16 RICCARDO COCCHI, DANIELA LO TENERO Mai lo stesso: clonazione-ripetizione-gioco

Quel senso di vertigine tra paura e piacere, chi ha assistito a un seminario di Iroshi Ishiguro lo ha provato. Buio in sala. Lui entra, introduce, accoglie, scioglie il ghiaccio e poi, solo quando l’altro prende la scena, scopri il doppio perturbante, movimento interno come quando una sedia viene tolta all’improvviso mentre ti stai per accomodare, non c’è spazio per le posizioni confortevoli.
L’uno di fronte all’altro: l’uomo, il ricercatore, e la sua creatura, il suo doppio, gemello identico impossibile da distinguere.
Iroshi Ishiguro, esperto di robotica, Direttore dell’Intelligent Robotics Laboratory (IRL) dell’Università di Osaka – Giappone – ha costruito il suo doppelgänger meccanico usando gomma siliconica, attuatori pneumatici, elettronica potente e capelli dal suo stesso cuoio capelluto.
Il robot, come l’originale, ha una struttura sottile, una testa grande, sopracciglia corrugate e occhi penetranti che “sembrano sul punto di emettere raggi laser”. L’androide è fissato in posizione seduta, quindi non può uscire dal laboratorio e andare a fare la spesa. Ma fa un ottimo lavoro di ciò che è destinato a fare: imitare una persona.
Ishiguro controlla questo robot a distanza, tramite il suo computer, utilizzando un microfono per catturare la sua voce e una telecamera per monitorare i suoi movimenti del viso e della testa. Quando Ishiguro parla, l’androide riproduce le sue intonazioni; quando Ishiguro inclina la testa, l’androide segue l’esempio. Anche l’Ishiguro meccanico lampeggia, si contrae e sembra respirare, sebbene alcuni comportamenti umani siano deliberatamente soppressi.
Ishiguro ha chiamato il suo doppio Geminoid HI-1 (dalla parola latina geminus, gemello).
«La mia domanda di ricerca è sapere cos’è un essere umano», racconta lo Scienziato ad Erico Guizzo (2010) – digital producer manager ISEE spectrum – «Uso robot molto simili all’uomo come banchi di prova per le mie ipotesi, ipotesi sulla natura, l’intelligenza e il comportamento umani».
Un’attualità tecnologica che arriva da categorie antropologiche presenti già da un passato remoto.
Gli automi, contrazione di automaton, αυτόματον (da αυτóς), tutto ciò che si muove da sé, recano fin dal loro etimo la suggestione dello stesso, rimandando sia ad ipse (proprio lui, esso stesso) ma anche ad idem (il medesimo, lo stesso), e dunque nella duplice accezione (attributiva e/o predicativa) sia identitaria, sia già correlata alla ripetizione, hanno da sempre fatto parte dell’immaginario umano, fin dal racconto dei miti sulla creazione e sul divino.
Nell’Antica Grecia, già il dio Efesto crea automi femminili che lo aiutino nella creazione dei suoi artefatti divini. Sua è la responsabilità della creazione di Pandora, la prima donna.
Il Titano Prometeo e l’ingegnoso Dedalo si occupano anche loro della creazione di esseri “fatti” e non “nati” che interrogano la prossimità e la discrepanza tra umano e non umano.
Giasone e gli Argonauti devono confrontarsi con la figura del gigantesco Talos, per non citare Pigmalione, passando per il deus ex machina del teatro greco, fino a Geppetto con Pinocchio ed alla creazione della creatura di Frankenstein.
Pur cogliendo da questo stralcio di intervista a Ishiguro possibili suggestioni shakespeariane, che riecheggiano nella domanda di Amleto, di Lear, di Macbeth: «What a piece of work is a man!»,«Che cos’è un uomo?» – o anche, «Com’è che l’uomo si fa umano?» (cfr. Fusini, 2020), e intriganti intersezioni edipiche che rimandano all’enigmatico quesito posto dalla Sfinge a Tebe, la domanda di ricerca che ispira questo articolo muove invece in altra direzione: dall’incontro con il doppio di Ishiguro ci porta a ritroso verso gli anni ‘70 nello scenario della uncanny valley – quella che potremmo tradurre come valle del perturbante.
