2 PAOLO ROMAGNOLI Ho visto la sua fragilità

«Nel tempo dell’orizzonte corto, l’allarme è sempre inserito.
Non si può staccare mai, mai pensare di abbandonarsi
a un momento di spensieratezza.
A volte basta un niente, e dentro si scatena l’inferno».
Maria Luisa Algini, Il tempo dell’orizzonte corto

Trattare l’attualità significa necessariamente trattare del Perturbante.
È evidente come la situazione che tutti stiamo vivendo rappresenti perfettamente il Reale senza Legge che sottostà a quel sommovimento interno che si traduce nell’effetto del perturbante e che richiama all’angoscia, come molti autori da Heidegger a Lacan hanno proposto. Non intendo soffermarmi sull’analisi dello scritto freudiano, poiché sull’argomento si è scritto di tutto e di più ma prendo lo spunto proprio da questo testo, che resta sempre sullo sfondo, per affrontare la questione da un altro punto di vista, forse un po’ inconsueto e probabilmente non sempre piacevole per tutti noi.
Da marzo 2020, momento in cui è stato dichiarato lo stato di emergenza per la pandemia di Sars-Covid-2, ci interroghiamo su quanto stia avvenendo nel mondo, nella nostra società e nell’individuo. Tutto questo è terribilmente spaesante, sconvolgente ed inaspettato. Quando da professionisti analizziamo i fenomeni del nostro tempo lo facciamo trattandoli come oggetti da studiare, comprendere e analizzare. È frequente la percezione che affrontiamo questo come se tutto ciò fosse da noi controllabile, come se non ne fossimo toccati direttamente ma potessimo sempre mantenere un atteggiamento di distanza, analitico, di non coinvolgimento, di studio appunto, un po’ per poter essere in condizione di aiutare i pazienti che si rivolgono a noi ma forse anche per una nostra protezione.
In realtà Sars-Covid-2 ci dice che anche noi siamo dentro questa tempesta. Ci siamo perché sovente abbiamo delle persone vicine che si ammalano, affetti stretti così come pazienti, abbiamo dei lutti, e talvolta ci ammaliamo anche noi. Cosa succede allora quando tutto ciò ci tocca direttamente e senza filtri? Cosa ne è del perturbante? Cosa irrompe di questo irriducibile reale nella relazione analitica e nel setting? Partendo dall’esperienza diretta e personale questo scritto vuole essere allora una riflessione su ciò che accade quando noi stessi siamo toccati da questo inaspettato, termine efficacemente usato più e più volte da una cara collega per sintetizzare l’attualità.
In poche parole questo è uno scritto sulla malattia dell’analista. Uno scritto che mi rendo conto alla fine non darà molte risposte ma si limita a portare questioni, riflessioni, dubbi su un argomento non proprio facile da affrontare, spesso tenuto a distanza. Perché «ci perturba qualcosa di pazzesco che può capitare a chiunque di noi, pur senza essere pazzi, cioè psicotici. Proprio come certe allucinazioni, déjà-vu, senso di irrealtà, ecc. il perturbante è una forma di pazzia transitoria» (Benvenuto, 2019). E affrontare, attraversare tutto questo non è per niente facile.
