4 STEFANIA DI LEVA, ESTER FERRANDO, MASSIMO PIETRASANTA Il perturbante nella formazione allo psicodramma on line

Prologo
Il saggio freudiano del secolo scorso, che, nel definire il concetto di unheimlich, si riferiva ad una struttura “temporale” del fenomeno, intendendo con ciò sia un qualcosa di familiare divenuto estraneo perché rimosso, sia il ritorno ad un pensiero collettivo primitivo che rientra in scena sotto forma di pensiero magico onnipotente in svariate manifestazioni (superstizioni, credenze mistiche)1, propone una lettura psicoanalitica di un sentimento riattualizzato dall’attuale situazione pandemica.
Il conflitto fra scienza ed anti-scienza, che si manifesta quotidianamente anche nei nostri comportamenti, oltre che in convinzioni ed idee, oggi amplificato dalla comunicazione mass-mediatica, riporta all’attualità il concetto di perturbante nell’ambito della società contemporanea.
In effetti, non tutto ciò che ci turba è perturbante, ma, come scrive Sergio Benvenuto parafrasando Benedetto Croce «il perturbante ci fa dire piuttosto non ci credo, ma è vero» sostenendo che «la percezione di un fantasma è perturbante solo se non si crede nei fantasmi»2.
Al proposito vorremmo sinteticamente narrare un’esperienza vissuta in persona da uno di noi alcuni anni or sono durante un viaggio in Brasile per meglio descrivere il sentimento del perturbante quale tensione dinamica fra spaesamento ed inquietudine.Come per molti psicodrammatisti, la curiosità di sperimentarmi in scenari diversi mi aveva indotto a partecipare ad un gruppo di caboclo, una seduta di consultazione/terapia fondata su elementi suggestivi derivati dalla cultura dei nativi indigeni, meticciati con aspetti della religione afrobrasiliana.
Esperienza casuale, suggerita da uno sconosciuto autista di taxi che a mala pena conosceva qualche parola di inglese e che si esprimeva in portoghese, avvenuta in un luogo del tutto ignoto ed anonimo, un salone di una casa in periferia di Recife, setting che potremmo definire come “gruppo mediano”, prevalentemente composto da persone di colore, conduttore un piccolo indio, in trance e dotato di energia spropositata.
Di tutto quanto avvenuto in quell’incontro di due ore, rispetto al tema del perturbante, è utile focalizzare alcuni aspetti, a partire dal linguaggio, un dialetto indio-portoghese che non ha impedito al conduttore di comunicare empaticamente con me, senza sapere nulla della mia identità personale e professionale, al punto da chiedermi in chiusura di seduta di accompagnarlo in uno stanzino adiacente e di aiutarlo ad uscire dalla trance, attribuendomi la funzione di Omolu, uno degli spiriti della sua religione.
Che dire poi di una profezia di sventura rivolta ad un’adolescente italiana, anch’essa presente per caso all’incontro, avveratasi purtroppo l’anno successivo tramite un suicidio per overdose di stupefacenti?
È stato particolarmente significativo ritrovare analoga esperienza di spaesamento ed inquietudine in un breve articolo di Umberto Eco, dal suggestivo titolo A cena dagli Orixas (gli Orixas sono gli spiriti della religione afrobrasiliana, assimilabili in parte ai santi della religione cristiana), in cui dopo essersi ritrovato in una situazione simile a quella appena descritta, il filosofo concludeva che, in quanto persona razionale e fautore della scienza e non della religione, forse non era il caso di continuare ad interrogarsi3.Una volta messo in gioco il perturbante, per noi invece è importante non chiudere, ma aprire un discorso e continuare ad interrogarsi, così come proponiamo nel nostro lavoro, in un periodo in cui la tecnologia ci ha consentito l’opportunità di continuare la formazione di un gruppo di psicodramma analitico on line nonostante la pandemia.
Relazioni senza corpo, come quelle sperimentate durante il lockdown, tengono veramente a bada paure e fantasmi distanziandoli attraverso uno schermo non più specchio ed indirizzando l’ansia, tanto più in un gruppo di formazione, verso tematiche prestazionali digitali e vissuti di vuoto e solitudine?
Così come, all’opposto, la ripresa in presenza dei corpi in una fase ancora transitoria rispetto alla pandemia come l’attuale, è un nostalgico ritorno ad un passato tanto rimpianto, come testimoniano i bagni di folla in tanti luoghi e circostanze o è la ricerca di una nuova declinazione della corporeità?
Nel lavoro che proponiamo, il gruppo, al terzo anno di formazione allo psicodramma analitico, dipana la sua narrazione nelle quattro sessioni previste attraverso sogni e giochi a partire dall’oscillazione fra desiderio di incontrarsi e paura di contagiarsi.