Lo studioso di robotica Masahiro Mori, in un articolo apparso sulla rivista Energy nel 1970, analizza sperimentalmente come la sensazione di familiarità e di piacevolezza generata in un campione di persone da robot ed automi antropomorfi, aumenti al crescere della loro somiglianza con la figura umana, fino ad un punto in cui l’estremo realismo rappresentativo, produce però un brusco calo delle reazioni emotive positive, destando sensazioni spiacevoli come repulsione ed inquietudine, paragonabili al perturbamento. È questa l’ipotesi alla base della valle del perturbante.
Il robot di Ishiguro sembrerebbe collocarsi proprio in quell’area dove la somiglianza, divenuta sovrapposizione identica, non lascia spazio al movimento di differenziazione e schiaccia il soggetto.
Stricto sensu, la clonazione in biologia indica la creazione asessuata, naturale o artificiale, di un secondo organismo vivente o anche di una singola cellula che ha tutte le caratteristiche genetiche del primo.
Lato sensu, nella moderna genetica e nelle scienze biologiche applicate in genere, la clonazione è la tecnica di produzione di copie geneticamente identiche di organismi viventi tramite manipolazione genetica. Clonare in laboratorio un organismo, in questo caso, significa creare un nuovo essere vivente che possiede le stesse informazioni genetiche dell’organismo di partenza.
Ma cosa succede se l’organismo originato dalla clonazione non è vivente in senso stretto?
Per estensione alle scienze cibernetiche, si potrebbe riflettere su una concezione contemporanea più attuale di clonazione, intesa come la creazione, in un laboratorio di robotica di un operatore meccanico automatico in grado di replicare alcune caratteristiche che lo rendano simile a noi, o Meglio di noi (per citare una recente serie Netflix).
Al fondo della uncanny valley, si sa, le mappe recano scritto quel hic sunt leones che si legge coazione a ripetere, spesso derubricata troppo semplicisticamente unicamente nel senso della sua valenza mortifera.
Non è forse un caso che la stesura dello scritto freudiano sul perturbante corra parallelamente e si intrecci cronologicamente con lo scritto Al di là del principio di piacere.
È da qui che nasce la domanda sul gioco psicodrammatico: messa in scena della ripetizione generativa o replicazione perturbante?
Cosa permette di distinguere l’una dall’altra?
A partire dal doppio come spaesamento è possibile approdare al concetto di ripetizione come accesso alla cura?
Garella in un articolo del 2007 si addentra in maniera approfondita sulle possibili sfumature e accezioni che il concetto freudiano di coazione a ripetere assume nei diversi contesti.
«Esso è una nozione basilare della psicoanalisi, posta all’intersezione dell’asse dell’azione (ideativa e motoria, semplice come l’impulso e complessa come il comportamento, quello della ripetizione, nel senso metapsicologico, psicopatologico, del vissuto e infine del destino) e l’asse dei processi e strutture connessi o sottesi alla coazione e alla ripetizione. Nel concetto rientrano aspetti diversi: la ripetizione dell’azione, qualità principale della «coazione» o «compulsione», e l’azione della ripetizione, nucleo concettuale della coazione a ripetere freudiana; la necessità di ripetere, come consolidamento di una struttura o di un processo (struttura dell’Io, conservazione dell’identità, funzionamento del tratto di carattere, ecc.) e la ripetizione intesa come restrizione o vincolo, modalità predominante se non unica di funzionamento in situazioni di sofferenza estrema e portatrice di una qualità mortifera». (Garella 2007, p. 447).
