17 STEFANIA PICINOTTI Il perturbante e le perturbazioni nello Psicodramma analitico freudiano on Line

«Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare
è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale:
il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi,
di far scaturire colori e forme dallallineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca,
di pensare per immagini [come avviene nel sogno]».   (I. Calvino, 1985, p.94)

 

Introduzione: dal perturbante alle perturbazioni
Con l’arrivo della pandemia, con molti colleghi, che praticano lo psicodramma analitico, ci siamo chiesti come procedere nella conduzione dei nostri gruppi che sono di vario livello (terapeutici, di formazione degli psicodrammatisti, di formazione permanente). L’arresto forzato, in seguito al lock down, ci ha posto nella necessità di dover improvvisare un repentino cambio di “setting”. Questa evenienza, ci ha portato ad interrogarci se fosse possibile, considerata la peculiarità dello psicodramma analitico, utilizzare il dispositivo da remoto, soprattutto per ciò che riguardava il “gioco”, come rappresentazione di una scena che interroga il soggetto a partire dal suo discorso. Molti di noi si sono arenati, per diverse settimane, su questo dilemma: come ricreare in un “setting virtuale”, in assenza fisica dei corpi, la possibilità di rappresentazione così come l’abbiamo sempre intesa? Questa domanda ha immobilizzato sia i conduttori dei gruppi, sia i partecipanti, in una sospensione surreale più o meno lunga. Successivamente si è trovato “nel fare” uno sbocco, per cui “l’impensabile” è stato messo in atto sperimentando qualcosa che potesse vicariare quanto praticato fino ad allora, ovvero tentare una modalità che si presentava “senza senso” ai limiti dell’impossibile.
Proprio di questo si trattava, di mettere alla prova un “setting” in cui la sensorialità del corpo era alterata (l’udito e la voce) e in alcuni casi mutilata (il movimento del corpo, la gestualità, la percezione degli odori) in alcuni aspetti pulsionale fondamentali.
Ciò che ha reso possibile la tenuta, rispetto all’evento perturbante e inatteso, sia nel setting terapeutico, sia in quello di formazione sono stati i legami affettivi, l’alleanza terapeutica e il legame sociale.
Per garantire continuità al lavoro di cura e di formazione, in qualità di terapeuti e di didatti, dopo varie consultazioni tra di noi, abbiamo fatto, come si dice, “di necessità virtù”, continuando a privilegiare la sintonizzazione affettiva, la comunicazione inconscia, il riconoscimento delle resistenze ed il lavoro su transfert e controtransfert. I gruppi, “gioco-forza”, sono ripartiti avventurandosi nella modalità online, attraversando così lo “spaesamento generale”, poiché nessuno sapeva veramente come procedere e ciò che sarebbe accaduto a fronte di questo cambiamento.
Nel corso di questa inedita attività, clinica e di formazione, sono stati programmati, dalla nostra associazione, degli incontri finalizzati allo scambio di esperienze, che ci hanno consentito di formulare un metapensiero su quanto stavamo attuando. Le differenze di metodo e di stili, che caratterizzano la composizione dei soci della SIPsA, hanno generato un valore aggiunto ai contributi scambiati, dai quali abbiamo tratto linfa vitale per proseguire nella sperimentazione.
Ad oggi, è possibile fare alcune riflessioni e un primo bilancio sull’esperienza fatta, esperienza che ha forzato il paradigma utilizzato nella pratica dello psicodramma analitico freudiano aprendo a qualcosa che potremmo chiamare “l’entrata in gioco della parola”. Non si intende qui la parola come atto analitico, quanto la parola come forma sostitutiva di ciò che del corpo pulsionale è stato depotenziato nell’assetto virtuale.
In altri termini, l’irruzione del reale, nelle sue forme diverse, si è manifestato, sia a livello sociale, sia a livello della pratica dello psicodramma analitico, come elemento “perturbante” e di “perturbazione”, concetto che potremmo inquadrare, con le sue implicazioni, nella teoria freudiana e in quella lacaniana.
Nel saggio del 1919, Il Perturbante1, Freud mette in rilievo alcuni aspetti fondamentali caratterizzanti l’epistemologia psicoanalitica: il ritorno del rimosso, la castrazione e la figura del doppio.
Per Freud, che fa riferimento a Schelling, il perturbante è il ritorno alla luce di qualcosa che era sepolto, il ritorno, sotto le forme dell’estraneo, di ciò che è noto e familiare (hheimlich). Ciò che inquieta non è tanto il contenuto del rimosso quanto il ritorno dello stesso, ovvero è il “rifarsi vivo” che produce estraniamento (unheimlich) poiché si assiste al ritorno dello stesso come differente.
Il furto degli occhi operato dal mago Uomo della sabbia, secondo il racconto di E.T.A. Hoffmann (1816), a cui Freud accenna, non ha a che fare solo con l’equivalente simbolico della castrazione e con l’angoscia rispetto al carattere estraniante di automi che si presentano come esseri viventi. Ma, in modo più ampio, considerando l’intera economia psichica, richiama al rapporto del soggetto con Das Ding, la Cosa, la Chose di Lacan, questione che si ripropone costantemente nell’incontro del soggetto con il mondo esterno.
Questo incontro spaesante, nella contemporaneità degli eventi pandemici, diventa ancor più attuale poiché già da tempo viviamo in un mondo immerso sempre più nel virtuale, a partire dagli schermi utilizzati per comunicare, fino ad arrivare alle protesi inanimate inserite nei corpi viventi.
«[…] Questo rapporto spinge alla missione impossibile di ritrovare il primo piacere attraverso il rinvenimento di un’identità di percezione nel rapporto con un oggetto, cha sta per l’oggetto a, mai posseduto, sempre distante, investito assurdamente di nostalgico desiderio. Se pensiamo alla questione inquietante del doppio, essa non si limita a indicare la fragilità di un passato arcaico della specie e delle prime fasi evolutive che portano drammaticamente alla costituzione dell’individuo separato dal mondo, ma si riferisce, come ogni altro fenomeno perturbante, a un complessivo riposizionamento del soggetto, non solo rispetto al mondo, ma ogni volta anche rispetto ai suoi equilibri narcisistici e strutture interne»2.
Questa valenza di riposizionamento del soggetto, risulta interessante poiché ci mostra come il rovescio del perturbante sia da rintracciarsi in una funzione di ricostruzione, di elaborazione e rinnovamento se si riesce a preservare l’intero sistema psichico da disintegrazioni, frammentazioni, crolli.
In altri termini, l’idea di perturbante proposta da Freud rimane attuale, nel momento in cui viene considerato un vero e proprio sensore di rilevazione delle dissonanze cognitive e del “non senso” che è in noi, specialmente in un epoca in cui siamo soggetti sempre meno definiti, polimorfi e pluridimensionali assorbiti nel contatto tecnologico con altri soggetti.
Per Lacan, il fenomeno del perturbante rappresenta l’evenienza del “reale” che genera vissuti di orrore e di angoscia di fronte ai quali si interpongono formazioni di compromesso che lo rendono più sostenibile. Allo stesso tempo il perturbante è un passaggio che può restare sospeso e irrisolto per sempre proprio perché appartiene alla sfera dell’improbabile, dell’irrazionale del significante.
«Ciò che ci perturba, in fin dei conti, è l’irrompere del significante là dove non ce l’aspetteremmo, nel reale stesso. Freud dice nel saggio che l’effetto unheimlich ci rivela un modo di pensare primitivo, magico e sovrannaturale, che pensavamo di aver superato. […] E in effetti, la percezione di un fantasma è perturbante solo se non si crede nei fantasmi. […] Il perturbante ci fa dire piuttosto “Non ci credo, ma è vero”»3.
Credo che l’evenienza della pandemia che ci ha obbligato, per un certo periodo, ad incontraci solo virtualmente ci abbia messo tutti di fronte a questo dilemma.