Il perturbante irrompe in gruppo nella prima sessione sotto forma di un sogno edipico non giocato, che riguarda la storia personale del soggetto, ma anche la fase evolutiva del gruppo, l’assumersi la funzione analitica di conduzione/osservazione nuovamente in presenza: sogni e giochi di gruppo nella giornata di formazione lasciano spazio ad una domanda di accoppiamento per iniziare a pensare al domani, abbandonando la rassicurante tutela della posizione “in formazione” per individuarsi come psicodrammatisti.

Il corpo perturbante
Come accennato in premessa, le nostre riflessioni si sviluppano a partire dal lavoro con un gruppo di formazione allo psicodramma al terzo anno, che, per gli eventi legati alla pandemia Covid, dopo alcuni mesi di sessioni on line, si ritrova, nel febbraio 2021, in presenza ed in uno spazio nuovo, più ampio del precedente per garantire il distanziamento (almeno quello fisico).
Si tratta di un gruppo di nove colleghe psicoterapeute che hanno iniziato la formazione allo psicodramma analitico nel gennaio 2019 secondo un modello consolidato di una sessione mensile, con quattro sedute in cui, dopo un anno di primo livello, sperimentano in alternanza conduzione ed osservazione.
L’effetto Covid ha colpito il gruppo dopo le prime due sessioni del 2020, trasferendo il processo formativo on line, in attesa prima un po’ messianica, gradualmente più critica, di rimettere in gioco il corpo nella sua interezza, uscendo dalle finestrelle Zoom in cui era confinato.
Nella prima seduta in presenza, F., dopo aver comunicato un trasloco reale, determinato dalla nascita della propria bimba, così come ugualmente sul piano della realtà è avvenuto il trasferimento del gruppo di psicodramma da una sede all’altra, porta un sogno della notte appena trascorsa.
La scena onirica rappresenta il gruppo di psicodramma e si dipana in due stanze contigue, separate da un arco: nella prima stanza i due formatori in poltrona, nella seconda gli altri membri del gruppo che paiono mimare l’assetto formativo ed in cui una collega, che nella realtà sta conducendo la seduta, nel sogno parla della fragilità del proprio padre.
Nelle prime associazioni F. ripensa al felice gruppo del passato in cui, in comunità, ha potuto sperimentare lo psicodramma, qualcuno associa la belle époque, si pensa al periodo storico disinibito ed illusorio che precede il conflitto mondiale, ma si tratta di una interpretazione di copertura, dal momento che l’associazione è rivolta invece ad un recente film.
È la storia di una coppia in cui Victor, il partner di Marianne, una psicoanalista rigida, rivolta solo al futuro ed alla carriera professionale, viene scacciato di casa perché si ostina a pensare al passato e rifiuta il mondo digitale.
Victor disperato si rivolge ad una agenzia Time Traveller, in cui gli si propone di scegliere un momento significativo del passato, che viene messo in scena un po’ come nello psicodramma: Victor rigioca il primo incontro con Marianne, l’attrice che la interpreta si innamora di lui e da quel momento il protagonista riprende una nuova vita.4.
Come non associare il conflitto e l’ambivalenza del gruppo rispetto a due posizioni che appaiono molto distanti, evocando modelli passati e futuri, senza ancora riuscire a vivere nel presente sino a quando il gioco non riesce a ridare vita e senso al lavoro psicodrammatico?
In associazione al primo sogno di F., viene narrata da L. una scena onirica in cui ella assiste ad un rapporto sessuale fra suo marito e la madre di lei, immagine che rappresenta per il gruppo un elemento perturbante per due aspetti: il ritorno di un rimosso edipico, nel senso sottolineato da Freud nel suo testo, ma anche nella contingenza della formazione il timore/desiderio dell’accoppiamento con l’altro e con le funzioni degli analisti.
Il ritorno del corpo in presenza pare interrogare il gruppo sull’oscillazione tra due posizioni, la prima, come nel sogno di F., ove la distanza non impedisce li lavoro analitico nelle stanze separate e la seconda, come nel sogno di L., ove la vicinanza si confronta con l’irruzione nella stanza dei genitori e con le tematiche edipiche sottostanti: la domanda che circola nel gruppo «riusciremo a formarci come psicodrammatisti?» risuona anche nell’ ambivalenza di tentare di vedere le parti nascoste.
L’oscillazione della collega che conduce il gruppo fra le due scene oniriche, scegliendo infine di mettere in gioco il sogno di F. e lasciando sullo sfondo il secondo sogno, apre ad un gioco sulla conduzione in cui ella si trova, bimba spaesata, ad essere contesa fra una comunità religiosa, a cui aveva aderito la madre venendone intrappolata, ed il rientro a casa col padre, accompagnato in quel momento dalle forze dell’ordine.
