14 FRANCESCA ANDRONICO, PAOLA MALAGOTTI, ANDREA OLIVIERI Il perturbante come motore dell’esperienza di viaggio per passione e per professione nella vita di un marinaio


Introduzione
L’obiettivo del presente articolo è quello di comprendere come il perturbante che è dentro ciascuno di noi ci spinga verso la ricerca di nuove esperienze. Come, dunque, quel rimosso che tenta di riaffiorare e che noi percepiamo come una sorta di turbamento, insoddisfazione per il quotidiano ci porti a cercare altro ed altrove.
A tale scopo, non si può prescindere dalla definizione del concetto di perturbante e da come a tale definizione giunse Sigmund Freud anche sulla scia degli studi fatti ai primi del ‘900 da Jentsch.
Quindi, dopo una breve analisi delle motivazioni che rendono l’individuo insoddisfatto per la vita quotidiana, si cercherà di spiegare come il perturbante possa costituire una spinta a viaggiare ed a conoscere mondi e realtà nuove.
Dopo aver analizzato la figura di Ulisse, archetipo del marinaio per antonomasia, ci si soffermerà sulla psicologia del viaggiatore e sui molteplici bisogni che inducono taluno ad intraprendere un viaggio. Per comprendere meglio motivazioni, emozioni, progetti ed obiettivi che spingono verso il viaggio, il lavoro si concluderà con un’intervista a chi ha scelto il viaggio, in particolare il viaggio per mare, come professione.

Definizione del perturbante

Il concetto di perturbante fu usato, per la prima volta, da Ernst Jentsch nel 1906. Con tale termine l’Autore voleva riferirsi a quello stato d’incertezza intellettuale, di turbamento, che suscita la vista di automi, figure di cera ed in generale immagini, in grado di destare incertezza sul fatto che si tratti o meno di esseri animati.
Un esempio di effetto perturbante di questo tipo, secondo l’Autore, è offerto dal racconto del Mago Sabbiolino del poeta E.T.A. Hoffmann, nel quale il protagonista s’innamora della bambola Olimpia, credendola, appunto, una donna in carne ed ossa, fino perdere la ragione.
Stesso turbamento, secondo Jentsch, potevano suscitare certi automatismi provocati, ad esempio, dagli attacchi epilettici o da manifestazioni di pazzia, perché, anche in questo caso, lo spettatore avrebbe potuto convincersi dell’esistenza di processi meccanici ed, in quanto tali, incontrollabili, dietro gli esseri viventi.
Per Jentsch, il perturbante è una qualità del sentire che varia d’intensità da soggetto a soggetto. Infatti, tanto più un individuo sarà in grado di orientarsi nel mondo, tanto meno percepirà tale senso di turbamento. In ragione di ciò appare, pertanto, difficoltoso tratteggiarne i contorni.
Il concetto di perturbante fu ripreso da Freud, in un saggio del 1919, che lo fece rientrare nella sfera di tutto ciò che è spaventoso, una species del genus angoscioso.
Freud mette in evidenza che la parola tedesca unheimlich (perturbante) è l’antitesi di heimlich, che significa confortevole tranquillo, familiare (la radice è la stessa di heim che significa casa e di heimisch che significa patrio, natio).
Pertanto, perturbante sarebbe ciò che non è familiare, ciò che può apparire inconsueto, incomprensibile ed, in quanto tale, recare turbamento.
Per comprendere il significato di unheimlich, Freud parte dai vari significati che la lingua tedesca attribuisce all’aggettivo heimlich.
In una prima accezione, con tale termine, si suole fare riferimento a ciò che “appartiene alla casa” “alla famiglia”, “domestico” (quest’ultimo riferito, soprattutto agli animali).
In una seconda accezione, viene, invece, utilizzato per fare riferimento a qualche cosa che «viene tenuta nascosta per non renderla nota agli altri».
Quindi il termine heimlich ha tutt’altro che un significato univoco.
L’attenzione di Freud fu, inoltre, catturata dall’affermazione fatta da Schelling, secondo cui il termine unheimlich, cioè termine utilizzato come contrario di heimlich, farebbe riferimento a tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto ed, invece, è affiorato. Orbene, se anche heimlich, come si è avuto modo di vedere, ha tra le sue accezioni il significato di “nascosto”, ne consegue che, tale aggettivo finisce per coincidere con il suo contrario.
Tuttavia, non tutto quello che è nuovo desta turbamento, perché, quindi, l’inconsueto possa essere anche perturbante è necessario che ci sia un quid pluris.