Lo psicodramma analitico freudiano, il corpo in scena

Lo psicodramma analitico freudiano è un dispositivo che viene utilizzato in vari contesti: di cura, di formazione, di supervisione. In questi casi si pratica in gruppo ed è caratterizzato dalla possibilità di rappresentare, attraverso una scena, ciò che il soggetto porta in seduta come questione soggettiva che fa problema. Il riferimento teorico a cui si ispira è il gioco del fort-da descritto da Freud in Al di là del principio di piacere4, poiché mette in rilievo come la rappresentazione, in quanto tale, esige la rinuncia alla soddisfazione immediata. Infatti, la ripetizione, nel gioco del fort-da, è connessa alla funzione simbolica che il gioco svolge per il bambino, ossia quella di riproporre una sorta di schema o modello presente in lui, riguardo all’assenza e alla presenza dell’oggetto, sullo sfondo della perdita di un oggetto. Viene quindi rappresentato, nel gioco, il movimento dell’assenza e della presenza come metafora della possibilità di “maneggiare” la perdita. Il processo di simbolizzazione non funziona però nel caso di una frattura tra il fort” e il “da. Potremmo trovarci di fronte a due esiti diversi: sul versante del “fort”, un allontanamento dell’oggetto, una sparizione irreparabile, che prende la forma della melanconia, mentre sul versante del “da” avremmo una presenza ingombrante dell’oggetto che potrebbe prendere la forma dell’iperattività e della maniacalità.
Per tornare allo psicodramma analitico freudiano, Gaudé (1998) lo definisce così: «Usiamo dunque il dispositivo come un apparato per rappresentare, […] la nostra pratica fabbrica rappresentazioni, le fa avvenire là dove non ce n”erano […], in effetti, dando la parola ad uno e poi ad un altro partecipante, non facciamo che chiedere ad ognuno la sua propria rappresentazione, mettendo attivamente a loro disposizione i mezzi dell’apparato per rappresentare di cui assicuriamo l’uso; […] miriamo quindi alla realtà di una rappresentazione, ed essa non può che esistere nella sua messa in atto che include la parte non rappresentabile. Sono due versanti di un medesimo reale […] l’oggetto non è rappresentabile ma fiancheggia e sostiene ciò che aspira allo status di rappresentazione, gli dà consistenza e gli presta l’intermittenza del suo bagliore»5.
Lo psicodramma viene condotto da un animatore e da un osservatore che hanno entrambi funzione terapeutica o didattica e si alternano nelle due posizioni, con due stili di conduzione differenti. Questa alternanza riduce il transfert verticale, a favore della lateralizzazione che manda in pezzi i legami o gli incontri immaginari prediletti. I due conduttori del gruppo, evitano di farsi oggetto di identificazione e quindi di occupare il posto dell’ideale dell’Io.
La scena si costruisce in base alla indicazione data dall’animatore che individua e “punteggia” un aspetto significante del discorso del soggetto portato come una narrazione che interpella l’Altro. «La messa in gioco, tuttavia, riprende a rovescio il processo di rappresentazione iniziato dal posto del soggetto. Diremo che il gioco drammatico ritorna al soggetto, alla sua rappresentazione nel campo dell’Altro, a partire da ciò che lo tormenta, lo fa muovere, commuovere, soffrire, cioè a partire dalle sue poste in gioco; in breve, il gioco, e solo quello, riprende la rappresentazione a partire dalloggetto»6.
Alla proposta del gioco, il partecipante si alza ed entra nello spazio vuoto che si trova all’interno del cerchio che rimanda all’assenza dell’oggetto. Da quel momento in poi cambia il livello del racconto che appunto si traduce in rappresentazione.
Il soggetto in causa, sceglie dei personaggi ai quali viene assegnato un copione a cui debbono attenersi, scelta che è spesso inconsciamente dettata dalle identificazioni laterali. La persona viene indicata perché vi si riconosce ciò che chiamiamo “tratto unario”, ovvero un tratto distintivo, contrassegno simbolico, a sostegno dell’immaginario. Il personaggio chiamato a giocare svolge la funzione di “io ausiliario”. Tale “figura della prossimità” rende manifesti alcuni tratti dell’oggetto del partecipante in quanto «é stato simultaneamente il primo oggetto di soddisfacimento e il primo oggetto di ostilità, così come l’unica forza ausiliare. Per tale ragione è sul suo prossimo che l’uomo impara a conoscere»7.
Nello svolgimento del gioco, l’animatore interviene tagliando, con un intervento di parola, intesa come atto analitico, ciò che appartiene al registro dell’immaginario introducendo una punteggiatura, una interpretazione, un silenzio, in ogni caso un “detto” che sposta il registro sul piano simbolico. In altre parole, a fronte di un rovesciamento dato dall’irruzione del reale sulla scena, introduce elementi terziari contenuti nel taglio interpretativo che si può tarare su diversi gradi di esplicitazione (dire, semidire, allusione).
Durante la rappresentazione, l’animatore può proporre un cambio di ruolo, ovvero far prendere al soggetto il posto dell’altro, fargli sperimentare l’incontro con un Altro dentro e fuori di sé che sia differente e, allo stesso tempo, vedere se stesso da una posizione diversa. Il cambio di ruolo permette di «mostrare al soggetto la relatività tutta immaginaria del suo tratto unario»8 e di sperimentare lo scarto insito nello sperimentare l’alterità.