Scrive Freud: «La parola tedesca unheimlich [perturbante] è evidentemente l’antitesi di heimlich [confortevole, tranquillo, da Heim, casa], heimisch [patrio, nativo], e quindi familiare, abituale, ed è ovvio dedurre che se qualcosa suscita spavento è proprio perché non è noto e familiare. Naturalmente, però, non tutto ciò che è nuovo e inconsueto è spaventoso, la relazione non è reversibile; si può dire soltanto che ciò che è nuovo diventa facilmente spaventoso e perturbante; alcune cose nuove sono spaventose, ma certo non tutte. Bisogna aggiungere qualcosa al nuovo e all’inconsueto perché diventi perturbante.» (Freud, 1919, p.171). Il qualcosa in più è proprio quel reale non rappresentabile, non simbolizzabile, che irrompe senza ostacoli: «Il virus colonizza le cellule dell’organismo che lo ospita, presenziandosi come una ‘extimitè’, una carogna esterna nel cuore più profondo dell’individuo.» (Sasso, 2020). Nonostante si tenti in tutti i modi di operare un passaggio dal reale alla realtà «in uno sforzo che lo renda sostenibile» (Turolla, 2020) perché «il reale è l’impossibile» (Lacan, Seminario XI, p. 171), di fatto si va nella direzione opposta. È quanto suggerisce J.A. Miller nell’introduzione al Seminario X di Lacan: «[…] è certo che quello che egli chiama angoscia è ciò che connota il passaggio dalla realtà al reale, l’attraversamento della realtà nel senso del reale, e che l’angoscia è correlativa a un venir meno del significante» (Miller, 2006, pag.28). Aggiungerei poi una riflessione di Sergio Benvenuto: l’effetto unheimlich, ossia il ritorno perturbante, poi sembra rivelare specificamente un modo di pensare primitivo, magico e sovrannaturale che si pensava aver superato (Benvenuto, 2019). Se assumiamo che il nostro modo di pensare è spesso caratterizzato da una grande fiducia nella scienza e quindi sostanzialmente positivista ecco allora che l’irruzione di questo elemento di profonda estraneità sconvolge nel profondo ed attiva posizioni di credenza in un soprannaturale poco rassicurante e molto diabolico, soprattutto perché apre ad una mancanza profonda che appare incolmabile. Di questi tempi: mancanza di conoscenza e di scienza, di armi con cui difendersi, di cure e all’inizio della pandemia anche di vaccino; in buona sostanza mancanza di speranza. Un buco profondo che richiama l’orrore dell’umanità, e che ha a che fare con l’indicibile della morte1, in una zona oscura dove a volte fatica ad inserirsi anche il (sovente necessario, come nei pazienti oncologici) meccanismo della negazione2.

 

Una particolare declinazione del perturbante: la malattia dell’analista
Dall’inizio della Pandemia ci siamo interrogati su come quello che stava accadendo colpisse i nostri pazienti e la società. Come tutto questo arrivasse addosso a noi professionisti, vulnerabili e fragili esattamente come i nostri pazienti, mi sembra sia stato affrontato poco. L’argomento sembra essere quasi un tabù, proprio come quello ancor più inquietante della malattia o, peggio, della morte dell’analista. Molti colleghi sono soliti affermare che sia meglio non esporsi, non raccontare le proprie malattie o fragilità, quasi come se rappresentassero un elemento che ostacola l’idea stessa della cura e della posizione curante dell’analista che, malato, sembra perdere la sua capacità di curare, di ascoltare, di accogliere il paziente. «Sembra, infatti, che chi riveste il ruolo di curare gli altri – medico o psicoanalista che sia – ritenga di acquisire una sorta di visto per soggiornare nella sofferenza altrui, rimanendo sempre e comunque immune dal morbo. Una sorta di Puer aeternus, immutabile nella sua perfezione, preservato dalle ingiurie della vita e dal danneggiamento del tempo» (Corsa, 2009).
Meglio il silenzio quindi? Mi sembra sia un argomento invece da affrontare, con la maggiore serenità possibile, perché è un’eventualità sempre possibile anche se noi stessi cerchiamo di non tenerla in considerazione; del resto la negazione sembra funzionare per tutti, analisti compresi…
A questo proposito noto che comincia ad esistere una certa letteratura sull’argomento, se si va oltre le considerazioni freudiane che si trovano diluite un po’ in tutta l’opera o nell’interessante carteggio epistolare con Lou Andreas Salomé, quando il Maestro racconta della propria malattia, il cancro alla mascella, così profondamente invalidante ed anche così terribilmente evidente.
Già da allora si poneva in nuce quella questione che oggi verrebbe definita della self-revelation o della self-disclosure. Cito tra tutti il lavoro che sta portando avanti Rita Corsa, che affronta in libri ed articoli il tema della malattia dell’analista, nonché della morte.