A tale scopo, Freud riprende la storia del mago Sabbiolino e della bambola Olimpia, già presa in esame da Jentsch, e sottolinea che non è tanto e solo il motivo della bambola, dotata di vita apparente, ad ingenerare l’effetto perturbante, quanto, piuttosto, la figura dello stesso mago Sabbiolino che, secondo la leggenda narrata, durante l’infanzia, al protagonista dalla governante, strappava gli occhi ai bambini. La paura del mago si era radicata in lui, anche da grande, al punto di voler stabilire che aspetto avesse. Per tale motivo lo identificò con Coppelius, una figura a lui ben nota, che sovente era ospite dei genitori ed al quale era legata la morte del padre.
Secondo Freud, dunque, si può desumere che più che l’incertezza intellettuale, alla base del perturbante, ci sia un’angoscia infantile causata dal pericolo della perdita degli occhi. La paura per gli occhi e la paura di perdere la vista è sostituita alla paura per l’evirazione. Freud riconduce, dunque, l’elemento perturbante al complesso di evirazione infantile.
Anche altri temi, secondo l’Autore, possono ingenerare turbamenti, ad esempio, quello della ripetizione involontaria di azioni ed avvenimenti simili oppure le coincidenze, alle quali possono essere legate alcune forme di scaramanzia.
In linea generale, ogni situazione rimossa alla quale sia connessa un’emozione di qualunque tipo fa si che, in seguito alla rimozione, tale situazione si trasformi in angoscia. Quindi il perturbante sarebbe l’insieme di situazioni angosciose ed avrebbero a che fare con il rimosso che ritorna.
Ciò spiegherebbe, quindi, perché l’uso linguistico del termine heimliche finirebbe per coincidere con il suo contrario unheimliche.
Il perturbante, infatti, lungi dall’essere qualche cosa di nuovo e sconosciuto, è, al contrario, qualche cosa di familiare alla vita psichica, reso estraneo da un processo di rimozione. Alla luce di tutto questo è possibile comprendere la definizione data da Schelling, secondo cui, appunto perturbante è tutto quello che avrebbe dovuto rimanere celato nell’inconscio ed, invece, è affiorato, cioè tutto ciò che dopo essere stato rimosso è “ritornato”.

Insoddisfazione per la vita normale
Ad ognuno di noi è capitato nella vita di provare insoddisfazione per quello che si possiede e per quello che ci circonda. Luoghi e situazioni, a volte, ci vanno stretti, ci sentiamo prigionieri di alte mura che prima che esteriori sono mentali. Abbiamo, sovente, la sensazione che una forza sconosciuta ci stia “tarpando le ali”, impedendoci di volare liberi verso la meta che più ci piace. Di qui, il disagio, l’origine del quale ci sfugge e con esso il bisogno e la voglia di allontanarsi da luoghi retrivi, inadeguati, non inclusivi. C’è chi racconta di una passione infantile per i mezzi di locomozione che potevano portare lontano, restituendo quella libertà di essere se stessi, al di là delle convenzioni sociali.
Altre volte, può capitare, mentre si sta compiendo qualunque azione, di essere assaliti dalla convinzione che stiamo perdendo del tempo prezioso, perché vorremmo fare altro, vorremmo essere altrove.
Ma cosa c’è alla base di questo malessere, di questo senso d’insoddisfazione?
Spesso, come detto sopra, a provocare insoddisfazione sono contesti socio culturali non adeguati ma anche i modelli educativi sbagliati che si rifanno a condizionamenti sociali che pretendono una perfezione, il più delle volte non alla nostra portata. Ci sentiamo continuamente sotto esame, sapendo che ogni errore ingenererà critiche e conseguenti sensi di colpa, innescando un irrimediabile conflitto tra quello che noi sentiamo dentro e la nostra parte razionale che ci fa sentire, appunto, insoddisfatti ed irrequieti.
Ma irrequieto, nel linguaggio comune non ha solo un’accezione negativa, cioè non si riferisce soltanto a colui che è sempre agitato, che in gergo “non trova loco”, ma anche positiva. Evoca, infatti, l’immagine di ad persona esuberante, piena d’iniziative, desiderosa di conoscere ed esplorare il mondo, di viaggiare.
Quindi all’origine c’è un desiderio di andare oltre, dove c’è qualche cosa di diverso che a noi appare migliore e più appagante.
In questo senso l’irrequietezza costituisce l’antitesi per eccellenza alla noia ed alla quiete, in cui tutto è scontato.

