un liberatorio comando: «Orza tutto!»12. L’esito di quest’ordine permette al Capitano di ritrovare un orientamento, salvando la nave, dandole una direzione nuova e un movimento verso il mare aperto e, con la nave, salvare l’equipaggio e se stesso dallo scontro con gli scogli. Sia la fase della comparsa di Leggatt, sia quella della sua scomparsa in mare dopo la fuga avvengono nel buio e nell’oscurità, illuminati solo a tratti da un chiarore tenue. Una parvenza di luce, o meglio una fosforescenza, appare dal galleggiare sull’acqua di un cappello a cencio del Capitano, fatto indossare al suo “doppio” nel momento del commiato. Le uniche cose che Leggatt accetta in dono sono questo cappello e tre monete d’oro raccolte in un sacchetto di seta. Niente altro, non la divisa, non altri indumenti di cui il nostro Capitano avrebbe voluto rifornirlo. E sarà proprio il chiarore del cappello ad essere salvifico e a permettere poi di individuare, attraverso il suo movimento impercettibile, la direzione del vento e la rotta da seguire.
“Il Compagno segreto” è un racconto che ci interroga su similitudini, analogie, su somiglianze misteriose e perturbanti e sulle oscure alterità del “doppio”. L’identificazione del Capitano con Leggatt, trapelata sin dall’inizio, percorre tutta la scrittura attraverso un’assonanza di stati d’animo, e si stabilisce tra i due una «misteriosa comunione»13. Il sentimento di estraneità, «noi due unici estranei» anch’esso espresso già all’inizio, si accompagna al riconoscimento del «doppio» definito anche come «la presenza dell’altro me stesso», oppure il «mio doppio»14 o il «doppio capitano»15, espressioni ripetute spesso nella trama, nel compiersi dei gesti e nei dialoghi. Ci sono alcune sequenze in cui il Capitano insinua il dubbio sulla esistenza corporea dell’ «altro da sé»16 e il vissuto è rappresentato «come un’ossessione». Tutta la narrazione è in prima persona, con il soggetto narrante che è il Capitano. Di lui, in tutta la scrittura, non viene mai fatto il nome.
Il lavoro creativo di Joseph Conrad ci introduce, tra tanti possibili punti di vista attraverso cui guardare allo scritto, ad alcune riflessioni. La prima riguarda la dimensione dello spazio e del tempo. Il soggetto narrante si trova in tempi della propria storia e in luoghi che sembrano di confine, ma tutt’altro che marginali, correlati a vissuti di instabilità tanto nella terra – ferma ovvero una terra che non muove e non smuove e non porta in nessun luogo se non allontanandosi da essa, quanto nel mare aperto, con il suo scorrere infinito. Il Tempo soggettivo inteso come Kairos, in una spazialità che è movimento continuo, si immobilizza e pare fermarsi nell’angoscia di attimi che durano all’infinito, un procedere, un inseguirsi di istanti che lasciano con il fiato sospeso; persecutori, liberatori, inafferrabili al contempo. Nel vissuto di estraneità a se stessi, il confine tra la realtà e la fantasia e il confine tra sé e gli altri si fanno precari. Leggatt affiora dall’acqua, come qualcosa di nascosto in qualche angolo della mente che ri-emerge e si fa strada, prende sempre più spazio, sale a bordo, collocandosi nella dimensione di un bordo a cui poter dare il senso di confine, ma anche di confinamento rispetto al resto dell’equipaggio. Dice di sé: «Ero molto stanco, in un particolare modo interiore, per la tensione del mistero, lo sforzo del bisbigliare, l’eccitazione del segreto»17.  Il visibile e l’invisibile sono entrambi temuti e desiderati contempo.  È questo l’attimo in cui si teme di essere scoperti, scoperchiata la propria alterità di fronte a un equipaggio di cui non egli non si fida e rispetto al quale confida con sé stesso di sentirsi estraneo. I componenti dell’equipaggio che rappresentano il contesto delle sue relazioni, delimitano e connotano i reciproci scambi.  Nella evoluzione della trama si osserva e si comprende il significato che assumono i loro gesti, le loro parole allusive, gli sguardi di complicità che essi si scambiano tra di loro, a indicare una collusione nella designazione delle stranezze, a loro incomprensibili, del loro Capitano, e quest’insieme di cose confermano quest’ultimo nella sua solitudine. L’esclusione e l’isolamento rappresentano qui due possibili esiti. Anche il linguaggio del Capitano, il modo in cui egli articola parole e frasi si fa doppio, duplice. Il suo tono di voce è alto, come quando ad esempio si finge sordo nei confronti dell’equipaggio o di Archbold, affinché “l’altro da sé”, rinchiuso nella cabina, oda e riconosca in quel tono l’avvertimento ad occultarsi; oppure è un tono basso, un bisbiglio quasi amoroso nel dialogo con Leggatt. Tutto ciò passa anche attraverso trasformazioni nella lingua, nel corpo, nei gesti, nel comportamento che lasciano increduli sia l’equipaggio sia se stesso. Lo spazio angusto della cabina del Capitano svolge una funzione importante. È lo spazio, abitacolo proprio, una sottocoperta, (copertura dove collocare il segreto del doppio), che nel lessico nautico indica ciò che è sotto il ponte superiore di una imbarcazione, quest’ultimo chiamato coperta. Qualcosa che è al di sotto del bordo. In un mare mosso o in un mare di calma piatta, si viaggia sulla linea di confine tra un sotto e un sopra.