Particolarmente interessante questo aspetto della rappresentazione nella formazione e nella supervisione poiché consente di mettere in evidenza “il punto cieco” del terapeuta nel momento in cui non riesce a differenziarsi dal paziente e a tenere/mantenere una posizione asimmetrica.
Un’altra possibilità, durante il gioco, è quella di doppiare il soggetto in causa o i giocatori stessi: i partecipanti al gruppo possono alzarsi dal loro posto, posizionarsi alle spalle di colui che vogliono doppiare e dire qualcosa. Questo movimento amplifica le risonanze, incide, con elementi inattesi, sul personaggio doppiato, dando spessore alla sua posizione o mettendola in crisi, aprendo nuovi interrogativi. Risulta interessante che, al tempo stesso, chi doppia mette in gioco la propria questione soggettiva, perché nel doppiare si dice sempre qualcosa di sé stessi nell’illusione di dirlo all’altro.
Al termine della rappresentazione, i partecipanti tornano ai loro posti e riprende a circolare la parola che porterà poi alla costruzione di un altra scena che coinvolgerà, in prima persona, qualche altro partecipante. Il discorso di seduta circola nel gruppo attraverso le identificazioni laterali e le “interpunzioni” dell’animatore che agisce per mantenere attivo il discorso del gruppo.
«Lo psicoanalista ha dunque il compito di sostenere la disparità tra il luogo del sapere e la posizione del soggetto che ha parlato e attende che altri partecipanti manifestino anche loro questa disparità intima. La divisione tra un soggetto e un luogo del sapere, questa disparità tra soggetti, quando viene resa effettiva e attiva, rende possibile delle metafore significanti, e dunque dei discorsi»9.
La seduta si chiude sempre con la lettura dell’osservazione che restituisce i significanti circolati nel gruppo, lasciando aperti alcuni interrogativi che possano attivare il lavoro di elaborazione tra una seduta e l’altra.
Questo sintetico “excursus” nella tecnica psicodrammatica analitica è stato fatto per comprendere, per chi non conoscesse il dispositivo, come sia necessario essere fisicamente in presenza, poiché i movimenti dei corpi nello spazio connotano specifici posizionamenti psichici.
La differenza tra un gruppo di terapia e un gruppo di formazione allo psicodramma analitico o di formazione continua, sta ovviamente nell’uso diverso che si fa del dispositivo. Ciò che cambia è la qualità dell’intervento da parte dei conduttori, che assumono posizioni differenti, in funzione degli obiettivi da raggiungere: terapeutici nei gruppi clinici, didattici nei gruppi di formazione, di colleganza nei gruppi di formazione continua e supervisione.
Per i motivi sopra esposti, la valenza della corporeità, della sensorialità, del movimento nello spazio abitato dal gruppo, sono elementi di vitale importanza per la riuscita della rappresentazione con conseguente possibilità di insight per il partecipante.
In particolare, la pulsione scopica assume una rilevanza principale poiché la visione in un gruppo fisicamente in presenza oltre ad essere circolare, beneficia di uno spazio in cui esiste una profondità. Questo consente ai partecipanti una percezione a “tutto tondo” effettiva ed immaginaria, che equivale sia ad una percezione unitaria del gruppo, sia ad una rappresentazione interna del proprio corpo collocato in uno spazio tridimensionale. Inoltre, si ha la possibilità di incrociare lo sguardo dell’altro, che corrisponde alla percezione di poter vedere ed essere visti in modo diretto, con una spinta pulsionale che si muove in un circuito di andata e ritorno in cui la risposta risulta immediata, sia nell’incontro che nel taglio.
In riferimento allo spazio ricordiamo il celebre aforisma di Freud che nel 1938 dirà: «La psiche è estesa e non ne sa nulla. […] La spazialità è proiezione dell’apparato psichico»10. Potremo dire che con questa estensione della psiche e con la spazialità abbiamo a che fare continuamente nella pratica dello psicodramma analitico.
«Questo “non sapere”, questo aspetto disordinato fondamentale ne è l’essenziale. É come un gioco con qualcosa che si sottrae, e un gioco assolutamente senza progetto né piano, non con quel che può diventare nostro e identificarsi con noi, ma con qualcosa d’altro, sempre altro, sempre inaccessibile, sempre a venire»11.
È necessaria a questo punto, una nota per fare una differenza tra un dispositivo tipicamente psicoanalitico e lo psicodramma analitico freudiano, poiché in quest’ultimo: «Lo spazio non è determinato dalla regola analitica della libera associazione, ma da quella della rappresentazione, con una prevalenza, dunque, della consistenza immaginaria. Un lavoro simile è possibile, a condizione di individuarne il campo e di definirne i limiti»12. A fronte di queste riflessioni andiamo a vedere cosa si è modificato nel campo dell’esperienza, con il gruppo di psicodramma analitico online, nella rimessa in discussione dei limiti, accompagnata da un vissuto iniziale di minaccia di alterazione strutturale del rapporto del soggetto con il simbolico, minaccia contenuta grazie ad una ripresa più o meno immediata dei gruppi, nel nuovo assetto, per garantirne la continuità.