Esistono poi anche molti articoli, facilmente reperibili in rete, che proprio a partire da esperienze personali iniziano a porre l’accento su questa delicata questione. Tra tutti quello di Roberto Goisis che dalle pagine di un noto quotidiano racconta con grande umanità e generosità la sua malattia e il suo ricovero in un reparto Covid3. Lo stimolo ad affrontare questo argomento sembra provenire quasi sempre dal coinvolgimento personale in una situazione che altrimenti si sarebbe tenuta molto volentieri a distanza. Anche io non faccio eccezione, perché l’idea della necessità di affrontare questo argomento mi viene in massima parte dal fatto di aver vissuto recentemente in prima persona la malattia di Covid-19. Fino a quando mi sono ammalato lo scorso marzo, avevo gestito la crisi pandemica con quel certo distacco – forse anche un po’ difensivo – che ha caratterizzato molti di noi, anche nella condivisione quotidiana delle routine stravolte e modificate sostituite da altre, intrinsecamente paranoiche per il timore implicito dell’invisibile contagio, del morbo portato da chissà quale invisibile vettore: mascherine (tante, di ogni tipo), lavaggi ossessivi di mani, distanze, sguardi in tralice rivolti all’estraneo che oltrepassava la linea sicura dei due metri che avrebbero garantito la protezione, l’isolamento nel nido protetto della nostra abitazione, resa sterile dal profluvio di Amuchina e di alcool. Chiusi nel nostro bozzolo sicuro, ci siamo confrontati tra colleghi su come proseguire la nostra attività garantendo adeguato sostegno e continuità ai nostri pazienti. La tecnologia ha indubbiamente aiutato: e via con Skype, Zoom, Teams, Whatsapp video… fantastico! Si poteva continuare a lavorare al sicuro, noi e i pazienti, ognuno a casa sua… oppure in giardino, in macchina, nei luoghi più impensati, dovunque si potesse recuperare un po’ di quella intimità necessaria a ricreare e garantire lo spazio terapeutico improvvisamente perduto. Io non contagio te, tu non contagi me… piuttosto tante e interessanti riflessioni su come si trasformava il setting costretto ad un corpo fisico assente ma presente nell’immagine tecnologica. Tutto sotto controllo quindi: igiene, distanziamento, regole. Inizialmente ho avuto l’illusione un po’ onnipotente che non mi sarei ammalato. Casomai sarebbero stati gli altri a commettere qualche imprudenza, questo era il mio pensiero. E un paziente poi me lo ha fatto ovviamente notare, evidenziando alla notizia della mia positività una discreta sorpresa condita di una certa dose di sarcasmo dai tratti un po’ sadici: un paziente tossicodipendente che spesso scivolava in comportamenti a forte rischio personale non ha perso tempo a rimarcare questo strano contrappasso piovutomi addosso. Quando gli ho telefonato per dirgli che mi ero ammalato, che comunque stavo bene ma che avrei dovuto interrompere le sedute in presenza mi ha subito detto: «Ma come è stato possibile? Lei che teneva tutto sotto controllo, che rispettava tutte le regole… mica come me!» il tutto comunicatomi con una risatina leggermente divertita. All’aggravarsi poi della mia malattia in realtà questo paziente si è dimostrato molto preoccupato e mi ha più volte inviato messaggi, per informarsi sul mio stato di salute, ai quali ho sempre cercato di rispondere tempestivamente dicendo più verità possibile.
Alla ripresa delle sedute dopo la malattia abbiamo poi potuto riflettere su quanto si era messo in movimento con questo terremoto.
Quando ho scoperto la positività il primo pensiero che mi ha attraversato è stato come dare la notizia ai miei pazienti. Fortunatamente all’inizio stavo discretamente bene per cui ho preferito chiamare tutti a voce spiegando che ero risultato positivo ad un tampone di controllo periodico che avevo scelto volontariamente di fare senza avere alcun sintomo e che però ero costretto ad interrompere le sedute in presenza pur continuando a lavorare online. Qualche collega suggerisce di inviare messaggi, io ho preferito chiamare e spiegare la situazione a voce per evitare anche che si scatenassero fantasie o preoccupazioni. «Meno male che mi ha chiamato, se non l’avessi sentita mi sarei preoccupata» è stato il commento immediato di una paziente in analisi da tre anni. Il contatto telefonico mi ha anche permesso di tastare il polso delle reazioni e acquisire ulteriori informazioni su come stessero vivendo questo stravolgimento. Al di là del paziente sopracitato, la stragrande maggioranza mi ha ringraziato per questa mia prassi del sottopormi a tamponi volontari, poiché si sono sentiti ancora più protetti e curati. «Magari facessero tutti come lei…» mi ha detto più di un paziente, mentre io continuavo ad arrovellarmi su come fosse stato possibile il contagio, visto che né in studio né tra familiari ed amici si erano verificate positività. Quando poi ho scoperto che il contagio era stato causato dall’imprudenza di persone del mio condominio che positive al Covid non avevano rispettato l’isolamento allora è montata la rabbia… nei miei confronti certo per la disattenzione e la superficialità ma anche per quegli untori che andavano in giro a spargere il morbo! La rabbia è stata senz’altro una prima reazione all’accaduto, mista all’incredulità. Anche all’impotenza, certo, e al timore di contagiare a mia volta le persone a me care.