Perturbante come spinta a viaggiare ed a conoscere

Quindi è l’insoddisfazione a rendere irrequieti ed il senso di turbamento che da essa deriva spinge l’uomo verso la ricerca della quiete, della tranquillità. La tranquillità, pertanto, costituisce la meta del viaggio, soprattutto di quello interiore. Ma, a lungo andare, la tranquillità genera inerzia e quindi noia, quest’ultima causa insoddisfazione ed ecco, nuovamente l’irrequietezza, secondo un percorso circolare.
L’irrequietezza, propria delle anime desideranti, diventa, pertanto, la condizione imprescindibile che spinge l’individuo a viaggiare, sia dentro di sé che fuori, per esplorare e scoprire nuovi mondi da colonizzare, per popolarli di sé e per poter ottenere un riscontro alle proprie proiezioni.
La spinta a muoversi è, quindi, dettata da questo bisogno di colonizzazione, dalla ricerca spasmodica di un luogo dove fermarsi definitivamente.
Tempo e spazio diventano attributi fondamentali dell’essere, perciò ogni volta che si verifica una crisi d’identità, questa porta con sé un senso d’irrequietezza che spinge verso la ricerca di cambiamenti ed alternative.
L’irrequietezza non è, quindi, necessariamente una condizione patologica ma è, più frequentemente, un campanello d’allarme di qualche cosa che ha bisogno di essere “resettata”.
Viaggiare dà la possibilità di abbandonare la confort zone ed analizzare la vita da un angolo di visuale diverso e più obiettivo, in quanto non condizionato dalle scelte, spesso imposte, dal contesto nel quale quotidianamente ognuno vive.
Quando si pensa al viaggio, si pensa al movimento, allo spostarsi da un luogo all’altro, attraversando altri luoghi. Ma quello che motiva veramente il viaggio è il desiderio.L’insoddisfazione, come già si è avuto modo di dire, fa avvertire una mancanza ed è proprio da questa mancanza che scaturisce il desiderio che spinge a viaggiare. La spinta al viaggio può venire anche dall’esterno, da un qualche cosa che minaccia la rottura dell’equilibrio interno. Anche in quest’ultimo caso l’obiettivo è, comunque, interiore e consiste nell’allontanamento da un qui ed ora dominato da una mancanza, per andare verso un ed allora in cui tale mancanza potrà essere colmata.
Nel viaggio, è possibile individuare un primo momento che è quello della partenza, carico di aspettative, forti emozioni e caratterizzato da sentimenti ambivalenti. Da una parte la perdita della quotidianità e di tutto quello che è familiare, dall’altra la messa in discussione o, ancor più la destrutturazione del proprio assetto identificativo, con conseguenza senso di liberazione per tutto ciò che, fino a quel momento, ha condizionato l’individuo e lo ha tenuto legato. All’inizio di ogni viaggio ci si prefigura una meta, che può essere del tutto nuova, come accade nel viaggio c.d. escatologico, in cui colui che affronta il viaggio rompe radicalmente il proprio assetto identificativo, rinunciando, per sempre, al vecchio in favore del nuovo; può essere, al contrario, il ritorno al punto di partenza, così come accade nel c.d. viaggio circolare, con il quale si va alla ricerca di nuove acquisizioni, senza rinunciare al vecchio assetto identificativo, senza rinunciare a voler ritornare in quel luogo dal quale si è partiti.
Vi sono, poi, quei viaggi senza meta e senza ritorno, quelli definiti “rettilinei”, in cui il viaggiatore sa già che non acquisirà una più forte identità, anzi, caso mai, andrà incontro ad una dispersione identificativa.
La fase successiva è quella del transito, cioè lo spostamento da un luogo all’altro. Durante questo percorso sarà possibile fare le nuove acquisizioni che potranno essere utili per il nuovo assetto identificativo, anche se in itinere, si potranno incontrare ostacoli e pericoli, soprattutto man mano che ci si allontanerà dalla confort zone. Durante il transito, tutto appare fluttuante, precario.
Di qui la sensazione d’ansia per il nuovo, sconosciuto si combinerà con la nostalgia per ciò che è stato lasciato.
Perché il viaggio possa essere fruttuoso e, quindi, perché si possano fare nuove acquisizioni, sarà, tuttavia, necessario effettuare una destrutturazione identificativa, onde esperire nuove modalità di funzionamento del Sé.
