13 PAOLA MALQUORI L’inquietante estraneità. L’estimità dello sguardo e l’atopia della voce.

In questo lungo periodo in cui la pandemia ha avuto in mano la regia del mondo intero, come dice in modo magistrale la lingua francese che chiama il regista le metteur en scène, il coronavirus ha messo sulla scena i drammi delle vite di ciascuno mescolandoli al dramma comune di tutti.
Lo spazio e il tempo hanno preso un altro colore, i luoghi abitati e spesso affollati, le giornate frenetiche riempite di impegni sono diventate vuote, svuotate della presenza dell’essere umano e della sua fatticità. Le immagini delle città deserte portavano i segni della presenza umana in virtù della sua assenza. L’immagine più significativa di tutte a fine marzo 2020: Papa Francesco solo nell’immensa piazza S. Pietro maestosa nella sua architettura e nel suo vuoto perfetto quasi irreale, nel silenzio interrotto dal ritornello di un canto religioso di un prelato che con il suo canto avrebbe aperto il varco al discorso del Papa, che nel frattempo incedeva barcollando come se portasse sulle sue spalle e nel suo sguardo il peso degli anni, i suoi e quelli di tutti gli uomini, il peso del tempo enigmatico della vita in cammino verso la morte, enigma perturbante che per molti rimane una domanda senza risposta, un grido taciuto.
Il vuoto paradossalmente ha preso la consistenza di un oggetto tutto pieno senza mancanza che, se da un lato rimanda a un’idea di perfezione, dall’altro lato, come un ossimoro, rivela il suo contrario: il tutto pieno che mostra l’assenza della mancanza può risuonare in modo angosciante.
È quello che la clinica ci insegna, Lacan ne parla nel seminario L’angoscia a proposito del rapporto significante fra domanda e desiderio nella relazione fra il Soggetto e l’Altro:
«L’ho visto sorgere non molto tempo fa nel discorso di un mio paziente, la cui madre gli era stata sempre alle calcagna, sino a una certa età – si può forse dir meglio? Ella aveva dato solo una falsa risposta alla sua domanda, una risposta veramente a lato, poiché, se è ben strutturata dal significante, la domanda non è da prendere alla lettera. Ciò che il bambino domanda alla madre è destinato a strutturare, per lui, la relazione presenza-assenza, quale è dimostrata dal gioco originale del Fort-Da, che è un primo esercizio di padronanza. C’è sempre un certo vuoto da preservare, che non ha nulla a che fare con il contenuto, né positivo né negativo, della domanda. È dal suo esaurimento totale che sorge la perturbazione in cui si manifesta l’angoscia» (Lacan J., Il seminario libro X, L’angoscia, 12 dicembre 1962, p. 71).
Nel periodo del lockdown, parallelamente allo spazio esteriore svuotato, il confinamento ha imposto un riempimento dello spazio interno e una presenza costante dei propri familiari, dei propri pensieri. Le abitazioni sono diventate il palcoscenico della messa in scena del reale della famiglia, un reale sempre presente, sempre allo stesso posto, difficile da dimenticare o rimuovere in simmetria all’impossibilità di uscire di casa: nella cornice del familiare heimlich è emerso un aspetto non-familiare un-heimlich.
