26 di SONIA SAPONI. Claudio Roncarati, “L’Uomo della luce nera. Caso clinico presentato da Freud”

Puntodoc, Roma, 2020


Roncarati, nel suo ultimo romanzo L’uomo della luce nera, racconta della psicoterapia psicoanalitica di Nikita, un difficile paziente borderline, alle prese con i propri fantasmi e le proprie difficoltà relazionali. Il romanzo, pur trattando temi di clinica psicoanalitica, si legge piacevolmente, come se fosse un noir. Il titolo prende spunto da due celebri casi clinici scritti da Freud “L’uomo dei topi” e “L’uomo dei lupi”. L’Io narrante è Freud, il gatto dello psicoanalista, presenza silente ma attenta ai propri “vissuti controtransferali”.
Questo espediente narrativo ha permesso all’autore di sviluppare la trama dandole leggerezza e scrivendo di psicoanalisi in una forma chiara e accessibile anche ai non addetti ai lavori.
Leggerezza è un termine con varie accezioni, è metafora poetica ma può anche indicare frivolezza, superficialità. Nel racconto la leggerezza rimanda alla qualità salvifica della leggerezza, come descritta da Italo Calvino, nella lezione che fa parte di Lezioni americane (p.2), dove scrive: «Mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa» Calvino ci ricorda come Perseo, l’unico eroe capace di non farsi pietrificare dallo sguardo di Medusa, è capace di sconfiggerla perché «spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un’immagine catturata da uno specchio».

Il romanzo è dotato di una tensione narrativa che rende difficile interromperne la lettura. Ma gli addetti ai lavori, e forse non solo, si soffermeranno su stimoli e riflessioni che derivano da una conoscenza e una quotidiana frequentazione della clinica analitica e della patologia mentale grave da parte dell’autore.
Il perturbante che pervade L’Uomo della luce nera è espressione di un inconscio non rimosso, non simbolizzato, che rimanda a traumi gravi e a meccanismi dissociativi utilizzati per sopravvivere, ha qualità del pietrificante descritto da Calvino. L’autore fornisce una visione indiretta del caso di Nikita, riflessa dal gatto Freud, riuscendo così ad alleggerire la durezza e la pesantezza della pietra collegata alla storia del paziente, segnata dal contatto traumatizzante con la patologia mentale materna.
La madre alternava fasi di eccitazione maniacale, in cui diventava sessualmente promiscua, a lunghi periodo di grave depressione, culminati nel suicidio quando il figlio era ancora un bambino. Come difesa dall’impatto emotivo delle esperienze traumatiche subite nell’infanzia, Nikita si è dotato di una rigida corazza caratteriale e di difese schizoidi che l’anno messo al riparo dal pericolo di sentire gli affetti rendendolo un asociale e un solitario.
Intelligente e colto, si è dotato di una propria filosofia per poter razionalizzare la sua incapacità di vivere gli affetti e le relazioni.
Nikita non guarda mai nessuno negli occhi e questo vale anche per il suo psicoanalista. Solo il gatto Freud incrocia il suo sguardo «negli occhi da bambola, al di là delle lenti degli occhiali, vidi il bagliore di una luce nera […] dovetti fare uno sforzo per mostrarmi imperturbabile […] ma Salvatore (l’analista, n.d.a.), sicuramente notò che avevo le orecchie appiattite e rivolte all’indietro». Così Freud si accorge che in Nikita c’è la morte, sospetta che possa già aver ucciso e teme per la vita del suo umano.
Dice Freud: «Sono il gatto di uno psicoanalista. Anzi, il mio umano è uno psicoanalista (che è una definizione molto più precisa del nostro rapporto). Ho trascorso anni a fingere di sonnecchiare durante le sedute sul mio cuscino accanto alla scrivania, e ormai di psicoanalisi me ne intendo. Mi raccolse affamato e intirizzito e mi portò nella sua tiepida casa. Mi curò e mi nutrì. Diventare il suo collaboratore era il minimo che potessi fare per sdebitarmi. Noi gatti diamo sempre un nome al nostro umano, e io l’ho chiamato Salvatore, lui mi ha chiamato Freud».
Forse il gatto Freud nel bel romanzo di C. Roncarati è anche quella parte del terapeuta che sonnecchia e ascolta il paziente con quell’attenzione liberamente fluttuante, senza desiderio e senza memoria, quella di cui parla Bion, una parte che controtranferalmente coglie qualcosa di prezioso che aiuta l’analista a intuire, capire, elaborare un inconscio implicito in attesa di un ri-conoscimento.

L’autore è psichiatra e psicoterapeuta individuale e di gruppo, ha condotto un gruppo di psicoterapia in un reparto SPDC e attualmente co- conduce, con la tecnica delle psicodramma analitico, un gruppo per pazienti con gravi disturbi di personalità, in un Centro di Salute Mentale a Rimini. Co-conduce con la dott.ssa Sonia Saponi un gruppo di psicoterapia privato con la tecnica dello psicodramma analitico.

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