C’è poi l’istante infinito in cui Leggatt, parte di sé rispecchiata, dopo il commiato dal Capitano, scompare nell’acqua re – immergendosi, e riappare agli occhi del Capitano la “fosforescenza” che ne aveva caratterizzato l’emergere. Non possiamo qui non ricordare, a proposito del rapporto tra il visibile e l’ invisibile, l’ affiorare e l’immergersi, quanto J .Lacan ci dice a proposito della imago e della immagine speculare: «L’immagine speculare sembra essere la soglia del mondo visibile, sia che ci fondiamo sulla disposizione speculare presentata nell’allucinazione e nel sogno dall’imago del proprio corpo , che si tratti dei suoi caratteri individuali, delle sue infermità o delle sue proiezioni oggettuali; sia che notiamo il ruolo dell’apparato dello specchio in quelle apparizioni del doppio in cui delle realtà psichiche, peraltro eterogenee , si manifestano»18. L’ affiorare e il successivo re – immergersi e scomparire di Leggatt avvengono allorquando si sta tentando di prendere o di riprendere le redini della propria vita, assumendone le responsabilità, dando ad essa una direzione. Il delinearsi di questo percorso di attraversamento e di crescita che porta al diventare adulti e il modo in cui il suo dispiegarsi prende forma e sostanza, è centrale e corrisponde in misura maggiore o minore, come ci dice la letteratura, ad una crisi, da intendere nel suo duplice aspetto, sia quello che può sfociare nel ristagno, o nella malattia, sia quello evolutivo e di cambiamento. L’arco dell’esistenza di una persona corrisponde, con il suo ciclo vitale e le sue fasi, che vanno dalla nascita alla vecchiaia, e con gli spazi mentali che le caratterizzano e concorrono allo strutturarsi dell’identità, ad un percorso sempre in divenire nell’incontro con la realtà19.
Crisi deriva dal greco, Krisis, sostantivo di un verbo, come ci dicono L. Cancrini e L. Onnis. la cui coniugazione è «distinguo, giudico, scelgo»20. «La crisi richiama anche l’idea di crocicchio, incrocio, punto nodale da cui si aprono strade diverse ma ancora egualmente percorribili» […] e da cui si dipartono direzioni opposte, ma ancora entrambe possibili, quella attraverso la regressione, la stasi, la malattia, o quella verso la crescita, il benessere, la salute»21.
“Il Compagno segreto” ci rimanda alla complessità e difficoltà del processo di individuazione di una persona, alla articolazione di tale processo, alla esperienza di solitudine del primo “comando” e alla questione centrale del riconoscimento di sé e della autonomia. Nel riconoscersi con il doppio c’è la possibilità, in alcune situazioni, di una scissione con la propria immagine e che ciò assuma le caratteristiche di un compagno segreto, di un sosia, oppure di un «gemello immaginario»22. Un ruolo significativo è svolto dalle relazioni interpersonali che partecipano a tale processo facilitanti o meno l’evolversi della crisi e la sua direzione.
La crisi «[…] si colloca in un “dove” e in un “quando” in cui nulla è ancora deciso e tutto è ancora possibile, così il precipitare nella malattia più cupa, come la conquista di una più piena salute»23. Occorre sottolineare che l’insieme di queste esperienze ci riconduce ad una parte di quelle vissute e sperimentate a partire dalla primissima infanzia e al processo evolutivo che ne è alla base come vedremo meglio nel prossimo paragrafo.

Uno sguardo al mondo dei bambini e ai loro compagni immaginari
Quella dei compagni o amici immaginari è una esperienza frequente nei bambini anche piccoli che si può osservare sin da quando, iniziando a distinguere la realtà dalla finzione, essi cominciano a costruire storie con personaggi da loro inventati che li accompagneranno per un po’ di tempo, supportandoli nei momenti di difficoltà.  Tali personaggi rappresentano per loro una sorta di confidenti quando si sentono soli, fino a scomparire, se così possiamo dire, nel momento in cui vengono disinvestiti, talora con gradualità, altre volte anche molto velocemente, per la comparsa di nuovi interessi e di nuove esperienze. Donald W. Winnicott, ha formulato il concetto di «oggetti e fenomeni transizionali» da cui le esperienze del compagno immaginario possono trarre origine24.
Fili di lana, pezzi di tessuto, fazzoletti e pannolini sono esempi dei primi possessi del bambino nei suoi primi mesi di vita. «Si potrebbe supporre che il pensare e il fantasticare siano collegati con queste esperienze funzionali», e anche l’entrata graduale di orsacchiotti, bambole e altri oggetti nei loro giochi sono «[…] forme di un possessivo originario “non me” e che io chiamo oggetto transizionale»25.
In relazione ad «[…] “abitare” l’area transazionale o intermedia […], D. W. Winnicott ci dice: «Io ipotizzo l’esistenza, nel bambino piccolo, di uno stato intermedio tra la sua incapacità di riconoscere e di accettare la realtà e la sua crescente capacità di farlo. Sto perciò studiando la sostanza dell’ illusion. È quella che si concede al bambino piccolo e che, nella vita adulta, è connessa con l’arte e con la religione. […] Mi sto occupando del primo possesso e dell’area intermedia tra il soggetto e ciò che viene oggettivamente percepito»26; un’area intermedia attraverso la quale diventa possibile la condivisione con gli altri e la ricerca del sé. Tra le qualità speciali dell’oggetto transizionale «[…] abbracciato affettuosamente, così come fervidamente amato e mutilato», c’è quella secondo la quale «[…] viene da “fuori” secondo il nostro punto di vista, ma non così secondo il bambino. E non viene da ‘dentro’; non è un’allucinazione»27.
L’insieme di queste esperienze sono fondamentali per la crescita del bambino e della bambina, sia dal punto di vista emozionale sia da quello cognitivo, rendendo possibili quel processo di separazione e di individuazione che caratterizza le varie fasi dell’evoluzione di una persona. «I fenomeni transizionali rappresentano le prime fasi dell’uso dell’illusione, senza la quale non vi è per l’essere umano nessun significato nell’idea di una relazione con un oggetto che è percepito dagli altri come a lui esterno»28.  È importante sottolineare che l’Autore, in questo senso, ci parla dell’illusione riconoscendo ad essa un valore ed una connotazione positiva e intravedendo in essa la prima idea di gioco.