Nel corso della prima settimana ho potuto continuare a lavorare online e mi sono reso conto di come l’idea stessa della mia malattia, ancora non esplosa in tutta la sua sintomaticità, condizionasse comunque la seduta e le fantasie dei pazienti. Il mio corpo, reso parziale dallo schermo del computer e vulnerabile dalla malattia, era così sempre più parte effettiva del setting che diventava così “the embodied setting”, il setting incarnato (Corsa, pag.10-11). Un paziente medico iniziava puntualmente la seduta via Skype chiedendomi le mie condizioni di salute, si informava se avessi febbre, tosse, mal di gola e quant’altro. Solo dopo questa breve e rassicurante descrizione, accertatosi che stavo discretamente, poteva iniziare a parlare di sé e ad occupare il suo spazio. In questa prima fase comunque non ci sono state variazioni sostanziali, forse perché il vedermi era abbastanza rassicurante, ma anche perché si continuava con una metodologia di lavoro che era stata sperimentata e condivisa già durante i giorni complicati del lockdown dell’anno precedente. Quando poi dopo una settimana sono emersi violenti i sintomi allora ho dovuto comunicare la mia impossibilità a continuare a lavorare. In questo caso non me la sono sentita di telefonare ad ogni paziente, ero veramente in condizioni abbastanza penose, per cui ho optato per l’invio di un messaggio, che fosse sufficientemente chiaro e completo, ma anche tutto sommato rassicurante, nel quale rimandavo poi a comunicazioni successive sugli sviluppi e la futura ripresa. Alcuni mi hanno risposto facendomi gli auguri di pronta guarigione, altri mi hanno chiesto se potevano scrivermi per sapere come stessi. Ho risposto ovviamente di sì, che mi faceva piacere e che avrei cercato di rispondere a tutti. Il problema era cosa dire e quanto dire.
È il delicato tema della Self-Revelation e Self-Disclosure. Indubbiamente i pazienti sanno già molte cose di noi, anche se tendiamo a non svelare più di tanto e ad interpretare eventuali domande o fantasie. Vedono il nostro studio e l’arredamento, i quadri e gli oggetti che lo abitano, vedono il nostro modo di vestire, di comunicare, in sostanza una buona parte di noi. Nel mio studio c’è ad esempio un pianoforte, sul quale sovente si sono appoggiate fantasie e associazioni; spesso ho con me il mio cane ad accogliere i pazienti, con quello che inevitabilmente comporta ed attiva la sua presenza. Tutto questo fa parte della cosiddetta Self-Revelation (Corsa, 2015, pag.54), sostanzialmente inevitabile a fronte di un completo anonimato sostanzialmente impossibile4.
Certo sono più attento a non svelare dettagli più personali ed intimi della mia vita. «Lei ha figli?» oppure «È sposato?» sono ad esempio domande ricorrenti alle quali non viene data risposta ma solo un’interpretazione. Nell’ambito della Self-Revelation rientra inevitabilmente il corpo dell’analista, basti pensare ai commenti che scaturiscono da un nuovo taglio di capelli oppure da un dimagrimento per una dieta. Ancor di più l’evidenza della malattia somatica con i suoi segni, dai traumi ortopedici (ingessature o tutori, come nel mio passato), mal di schiena o semplici abbassamenti di voce, fino ad arrivare a situazioni molto più gravi, come ad esempio la perdita di capelli per una chemioterapia, irrompe nella relazione analitica e deve poter essere affrontata, a mio avviso necessariamente, anche per sgomberare il campo da fantasie mortifere e permettere altresì che «il poter condividere le emozioni di dolore e di piacere favorisca lo sgorgare del pensiero ed alimenti il sentimento vitale» (Corsa, 2015, pag.55).