Tali precisazioni ci appaiono ulteriormente degne di nota soprattutto in un’ottica di ricerca sullo psicodramma come setting in cui la ripetizione – nella messa in scena del racconto del paziente – potrebbe muoversi oscillando tra tutte le suddette declinazioni della coazione a ripetere, appoggiandosi alternativamente ora sull’una ora sull’altra, sfumandone spesso i contorni in maniera non univocamente definibile.
Cosa permette allora di distinguere la riproduzione cristallizzata dell’identico dal movimento riproduttivo dello stesso?
Può essere anche questa la domanda che abita l’animatore nella scelta del gioco in una seduta di psicodramma analitico?
Il rimando è all’articolo di Michel de M’Uzan Lo stesso e l’identico (2015).
«La tesi che voglio esporre – scrive de M’Uzuan – si basa su una constatazione clinica che descriverei come un felice contrasto tra lo stesso e l’identico. Contrasto solo in apparenza artificiale, poiché già il dizionario si preoccupa di distinguere tra uno dei significati di stesso, dandogli il valore di un’identità approssimativa dell’ordine dell’affinità o dell’accostamento, mentre l’identico si riferisce ad oggetti molto simili e costituirebbe lo stesso, come ha detto Robert, una sorta di superlativo del simile» (2015, p.508).
De M’Uzan distingue così «due tipi di fenomeni tra quelli che si riferiscono classicamente alla coazione a ripetere. Gli uni presiedono ad una riproduzione dello “stesso”, e rappresentano il fenomeno delle strutture in cui la categoria del passato si è elaborata sufficientemente. Gli altri, che presiedono ad una riproduzione dell’ “identico”, rappresentano il fenomeno delle strutture in cui questa elaborazione è difettosa, o difettuale» (2015, p. 508).
Se, dunque, lo «stesso» è più approssimativo, in esso possiamo ritrovare (anche etimologicamente), la suggestione della vicinanza e, quindi, del movimento, correlato forse ad una dimensione più vitale. L’«identico», viceversa, risulta più esatto, etimologicamente richiedente nel suo esigere una ripetizione meno connessa alla simbolizzazione, più primitiva, più vicina al linguaggio del sensoriale: tracce, dunque, cui è precluso un vero movimento evolutivo, che tendono a ripetersi senza evolutività.
L’Autore mette in guardia dal confondere la ripetizione dell’identico e la ripetizione dello stesso.
Muovendosi a partire dal Freud di Al di là del principio di piacere, de M’Uzan sottolinea come la ripetizione dello stesso abbia a che fare, per l’appunto, soprattutto col principio di piacere, sottolineandone dunque la natura eminentemente nevrotica, all’interno di una struttura in cui risulta possibile un accesso al simbolico, correlato alla funzione generativa del Terzo, all’Edipo.
Viceversa, la ripetizione dell’identico ha a che fare con un passato non elaborato, in cui è dunque (stato?) precluso l’accesso alla simbolizzazione, come avviene nelle esperienze traumatiche, nelle nevrosi d’angoscia e nelle nevrosi attuali.
Così, trasponendo l’intuizione di de M’Uzan al gioco psicodrammatico, possiamo distinguere un gioco che mette in scena l’identico, di per sé destinato a fallire e a riprodurre in maniera mortifera sé stesso, e un gioco che, nella ripetizione della scena, dà vita ad un movimento, «configurazione economica modificata impercettibilmente. La ripresa momentanea di una libera circolazione delle energie nei sistemi superiori, presto seguita da una connessione con delle rappresentazioni inconsce in modo da costituire una narrazione» (de M’Uzan, 2010, p. 517).
Potremmo forse ricorrere ad un’immagine mutuata dalla fisica epicurea, il clinamen: quell’impercettibile deviazione casuale (spontanea, forse?) degli atomi che, nella loro caduta nel vuoto in linea retta, apre alla possibilità – sia nel tempo che nello spazio – di una variazione all’interno della ripetizione, consentendo così di imprimere una nuova traiettoria, che permetta, nel gioco psicodrammatico, possibilità nuove di incontro ed aggregazione, pur sempre a partire dalle tracce di quell’oggetto che, altrimenti, rischierebbe una perenne ed immutabile stagnazione.