Nel 1919 nel saggio Il perturbante, Freud riprende la riflessione sull’ animismo e il pensiero magico di cui aveva parlato nel 1912 in Totem e tabu e analizza gli stati d’animo che generano sentimenti di inquietudine, di turbamento e di angoscia. Usa il termine tedesco unheimlich per rimarcare, tramite il prefisso un che designa la negazione, l’antitesi con heimlich che definisce il familiare. Nel primo paragrafo del suo scritto, cercando i possibili significati della parola nel vocabolario della lingua tedesca, sottolinea gli esempi che mostrano il senso non univoco del termine heimlich, in cui il significato coincide con il suo contrario, cioè quello che è familiare può essere allo stesso tempo nascosto, pericoloso, non familiare. Esamina le possibili traduzioni del termine unheimlich in varie lingue, in molte delle quali manca il riferimento allo spaventoso, il greco per esempio lo traduce con ξένος, straniero, estraneo, mentre la traduzione in italiano perturbante rinvia al senso di uno stato d’animo che manifesta insicurezza, inquietudine, disagio. (Freud S., Il perturbante, p.83).
Il sentimento perturbante di una situazione o di un evento che suscita turbamento è dovuto alla sensazione che qualcosa si ripeta in modo ineluttabile e non intenzionale, cioè fuori dal controllo dell’io, qualcosa che è stato rimosso riaffiora alla coscienza e quello che era nascosto riappare. Non è un caso che nel racconto di Hoffmann Il mago sabbiolino, su cui Freud basa la sua analisi, sia così determinate il particolare degli occhi e della vista: quando il protagonista Nathaniel intravede l’avvocato Coppelius, che per lui rappresenta il mago sabbiolino che strappa gli occhi ai bambini, si scatena la follia.
Tornando alle questioni dell’angoscia Lacan sottolinea come il posto del vuoto, che definisce anche posto del bianco, sia essenziale alla struttura che costituisce il desiderio. Nella lezione del 19 dicembre 1962 del seminario L’angoscia, ritorna sullo schema dello specchio e ci ricorda che lo specchio fa vedere qualcosa che all’istante non è percepibile e che altrimenti non si vedrebbe, qualcosa che incornicia il reale che così si percepisce come attraverso una finestra. In questo modo si struttura il fantasma del soggetto, ovvero la sua finestra sul reale, sull’unheimlich, singolare, proprio di ciascuno:
«È in quanto incorniciato che si colloca il campo dell’angoscia. Ritrovate così ciò con cui ho introdotto la discussione, vale a dire il rapporto della scena con il mondo. Improvvisamente, tutt’a un tratto… incontrerete sempre questi termini nel momento in cui interviene il fenomeno dell’unheimlich. Troverete sempre la scena che si propone nella sua dimensione specifica e permette che sorga ciò che, nel mondo, non può dirsi» (Lacan J., Il seminario libro X, L’angoscia, 12 dicembre 1962, p. 81).
Ciò che non può dirsi, rappresenta il campo del possibile come dimensione originaria ancora prima della legge che istituisce il limite e la trasgressione, limite che Freud teorizza nell’Edipo e che Lacan rileva come quel rapporto fra desiderio e legge che delimita un confine interno al soggetto stesso, un bordo che barra l’accesso alla Cosa e che struttura la relazione del Soggetto con l’Altro e di conseguenza con il suo simile cioè l’altro.
Nell’immagine allo specchio si scorge il corpo e le sue parti in frammenti che formano un’immagine unitaria che dà l’illusione di completezza e rinvia l’immagine di un simile, cioè di un sembiante a con funzione di immagine – i(a) – ma quando nello specchio si coglie anche lo sguardo di chi vede, avviene un passaggio importante. L’immagine speculare i(a), produce l’immagine del simile e in quanto tale rappresenta un oggetto che si coglie e che si può scambiare perché l’io e l’altro sono sullo stesso piano immaginario, quando entra in campo lo sguardo si oltrepassa il livello immaginario, si attraversa il campo dell’Altro e si entra nel campo della pulsione, come è ben rappresentato nel grafo del desiderio