Altra questione è quella della Self-Disclosure, vale a dire la scelta consapevole di quanto condividere con il paziente, considerando che ciò che si rivela ha a che fare con il reale che irrompe nel campo analitico.
Il problema è che quando nella stanza d’analisi entra il corpo fisico e la sua malattia entrano in gioco anche forze che tendono a soppiantare il primato della parola, e pertanto la scelta della Self-Disclosure va affrontata con cautela per permettere che la stessa sia da intendersi «al servizio della analisi e della relazione e non come agito dell’analista […] (nonché) la condivisione con l’analizzando di pensieri ed emozioni del terapeuta, che vengono quindi offerti al campo analitico e messi a disposizione dell’analisi» (Tatti, 2021). Rita Corsa individua «tre posizioni teoriche e di pratica clinica: in quella segreta viene sostenuta ad oltranza la bontà dell’astinenza e, anche quando il campo è saturo di eventi concreti, viene salvaguardata l’esclusiva interpretazione delle vicissitudini inconsce e delle fantasie transferali; in quella chiamata confessionale l’analista elabora attivamente la propria disabilità, avvisando il paziente della serietà della malattia e rendendolo partecipe di tutte le fasi morbose; infine, in quella […] del delicato svelamento di sé (delicate self-disclosure), l’analista modula l’informazione in base ai bisogni e alla sensibilità del paziente, tenendo presente la propria vulnerabilità ma cercando di rispettare quella disciplina emotiva che istruisce ogni esperienza di esplorazione della sofferenza e dell’ignoto (Vallino, 1992). Valuto che l’eventuale atteggiamento di delicate self-disclosure debba originare dall’inevitabilità della self-revelation, che quando viene intuita dal paziente necessita obbligatoriamente di essere affrontata» (Corsa, 2015, pag.49)5. Mi sembra che la posizione che più mi appartiene, anche se sento che non sia per nulla facile perseguirla nel modo corretto poiché occorre valutare con grande attenzione gli elementi transferali in gioco, sia proprio quella della delicate self-disclosure, fosse altro perché «la condivisione di aspetti personali […] possa rappresentare un’esperienza umana tanto normale e comune da poter essere impiegata a favore del processo analitico e rivelarsi per il paziente un’occasione per mettere in campo aree del sé più adulte e mature» (Tatti, 2021). Riattraversando i momenti più faticosi della mia malattia mi accorgo di aver sentito la necessità di incontrare nuovamente i miei pazienti, in qualche modo di continuare a tenerli a mente. Non so bene se in qualche modo io li abbia usati, forse anche per una forma di negazione – il pensiero della morte evidentemente aleggiava nell’aria – e serviva un appiglio che mi riportasse ad elementi vitali e di cura, permettendomi così di abbandonare sia pure temporaneamente il posto del paziente per ritornare a quello del curante. In questo senso alcuni pazienti mi hanno palesemente aiutato nel loro farsi presenti, mandandomi messaggi di conforto e chiedendo informazioni sul mio stato di salute, talvolta provando anche a rassicurarmi. Ad altri, forse più restii a chiedere – «preferivo non sapere…» mi dirà qualcuno alla ripresa – ho cercato di mandare informazioni che comunicassero la verità ma anche che lasciassero trasparire quella speranza che sentivo di dover mantenere, per me e per loro.
Del resto, non è raro che soprattutto nelle analisi di lungo periodo si attivino sentimenti di protezione nei confronti dell’analista. Fosse anche solo per mantenerlo in vita, o per mantenere in vita quella funzione di cura alla quale così pervicacemente alcuni si rivolgono. Da parte mia, forse c’era anche la necessità di non mostrarmi troppo chiaramente come oggetto deteriorato, un po’ per una difesa narcisistica e un po’ per quel sentimento di vergogna che fatalmente ci attraversa. «Ho visto la sua fragilità» mi dirà il paziente tossicodipendente sopracitato alla ripresa degli incontri in presenza. «Ho visto la sua fragilità ed ho capito che anche lei è umano… questa considerazione mi ha spaventato perché ho temuto di perdere un riferimento importante ma mi ha fatto anche capire che può capire la sofferenza, e che lei può capirmi…». È stata una dichiarazione molto importante, che ha permesso di fare passaggi importanti nel percorso di questo paziente, con un movimento del transfert che ha segnato l’abbandono della figura di un padre autoritario e custode delle regole tout-court a favore dell’incontro con un padre umano che può vedere prima ed abbracciare poi il figlio nella comune fragilità. Segnalo che questo paziente arrivò in studio anni fa sull’onda del grande dolore per la perdita improvvisa del padre, tanto amato quanto distante, al quale continuava a chiedere in tutti i modi uno sguardo amorevole e che non ha mai sentito di ricevere. Da qui la sua analisi, che si era un po’ impantanata nella stagnazione delle ripetizioni e dei frequenti agiti, è potuta ripartire su un piano di parola differente.