Così nello psicodramma analitico, la scelta e la messa in atto del gioco intercetta nuove scene su cui giocare il “già” vissuto, un vissuto forse “non pensato”, “non sentito”, “non giocato”.
Il gioco di una scena, ancorché piccola, non potrà non replicare un calco di quanto già accaduto, ma – allo stesso tempo – se ne potrà forse differenziare sufficientemente così da poter consentire l’esplorazione di nuove declinazioni dell’affetto, dell’oggetto, del legame.
Una coazione a ripetere, dunque, che sia però comunque barlume aurorale di un processo di legame, indipendente dal senso che veicola e insieme costituisce.
In altre parole «la coazione a ripetere è l’asse di riferimento sia della progressione evolutiva che della regressione, fra loro complementari: nella prima la ripetizione segnala l’essenziale nella novità e nella seconda indica la presenza di un già-qui nella messa in azione della serie» (Garella 2007, pag. 473).
È grazie a questo caleidoscopio di parcellizzazione e di decentramento/sovvertimento del soggetto che si può addivenire all’appoggio su una nuova posizione, che consenta, dunque, un’assimilazione differente, non più basata sull’imitazione o sull’introiezione, ma sull’incontro con un “nuovo” oggetto trovato/creato nella situazione analitica del gioco psicodrammatico, che possa essere dapprima incorporato e, successivamente, interiorizzato.
A proposito del gioco nello psicodramma analitico, ci viene forse in aiuto qualche pensiero tratto da Green (2000, 2002), che utilizza come linee di riflessione la «ripetizione», la «replicazione» e la «differenza».
La ripetizione è, di per sé, fin da subito «ripetizione della mancanza». Ciò vale forse, a maggior ragione nel gioco dello psicodramma. Il presentarsi ripetitivo, l’insistenza del segno, ci indicano il processo di una ripetizione di cui è vano cercare la fonte in una prima traccia; esso sottolinea solo che c’è una ripetizione, che c’è già stata una ripetizione, e che ce ne sarà ancora.
Questa ripetizione può avvalersi di un certo grado di condensazione, e/o rinviare in qualche modo ad un vissuto, immaginario, o traumatico.
Nel gioco del rocchetto Green vede «la costituzione di un’apparecchiatura, analogo dell’apparato psichico, che si pone al servizio della tendenza all’estinzione delle tensioni. Il soggetto allora è l’insieme degli elementi articolati nel processo costituito mediante la ripetizione. […] Sicché si può dire con Lacan: l’Uno si genera dalla ripetizione» (Garella 2007, p. 472).
Nella situazione simbolica del gioco del rocchetto, il bambino diventa uno degli elementi del gioco stesso e cede il posto di soggetto dell’attività all’insieme del gioco: perciò il gioco del rocchetto funge da modello che consente di vedere la ripetizione sotto il duplice aspetto della ripetizione del gioco e del gioco come ripetizione, come simbolizzazione di ciò che si svolge su un’altra scena.
Tornando all’incipit di questo articolo riprendiamo alcuni passaggi da un’intervista a Ishiguro in cui egli si esprime in merito al suo rapporto personale tra le ricerche di robotica e gli spunti di utilizzo nelle società contemporanee: «Questa non è la mia ricerca dell’immortalità ma piuttosto un mezzo per comprendere meglio la società» (Heaf, 2018).
Lo scienziato ha tentato di rendere i suoi androidi più umani nel comportamento e nell’estetica, cosicché l’umanità in essi possa essere portata più vicina alla superficie. «Se vogliamo costruire dei robot con cui possa essere possibile interagire, perché non fare in modo che assomiglino di più a noi?».