Prima di Winnicott, Sigmund Freud, in Al di là del principio del piacere, ci aveva parlato di un altro filo, quello avvolto nel rocchetto, tirato a sé e poi di nuovo allontanato, da un bambino di un anno e mezzo, filo fatto sparire e poi ricomparire in un gioco in cui viene ripetuta l’esperienza della separazione e riavvicinamento con la madre, in una sequenza in cui il piccolo dapprima «emetteva un “o-o-o” forte e prolungato, accompagnato da un’espressione di interesse e soddisfazione […] che secondo la madre significava Fort [Via] […] « per poi tirare nuovamente il rocchetto fuori dal letto e salutare la sua ricomparsa con un allegro Da [Qui]»29.
Il gioco del Fort Da è quello dove il bambino esprime contentezza, stupore, esclamazione al contempo. Una “vocalizzazione” che è, secondo Lacan, «[…] una prima manifestazione del linguaggio. In questa opposizione fonematica il bambino trascende, porta su un piano simbolico il fenomeno della presenza e dell’assenza. Si rende padrone della cosa nella misura in cui, giustamente, la distrugge» «[…] già nella sua solitudine il desiderio del piccolo d’uomo è diventato il desiderio di un altro, di un alter ego che lo domina e il cui oggetto di desiderio è ormai la sua stessa pena»30.
Fili di un gioco, precursori di altri fili, quelli con cui si articola una frase e poi un discorso, fili con cui prende avvio il disegnare e il disegno delle prime forme di scrittura. E ancora, fili rossi, fili conduttori, fili che si perdono per poi ritrovarsi nella memoria e nel ricordo,
Le esperienze in età successive di altri giochi e dei compagni immaginari sembra percorrere un continuum. I bambini evolvono, e i loro giochi lo dimostrano, e da iniziali pezzi di stoffa e fili di lana, si passa a orsacchiotti, bambole e altri oggetti; gli si dà un nome e li si rende partecipi della propria quotidianità. La maggior parte di loro ha un proprio peluche e un proprio compagno preferito, da tenere al proprio fianco in vari momenti della giornata; con lui si dialoga, si costruiscono storie e si imbastiscono discorsi. Ogni adulto che fa parte del loro mondo relazionale, i genitori in primis, può osservare il dipanarsi di queste storie, seguirne a sua volta la trama. Questo personaggio svolge per il bambino una funzione rassicurante, prende vita, è presente nei momenti difficili, in caso di paura da affrontare, ad esempio la paura del buio e della notte o quando si va a letto e la luce viene spenta. O in altre situazioni, accompagnate da ansia e da angoscia, paure difficili da descrivere e nominare. Al peluche, invece, un nome generalmente lo si dà. Accanto alle osservazioni dirette e ai colloqui con i bambini, anche i colloqui anamnestici con i genitori raccontano di questa “presenza”; i bambini sanno che loro, i grandi, ne sono al corrente, ma non sempre e non subito questi ultimi vengono resi partecipi della storia che essi hanno con i loro compagni.
A proposito di angoscia infantile e della sua origine cito qui un passo di S. Freud tratto dai “Tre Saggi sulla Teoria sessuale: «L’angoscia dei bambini non è originariamente se non l’espressione del fatto che essi sentono la mancanza della persona amata, perciò accolgono con timore ogni estraneo; hanno paura del buio, perché al buio non si vede la persona amata, e si tranquillizzano se possono prenderla per mano»31.
T. Giani Gallino ha fatto di ciò di cui stiamo parlando un terreno di esplorazione e ricerca, e si è soffermata sugli aspetti di rassicurazione collegati all’Ombra che può manifestarsi ad alcuni bambini come uno dei “doppi” rassicuranti32. In un altro dei suoi testi, riportando i risultati di una ricerca, ci parla dei peluche, definiti «nuovo oggetto d’amore»33, da cui bambini e bambine si fanno conquistare e ne viene ipotizzata la funzione in presenza di paure perturbanti. Nella sua analisi l’Autrice va oltre, introducendoci nel mondo dei “fumetti” e delle “strisce” e cita, tra le altre, le strisce ideate negli anni ’50 del secolo scorso da Charles Schults, La storia dei Peinuts, dove tra i vari personaggi c’è Linus con la sua famosa “copertina” (The security blanket). Successivamente, negli anni ’80 vengono inventate le “strisce” disegnate da Bill Watterson, che riguardano il susseguirsi delle vicende dei rapporti tra Calvin, un bambino di circa sei anni e Hobbes il suo tigrotto di peluche; qui intervengono anche, a differenza delle strisce di Schulz, personaggi adulti, in primis i genitori di Calvin.
Certamente i fumetti sono cambiati nel corso del tempo ma se ci soffermiamo anche su quelli attuali, sui libri per l’infanzia e su alcuni film, vediamo che essi propongono tematiche analoghe e che una delle funzioni dei nuovi compagni immaginari dei bambini resta quella di come affrontare le paure e l’ignoto34.
Chi è della mia generazione ricorda la storia rappresentata in un noto film di S. Spielberg uscito nelle sale nel 1982 e poi divenuto un cult, ispirato all’infanzia del regista e alla separazione dei suoi genitori. Vi si narrano le vicissitudini di E. T., un alieno che si trova a vivere per un po’ di tempo nel pianeta Terra, dove è stato lasciato per una partenza precipitosa della sua astronave, e del suo incontro con Elliott, un bambino californiano di nove anni, che coinvolgerà poi in questa storia il fratello maggiore Michael e la sorellina Gertie. Di loro, questo piccolo alieno diventa un compagno tenuto segreto anche alla famiglia.  Pur non avendo più rivisto il film, ne ricordo una delle scene conclusive in cui si vede E. T., mano nella mano con i bambini, dire ripetutamente la parola: «Casa, casa!», e si intravede da lontano il disco volante da dove sono venuti a riprenderlo35.
Questi compagni immaginari hanno ispirato in letteratura le creazioni artistiche di alcuni scrittori e, oltre al Compagno Segreto, vengono alla mente, tra gli altri, il romanzo di R. L. Stevenson, Lo strano caso del dottor Jeckill e Mister Hyde, e quello di F. Dostoevskij, Il sosia36.