Credo sia proprio questo il senso della Delicate Self-Disclosure, condividere quel tanto che basta, e che non si può non condividere aggiungerei, per poterlo mettere al servizio del processo analitico.
Detta così sembra facile ma non lo è assolutamente, per più motivi.
Prima di tutto perché come dice Freud: «è universalmente noto […] che una persona tormentata da un dolore o malessere organico abbandoni ogni interesse per le cose del mondo esterno che non hanno a che fare con la sua sofferenza […] finché dura la sofferenza […] il malato ritira sull’Io i propri investimenti libidici e li esterna di nuovo al di fuori di sé dopo la guarigione» (Freud, 1914, pag.452).
È una questione importante che alimenta problemi etici di non facile soluzione. È evidente come in questa caducità l’analista incontri una modificazione sostanziale nella sua funzione, tant’è che ci si interroga sulle linee guida da seguire in questi casi o nel caso peggiore della morte dell’analista.
La malattia temporanea, ancorché grave ed invalidante, se adeguatamente lavorata nella relazione analitica può portare sviluppi importanti nel percorso dei pazienti. Per quanto mi riguarda, alla ripresa del lavoro credo di aver potuto cogliere molte questioni del discorso dei miei pazienti che erano sullo sfondo e che forse anche per mia limitatezza non avevo colto. Credo sia paradossalmente una grande opportunità da cogliere e utilizzare. Penso alle tante riflessioni che mi sono state consegnate al momento della ripresa e che hanno messo in evidenza altre questioni, come un vero e proprio sasso gettato in uno stagno, permettendo così di incontrare un sorprendente altro. Alcune:
E se muore? Chi mi ascolta? Che fine fa il mio spazio di parola?” detto da una paziente con una struttura anoressica consolidata negli anni…
Chi mi avvisa se succede qualcosa?”, raccontato da un giovane adulto con un disturbo narcisistico…
Addirittura una preghiera ed un voto: “Ti prego, proteggilo e fa’ che non muoia… prometto di non bestemmiare più!” di un adolescente alle prese con una funzione paterna quantomeno fumosa e latitante.
Fino ad arrivare ad una quasi sconcertante sicurezza di un paziente ansioso ed ipocondriaco: “Ero tranquillo, non avevo alcun dubbio che si sarebbe ripreso…”; una sicurezza sconcertante nella sua forza ma in realtà facilmente prevedibile, visto che il corpo in ballo non era il suo…
Da questi veri e propri incipit, accolti e lavorati all’interno dello spazio analitico, si è potuti ripartire con una rinnovata energia, con la sensazione di aver potuto così incontrare qualcosa di inatteso sì ma allo stesso tempo di veramente utile nel rilanciare il discorso di ognuno.
In ogni caso, quando il corpo fisico vacilla il terreno frana sotto i piedi, e quando la malattia fisica irrompe con la sua violenza non si può far finta di niente. Non sarebbe deontologicamente corretto né tantomeno etico. Anche se il sentimento di vergogna fatalmente pervade il campo analitico.
Questo è l’altro importante elemento che condiziona e rende difficile dosare la cosiddetta Delicate Self-Disclosure di cui sopra, nonostante la si possa condividere. Come afferma la Corsa “la vergogna dell’analista può derivare dalla colpa originata dal sentirsi vulnerabile e quindi incerto della sua funzione terapeutica e della sua capacità di offrire un contenimento sempre pronto ed idoneo ai bisogni del paziente. Ma anche dal timore che la stessa comunità dei colleghi ti consideri colpevole e ti precluda la partecipazione alla sua vita societaria” (Corsa, 2009, pag.72). Torno a dire che sono abbastanza sicuro che il mio timore, la mia vergogna in buona sostanza, era senz’altro quello di mostrarmi fortemente deteriorato, con i segni evidenti della malattia nel corpo. Per questo mi sono ritirato e non ho fatto alcuna videochiamata, solo messaggi.