Lo psicodramma analitico freudiano: la parola in scena

1. Cambio di Setting
Il passaggio alla modalità online nella conduzione dei gruppi di psicodramma analitico, in linea generale, ci ha posto di fronte alla questione degli intensi vissuti emotivi sia dei conduttori, terapeuti e didatti, sia dei pazienti e dei partecipanti alla formazione, perché in questo nuovo assetto «tende a scomparire la distinzione tra contenuti reali e virtuali: la simulazione non si limita a amplificare uno dei nostri sensi ma investe totalmente la nostra identità, la nostra capacità riflessiva e simbolica»13.
D’altro canto, grazie all’esperienza della non perdita dei terapeuti con il passaggio al setting online si sono ridotti i vissuti di disperazione e si sono aperte nuove vie inesplorate per il ritrovamento di oggetti damore perduti e/o per lelaborazione di un lutto.
Nel definire il setting in una accezione lacaniana, partirei dalla differenza tra modello e discorso: «il primo è separato dall’esperienza, si limita a rappresentarla, il secondo costituisce il campo stesso di questa esperienza, non ne è distanziato. […] Il setting concepito in base alla nozione di discorso e come luogo di evento, spazio di un’occasione possibile […], conduce il soggetto al confronto con la propria particolarità. […] Lo psicoanalista come agente dell’imprevisto può circolare liberamente nella città e questo apre le porte alla psicoanalisi applicata»14.
Questa concezione dello psicoanalista come agente dell’imprevisto, è applicabile anche allo psicodrammatista di formazione psicoanalitica che, in occasione della pandemia, ha dovuto lavorare in un campo esperienziale in cui era necessario prendere strade inaspettate per inquadrare il discorso del soggetto.
Nello psicodramma analitico online, il setting si è rivelato quindi infinitamente complesso, e potremmo dire, continuamente transizionale, nell’accezione winnicottiana. Lo spazio della presenza virtuale non si può considerare uno spazio terzo classico, poiché la seduta online si svolge, in contemporanea, in più luoghi reali ed in più topoi ovvero spazi metaforici mentali.
Quindi, la prima questione che voglio mettere in rilievo è il superamento dei limiti spazio/temporali che ha indotto, a livello inconscio, un effetto antidepressivo e un’apertura alla speranza da un lato, all’idea onnipotente che tutto sia possibile dall’altro.
In realtà, un primo limite a questa spazialità proiettiva e marcatamente immaginaria, si è registrata nel campo visuale, ovvero la comparsa di un certo numero di quadratini, tanti quanti sono i partecipanti al gruppo, connotati dal nome scritto sotto lo schermo di ognuno, secondo scelte peculiari che hanno assunto valori diversi, che possono essere più o meno analizzati. In questa direzione, l’identificazione orizzontale, di stampo narcisistico, che appartiene al registro dell’immaginario viene infranta, fin dall’inizio della seduta, dall’irruzione del reale. Sarà poi il linguaggio, che appartiene al registro del simbolico, a fare la differenza tra altro e Altro, dimensione che si introduce principalmente, come abbiamo già detto, nello scarto tra narrazione e gioco, tra discorso del gruppo e discorso del singolo. Ed è solo in questa dimensione che può emergere qualcosa di sconosciuto al soggetto, pur rimanendo attivo il reale poiché fa resistenza, sia all’immaginario, sia al simbolico, segnando e segnalando il “limite dell’impossibilità”, nei processi terapeutici e in quelli di formazione.
Quindi, potremmo dire, che questo eccesso di concretismo a cui siamo stati esposti con la connessione virtuale ci ha reso più abili a metabolizzare, giocando con le parole, “il senso del non senso”.
Nel setting online, inoltre, si è sperimentato un senso di estraniamento (unheimlich), rispetto alla familiare (heimlich) circolarità poiché si passa ad una visione frammentata del gruppo, che appare appunto composto da tanti quadratini visibili su uno schermo piatto. Appare solo il volto di ognuno, il corpo è fuori campo, questa immagine parziale essendo ciò che resta di più visibile, ci dà un inedito accesso alla vicinanza del viso e alla sua espressività che è meno possibile recepire in un gruppo “dal vivo”.