Ma il momento più importante è sicuramente la meta, l’arrivo. Alla conclusione di ogni viaggio ci sarà il bilancio del viaggio stesso, per comprendere se quello che era il progetto iniziale che ha spinto ad intraprenderlo si è poi concretizzato, cioè se il nuovo assetto identificativo sarà in grado o meno di dare la tanto agognata stabilità.

Descrizione della figura di Ulisse

Un esempio tipico di viaggio circolare è quello intrapreso da Ulisse.
Il personaggio di Ulisse compare, per la prima volta, nell’Iliade. È un individuo scaltro e proprio grazie a questa dote riesce, attraverso lo stratagemma del cavallo di Troia, a decretare la vittoria dell’esercito greco su quello troiano.
Nonostante la sua astuzia, commetterà, tuttavia, un errore che risulterà fatale, cioè distruggerà la statua di Poseidone, scatenando l’ira della Dea che lo costringerà a vagare per mare, incontrando ogni sorta di pericolo e di difficoltà.
Egli, tuttavia, non si perderà d’animo ed escogiterà innumerevoli stratagemmi per fronteggiare con successo i tanti ostacoli che gli si presenteranno nel corso del suo lungo viaggio. È l’archetipo del marinaio, è abile nel governare i mari, mostra di avere capacità di problem solving e di saper gestire situazioni di stress, buone capacità relazionali e sociali, è curioso e questa sua curiosità lo spinge a conoscere popoli e culture diverse, sente di essere libero da legami anche se sa che, a casa, Penelope lo ama e lo attende.
Nell’Odissea emerge il bisogno profondo dell’uomo di conquistare, di scoprire ciò che è nuovo ed ignoto.
Ulisse esprime la concezione che avevano gli antichi del viaggio come una sofferenza necessaria per alleviare gli “affanni crucciosi” della vita quotidiana.
Il viaggio è, in realtà, un momento di prova, in cui si perdono le certezze del quotidiano ma si acquisiscono nuove certezze ed una nuova consapevolezza di sé. Non vengono introdotti elementi nuovi nella personalità del viaggiatore ma, grazie al viaggio, è possibile diventare consapevoli di qualche cosa che ci appartiene ma che non ha avuto, fino a quel momento, modo di manifestarsi.
E tanto maggiori e più dure saranno le prove, quanto più il viaggiatore acquisirà esperienza.
Il fascino dell’ignoto, però, trova il rovescio della medaglia nei pericoli che ciò che non si conosce può celare, nella continua tensione che comporta l’andare incontro a qualche cosa, il non sapere cosa ci aspetta. Questo fa nascere il desiderio di una vita tranquilla e, quindi, il bisogno di ritornare.
A volte però il ritorno può riservare amare sorprese, perché l’obiettivo del cambiamento, del riassetto che ci si era proposti, è fallito.
Quando Ulisse ritorna ad Itaca, tutto è cambiato, al punto che lui, in un primo momento non riconosce i luoghi. Sua moglie Penelope è insidiata dai Proci, i servi sono diventati infidi, suo padre è stato esiliato. Aveva sognato di ritornare ricco e potente, invece, ritorna sotto le spoglie di un mendicante senza denaro, né navi, né compagni.
La stabilità e la tranquillità che dà il ritorno è, tuttavia, effimera. L’insoddisfazione, la noia, il desiderio prenderanno, nuovamente, il sopravvento e spingeranno ad intraprendere un nuovo viaggio.
Nell’ultimo libro dell’Odissea, Omero ci propone la pace personale, relazionale e sociale che si viene a determinare dopo il ritorno di Ulisse ma già il ciclo dei Nostoi affronterà di una nuova partenza alla ricerca di un nuovo Paese nel quale, però, avrebbe trovato la morte.
Il viaggio di Ulisse, dunque, è la metafora del viaggio dell’esistenza di ognuno, ricco d’insidie, di difficoltà ma anche di scoperte, conoscenza e crescita personale.
E proprio come un marinaio che parte da un porto ed attraverso il viaggio in mare e l’attracco in altri porti arriva alla sua meta, l’individuo può scegliere se abbandonare le proprie certezze in favore di una migliore conoscenza di sé oppure rimanere fermo dove si trova, con pochi rischi ma anche senza alcuna possibilità di crescita.