È vero altresì che il sentimento della vergogna può essere un segnale importante da tenere in considerazione nell’ambito dell’intero processo ed è da utilizzare proprio in un’ottica di necessaria rilettura degli effetti sorprendenti e spiazzanti della malattia sulla stessa mente dell’analista, sia attraverso una autoanalisi che con il confronto con altri colleghi (Corsa, 2009, pag.72).
Se la vergogna è sovente presente nel portato dei pazienti, qui si incontra quella che alcuni autori definiscono vergogna controtransferale e che riguarda sostanzialmente l’analista e l’insulto narcisistico che rappresenta la malattia e la caducità evidente. Il rischio è che nell’analista si mobilitino difese narcisistiche che sono strettamente connesse alla negazione e che mirano a ripristinare quella situazione antecedente alla malattia, quando ci si sentiva solidi e capaci. Al di là del concetto di controtransfert sovente usato in generale da vari analisti credo che, tornando a Lacan, si mettano in gioco questioni che riguardano sostanzialmente il godimento dell’analista6. È altresì condivisibile, aldilà dei riferimenti teorici di ognuno, riconoscere come lo scivolamento in queste dinamiche sia qualcosa di molto pericoloso poiché evidentemente stravolge la relazione analitica e la funzione stessa, che si disperde in uno speculare gioco di scambi. Ritorno sulla necessità di tenere bene a mente tutto quello che si sta mettendo in gioco in una situazione così complessa. Credo sia utile se non addirittura imprescindibile rapportarsi con colleghi fidati che possano condividere pensieri e riflessioni nonché garantire un’adeguata lettura dei processi in campo. Anche perché, e qui torno al perturbante, sullo sfondo c’è sempre la questione della morte che aleggia e dalla quale tentiamo di sottrarci. La nostra morte è impensabile. «La proposizione “Tutti gli uomini sono mortali” fa infatti bella mostra di sé nei trattati di logica come modello di asserzione universale, ma nessuno la considera tale e ora come in passato è estranea al nostro inconscio l’idea della nostra stessa mortalità» (Freud, 1919, pagg.102-103).

 

In conclusione
Mi rendo conto come ci siano ancora molte questioni aperte e sono consapevole di aver probabilmente alimentato più domande che dato risposte. In ballo c’è una quantità enorme di temi, ognuno dei quali necessiterebbe grande riflessione e di un’approfondita trattazione. Ad esempio mi accorgo di non avere accennato ad altre questioni importanti, una fra tutte quella che riguarda la delicata fase del rientro al lavoro. Come decidere? Chi può decidere se è il momento giusto di rientrare e se si può finalmente ritornare a creare le condizioni necessarie per l’ascolto? A volte si può essere tentati di accelerare i tempi per tornare velocemente a quel “prima” ormai perduto. Anche qui sono convinto della necessità di condividere pensieri e decisioni.
Nello scrivere queste righe mi sembra di poter riconoscere come le domande, originate ed alimentate da una esperienza personale fortunatamente a lieto fine, si propongano e si impongano con una certa urgenza. Fosse altro perché forse per la prima volta mi sono confrontato con una caducità ed una fragilità che non avevo sinora considerato. Per la prima volta mi sono trovato a riflettere su temi inattesi, intrisi di quel carattere perturbante che mi ha trasportato in terre incognite, sulle quali riflettere e lavorare. Voglio pensare sia una possibilità. Anche perché mi sto avvicinando ad una fase della vita per la quale vale la pena considerare sia l’eventualità non troppo remota di una malattia ma anche il giusto approssimarsi del tempo della vecchiaia, ancora un po’ distante ma sicuramente neanche più tanto. Sarebbe utile arrivarci nel modo giusto. Penso sia fondamentale il confronto e la condivisione, insieme alla vicinanza di persone fidate. Fare da soli, per quanto ci si possa sentire capaci e solidi, per quanta esperienza si possa avere, mi sembra un’operazione troppo difficile e rischiosa.
