27 di CARLO VOLPONI. Daniele Poto, “La nuova frontiera degli Ultrà”

Absolutely Free Libri, Roma, 2021

Decisamente perturbante questo ultimo lavoro di Daniele Poto sul cosiddetto “sport più amato dagli Italiani”: il gioco del calcio.
Perturbante perché l’esegesi nulla sottende, nulla trascura delle oscurità connesse a questo sport, ma lucidamente circostanzia, evidenzia e puntualmente descrive.
Certo, nessuno è tanto sprovveduto da credere che il calcio e i suoi indotti siano scevri da contaminazioni ed interessi sotterranei, tuttavia il focus di Poto puntualizza fatti e progetti, fa nomi e cognomi e svela ricatti e devianze tanto che l’opera si legge, come illustrato in prima di copertina, alla stregua di un vero e proprio romanzo criminale.
Elementi di base sono i tifosi, più precisamente gli Ultrà ovvero coloro che nello stadio vedono il proprio tempio e dei giocatori fanno il proprio pantheon. È il vecchio e abusato “Panem et circenses” che nei giochi, in particolare in quelli gladiatori ed equestri, attuava un vero e proprio ammortizzatore sociale. Così il tal gladiatore o il tal auriga si consegnavano al mito e solleticavano i desideri delle non più austere nobildonne romane.
Οι πολλοί erano definite dai greci le masse ondivaghe terrigne e avulse da qualsiasi interesse che non fosse la concretezza del quotidiano. Gli Ultrà di oggi, sia pur con i dovuti distinguo, non differiscono poi molto sul piano emotivo-istintuale dai lontani tifosi.
C’è una differenza di fondo, tuttavia, affatto trascurabile: il tifo non si esaurisce nello spazio di un rettangolo erboso bensì viene idealizzato e diventa prassi politica. Tutto così si radicalizza fino a porsi fuori dalla legalità. L’Ultrà diviene agente sovversivo ed eleva la propria sottocultura a valore ed orgoglio. Il movimento si nutre del conflitto e di una macchina decisionale che fa capo per lo più ad individui spregiudicati, nel migliore dei casi, e a veri e propri criminali, nella maggioranza.
L’ideologia è prevalentemente quella di destra con i suoi artifizi facinorosi e le più sordide estetiche: saluto romano, tatuaggi con svastiche e fasci littori, crani preferibilmente rasati. I nemici sono naturalmente i tifosi delle squadre avversarie, anch’essi forgiati della stessa argilla. Possibili vittime anche coloro dei quali si coglie un tacito biasimo o un malcelato disprezzo. Tuttavia il nemico per definizione verso il quale sono imprescindibili l’odio e il dileggio e con il quale lo scontro è insistentemente cercato è il poliziotto e quello che rappresenta: l’ordine costituito. In molti di questi casi, le tifoserie ultrà di tutta Italia da nemiche diventano alleate. Esemplare il caso della tragica uccisione di Gabriele Sandri, 11 novembre 2007, da parte di un agente della polizia stradale. Incandescenti le reazioni: caserme assaltate, reiterate violenze da parte di vere e proprie squadre d’azione trasformarono Roma in una città da coprifuoco. Il ricordo di quegli avvenimenti, chiosa Poto, ancora oggi alimenta una violenta repulsione verso le forze dell’ordine.
La cronaca nera legata al tifo conta 34 storie mortali negli ultimi 57 anni, oltre ad una infinità di ferite e segni indelebili sul corpo.
Finora, pur nello sconcerto ci si è mossi nell’alveo folle delle consorterie del tifo organizzato.
Ancor più preoccupante è il focus quando si apre su ricatti alla società, sulla criminalità e sui legami con le mafie. Ampio risalto è stato dato alla sorte di Fabrizio Piscitelli, in arte Diabolik, capopopolo e riferimento degli Ultrà della squadra calcio Lazio, freddato con un colpo alla nuca in una periferia romana. È notizia di questi giorni l’arresto dell’omicida. Oggetto dell’uccisione: la gestione del cartello della droga sulla piazza di Roma. Piscitelli, attualmente ancora omaggiato, dalle camerille Ultrà con slogan e manifesti, era sodale della famiglia Senese e di esponenti di primo piano del narcotraffico in grado di movimentare, ci dice Poto, migliaia di chili di stupefacenti. Ai suoi ordini c’era un temutissimo gruppo di picchiatori; noti erano i suoi legami con Massimo Carminati, con la camorra e con i narcos albanesi.
Non conviene dilungarsi oltre queste vicende che segnano l’epicentro di questo dossier e che produrranno non poco turbamento al pur non sprovveduto lettore.
Che dire poi di alcuni presidenti di società che per ragioni di bilancio sconfinano sovente nell’illegalità? O di quelli che sono soggetti ai più vari ricatti da parte delle tifoserie? È facile far squalificare un campo vuoi per insulti razziali, striscioni offensivi o lancio di oggetti. Meglio evitare tutto ciò concedendosi alle estorsioni dei propri tifosi!
L’ideale di una comunità sportiva affratellata dall’entusiasmo per i propri colori e dal gesto sportivo al di là dello status e del ruolo di ciascuno declina, semmai c’è stata, irreversibilmente verso l’obliquità degli schieramenti guerreschi e da ultimo nella criminalità organizzata. Ancora una volta fa capolino il vecchio e dimenticato Marcuse: «Il progresso quasi mai coincide con la civiltà».
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