Il gioco (inteso nel significato che ad esso ha dato Winnicott, quindi non come game), i disegni, i compagni immaginari e lo stesso linguaggio artistico hanno una potenzialità trasformativa che rende possibile sia la comunicazione sia di nominare la sofferenza, e si ritiene che la successiva capacità di far fronte e tollerare momenti di precarietà nella costruzione della propria identità sia connessa anche a come sono stati attraversati la fase transazionale e lo stadio dello specchio. Winnicott ci dice: «È nel giocare e solamente mentre gioca, che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé»37.Estraneità perturbante. Una riflessione sulla malattia, sul corpo estraneo e sull’abitare.
Das Unheimliche è il titolo dato da Freud ad un suo scritto del 1919, tradotto in italiano come Il perturbante, una parola che potrebbe essere tradotta in altri modi, come ci viene detto in una nota editoriale: «[…] ci rendiamo conto che il termine italiano non corrisponde perfettamente a quello tedesco, in larga misura intraducibile nella nostra lingua. Unheimlich potrebbe essere reso volta a volta con “inquietante”, “lugubre”, “sinistro”, “non confortevole”, “sospetto”, “ambiguo”, “infido”, e designa comunque una sensazione di insicurezza, inquietudine, turbamento o disagio, suscitata da cose eventi, situazioni o persone»38.
Di questo vocabolo Freud dice all’inizio del suo saggio che «[…] non c è dubbio che esso appartenga alla sfera dello spaventoso, di ciò che ingenera angoscia e orrore […] tanto che quasi sempre coincide con ciò che è genericamente angoscioso»39 «[…] quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare»40.
Unheimlich è opposto a heimlich, un aggettivo, quest’ultimo, che attiene in uno dei suoi significati «[…] alla casa, non straniero, familiare, domestico, fidato e intimo, che rammenta il focolare ecc.»41, «[…] che è un che di familiare alla vita psichica fin dai tempi antichissimi e ad essa estraniatosi soltanto a causa del processo di rimozione»42.
Basandosi su una traduzione della parola tedesca nei termini di spaesamento, G. Berto, autrice di un libro che fa dell’unheimlich oggetto di uno studio approfondito, segue le tracce di un possibile incontro tra il pensiero di Freud e quello di Heidegger, per l’interesse dimostrato da entrambi proprio sul territorio dello spaesamento, in un dialogo, tra lo psicoanalista e il filosofo, mai avvenuto nella realtà. «Il loro incontro avviene nell’ambito di una “casa” che si rivela intaccata da ciò che, per suo stesso statuto, dovrebbe escludere: l’estraneo, l’esterno, l’ignoto, l’altro. L’Io non è padrone a casa propria […]»43.  Nel descrivere lo spaesamento, l’Autrice afferma: «Non ci si orienta più a casa propria; ciò che ci è più vicino e abituale perde la sua ovvietà e disponibilità, si fa misterioso e ineffabile. […] I confini della casa si sfaldano, rendendo impossibile la delimitazione netta di un interno che esclude l’esterno, di un proprio che si separa dall’estraneo. La nostra casa è abitata dall’altro […] e si tratta qui di una alterità che non può essere facilmente esclusa, perché ci riguarda, ci coinvolge, appare, paradossalmente, nel luogo stesso dell’identità, che si rivela meno trasparente e controllabile di quanto si potesse supporre»44.
Eccoci dunque tornati nel luogo dell’identità, della soggettività, di ciò che è fondamentale all’essere umano, e della crisi che ingenera il riconoscimento dell’estraneo in noi stessi. Nello spaesamento c’è qualcosa che fa irruzione su quanto è apparentemente noto e conosciuto e familiare, e che è capace di minare, non sappiamo quanto provvisoriamente, la stabilità del nostro essere e esserci, facendoci sentire la nostra precarietà quando scopriamo che l’estraneo e l’inatteso sono in noi.
Ci sono molte situazioni nelle quali questo perturbamento fa irruzione. Viene in mente la parola perturbazione, nella lingua italiana notoriamente usata per descrivere condizioni atmosferiche che si discostano da una regolarità, e che possono assumere aspetti inquietanti e angoscianti. Si pensi in tal senso all’espressione occhio del ciclone, definizione che ci rimanda sia alla questione della visibilità e della invisibilità cui si è accennato sopra, sia ad un centro non sempre visibile e dove il rapporto tra visibile e invisibile, come ci dice J.B. Pontalis, deve andare oltre la relazione tra inconscio, invisibile, latente da un lato e percepito e manifesto dall’altro45.
 Si affacciano alla mente altre situazioni, estreme, come le inondazioni o i terremoti, esperienze traumatiche che coinvolgono nello stesso momento una collettività e nelle quali, insieme alla propria terra, al proprio corpo, e alla propria casa, è il territorio fondante del sé che trema e vacilla in uno scenario nel quale entra in gioco l’infinitamente grande e macroscopico, come una malattia che colpisce la Terra che noi abitiamo. In altri scenari è l’infinitamente piccolo e microscopico ad entrare in gioco, quando un virus o una malattia attaccano nel corpo le nostre cellule. Ma gli esempi potrebbero essere molti di più.
Casa siamo noi stessi, ovvero corpo, da intendere quest’ultimo non soltanto come corpo fisico cioè insieme di cellule, con la loro memoria e con quel qualcosa di più dei meccanismi biochimici che ne permettono il funzionamento, ma anche come anima. Siamo lillipuzianamente ospiti del pianeta Terra e di un più grande, meraviglioso, e misterioso al contempo, Universo e Corpo astrale, abitanti in parte irrispettosi della sua bellezza e grandiosità, distratti e ignoranti del suo linguaggio, molto spesso poco riconoscenti.