figura 1, schema del grafo del desiderio.

L’oggetto simile, scambiabile, si trasforma in un oggetto che non si può né scambiare, né comunicare, che segna la singolarità del soggetto ma in modo evanescente:
«Ciò che si manipola nel trionfo dell’assunzione dell’immagine del corpo allo specchio è il più evanescente di tutti gli oggetti, perché appare solo in margine: lo scambio degli sguardi, manifesto nel fatto che il bambino si rivolge verso colui che in qualche modo lo assiste, anche solo assistendo al suo gioco» (Lacan J., Dei nostri antecedenti, in Scritti, V. I, p. 65).
Lo sguardo, che Lacan ci ricorda essere uno scambio di sguardi, stabilisce la relazione fra il soggetto e colui che lo sostiene e che incarna la figura dell’Altro, si mette in moto la pulsione scopica nelle sue tre forme grammaticali, attiva passiva e riflessiva: vedere, essere visto, vedersi, e si struttura la relazione fra il Soggetto e l’Altro nella modalità della domanda1 come indica il matema della pulsione $<> D: Che cosa vedi? Come sono visto? Come mi vedo? Forme della domanda originaria: Che vuoi?
L’oggetto che non si scambia, di cui nulla si può dire, è quel resto che avanza dalla divisione del soggetto alienato al desiderio dell’Altro e diviso dalla marca di godimento che l’alienazione al discorso dell’Altro gli causa:
«Che vuoi? […] non è soltanto Che vuole da me? Ma anche un’interrogazione sospesa che concerne direttamente l’io (moi): non Come mi vuole? Ma Che vuole riguardo al posto dell’io (moi)?» (Lacan J., Il seminario X, L’angoscia, lezione del 14 novembre 1962, p. 8).
Il posto dell’io è scandito dalle identificazioni che fanno la storia del soggetto, essendo l’identificazione la prima forma di amore, cioè la prima forma di investimento libidico verso un oggetto che fa muovere il soggetto fra i due piani omologhi ma distinti dell’identificazione narcisistica e dell’alienazione al desiderio dell’Altro. In questi movimenti di alienazione in cui il Soggetto chiede all’Altro l’oggetto del desiderio, nell’intersezione fra il campo del Soggetto e il campo dell’Altro troviamo il posto dell’oggetto a, il reale che si ripete e in cui può sorgere il sentimento perturbante che genera angoscia e che rompe l’equilibrio omeostatico del principio di piacere.

figura 2, schema dell’alienazione, dal Seminario Libro XIV, La logique du fantasme, 16 novembre 1966.