Descrizione della psicologia del viaggiatore

Ciò che spinge il viaggiatore a compiere l’esperienza del viaggio è la necessità di soddisfare alcuni bisogni. Spesso il vuoto e la mancanza diventano talmente pesanti da non essere più sostenibili, ciò fa sorgere nell’individuo, la necessità di ridefinirsi, spingendolo, così, a viaggiare e, sebbene, il viaggio porterà con sé pericoli e difficoltà, il soggetto accetta il rischio perché si tratta di un rischio necessario per soddisfare i bisogni di conoscere, di essere liberi, di socializzare, di mettersi alla prova oltre che ampliare le proprie competenze, raggiungendo una nuova o diversa consapevolezza delle proprie capacità.
I viaggiatori presentano talune caratteristiche psicologiche peculiari che permettono di ricercare l’esperienza del viaggio.
Tra queste, in primo luogo, occorre ricordare la spinta all’autorealizzazione. Il viaggio infonde in chi lo intraprende euforia, voglia di fare, di andare, di scoprire. In questo modo, l’individuo diventa più forte e consapevole, “più pienamente umano”.
Attraverso il viaggio si ricercano nuovi stimoli e nuove sensazioni. I soggetti che necessitano continuamente di viaggiare hanno un’attivazione del sistema nervoso piuttosto bassa che li porta a ricercare l’eccitazione all’esterno.
Si tratta di persone cognitivamente meno rigide. Coloro che sono mentalmente chiuse, invece, evitano gli spostamenti anche piccoli, perché temono di esserne destabilizzati, temono di perdere i punti di rifermento. C’è chi, al momento della partenza, si fa prendere dal panico e chi, durante un piccolo spostamento o una piccola vacanza manifesta febbre, disturbi gastro-intestinali, emicrania etc.
Chi, al contrario, ha una mentalità aperta manifesta entusiasmo verso le nuove esperienze, curiosità verso usi e costumi e culture diverse, manifesta, inoltre, maggiore creatività.
Quindi, attraverso il viaggio, l’individuo scopre nuovi mondi, accresce il proprio bagaglio culturale ma, soprattutto, dà un contributo fondamentale alla costruzione della propria identità, affrontando nuove sfide, si mette alla prova.
Il viaggiatore vive il viaggio come massima espressione di libertà e non come il mero turista che lo vive passivamente come esperienza di mero consumo.
Il viaggiatore ha una personalità complessa, inquieta, sempre alla ricerca di nuovi e diversi stimoli, per questo la sua esperienza non si esaurisce in un solo viaggio ma dopo un periodo di relativa tranquillità, sente il bisogno di nuove avventure e di nuove mete da raggiungere.
I motivi per i quali si viaggia sono molteplici e sono legati a specifici bisogni che non trovano soddisfazione nell’ambiente in cui si vive. Cambiare ambiente consente di cambiare prospettiva e, quindi, di meglio comprendere quali siano i bisogni che non trovano soddisfazione e come soddisfarli.
Si tratta di bisogni squisitamente personali, legati a specifiche esigenze del momento. Si decide di partire per un viaggio quando si è stressati e si sente la necessità di rilassarsi e fuggire dal logorio della routine. Ma anche quando si vuole staccare la spina con situazioni familiari e lavorative difficili.
Ma si viaggia anche per incontrare persone nuove, fare nascere nuove amicizie, nuovi amori. A volte si sceglie di viaggiare in compagnia del partner o di un amico/a, allo scopo di mettere alla prova affinità e divergenze in contesti diversi da quelli quotidiani.
Soprattutto chi vive nelle grandi e caotiche città, sceglie i viaggi nel verde, a contatto con la natura per purificarsi o per esplorare e scoprire luoghi caratteristici ed incontaminati.
Si viaggia per migliorare la propria condizione di benessere psico-fisico. Si pensi, ad esempio ai soggiorni nelle stazioni termali o nelle beauty farm oppure per ampliare le proprie conoscenze, come ad esempio i viaggi nelle città d’arte ed in luoghi di rilevanza culturale. Ma si viaggia anche per soddisfare bisogni spirituali, pensiamo, ad esempio, ai tanti pellegrinaggi nei luoghi mariani, al cammino di Santiago etc.
Uno stesso individuo, nei vari momenti della propria vita, può avere questi bisogni, anche tra loro combinati e sarà la tale combinazione ad indirizzare la scelta del viaggio.
A tale proposito, lo psicanalista Enrique Crow ha costruito un metodo d’intervento finalizzato soprattutto alla cura dell’ansia e della depressione denominato Dream travel therapy, che unisce alla tecnica psicoanalitica dell’interpretazione dei sogni e delle libere associazioni, il potere miracoloso dei viaggi per favorire il percorso terapeutico. (Brunini, 2011).