Anche nelle circostanze della malattia il nostro corpo può farsi estraneo a noi stessi, divenire corpo estraneo; non lo si riconosce più come casa familiare e affidabile e ci si può smarrire in uno spaesamento che genera angoscia. La malattia come perturbante può essere intesa come un corpo estraneo che abita il corpo, lo rende abitazione precaria nella quale i confini tra dentro e fuori si fanno più labili, confusi, indistinti. Ad una persona in fase di convalescenza da una malattia si augura di ri-stabilirsi, ritrovare una nuova stabilità, comunque diversa da quella che è andata persa.
Quando qui si parla di corpo occorre considerare anche ciò che F. Dolto ha chiamato l’immagine inconscia del corpo, immagine che, a differenza dello schema corporeo, «[…] è propria di ciascuna persona: è legata al soggetto e alla sua storia. […] L’immagine del corpo è la sintesi vivente delle nostre esperienze emozionali: esperienze interumane […] L’immagine del corpo rappresenta in ogni momento memoria inconscia di tutto il vissuto relazionale»46.
Si tratta ipoteticamente di estendere il senso dell’espressione “corpo estraneo”, usata soprattutto in medicina nell’ambito della quale è intesa come presenza nel corpo di un oggetto la cui origine è esterna al corpo stesso, ampliandone i territori di analisi e di ricerca. Una malattia può essere vissuta essa stessa come corpo estraneo. In un’ottica psicoanalitica, L. Porta approfondisce in un suo scritto sul corpo estraneo quanto avviene nei trapianti d’organo, una situazione «[…] dove il corpo è abitato da una alterità irraggiungibile, esso è allo stesso tempo, interno ed esterno, proprio ed estraneo»47.
C’è poi l’estraneità non familiare e inquietante dello straniero che proviene da altri luoghi, da altri territori . J. Kristeva, ripercorrendo il testo freudiano sul perturbante, e riprendendo la tesi di Freud dell’elemento angoscioso che ritorna, traduce il perturbante come “inquietante estraneità”, facendo emergere tale estraneità «dall’esteriorità in cui la fissa la paura» […] per rimandarla ad un «passato improprio. L’altro è il mio (“proprio”) inconscio e […] l’io arcaico, narcisistico, non ancora delimitato dal mondo esterno, proietta all’esterno ciò che prova all’interno come pericoloso o spiacevole in sé per farne un doppio straniero, inquietante, demoniaco»48. In relazione all’incontro con lo straniero, la Kristeva, analizzando le possibili “varianti” attraverso cui si declina l’inquietante estraneità, osserva che «tutte reiterano la mia difficoltà a pormi in rapporto all’altro e rifanno il percorso dell’identificazione-proiezione che sta alla radice del mio accesso all’autonomia»49. Nella difficoltà a porci in rapporto con lo straniero, l’Autrice ci dice inoltre: «Lo straniero è dentro di noi. E quando fuggiamo o combattiamo lo straniero, lottiamo contro il nostro inconscio – questo “improprio” del nostro impossibile “proprio”. Delicatamente, analiticamente, Freud non parla degli stranieri: egli ci insegna a scoprire l’estraneità dentro di noi. E questo è forse il solo modo di non perseguitarla fuori»50.
Noi siamo la nostra casa e la nostra casa ci riflette. Abitiamo già prima della nascita, nella mente di chi desidera più o meno consapevolmente di farci venire al mondo. Secondo F. Dolto, nell’atto del concepimento, oltre al desiderio dei genitori, c’è anche quello del bambino, «in quanto soggetto inconsciamente desiderante nei confronti del corpo»51.
L’utero materno può essere considerato la prima casa, involucro, primo vestito e di qualche bambino si dice: “È nato con la camicia”, in un primo esempio di corrispondenza linguistica tra “abito” come indumento protettivo, qui come sostantivo, e “abito” come coniugazione del verbo abitare, in altre parole: «Io abito».
La pelle è un altro involucro, prodromo di ciò a cui D. Anzieu ha dato il nome di “Io pelle”52.
Dopo quella che viene abitualmente definita la “casa natale”, che nella memoria resta “natale”, per la vita intera, c’è poi, a parte qualche eccezione, un susseguirsi di case e di luoghi abitati, un insieme da cui a volte diventa possibile rintracciare una trama di significati. Un itinerario che potrebbe assumere la forma di un disegno, o di uno scritto, se solo riuscissimo a tracciarne le linee e le forme. Nel racconto di Conrad, la casa è un veliero che si muove su un elemento in perpetuo fluire. In esso lo spazio nel quale il Capitano si sente protetto dall’ estraneo è angusto, una piccola cabina fatta ad angolo, dalla forma di una sorta di L, dove potersi permettere per brevi momenti, se così si può dire, di “dialogare” con il suo doppio (dialogare con se stesso e la propria alterità). Una lettera alfabetica, dunque.
Dimora da cui si cerca sicurezza, la casa è uno spazio con una sua poetica, come ci dice G. Bachelard, nel titolo che ha dato ad uno dei suoi libri, “ La poetica dello spazio”, nel quale afferma: «[…] ha senso assumere la casa come strumento di analisi dell’anima umana» […].« Non solo i nostri ricordi ma anche le nostre dimenticanze sono “alloggiate”, il nostro inconscio è “alloggiato”, la nostra anima è una dimora e, ricordandoci delle “case” e delle “camere”, noi impariamo a “dimorare” in noi stessi»53.
La casa, in quanto abitare, deve costituire per chi la abita uno spazio familiare, di protezione da persone, cose, eventi esterni, estranei e da nemici, sul piano della realtà e su quello della rappresentazione che ci facciamo di loro. Nei palazzi abitiamo in appartamenti con il loro interno, contrassegnato generalmente da un numero (l’interno numero X corrisponde a taluna o talaltra persona), delimitato da un esterno attraverso una soglia. In relazione alla casa ci sono situazioni nelle quali questo interno, anziché proteggere dal rischio, diventa esso stesso perturbante e luogo di traumi ripetuti, come nel caso della violenza domestica e dell’abuso, a conferma ancora una volta dell’illusorietà del tracciare una separazione netta tra interno ed esterno quando sono proprio i luoghi del familiare a diventare perturbanti.