2. Visioni: il doppio, il doppiaggio e lo spazio dell”altro
La doppia visione contemporanea nello schermo, oltreché essere spaesante, offre un ritorno dell’immagine dei soggetti, consentendo di vedere la propria immagine come in uno specchio e di “riflettere”, riadattando il proprio volto, nel recupero di una “autenticazione” di cui tutti abbiamo avuto e abbiamo bisogno. È come se fossimo immersi in continua ex-posizione alla “fase dello specchio”15. Direi che, in questa prospettiva, il concretismo ripara direttamente a tutti quegli inceppamenti avvenuti in questa fase dello sviluppo, salvo incontrare alcune resistenze importanti che segnalano però il sintomo di qualcosa che è di complicata riparazione.
Sempre su questo piano della doppia immagine e le sue perturbazioni, ancor prima di Lacan, Freud aveva approfondito il tema del sosia in seguito alla lettura del lavoro di Rank (1914): «Si indagano colà le relazioni tra il sosia e l’immagine riprodotta dallo specchio, tra il sosia e l’ombra, il genio tutelare, la credenza nell’anima e la paura della morte, ma anche si mette chiaramente in luce la sorprendente storia dell’evoluzione di questo motivo. Il sosia rappresentava infatti, in origine, un baluardo contro la scomparsa dell’Io, una “energica smentita del potere della morte” (Rank), e probabilmente il primo sosia del corpo fu l’anima “immortale”. […] Il carattere perturbante del sosia può trarre origine soltanto dal fatto che il sosia stesso è una formazione appartenente a tempi psichici remoti ormai superati, nei quali tale formazione aveva comunque un significato più amichevole. Il sosia è diventato uno spauracchio così come gli dei, dopo la caduta della loro religione, si sono trasformati in demoni»16.
Il doppio assume, quindi, un aspetto estraniante e amichevole unheimlich/heimlich allo stesso tempo e se si accoglie questa ambivalenza, si può considerare come un doppio/anima che rafforza la propria immagine, al di là degli aspetti narcisistici primari.
Questa interessante ricostruzione della figura del doppio la possiamo ricollegare, oltreché alla propria immagine, anche a quella operazione di doppiaggio che si fa nello psicodramma analitico che nell’online acquisisce ancor più rilevanza. Nel senso che, oltre a conferire spessore al personaggio doppiato, assume una più efficace funzione di taglio in quanto l’intervento è mediato dalla parola che preliminarmente lo accompagna. Questo perché, non essendoci prossimità fisica, non ci si può alzare per mettersi alle spalle del protagonista per doppiare, ma si è costretti a dire: “doppio, tal dei tali”. Questa dichiarazione, anche in mancanza di aspetti sensoriali propriocettivi, allocineciti e olfattivi, produce una risonanza emotiva importante sia a chi lo fa, sia a chi lo riceve, in quanto c’è una attivazione data dalla “chiamata” per nome.
«Il doppio è una realtà esterna al soggetto, ma che, nella sua apparenza stessa, s’oppone, per il suo carattere insolito, agli oggetti familiari, allo scenario ordinario della vita. Esso si muove su due piani contrastanti a un tempo: nel momento in cui si mostra presente, si rivela come qualcosa che non è di qui, come appartenente a un inaccessibile altrove»17.
Un altro aspetto rilevante che si è riscontrato è la visione reciproca dello “spazio dellAltro” che realizza un desiderio inconscio, spesso rivelato nei sogni dei pazienti, di vedere la casa dell’analista e/o di trovarsi in casa propria con l’analista. Questo aspetto nuovo stimola “lesplorazione del mondo esterno/interno dellAltro”, favorendo la possibilità che si verifichino nuovi insight o momenti di svolta. L’effetto di familiarità heimlich di sentirsi a proprio agio in casa propria, di mostrare, con diverse varianti, il proprio spazio, in un primo momento, fa contrasto con il vissuto di sentirsi invasi unheimlich nel luogo dell’intimità. «Terapista e paziente sono invece liberi di esplorare infinite diverse possibilità date dal nuovo medium. Di volta in volta, in base al procedere della seduta, possono fare vedere (o no) dove stanno, consentendo (o no) all’altro di esplorare con lo sguardo lo spazio in cui si trovano, di far entrare (o non entrare) il cane (o il gatto) e così via. Tutto ha comunque dei significati, proprio perché questi dettagli sono predisposti da ognuno liberamente, e quindi assumono una notevole rilevanza.  […] Il vedere ed il non far vedere non si limitano alle stanze della terapia. I nuovi media […] possono infatti anche consentire sia al paziente che al terapista di vedersi e di non farsi vedere»18.