L’uomo è nato nomade e molti esseri umani, quelli appunto che hanno una particolare propensione al viaggio, hanno ereditato e mantenuto questa caratteristica dai propri avi.
Una caratteristica psicologica del viaggiatore sulla quale appare opportuno soffermarsi è l’intelligenza emotiva, cioè la capacità di comprendere e gestire le emozioni. Le emozioni sono fondamentali e guidano sia inizialmente nella scelta del viaggio, facendo nascere aspettative, sia durante il viaggio quando si osservano paesaggi e si fa esperienze ma anche quando il viaggio è finito attraverso i ricordi. E, più dei luoghi, sono proprio le emozioni che formano i ricordi ed attraverso questi riemergono. Allora gli odori riportano la mente in quel determinato luogo e mentre ricordiamo, ci sembra di percepirli. Anche i colori evocano ricordi e la distesa immensa del mare riporta alla memoria luoghi lontani non percepibili alla vista ma vivi, appunto, nel ricordo.
Accanto all’intelligenza emotiva non devono essere trascurate nemmeno le abilità sociali cioè le capacità di natura comunicativa e relazionale che ci permettono d’interpretare correttamente le norme d’interazione sociale. Questi elementi si sviluppano partendo da una dimensione più ampia che è la cognizione sociale, cioè la capacità di creare rappresentazioni delle relazioni fra se stessi e gli altri e partendo da essi porre in essere comportamenti adeguati alle diverse situazioni (cfr. Adolphs, 2003).
Grazie alle abilità sociali è possibile entrare in relazione con persone diverse appartenenti a culture diverse, a volte, molto distanti da noi, utilizzando le capacità di problem solving per gestire possibili conflitti e per non farsi sopraffare dalla paura, dal senso d’impotenza o dalla disperazione nei momenti critici che possono inevitabilmente presentarsi nel corso di un viaggio.
Grazie ai viaggi, l’individuo conosce gli altri ed il mondo ma conosce soprattutto se stesso, perché ha la possibilità, attraverso l’esperienza di capire cosa sta cercando e quale è la meta del suo viaggio, non tanto e non solo esteriore ma soprattutto interiore, cioè quali sono i bisogni e le mancanze che lo rendono inquieto e che desidera colmare (Andronico F., Olivieri A., 2021).

Testimonianza di un marinaio
C’è poi chi sceglie di viaggiare per professione ed anche questa scelta risponde a precisi bisogni.
Abbiamo visto come Ulisse rappresenti il viaggiatore per eccellenza ed allo stesso tempo l’archetipo del marinaio.
La vita del marinaio è affascinante e molto impegnativa, piena di situazioni stressanti e difficoltose. Non mancano, tuttavia, situazioni grottesche, incontri divertenti e, soprattutto, nel caso di navi da crociera e turistiche, ogni volta che la nave attracca, non manca la possibilità di visitare angoli della terra sempre diversi e meravigliosi. Per questo motivo essere un marinaio può considerarsi anche un grande privilegio.
Per questo motivo a conclusione di questa trattazione vogliamo farci raccontare la vita in mare direttamente dalla voce di chi il mare lo ama e lo ha vissuto per molti anni come professione ma, prima di tutto, come passione, l’ingegnere Andrea Olivieri.
D: ‹‹Chi sei?››.
R: ‹‹Mi chiamo Andrea sono un ingegnere chimico, dopo il liceo classico mi sono iscritto ad ingegneria a Genova un po’ per sfida personale ma anche per ricerca dell’asticella un pochino più alta. Al terzo anno, avevo deciso di smettere, poi ho pensato di alternare lo studio con il lavoro come animatore nei villaggi turistici, durante il periodo estivo, si trattava di un’alternativa divertente. In inverno studiavo ed in estate lavoravo e sono riuscito a laurearmi. Dopo la laurea, grazie all’aiuto di alcuni conoscenti, mi sono riciclato animatore a bordo di navi da crociera. Mi sono dedicato per un anno interno alla navigazione, riuscendo a vedere delle parti del mondo che non ero ancora riuscito a visitare. Poi, sia per l’esperienza accumulata che per il titolo di studio, sono diventato direttore di crociera, inaspettatamente, a 26 anni. Mi sono trovato, quindi, giovanissimo a ricoprire una posizione importante, ad avere un titolo, uno stipendio ed una riconoscibilità che mi ha solleticato lo spirito. Facile, in questi casi, cadere nella trappola della vanità!››.