Abito deriva dal latino habitus, e habito, frequentativo di habere, verbo avere, significa anche soler avere, abitare, dimorare54, da cui deriva habitat. “L’abitato”, inteso anche come insieme di persone e delle loro abitazioni, può acquisire una sua identità, ad esempio di quartiere o di paese e ci si può sentirsi partecipi di una collettività come abitante oppure sentirsi o essere vissuti come estranei.
La questione dell’estraneo e dell’abitare si riflette anche nella terminologia adottata, nel senso dell’uso comune che si fa di parole o di definizioni. Limitandoci ad una riflessione sulla lingua italiana, si osserva in certe situazioni che il linguaggio diventa sempre più parco e sclerotico e ci si adatta in questi casi ad alcune espressioni linguistiche, involontariamente perpetuandone l’uso. Come esempio delle parole dell’abitare, se ne portano qui alcune che riguardano la parte del nostro mondo umano costituito da coloro che si vivono ai margini dei margini, che abitano in particolari situazioni e contesti e la cui dimora è spesso fatta di borse e di bagagli che trascinano con sé ad ogni spostamento. A volte si incontrano sul bordo dei marciapiedi, oppure in abitazioni fatiscenti, sulle sponde di un fiume, in luoghi di fortuna a volte impensabili. Per lo più, a parte qualche eccezione55, queste persone vengono definite comunemente, anche dai mezzi di comunicazione di massa, “I senza fissa dimora” (traduzione dell’espressione inglese homeless man o homeless), oppure “I senza tetto”, espressioni nelle quali, dopo una preposizione (senza) che indica mancanza, assenza, c è l’omissione del soggetto che si dà per sottinteso: persone, uomini, donne. Una omissione linguistica sulla quale riflettere. Un primo interrogativo è: Se la propria casa è la dimora del proprio essere ed esserci, in riferimento a “I senza fissa dimora” o “I senza tetto” verrebbe da chiedersi: «Abito, ergo habeo, oppure: abito, ergo sum?».
Ci sono altre prospettive attraverso le quali poter guardare all’abitare, quella ad esempio dove emerge la questione dell’“aver cura”, dove abitano il sacro e il divino, « […] Ovvero c’è sacro e divino nel luogo più abituale di dimora»56. E dove «[…] Abitare in effetti è tutt’uno con l’Ethos; è appunto il “soggiornare dei mortali sulla terra”. Ek-sistere come abitare significa allora venire alla luce, rivelarsi, uscir – fuori, trovarsi ad essere nell’apertura dell’essere»57. Riprendendo un testo di Heidegger, M. Recalcati ci parla dell’abitare nel senso di etica, differenziando questa dalla morale, e prende in considerazione le quattro vie indicate dal filosofo.  Egli afferma: «Abitare implica in sé l’aprirsi in quattro direzioni; verso la terra (“soggiornare dei mortali sulla terra”), verso il cielo (“sotto il cielo”) verso i divini (“davanti ai divini”), verso i mortali (“in una comunità di uomini”)». […] «L’uomo abita e abitare significa stare nel gioco della Quadratura […] dell’abitare come “aver cura” […] nel quadruplice compito del “salvare la terra”, “accogliere il cielo”, “attendere i divini” e “condurre la propria esistenza verso la morte”»58.

Conclusioni
Rivisitato a distanza di molti anni, Il Compagno Segreto di Joseph Conrad ha rappresentato per me, nella stesura di questo articolo, un pre-testo e uno stimolo da cui partire per approfondire la questione del “doppio”.
Il doppio e il sosia hanno spesso evocato, nella storia dell’umanità, vissuti di mistero e di sfida all’identità, e ad essi si è sempre guardato da varie angolature, nella ricerca delle loro origini e funzioni, per una attribuzione di senso e di significato.
Ho iniziato e proseguito a lavorare attorno a quello che sopra ho definito un pre-testo pur rendendomi conto del fatto che avvicinare questa manifestazione psichica prevalentemente attraverso un’opera letteraria avrebbe potuto essere limitante e riduttivo rispetto alla portata del complesso discorso sul perturbante introdotto da Freud. Né ho preso in considerazione in questa sede il senso che il doppiare e il doppiaggio assumono nel gioco e nello scambio delle parti nell’ambito dello psicodramma analitico, una questione di corrispondenza di termini su cui riflettere e che potrebbe essere affrontata in una successiva trattazione; sta di fatto che parole come doppio e gioco sono state ricorrenti dall’inizio alle conclusioni del presente articolo.
In esso ho tentato una lettura del racconto che tenesse in considerazione la corrispondenza tra i fatti narrati e alcune delle esperienze vissute nell’arco del ciclo vitale di una persona, a partire da quelle della primissima infanzia. Per arrivare poi, seguendo il filo autoriflessivo che caratterizza la narrazione di Conrad, a parlare di quei tempi e luoghi della storia personale che riguardano il divenire adulti, ovvero un processo in cui la possibilità di ri-conoscersi passa per l’assunzione di aspetti di sé propri e al contempo estranei, fondanti per la costruzione della identità. Un percorso sempre in fieri, a volte accompagnato da spaesamento, e nell’ambito del quale possono coesistere inquietudine e sofferenza, nell’incontro e confronto tra il proprio personale equipaggiamento e un equipaggio rappresentato dal proprio mondo interpersonale.
Le riflessioni sulla malattia, sul corpo estraneo, e sull’estraneo in quanto corpo estraneo, e poi quelle attorno all’abito e all’abitare, pur soltanto abbozzate, sono state pensate in un momento storico del nostro mondo attuale, che, per riprendere ancora una volta una parola usata da Conrad, è percorso da una “tempesta”, che assume le forme di virus e comunicazioni virulente, di guerre e invasioni, di terremoti, di violenze familiari e collettive. Contesti nei quali l’abitare si fa sofferto, incerto e precario; di una precarietà che ha forme ed esiti diversificati nelle diverse parti del pianeta Terra, per ragioni socio-economiche, politiche, culturali, e per tante altre variabili ancora. In tale prospettiva, la questione dell’abitare nel senso dell’etica, come “aver cura”, si rivela fondamentale; un aver cura come una importante direzione da percorrere.