Tuttavia, a partire dalle parole riportate nel breve stralcio, non potremmo comunque far a meno di pensare che, in fondo, il doppio non faccia altro che ripresentificare proprio questo crinale di riflessione, estremamente delicato e scabro, vale a dire la funzione fondamentale della ripetizione, tra timore della morte e desiderio di immortalità.
Onnipotente, ma inquietante, il doppio fa riemergere carsicamente il residuo di una traccia narcisistica che necessariamente può virare verso il persecutorio, proprio perché riaccende e ripresentifica, affianco all’afflato verso l’immortalità, primitive angosce di morte.
Allo stesso tempo la ripetizione, così come il gioco psicodrammatico, ci appare anche come l’estremo tentativo di offrire, almeno in potenza, “la nuova occasione”.
«L’importanza capitale della replicazione sta nel fatto di essere la porta d’entrata della differenza, nella misura in cui la si può chiamare tale, senza tuttavia che cessi di esserle applicabile l’identità» (Garella 2007, p. 472).

Riccardo Cocchi
Psichiatra Psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico, Dottore di Ricerca (Ph. D.) in Ricerche e Metodologie Avanzate in Psicoterapia, Antropologo Culturale. Esperto nel trattamento psicoterapeutico di adulti, bambini ed adolescenti, già professore a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Candidato IPA presso la Seconda Sezione Romana della SPI. Socio Centro Apeiron-SIPsA
dr.riccardo.cocchi@libero.it

Daniela Lo Tenero
Psicologa, psicoterapeuta, psicodrammatista. Socio Centro Apeiron- SIPsA, Membro titolare SIPsA.
Ha conseguito un master universitario di II livello in psicodiagnostica per valutazione clinica e medico legale. Funzionario e docente presso la sede di Roma – Scuola di specializzazione in psicoterapia psicoanalitica COIRAG. Psicoterapeuta presso il Servizio psicologico integrato EDUCATT dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sede di Roma
danielalotenero@gmail.com

BIBLIOGRAFIA
de M’Uzan M. (2015), Lo Stesso e l’Identico. «Psiche» Fascicolo 2, Il Mulino, Bologna.
Freud S. (1914), Ricordare, ripetere, rielaborare in Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi, in Opere, Vol. 7. Bollati Boringhieri, Torino, 1977.
Freud S. (1919), Il perturbante, in Opere, vol.9, Bollati Boringhieri, Torino, 1977.
– (1920), Al di là del principio di piacere, in Opere, vol.9, Bollati Boringhieri, Torino, 1977.
Funari E. (2008), La chimera e il buon compagnoStorie e rappresentazioni del Doppio, Raffello Cortina, Milano.
Fusini N. (2016), Vivere nella Tempesta. Einaudi, Torino, citato in «La Rivista Culturale», 17 gennaio 2020.
Garella A. (2007), Coazione a ripetere, in «Rivista di psicoanalisi», 2007 L III,2 pp. 447-480.
Green A. (2000), Il tempo in frantumi, Borla, Roma, 2001.
– (2002), Spazio e Tempo. In Idee per una psicoanalisi contemporanea, Cortina, Milano 2004.
Guizzo E. (2010), Hiroshi Ishiguro: the man who made a copy of himself, «IEEE Spectrum» https://spectrum.ieee.org/hiroshi-ishiguro-the-man-who-made-a-copy-of-himself
Heaf J. (2018), The performers: Dr. Hiroshi Ishiguro. «GQ» Luglio 2018, rivista on line.
Lacan J. (1937), Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io in Contri G. B. (a cura di), Scritti Vol. II, Einaudi, Torino, 2002.
Mori, M. (1970/2012), The uncanny valley (K. F. MacDorman & N. Kageki, Trans.), IEEE Robotics & Automation Magazine, 19(2), 98–100. doi:10.1109/MRA.2012.2192811
Moroni A.A. (2019), Sul perturbante. Mimesis, Milano.

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