Proprio per le forze in campo. Una severa malattia, la vecchiaia, il confronto con la fine, mettono in moto forze sconvolgenti, ignorarlo sarebbe quantomeno ipocrita. Sono convinto che quando ci si trovi a navigare in queste acque così agitate e perigliose l’unico modo per mantenere una giusta direzione sia quello di rimanere aggrappati con forza ad un pensiero e ad una prassi fortemente improntati alla deontologia e soprattutto all’etica.

Paolo Romagnoli
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicodrammatista, Membro Titolare S.I.Ps.A.

NOTE
1) Per un approfondimento rimando al testo dell’intervento di Sergio Benvenuto alla Giornata di Studio Giornata di Studi “100 anni di perturbante”, 6 dicembre 2019, Roma. Si può trovare in rete a questo indirizzo: http://www.leparoleelecose.it/?p=37845
2) Molti studi sui pazienti oncologici ormai testimoniano come il livello di negazione sia direttamente proporzionale al grado di gravità della malattia (Corsa, 2015, pag.61)
3) «Il venerdì di Repubblica», 1 maggio 2020: Psicoanalisi del Covid da un letto d’ospedale. P.R. Goisis. Anche questo scritto si può trovare in rete a questo indirizzo: https://www.spiweb.it/stampa/il-venerdi-di-repubblica-1-5-20-psicoanalisi-del-covid-da-un-letto-dospedale-r-goisis/
4) Come ricorda la stessa Rita Corsa il concetto di Self-Revelation è stato coniato da Levenson nel 1996 distinguendolo da quello di Self-Disclosure. Riprendo le indicazioni della Corsa e riporto il riferimento: Levenson E., 1996: Aspects of Self-Revelation and Self-Disclosure, in «Contemp. Psychoanal.», 32, pagg. 237-248
5) Preciso che il riferimento allo scritto di Dina Vallino è di Rita Corsa e l’ho lasciato nel testo per non modificare la citazione riportata. Per completezza di informazione riporto il titolo del testo dal quale Rita Corsa ha tratto l’intervento così come risulta nella bibliografia del suo libro “Limite è speranza”: Vallino Macciò D. (1992) Sopravvivere, esistere, vivere. Riflessioni sull’angoscia dello psicoanalista, in: Nissim Momigliano L. e Robutti A. (a cura di), L’esperienza condivisa, Cortina, Milano
6) Riprendo un passo di Domenico Cosenza: «la psicoanalista lacaniana argentina Graciela Brodsky ha definito recentemente il controtransfert come il godimento che l’analista trae nel corso della seduta rispetto alla propria introspezione, che lo conduce ad esternare al paziente il proprio vissuto, ciò che prova e pensa. In questo senso, l’invito articolato in più modi da Lacan all’analista di fare il morto […]: non godere del tuo inconscio e della tua introspezione all’interno della seduta analitica» (2003, pag.109)

BIBLIOGRAFIA
Algini M.L. (2011), Il tempo dell’orizzonte corto. Sull’amore e il lutto, Robin Edizioni s.r.l., Roma prima edizione digitale 2012
Benvenuto S. (2019), Cosa ci perturba del Perturbante, intervento alla Giornata di Studio “100 anni di perturbante”, 6 dicembre 2019, Roma http://www.leparoleelecose.it/?p=37845
Cosenza D. (2003), Jacques Lacan e il problema della tecnica in psicoanalisi, Astrolabio, Roma 2003
Corsa R. (2009), Riflessioni sul controtransfert nella malattia dell’analista, in «Setting», n.28/2009, pagg. 59-79
Corsa R., Monterosa L. (2015), Limite è Speranza. Lo psicoanalista ferito e i suoi orizzonti, Alpes Editore, Roma 2015
Freud S. (1914), Introduzione al narcisismo, in Opere, vol. 7, Bollati Boringhieri, Torino 1977
– (1915), Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino 1978
– (1919), Il perturbante, in Opere, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino 1977
– (1920), Al di là del principio di piacere, in Opere, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino 1977
Lacan J. (1973), Il Seminario libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. 1964, Einaudi, Torino 2003
Miller J.A. (2006), L’angoscia. Introduzione al Seminario X di Jacques Lacan, Quodlibet, 2006
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