3.Lo sguardo e il gesto
«Lo psicodramma è la sede delle identificazioni, la forza motrice della vita del gruppo è l’identificazione, […] essa dinamizza e organizza il gruppo poiché ognuno è esposto allo sguardo dell’altro»19. Nel caso dell’online si sperimenta una “sovraesposizione” dello sguardo che tende a riflettere sulla propria immagine e sull’insieme delle immagini piuttosto che incrociarsi con quello degli altri. Bisogna “chiamarsi” per essere sicuri di essere in contatto visivo. Ma allo stesso tempo, questo aspetto favorisce il processo per cui «[…] All’incrociarsi degli sguardi dei partecipanti sono presenti terzi. C’è lo sguardo dei terapeuti che rifrange gli sguardi nel loro punto d’incontro in modo da sventare l’incontro. Lo sguardo dei terapeuti, infatti, non è lo sguardo materno che nello stadio dello specchio autentica l’immagine del bambino e la costruisce con amore. Esso guarda altrove e non si lascia fermare da nessuno schermo. Né rinvia alcuna immagine»20.
Infatti, nella conduzione dello psicodramma analitico online, si ribalta la questione, perché a volte chi anima il gruppo deve invece sollecitare verbalmente i partecipanti e questo incide sulla direzionalità dello sguardo, “pro-vocando”, allo stesso tempo, spostandosi dal concretismo, la possibilità di affacciarsi sul bordo di uno sguardo rivolto all’interno. Ad esempio, nella costruzione della scena da rappresentare, si è trovato “l’escamotage” di far spegnere le videocamere ai non partecipanti alla scena proprio per ricreare una situazione di scambio di sguardi limitata ai personaggi direttamente coinvolti sostenuti dall’animatore.
Nello psicodramma analitico, per ciò che riguarda l’uso del corpo, normalmente non ci si tocca, poiché c’è un divieto del contatto fisico, si fa “come se”, quindi potrebbe sembrare che non cambi nulla nello svolgimento online. Invece, anche se non ci si tocca permane, come già detto, il contatto visivo «lo sguardo in presenza “palpa” come dice il grande filosofo francese Merleau-Ponty, c’è un palpare con lo sguardo, questo palpare è molto ridotto dal fatto che dobbiamo tenere presente agli occhi solamente il viso, in un modo più o meno fisso tramite la videocamera»21. Infatti, abbiamo già considerato come, a livello di pulsione scopica, ci sia stata un alterazione importante che comunque produce degli interessanti effetti diversi.
Nella proposta di gioco, l’animatore parte sempre dall’assunto che «Non si tratta di mettere in scena un evento per dare l’illusione della realtà […] il gioco drammatico ha per oggetto il punto di vista di cui il partecipante è portatore, da cui deriva la sua dimensione di messa in finzione della realtà, e mira ad una metaforizzazione dell’avvenimento vissuto attraverso il ritorno di una prospettiva obliqua»22.
Nella condizione online, per fare un passaggio al simbolico è necessaria un’articolazione accurata della scena che deve essere accompagnata da molte più parole da parte dell’animatore, che forse tolgono un po’ di improvvisazione e sorpresa agli spostamenti che i partecipanti farebbero dal vivo. Nel gioco psicodrammatico analitico, inoltre, il gesto si accompagna alla parola, rivelando i risvolti di vuoto, di pausa, di scansione, di contraddizione. L’animatore, cogliendo nel dettaglio questi aspetti, può rivelare al soggetto il discorso inconscio che sta dietro al discorso cosciente.
È in questo passaggio che si sente molto la differenza nell’online poiché il gesto è spesso occultato da una visione parziale del corpo. Insomma, potremo dire che il dispositivo risulta mutilato, come accennato nell’introduzione, oltreché nella dimensione sensoriale, anche nell’espressione gestuale. Allo stesso tempo, si è ri-scoperto progressivamente, familiarizzando con il nuovo dispositivo, che il soggetto non è solo il suo corpo, ma che è il suo discorso a dargliene uno. Il movimento del reale pulsionale, in parte assimilabile alla parola e all’immagine, torna così al soggetto sotto forma di discorso nel legame sociale, che si crea all’interno del gruppo, in cui il soggetto si costituisce come desiderante.
Includerei nella questione del gesto, un altro degli aspetti peculiari dello psicodramma analitico, il cambio di ruolo, che ha per il soggetto la valenza di sperimentarsi nel posto dell’Altro, come già descritto nella prima parte. Si capisce bene come sia più complicato, nella condizione virtuale, non potendosi spostare fisicamente, riprodurre questo movimento. Si è introdotta la variante di chiedere, contestualmente all’inversione dei ruoli, oltreché di immaginare di stare nel posto dell’altro, di vicariare l’effettivo spostamento del corpo con un piccolo movimento di modifica della posizione all’interno della propria stanza, per poi parlare da quel posto. Il risultato, in questo caso, non si è dimostrato sempre efficace, soprattutto nei casi in cui per il soggetto c’è una difficoltà a mobilitare l’immaginario si rischia un po’ di ricalcare lo stile “fiction”, più che mettere in atto il “come se”.