La regolazione che tende all’omeostasi tramite il principio di piacere, ricerca l’identità percettiva di una prima esperienza di soddisfazione. Freud lo descrive nel capitolo 7 dell’Interpretazione dei Sogni, quando parla della prima esperienza di soddisfacimento del neonato che nell’urlo esprime un disagio a cui l’adulto risponde, nei successivi momenti il neonato allucinando questa prima esperienza di soddisfacimento ristabilisce l’equilibrio omeostatico e allenta la tensione. L’urlo del neonato, manifestazione di una tensione interna che non sa governare, è l’espressione di qualcosa di intimo che appare come esterno. Anche nel Progetto di una psicologia Freud si riferisce al grido del bambino quando parla del Nebenmensch, l’essere umano prossimo che è stato l’unico sostegno, il primo oggetto di soddisfacimento e allo stesso tempo il primo oggetto di ostilità, attraverso il quale il soggetto comincia a conoscere e a rapportarsi al mondo esterno.
Lacan nella lezione del 12 marzo 1969 del Seminario XVI, riprende il concetto del Nebenmensch di Freud, per definire il campo del godimento come ciò che deriva dalla distribuzione del piacere nel corpo. «Questa distribuzione, con il suo limite intimo, condiziona quello che a suo tempo, e con più parole, con maggiori spiegazioni di quante io possa addurre qui, ho designato come il vacuolo, quell’interdetto al centro che insomma costituisce ciò che ci è più prossimo, pur essendo rispetto a noi esterno. Bisognerebbe usare il termine extime per designare ciò di cui si tratta» (Lacan J., Il seminario libro XVI, Da un Altro all’altro, lezione del 12 marzo 1969, p. 220).
Con la parola estimo Lacan crea un neologismo che condensa la parola intimo e la particella ex, che significa fuori, e riprende l’esempio del quadro di Edward Munch, L’Urlo, in cui è rappresentato il contrasto fra il paesaggio tranquillo in cui si intravede una coppia che cammina e un personaggio non meglio definito – in cui Lacan vede un essere femminile ma che in effetti non ha nessun connotato che lo renda riconoscibile come maschile o femminile – mentre urla con le mani al viso.
«E proprio dal silenzio centrato da quell’urlo sorge la presenza dell’essere più prossimo, dell’essere atteso, tanto più che si trova sempre già lì, il prossimo, che non ha nessuna Erscheinung al di fuori delle agiografie dei santi. […] Il prossimo è l’imminenza intollerabile del godimento» (Lacan J., Il seminario libro XVI, Da un Altro all’altro, lezione del 12 marzo 1969, p. 221).
Il quadro di Munch l’Urlo è una tela che mette sulla scena l’unheimlich come compresenza degli opposti, la coppia che si vede in prospettiva in lontananza e il personaggio in primo piano, il grido taciuto che fa emergere il silenzio, l’indicibile, ciò che non può dirsi che rappresenta l’exsistenza del Reale, neologismo di Lacan che condensa la parola esistenza con la particella ex che designa il fuori.
Se nel Seminario X l’Angoscia, Lacan definisce il mondo il luogo in cui si accalca il reale, nel seminario inedito RSI del 1975, definisce il Reale come l’antisenso, come l’ex-sistenza dell’immondo nel mondo. (Lacan J., Il seminario libro XXII RSI, 11 marzo 1975).
Analizzando l’etimologia della parola mondo risaliamo al latino mundus e al tema mand del sanscrito che traduce ornare, mundus traduce netto, pulito, corrisponde al greco κόσμος, che si traduce con ordine, disciplina, norma, ornamento; l’immondo è il suo contrario, quello che non ha ordine, il caos.
Freud parlando dei sintomi e dell’inconscio, a suo modo parla dei tre registri che Lacan chiamerà Reale, Simbolico e Immaginario e li annoda tramite la realtà psichica del complesso di Edipo, perché l’inconscio secondo Freud si struttura intorno all’Edipo. In questo senso il mondo corrisponderebbe al principio di realtà che sostiene il discorso sociale, normativo, a cui il sintomo fa obiezione presentandosi come un reale extimo, cioè un’alterità intima a sé stessi, che non si riconosce e che risulta ostile, che turba l’omeostasi, in questo senso il coronavirus è un sintomo a livello esponenziale perché è singolare e allo stesso tempo pandemico, cioè di tutti.
Il discorso psicoanalitico che non è al servizio della normalizzazione e del discorso corrente, può produrre un’atopia2, una dimensione in cui il soggetto incontrando l’alterità del sintomo in sé stesso può separarsi dalle identificazioni dell’Io su cui si costruisce la sua storia determinata dall’alienazione al desiderio dell’Altro, per accedere così all’autentica posizione della singolarità del suo essere.
Tornando alle immagini dell’inizio della pandemia, Roland Barthes definisce la fotografia la nuova forma di allucinazione, un’immagine folle, velata di reale, vera e falsa allo stesso tempo3. In un certo senso le fotografie delle città disabitate dei primi tempi della pandemia, quelle immagini che inevitabilmente si associavano al pericolo del contagio rinviando alla morte e alla solitudine come unica conseguenza ineluttabile, senza alternative, mostravano un Reale senza alcuna mediazione, senza alcun velo, lasciando i soggetti esposti senza alcuna protezione al Reale dello sguardo, in uno stato di derelizione che ripeteva la condizione infantile di vulnerabilità, l’Hilflosigkheit del neonato.
Se lo sguardo si svela nel suo aspetto pulsionale e Reale, la voce, in alcuni casi, sospende il gioco delle immagini e sposta il soggetto verso un nuovo annodamento dei tre registri.
È già nello stadio dello specchio che emerge l’importanza dell’articolazione fra lo sguardo e la voce, perché allo scambio di sguardi si aggiunge il giubilo gioioso del bambino e la voce di chi lo sostiene che lo chiama per nome.
Durante il lockdown, nel momento più critico della pandemia, le analisi e le terapie sono continuate online, a volte solo al telefono, insegnandoci come sia necessaria l’articolazione fra sguardo e voce perché il reale del mondo, quello che Lacan definisce l’immondo del mondo, possa essere visto sotto una luce diversa, più sopportabile, come già Freud aveva intuito:
«Udii un bambino, che aveva paura del buio, gridare dalla stanza vicina: “Zia parlami, ho paura.” “Ma a che ti serve? Non mi vedi mica”; e il bambino: “Se qualcuno parla, diventa più chiaro”». (Freud S., Introduzione alla psicoanalisi, p. 559.)