D: ‹‹Sei riuscito, nonostante tutto a rimanere con i piedi per terra oppure ti sei fatto travolgere dagli eventi?››.
R: ‹‹Sull’onda dell’entusiasmo, vista anche la mia giovane età, sono stato travolto dalla vanità. Dopo aver rifiutato un’offerta di lavoro, sono andato negli Stati Uniti e lì ho frequentato un master volevo vedere fino a che punto poteva arrivare la mia carriera, con i titoli che avevo e con un master americano come biglietto di presentazione. Sono ritornato a navigare dopo un anno e mezzo a New York con navi americane. Ma la tipologia di cultura a bordo delle navi americane è molto diversa da quella europea, diversi atteggiamenti che per un europeo, a meno che non sia disposto a scendere a compromessi, sono poco accettabili››.
D: ‹‹Che tipo di esperienza hai fatto?››.
R: ‹‹Il fatto di aver avuto la possibilità d viaggiare e conoscere e vedere popoli, nazioni, modi di vedere diversi ha destrutturato tutta la boria e la baldanza che avevo, portandomi ad un livello molto più umile, nel senso che, socraticamente parlando, “so di non sapere”. Quindi questa esperienza mi ha dato molto dal punto di vista personale, nel senso che mi ha insegnato l’umiltà. Il mio modo di vedere e di essere è solo un aspetto delle migliaia di modi di vedere e di essere che esistono nel mondo. Se una persona si sente superiore è perché non si è messa in gioco e non ha avuto la possibilità di confrontarsi con altre realtà. Da questo punto di vista, secondo me, il viaggio ha un valore educativo superiore a qualunque altra forma d’insegnamento, permette di scavare dentro se stessi, prima ancora che dentro gli altri. La cosa più importante che ho imparato nella mia vita è che tutto ciò che vedo che credo che immagino non sono altro che prospettive. Nel viaggio c’è una lezione di profonda umiltà. Dipende poi da come si viaggia, io ho sempre cercato di confondermi con la cultura locale, con la vera povertà, ed ho capito che ci sono molte maniere di concepire il viaggio ed anche la vita in sé. Sono stato sempre un viaggiatore e non un turista. Una delle esperienze più forti ed importanti della mia vita l’ho fatta a Buenos Aires, dove, mentre correvo mi sono ritrovato in una favela con una pistola puntata in fronte. I viaggi più importanti li ho, comunque, fatti al di fuori della nave, nel periodo in cui non ero a bordo, avevo la possibilità di fare un viaggio per conto mio, da viaggiatore solitario e sempre con la mentalità da viaggiatore, mescolandomi con la gente del luogo. Il viaggio mi ha sempre attratto come una forma di liberazione.››
D: ‹‹Quali motivazioni ti hanno spinto al viaggio?››.
R: ‹‹Prima di tutto una forma d’introspezione personale, conoscersi meglio e sapersi amare di più. È una forma di analisi attraverso l’esterno per andare dentro di te, riconoscere certe debolezze, portarle alla luce, sapersi adattare alle circostanze, paure, inadeguatezze. È una forma di scolpirsi per contrappasso ed analogia. Tutto quello che vedi ha una valenza emozionale, sia a bordo che a terra. Lo scambio è una forma di arricchimento personale che ti porta a sviluppare una sensibilità ed una comprensione per se stessi, una forma di auto compassione. Ad oggi posso dire che, nonostante mi riconosca un sacco di difetti, sono molto più dolce e comprensivo nei miei confronti. Importante anche l’aspetto ludico, conoscere nuove cose è emozionante. Il viaggio ha una valenza veramente catartica e d’introspezione. Non vado mai in vacanza per il puro gusto della vacanza ma la vacanza deve essere, comunque, finalizzata a qualcosa, deve essere una forma di crescita››.
D: ‹‹Quale contesto personale, professionale ed umano hai incontrato nei tuoi viaggi?››.
R: ‹‹La realtà della povertà nei vari posti del mondo è stata sempre molto affascinante nella sua dignità, non si comprende finché non si vede con i propri occhi la situazione di chi ha poco o nulla eppure, anche nella povertà, c’è una grande umanità, capacità di sopportare ciò che viene dato dal destino. Si apprezza veramente la semplicità delle cose e s’impara ad accontentarsi di quello che si ha ed essere grati per questo. La parte peggiore l’ho trovata, invece, sulle navi. Il pubblico delle navi è esattamente l’opposto. Un gruppo di persone benestanti, più o meno annoiate, più o meno insoddisfatte della loro situazione che trovano tutto non all’altezza delle loro aspettative. Contrasto tra la vita reale di chi si arrangia e cerca di essere sereno anche nelle circostanze più negative e chi, invece, fa di qualunque circostanza un problema ed è estremamente severo nei giudizi››.