4. Il corpo, il silenzio e la parola
Come sappiamo, il corpo agisce tramite la psiche e tramite la parola in quanto tra queste parti c’è un rapporto dialettico.  La parola, dicevano certi filosofi, ancor prima di Freud e di Lacan, è l’omicidio della Cosa. Sappiamo quindi che un simbolo come la parola può avere tanto di effettività e lo abbiamo sperimentato proprio in questo frangente imprevisto dove il reale ha spadroneggiato nei territori del legame sociale.
Riprendendo quanto accennato, il corpo esibito nel quadratino di uno schermo, nell’intimità del proprio spazio domestico, reso visibile agli altri, ci ha richiamato a quell’intimità della casa (heimlich), dove ognuno si può mettere a nudo, e allo stesso tempo ad una esposizione perturbante che richiama ad un ritorno, vissuto come minaccioso (unheimlich) di questa nudità psichica.
«I corpi (e le anime) sono delle forze. In quanto tali non si definiscono solo attraverso i loro incontri e loro scontri casuali (stato di crisi). Si definiscono attraverso i rapporti tra un’infinità di parti che compongono ogni corpo, e che lo caratterizzano come una “moltitudine”»23.
Per tornare a Freud e all’estensione materiale della psiche, possiamo dire che l’Io è un io-corpo: perché ci sia psiche ci vuole un corpo, ma anche che la psiche con la sua esistenza produce qualcosa del corpo, anche quando è distante. Inoltre, se pensiamo al gruppo come corpo sociale, la dimensione dell’online ci ha messo di fronte ad una composizione/rappresentazione completamente diversa che ci ha aperto al pensiero della “molteplicità”.
A questo proposito riprendo due significativi stralci di osservazioni fatte in diversi gruppi terapeutici di psicodramma analitico online, nel marzo 2020, proprio quando è iniziato ciò che è stato chiamato “distanziamento sociale”.
O.: «La condivisione esiste nel dentro, ma il fuori si muove a ricordare che in ogni casa il movimento continua … a chiamare le origini…».
S.: «Anche i corpi cambiano e, a differenza dei movimenti limitati del normale setting di gruppo, qui i corpi si muovono continuamente».
Si evidenzia così che l’aspetto più evidente del cambiamento ha a che fare con il movimento generale del corpo, che, pur avendo subito un drastico ridimensionamento, continua ad esprimere molto di più di quanto non diciamo a parole: il senso del movimento del corpo, con la sua gestualità, riguarda molto il pensiero e il modo di parlare di ognuno. La peculiarità di questo aspetto è il “nocciolo” dello psicodramma analitico freudiano che utilizza la rappresentazione per mettere in scena, con il corpo, la questione soggettiva.
Anche l’ascolto è stato modificato da un cambiamento di percezione udiva, poiché normalmente il suono è modulato dall’architettura della stanza, dall’orientamento della voce a seconda di come si sposta la testa di chi parla e di chi ascolta. Il ritorno sub-liminale è immediato e veloce in presenza fisica.  Nell’online sperimentiamo che il suono è artificiale perché dipende completamente dall’elettronica e dalla qualità del microfono. L’orientamento della voce è unidirezionale e il ritorno sub-liminale non è presente, è molto più lento. In questa disposizione, il silenzio è divenuto più difficile da interpretare. Spesso, a fronte di un lungo silenzio, si è sperimentata la perturbante angoscia della perdita, infatti si dice: «é caduto il collegamento, non funziona la connessione!».
Questi incidenti, che comprendono anche la distorsione dell’immagine, man mano che si procedeva, utilizzando questo strumento mediale che è l’online, sono stati vissuti come più familiari e i loro effetti sono divenuti oggetto di analisi. Ad esempio, il silenzio, a prescindere dalla sua durata, è tornato ad acquisire la sua funzione interstiziale tra una parola e l’altra, proprio perché si è familiarizzato con la nuova dimensione.
Per ciò che riguarda l’olfatto, ci siamo trovati ad affrontare una situazione ancora più radicale, poiché l’odorato è un senso più primitivo, in senso carnale come tatto e gusto, con effetti potenti di attrazione e repulsione a livello affettivo, tanto che la memoria olfattiva è quella che rimane più impressa e che dura più a lungo nella vita.
Inoltre, con il distanziamento fisico, nel gruppo di psicodramma online «viene cancellato anche un certo pericolo immediato presente nella seduta in vivo, […] pericolo che sollecita il conflitto, sia della trasgressione erotica, oppure dell’omicidio “virtuale”, che, anche nella seduta in presenza deve esistere, per poter parlarne, per poter influire anche in modo totalmente inconscio sullo svolgimento del rapporto e del transfert con i nostri pazienti»24.
Questa cancellazione ci ha dato veramente come risultato una seduta meno conflittuale, quindi meno drammatica, allora meno effettiva? Questa è una domanda che rimane aperta poiché sarà necessario fare una riflessione più approfondita basandosi sul materiale relativo alle sedute, sia di quelle di tipo clinico, sia di quelle di formazione.
Ad una prima disamina di alcuni dati grezzi, possiamo inferire che, nel condurre gruppi di psicodramma analitico freudiano, la nostra capacità di fantasticare e immaginare ci è venuta in aiuto, proprio nella costruzione del gioco, nello svolgimento della rappresentazione, momento dove questi aspetti sono stati depotenziati da un eccesso di virtuale. In alcuni casi, quindi, nonostante tutto, è stato possibile ricreare e riattualizzare una certa “eroticità” da un lato e un certa “micidialità” fantasmatica dall’altro.
A questo proposito, mi torna alla mente l’importante saggio di Winnicott su “l’uso di un oggetto”, che mette in rilievo il processo di costruzione di una capacità alla base dello sviluppo dell’individuo che caratterizza il passaggio dal pensiero magico al principio di realtà e al riconoscimento della esternità e della diversità dell’Altro.
«L’oggetto, per poter essere usato, deve necessariamente essere reale, nel senso di far parte della realtà condivisa e non essere un fascio di proiezioni. Secondo me questo fa l’enorme differenza che esiste tra il mettersi in relazione e l’usare. […] Il mettersi in relazione può essere descritto nei termini del soggetto individuale e l’uso non può essere descritto se non in termini di accettazione dell’esistenza indipendente dell’oggetto, cioè della sua proprietà di essere presente in ogni momento. […] Questo passaggio (dalla relazione all’uso) significa che il soggetto distrugge l’oggetto. […] Il soggetto sta creando l’oggetto nel senso di trovare l’esternità vera e propria, e si deve aggiungere che questa esperienza dipende dal fatto che l’oggetto sia capace di sopravvivere. […] L’idea di una fase di sviluppo che includa la sopravvivenza dell’oggetto riguarda in pieno la teoria delle origini dell’aggressività. […] L”oggetto è sempre distrutto in fantasia. Questa qualità dell’“essere sempre distrutto” permette di sentire l’effettiva realtà dell’oggetto che sopravvive, rafforza il tono del sentire e contribuisce alla costanza dell’oggetto»25.
Credo che la sfida alla quale l’online ci ha sottoposto sia stata un’occasione per dare valore aggiunto da questo punto di vista: ci ha permesso di fare i conti con una dimensione di “uso di un oggetto” piuttosto che di relazione con un oggetto.
A questo proposito, per raccontare l’esperienza dello psicodramma analitico, condotto online, mi viene in mente la metafora della navigazione, come nell’epico viaggio del Kon-Tiki (una zattera che prese l’antico nome Inca del dio della pioggia), partita dal Sud America per raggiungere le isole della Polinesia attraversando l’oceano Pacifico. L’equipaggio norvegese fece un viaggio simile a quello che avevano fatto i primi scopritori precolombiani partiti dal Perù affrontando la navigazione con degli strumenti moderni, che servivano a dare le coordinate della posizione, ma non aiutavano a trovare la corrente giusta che si ipotizzava avesse dato, in passato, la spinta per navigare. Ciò che aveva ispirato il viaggio era dimostrare che i primi uomini a raggiungere l’isola fossero dei navigatori esperti che avevano navigato senza strumenti sfruttando solo le correnti marine. Il successo della spedizione è stato determinato dalla perseveranza e dall’incrollabile fede nel sogno di riuscire, nonostante l’ambiente risultasse ostile e addirittura rendesse impossibile il raggiungimento della mèta.
Credo che, allo stesso modo, questa grande difficoltà storico-sociale che ci ha messo in posizione di provetti psicodrammatisti online ci abbia consentito di attivare risorse, inventare nuove composizioni, nuove figurazioni, nuove rappresentazioni. Abbiamo potuto sognare nuovi assetti, quindi ricostruire in un modo virtuale, tutto ciò che ci é servito per dare continuità al nostro lavoro di cura con i gruppi.