Paola Malquori
Psicoanalista a Roma, membro della Scuola dei Forum del Campo Lacaniano EPFCL, Dottorato in Psicopatologia presso l’Università Jean Jaures Tolosa, Responsabile clinico del servizio esterno del Centro Clinico della Repubblica dei Ragazzi Onlus

NOTE
1 «La pulsione è ciò che avviene della domanda quando il soggetto vi svanisce. Va da sé che sparisce anche la domanda, salvo il fatto che resta la coupure, il taglio, perché questo rimane presente in ciò che distingue la pulsione dalla funzione organica da essa abitata: cioè il suo artifizio grammaticale, così manifesto nelle reversioni della sua articolazione sia con la fonte che con l’oggetto (Freud in proposito è inesauribile)». Lacan J., Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, in Scritti, V. II, Einaudi, 1974, p. 820
2 «ATOPOS (qualifica attribuita a Socrate dai suoi interlocutori), cioè inclassificabile, dotato di un’originalità sempre imprevedibile» (Barthes R., Frammenti di un discorso amoroso, p. 38).
3 «L’immagine dice la fenomenologia, è un nulla di oggetto. Ora, ciò che io ipotizzo nella Fotografia non è soltanto l’assenza dell’oggetto, ma anche, sullo stesso piano e all’unisono, che quell’oggetto è effettivamente esistito e che è stato lì dove io lo vedo. Ecco, la follia è proprio qui; infatti, sino ad oggi, nessuna raffigurazione poteva assicurarmi circa il passato della cosa, se non per mezzo di riferimenti ad altre cose; invece, con la Fotografia, la mia certezza è immediata: nessuno mi può disingannare. La Fotografia diventa allora per me un medium bizzarro, una nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo: un’allucinazione in un certo senso temperata, modesta, divisa (da una parte “non è qui”, dall’altra “però ciò è effettivamente stato”): immagine folle, velata di reale» (Barthes R, La camera chiara, Nota sulla fotografia, p. 115).

BIBLIOGRAFIA
Barthes R.(1977), Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino, 1979
(1980) La camera chiara, Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino, 2003
Freud S., (1895) Il progetto di una psicologia, in Opere, vol. 2, Bollati Boringhieri, Torino, 1989.
– (1899) L’interpretazione dei sogni, in Opere, vol.3, Bollati Boringhieri, Torino, 197
– (1915-1917) Introduzione alla psicoanalisi, in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino, 1976
(1919) Il perturbante, Opere, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino, 1977
Lacan J. (1966), Scritti I e II, Einaudi, Torino, 1974.
– Dei nostri antecedenti, in Scritti, vol. I
Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io, in Scritti V. I.
Sovversione del soggetto e dialettica dell’inconscio freudiano, in Scritti V. II
– (1962-63), Il Seminario Libro X, L’angoscia, Einaudi, Torino, 2007
– (1973) Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi 1964, Einaudi, Torino, 2003
– (1968-69), Il Seminario Libro XVI, Da un Altro all’altro, , Einaudi, Torino, 2019
Il seminario, Libro XXII RSI, inedito, versione ALI online.
Le Breton D., Éclats de voix, Éd Métaillé, Paris, 2011,
Porge E., Voix de l’écho, Éd èrés, Toulouse, 2012

 

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