Giulia Cespa
Psicologa, psicoterapeuta, psicodrammatista.
Già dirigente psicologa, a Roma, presso una A. S. L. del S. S. N.
È membro del C.S.T.F.R. (Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale) e membro della S.I.Ps.A. (Società Italiana di Psicodramma Analitico).

NOTE
1. J. Conrad, (1910), Il compagno segreto, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1984, p. 55.
2. Queste succinte note biografiche sono state tratte da una più ampia e circostanziata Cronologia trovata nella edizione de Il Compagno Segreto citata alla nota 1. Per le mie riflessioni sul racconto ho preferito lavorare rifacendomi a questa edizione, presentata in un formato tascabile, con il testo inglese a fronte di ogni pagina e una nota introduttiva di Andrea Zanzotto. Le pagine delle citazioni sono riferite a tale edizione. Ho fatto inoltre riferimento ad un più ampia raccolta, Tutti i Racconti e i Romanzi Brevi di J. Conrad (1946-1955), edita in Italia da Mursia (1967-1979). In questa edizione ho trovato, alla pagina XXXVIII della nota introduttiva, una precisazione sulla traduzione del titolo del racconto The Secret Sharer. Sharer, tradotto e conosciuto da tutti noi come “compagno”, ha in realtà, come significato letterale, “compartecipe”.
3. J. Conrad, Il compagno segreto, p. 67.
4. ibidem, p. 61.
5. ibidem, p. 67.
6. ibidem, p.71.
7. ibidem, p. 69.
8. ibidem, p. 71.
9. ibidem, pp. 71 e 73.
10. ibidem, p.119.
11. ibidem, p. 165.
12. ibidem, p. 161. Per quanto riguarda il verbo Orzare, nel Prontuario dei termini marinareschi contenuto nella edizione Mursia dei Racconti e romanzi brevi di Conrad, (vedi nota 1.) si legge: «Dirigere una nave portando la sua prua ad avvicinarsi alla direzione da cui spira il vento […]». Per Bordeggiare di intende «Navigare […] mediante percorsi successivi (bordate, bordi) in cui il veliero prende il vento alternativamente da una parte o dall’altra. Si dice anche navigare sui bordi» J. Conrad (1946-1955): Tutti i racconti e i romanzi brevi, cit. pp. 1238 e 1249.
13. J. Conrad, Il compagno segreto, p.73.
14. ibidem, p. 119.
15. ibidem, p. 155.
16. ibidem, p. 137.
17. ibidem, p. 99.
18. J. Lacan (1966), Scritti Volume I, Giulio Einaudi, Torino 1974, p. 89.
19. Per quanto riguarda il concetto di ciclo vitale e il processo di individuazione, si veda il lavoro ad orientamento psicoanalitico di E. H. Erikson di cui si ricorda qui uno dei suoi libri, pubblicato nella edizione originaria nel 1982, I cicli della vita. Continuità e mutamenti, Roma, Armando 1984; si veda altresì una rivisitazione della concettualizzazione di E. Erikson a cura di F. D.G. Fiorelli, L’identità tra individuo e società, Armando Editore, Roma 2007.  Per una lettura sistemico relazionale, ci si limita qui a indicare, tra innumerevoli fonti, M. Bowen, Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del Sé nel sistema familiare, Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma 1979) e di M. Malagoli Togliatti, Il Ciclo vitale, in M. Malagoli Togliatti e U. Telfener (a cura di), Dall’individuo al sistema, Boringhieri, Torino 1991.
20. L. Cancrini e L. Onnis, Revisione storico critica del concetto di crisi, in «Giornale Italiano di Psicologia» vol. VI, n. 3, Società Editrice Il Mulino, Bologna dic. 1979, p. 407.
21. ibidem, p.408.
22. Per “Il gemello immaginario”, vedi il libro di W. R. Bion (1967), L’analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando, Roma 1970.
23. L. Cancrini, L. Onnis, op.cit., p. 413.
24. D. W. Winnicott (1958), Dalla pediatria alla Psicoanalisi, G. Martinelli Editore, Firenze 1975, p. 275. Vedi, dello stesso Autore, Gioco e realtà, pubblicato nel 1971, Armando Editore, Roma 1974.
25. D. W. Winnicott, op.cit. pp. 278 e 279. È dell’Autore l’espressione secondo la quale «Il bambino incomincia fin dai primi mesi di vita a strappare fili di lana e a riunirli e a usarli per accarezzarsi». In una nota della stessa pagina egli afferma: «Qui vi potrebbe essere una spiegazione per l’uso del termine “riunire i fili di lana”, che potrebbe significare “abitare” l’area transizionale o intermedia», p. 277.
26. D. W. Winnicott, ibidem, p. 277, il corsivo è dell’Autore.
27. ibidem, pp. 279 e 280, il corsivo è dell’Autore.
28. ibidem, p. 287, il corsivo è dell’Autore.
29. S. Freud (1920), Al di là del principio del piacere, in Opere vol. 9, Editore Boringhieri, Torino 1974, cit. pp. 200 – 201.
30. J. Lacan (1975): Il seminario Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, Einaudi Editore Torino 1978, p. 215-216, il corsivo è dell’autore. L’Autore fa riferimento a un proprio precedente testo: J. Lacan (1966) Funzione e campo della parola e del linguaggio, in Scritti, Volume primo, pp. 312-313. Lacan riprende il gioco del rocchetto in: Il Seminario Libro XI, nel capitolo Tyche e automaton, vedendo nella risposta del bambino alla assenza e alla separazione dalla madre, oltre «[…] la frontiera del proprio dominio, il bordo della culla, cioè un fossato, attorno a cui non gli resta che fare il gioco del salto.» (p. 63), la possibilità di accesso al significante e al linguaggio.