R: ‹‹In che modo il perturbante ha influito nella tua scelta?››.
R: ‹‹Ho scelto di andare a navigare per allontanarmi dalla vita da studente, non avessi fatto quello, probabilmente avrei perso tutto quanto. Avevo bisogno di allontanarmi dal circuito della routine e trovare nuove motivazioni, la vita dello studente era diventata insopportabile. Avevo poche relazioni sociali, poche donne, mi stavo pericolosamente addentrando in una realtà poco stimolante. Viaggiare mi ha dato motivazione e, soprattutto, da un punto di vista personale, mi ha aiutato ad uscire dalla mia riservatezza ed a diventare più estroverso››.
D: ‹‹Dopo aver intrapreso l’esperienza di viaggio, hai superato la tua insoddisfazione?››.
R: ‹‹L’ho superata, sono molto più solido ma è un processo di crescita, non si arriva mai, non mi sento realizzato al cento per cento, il processo continua››.
D: ‹‹Cosa ti porti a casa delle esperienze di viaggio che hai fatto?››.
R: ‹‹Tutto quello che ci siamo detti in precedenza. Lavoro di approfondimento, conoscenza, apprezzamento e autocommiserazione, credo nel viaggio come crescita se fatto con la mentalità del viaggiatore e non del turista››.
D: ‹‹Cosa vuoi lasciare della tua esperienza a chi leggerà?››.
R: ‹‹La cosa più importante è di avere una mentalità aperta e disposta ad accettare tante altre maniere di essere, la lezione più bella che il viaggio può lasciare è una crescita, dove c’è spazio per annoverare nuove forme di essere, competenze, nuove maniere di affrontare il problema. In questo senso il mondo è una palestra in cui ognuno ha adattato alle proprie necessità le circostanze. Vorrei stimolare in particolare i giovani, in questo senso è fondamentale, anche se al giorno d’oggi il valore del viaggio è meno importante di quello del passato, perché internet ha appiattito tutto››.
D: ‹‹Grazie per la disponibilità››.
R: ‹‹Grazie a te››.

Conclusioni
Il viaggio, qualunque sia il motivo per il quale lo si intraprenda, rappresenta un momento di crescita ed arricchimento personale. Aprire gli occhi e vedere un luogo che non è quello che vediamo ogni giorno, affacciarsi alla finestra e vedere un panorama diverso, a volte anche molto diverso da quello al quale siamo solitamente abituati, uscire e vedere persone diverse da quelle che solitamente incontriamo, a volte con caratteri somatici diversi, che parlano lingue diverse, hanno una cultura diversa, costituisce un’esperienza straordinaria, fuori da quelli che sono gli schemi dell’ordinario e della quotidianità.
Ogni viaggio, arricchisce l’individuo perché accresce il suo bagaglio culturale ed esperienziale ma anche emotivo, permettendo di provare emozioni completamente nuove.
Viaggiare fuori ci permette anche di viaggiare dentro di noi e comprendere quali sono i nostri reali bisogni, cosa siamo e, soprattutto cosa vogliamo diventare. Alla fine di ogni viaggio faremo un bilancio e cercheremo di capire se, oltre ad aver raggiunto la meta prefissata da un punto di vista topografico, abbiamo raggiunto la nostra meta interiore. Ed anche qualora il bilancio fosse negativo, sarebbe, comunque, utile per ridisegnare nuove mete e nuovi viaggi.

Francesca Andronico
Psicologa Psicoterapeuta appassionata di Psicologia del Viaggio del Turismo e della MobilitàPaola Malagotti
Dottoressa in PsicologiaAndrea Olivieri
Ingegnere e Direttore di crociera

BIBLIOGRAFIA
Andronico F., Olivieri A. (2021), Esperienze di Viaggio, il Diario di un Marinaio, Alpes, Roma.
Brunini B. (2011), Travel therapy, Morellini, Milano.
Freud S. (1919), Il perturbante, in Opere, vol.9, Bollati Boringhieri, Torino, 1986.
Hoffmann E.T.A. (2019), L’uomo della sabbia ed altri racconti, Mondadori, Milano.
Jentsch E. (1906), Sulla psicologia del perturbante,
Magris C. (2005), L’infinito viaggiare, Mondadori, Milano.
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