Inconclusioni: vissuti e sogni

Quanto detto fin qui non vuole essere esaustivo di un argomento che propone, in questo lavoro preliminare, solo spunti di riflessione. Per tornare al tema del perturbante, mi sento di dire che il ritorno in presenza fisica, dopo un lungo periodo di gruppi virtuali, ha provocato lo stesso effetto di spaesamento iniziale.
In sintesi, credo che il bilancio di questa sperimentazione dell’online sia stato positivo, poiché la ricaduta sullo psicodramma analitico, riguardo alla creazione di nuovi ambienti (nuovi-ma-antichi contenitori “setting” heimlich/unheimlich), abbia potuto migliorarne l’efficacia sia nella clinica, sia nella formazione.
Interessante sarà continuare la ricerca sull’uso che si fa della parola nello psicodramma analitico freudiano e quali saranno le frontiere future da attraversare.
Per concludere, vorrei porre all’attenzione due frammenti di sogni portati dai pazienti di differenti gruppi clinici nella fase di passaggio al setting online. Questi stralci vogliono descrivere come ha risuonato il processo di cambiamento nei singoli, nella loro percezione del gruppo e nella posizione assunta.
D. racconta un sogno che presenta dicendo che è stato un incubo. É un sogno lungo di cui ricorda solo “un flash finale”. È ambientato “in corsia” di un ospedale, sono presenti due uomini, uno è più forte, uno è più debole. L’uomo più magro si trova all’interno di una stanza vetrata, ha delle flebo attaccate, queste flebo però non hanno supporti. Nella corsia non c’erano né pazienti, né personale.
È evidente l’allusione all’assenza di struttura in un condensato che si riferisce ad una “flebile” possibilità di sopravvivenza sia dei pazienti che dei curanti. L’assenza diventa pervasiva, la presenza dei due uomini allude ad una duale contrapposizione, la stanza con la vetrata fa riferimento al video e si percepisce una forte angoscia di morte.
T. racconta il sogno in cui era in giro con un gruppo di persone che si sposta dalla terra ferma all’acqua. Dice che sono su una zattera e che lei si posiziona sul bordo. C’è un gruppo di persone su un’altra parte della zattera. In lontananza vede dei delfini che si avvicinano verso la terraferma, questi animali si trasformano in capre.
In questo caso, sembra che il viaggio in acqua del gruppo abbia a che fare con una situazione di transito, due gruppi sulla stessa zattera, il riferimento è ad una “bordatura” del soggetto. La visione è una scena di trasformazione evolutiva, da animale acquatico ad animale terrestre. È come se rappresentassero i vissuti dei partecipanti al gruppo, tanto che le associazioni sui due animali del sogno mettono in evidenza l’indole che li caratterizza: da animale giocoso ad animale da arrampicata.
I due frammenti, riportandoci agli inizi della pandemia, ci danno la dimensione sia del tempo storico che è trascorso da allora, sia della dimensione “senza tempo”, tipica delle formazioni dell’inconscio.
Possiamo vedere in questi esempi come «[…] il perturbante possa essere osservato come un fenomeno psichico che descrive il tentativo della mente di costruire una “teoria” narrativamente coerente e in grado di contenere l’angoscia che si trova a sperimentare nel corso del suo sviluppo. […] L’angoscia mossa e attivata dall’oggetto perturbante è tuttavia intrecciata ad una forma estetica, o per meglio dire, la forma estetica dell’opera perturbante [il sogno] fornisce all’angoscia un binario narrativo su cui muoversi per trovare vie e “scambi” […] trasformativi»26.
Di queste nuove forme di scambio, ci siamo potuti nutrire a lungo come conduttori di gruppi di psicodramma analitico freudiano, potendo lavorare ad un sorta di de-costruzione narrativa e de-concretizzazione dei processi comunicativi provenienti dalla realtà esterna, potendo riportare i soggetti all’assunzione di uno statuto di realtà inconscia. Le perturbazioni attraversate nel virtuale, hanno lasciato un resto, una traccia sulla quale continuare a sviluppare il pensiero.
In altri termini, finora sento di aver lavorato tenendo «bene a mente il “memo” affidato da Italo Calvino (1985) al nostro millennium prima di lasciare la scena del mondo terreno: ricercare una coerenza (il sesto ed ultimo testo, mai scritto) all’insegna della leggerezza, rapidità, esattezza, immaginazione e molteplicità che le nuove tecnologie rendono possibili […]»27.

Stefania Picinotti
Psicoanalista, Psicodrammatista, Vicepresidente e Didatta SIPsA, Docente COIRAG, Rappresentante SIPsA nel CAOA (Consultative Assembly of Organizational Affiliates) in IAGP.

NOTE
1 Freud S. (1919), pp. 81-118.
2 Pascarelli P. (2019).
3 Benvenuto S. (2019).
4 Freud S. (1920), p. 192-246.
5 Gaudè S. (1998), pp. 77-79.
6 ibidem, p. 93.
7 Freud S. (1895), p. 235.
8 Lemoine G. e P. (1988), p. 31.
9 Gaudè S. (1998), p. 94.
10 Freud S. (1938), p. 566.
11 Levinas E. (2005), p. 52.
12 Gaudè S. (1998), p. 8.
13 Caronia A. (1996), p. 6.
14 Focchi M. (2004).
15 Lacan J. (1937), p. 87-94.
16 Freud S. (1919), pp. 96-97.
17 Vernant J.P. (2010), pp. 85-86.
18 Nesci D.A. et al. (2018).
19 Lemoine G. e P. (1972), pp. 55-58.
20 ibidem, p. 56.
21 Scarfone D. (2021b).
22 Gaudé S. (1998), p. 20.
23 Deleuze G. (2003), p. 152.
24 Scarfone D. (2021b).
25 Winnicott D. (1969), 50: pp. 711-716.
26 Moroni A.A. (2019), p. 103.
27 Nesci D.A. et al. (2018).

BIBLIOGRAFIA
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