31. S. Freud (1905), Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), in Opere, vol. 4, Editore Boringhieri, Torino 1974, p. 529. In una nota, nella stessa pagina, Freud afferma di aver avuto un chiarimento sull’origine dell’angoscia dei bambini dopo aver osservato un bambino di tre anni il quale, trovatosi in una camera al buio disse così: «“Zia, parla con me; ho paura del buio”. La zia allora gli rispose: “Ma a che ti serve? Così non mi vedi lo stesso”, “non fa nulla – ribatte il bambino – se qualcuno parla c’è luce”. Egli dunque non aveva paura dell’oscurità bensì sentiva la mancanza di una persona cara, e riusciva a ripromettersi la tranquillità non appena avesse avuto la prova della presenza di essa». S. Freud, ibidem, p. 529. Parole illuminanti, queste di Freud, e quelle dette dal bambino di tre anni, una frase che ci dice qualcosa di fondamentale sulla luce che può illuminare dal solo ascoltare una voce.
32. T. G. Giani Gallino, Il bambino e i suoi doppi, Boringhieri, Torino, 1993.
33. T. G. Giani Gallino, In principio era l’orsacchiotto, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1996, p. 24.
34. Ci si limita qui a ricordare un libro – favola di Paola Mastrocola, Se tu fossi vero. Storia dell’orso che scappa, Guanda, Milano 2021. E a ricordare anche la storia dell’orco buono e pacifico Shrek, un libro scritto da William Steig nel 1990, che ha ispirato successivamente, a partire dal 2001, una serie di film e di videogiochi. (Wikipedia, consultata a luglio 2021).
35. E. T., L’extra-terrestre, regia e soggetto di S Spielberg prodotto negli USA da S. Spielberg e K. Kennedy, nel 1982. (“Wikipedia”, consultata a luglio 2021).
36. Tra le molteplici edizioni dei due libri si indicano qui: R. L. Stevenson (1886), Lo strano caso del dottor Jeckill e Mister Hyde, Newton Compton, Roma 1996; F. Dostoevskij (1845), Il sosia, Garzanti, Milano 1999.
37. D. W. Winnicott, Gioco e realtà cit. p. 103.
38. S. Freud (1919), Il perturbante, in Opere, vol. IX, Boringhieri, Torino 1974, cit. in una nota a p. 83.
39. ibidem, p. 81.
40. ibidem, p. 82. Quanto all’angoscia infantile, Freud ne accenna nelle ultime righe dello stesso scritto affermando che di essa «[…] la maggior parte degli esseri umani non riesce a liberarsi mai completamente», ibidem p. 114 e rimanda ai Tre Saggi sulla teoria sessuale, op. cit. vedi nota 31.
41. ibidem, p. 84.
42. ibidem, p. 102.
43. G. Berto, Freud Heidegger. Lo spaesamento, Bompiani, Milano, 1999, p. 5.
44. ibidem, p. 1.
45. J. P. Pontalis afferma, in un testo dedicato all’opera di M. Merleau-Ponty: «[…]  È l’heimliche, il familiare, il come a casa propria, che in certe condizioni vira verso l’esterno: la cosa più vicina si trasforma nella più estranea e là dove non mi riconosco, si tratta del più mio, come attesta l’esperienza del transfert». Il testo dedicato a Merleau Ponty si trova nel libro: J. P. Pontalis (1977), Tra il sogno e il dolore, Edizioni Borla, Roma 1988, p.66. La seconda citazione è riferita ad una nota dell’Autore, sempre a p. 66. Per quanto riguarda lo scritto di Merleau- Ponty a cui Pontalis fa riferimento si tratta di: Le Visible et l’invisible (1964), trad. it. Il visibile e l’invisibile, Bompiani, Milano 2003.
46. F. Dolto (1984), L’immagine inconscia del corpo, Red Edizioni, Como 1996, p. 36. Nella citazione il corsivo è dell’autrice.
47. L. Porta, Il corpo estraneo: Corpo vissuto corpo oggettivato. Cit. nel I paragrafo. Scritto consultato sul sito dell’Autrice a luglio 2021. Vedi anche l’e book, di cui L. Porta è curatrice, Corpi ipermoderni, Franco Angeli, Milano 2012.
48. J. Kristeva (1988), Stranieri a se stessi, Feltrinelli, Milano 1990, p. 167.
49. ibidem, p. 170.
50. ibidem, p. 174.
51. F. Dolto, op. cit., p. 36.
52. D. Anzieu, L’Io pelle, Borla, Roma 1987.
53. G. Bachelard (1957), La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari 1975, p.28.
54. Per la voce “abitare” vedi sito di Garzanti Linguistica, www.garzantilinguistica.it
55. Tra altri, fa eccezione la Comunità di Sant’Egidio e anche la FIO.PSD (Federazione Italiana Organismi Persone Senza Dimora) costituita da organizzazioni, associazioni, cooperative Sociali e enti locali che operano con progetti e interventi in molte regioni italiane. Come si vede dall’acronimo, la parola persona è stata “salvata”.
56. M. Recalcati, Abitare il desiderio, Marcos Y Marcos, Milano 1991, p. 79.
57. ibidem, p. 81.
58. ibidem, pp. 84 e 85. Le citazioni tra virgolette “alte” sono riferite al testo di M. Heidegger citato da M. Recalcati, ovvero: Costruire, abitare, pensare, in M. Heidegger (1936 – 1953), Saggi e discorsi, p. 99.

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Rivista Crisi Sintomi Cure, «Quaderni di psicoanalisi e psicodramma analitico», anno 5, numero 1-2 , dicembre 2013.
FILMOGRAFIA
E. T. l’extraterrestre (1982), film di S. Spielberg, con regia e soggetto dell’Autore, prodotto negli U.S.A. nel 1982
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