La scelta della bimba, in quel momento incoraggiata anche da una madre risvegliatasi da una fascinazione tossica, le aveva consentito allora di sfuggire ad una holding incatenante e non rassicurante e di avviarsi verso casa, presa per mano dal padre.
Così, nella conduzione dello psicodramma, il non lasciarsi affascinare dall’evidenza della scena edipica del secondo sogno nel vissuto della collega ha dato senso ad un passaggio, un ponte fra aspetti conosciuti, ma da ritrovare nel rientro in presenza del corpo ed aspetti di cambiamento (una nuova stanza d’analisi, l’utilizzo delle mascherine).
La bimba spaesata che sta riprendendo il proprio percorso individua il disagio del gruppo a ritrovare il proprio posto dopo una separazione parziale da alcune parti di sé, che rimanda ad un mondo di fantasmi infantili ed arcaici.

Fammi essere ancora figlio
Il sentimento prevalente del gruppo si evidenzia in queste osservazioni di una delle colleghe in formazione.

Ho pensato a lungo, di fronte a questo foglio bianco, prima che qualcosa, fuori e dentro me, potesse assumere una forma.
Foglio bianco e mente piena. Ma non è poi questo ciò che il “perturbante” ha provocato in me, già allora, irrompendo nella giornata formativa presa in analisi?
Un pieno nella mente, come spesso accade, durante le sedute di psicodramma, che fatica a trovare parole e si orienta verso una scelta, che, come ogni scelta, ne tralascia altre. Un pieno che confonde, e che forse fonde, disorientando, a volte i pensieri. Un pieno, però, che lascia la possibilità di accendere i riflettori sulla scena, il bianco, su cui scrivere, da cui essere attratti, sebbene, possa recare con sé emozioni angoscianti.
Il nostro cammino per individuarci come psicodrammatiste, è stato reso più duro e imprevedibile, con l’arrivo della pandemia, che ha spazzato certezze, che ci ha poste a confronto con paure profonde, facendoci fare i conti con il contagio, con la lontananza, con l’altro-da-noi, con sentimenti di persecutorietà, con stati d’ animo profondi, oscillanti dall’ angoscia alla rabbia, talvolta anche alla disperazione, divenendo già di per sé perturbante.
È solo grazie alla capacità di riadattarsi che, insieme, siamo riusciti a procedere nel nostro percorso formativo. Così le sedute in presenza, per parecchi mesi, sono state sostituite da quelle online, attraverso la piattaforma Zoom e il nostro corpo è stato ridotto a casellina, setting a cui abbiamo dovuto adeguarci, lavorando, a volte con fatica, sulle fantasie che la distanza fisica comportava, sulla frustrazione e sull’ ambivalenza, intrecciando dati di realtà, narrazione gruppale e individuale.
Inoltre, con l’inizio del terzo anno di corso, nel 2021, abbiamo dovuto cominciare a fare i conti con un’ulteriore fattore trasformativo: non solo l’online, ma le sedute sarebbero state tutte condotte e osservate da noi allieve, il che prevedeva l’ assenza di una frazione della sessione formativa, rimasto fondamentale per i primi due anni di corso: la nostra seduta di gruppo “personale”, condotta dai didatti, che ci permetteva di essere ancora un po’ “figlie”, mantenendo una posizione tranquillizzante, a volte regressiva.
Sulla scena, quindi, non solo gli elementi perturbanti legati alla pandemia, ma un nuovo elemento, che avrebbe significato l’acquisizione di una nuova tappa evolutiva: l’accoppiamento formativo, osservatore-conduttore, con l’assunzione piena della responsabilità di fronte al resto del gruppo, che, sebbene già sperimentata con il secondo anno di formazione, ora diventava esclusiva, significando la nostra crescita reale, senza più quella parte che tanto ci aveva rassicurate. Sebbene ognuna di noi consapevolmente sapesse che stavamo affrontando un nuovo stadio di sviluppo, la parte inconscia individuale e gruppale ha faticato nel prendere contatto con le parti più primitive e angoscianti che emergevano.
Ed è così che, nella prima seduta della formazione di febbraio, un sogno irrompe repentino, quasi all’inizio della sessione, ma l’angoscia provocata dal significato inconscio di tale contenuto onirico per il gruppo, ci ha fatto girare la testa dall’ altro lato, guardando con favore ad un più rassicurante sogno di gruppo, dove il materiale inconscio era più interpretabile e meno preoccupante.
Non è un caso, forse, che nel descrivere questo momento, i termini che girano nella mia mente sono proprio quelli legati al “vedere”, al “guardare”. Freud, nel suo descrivere il “perturbante”, prende in considerazione un racconto, L’uomo della sabbia, di Hoffmann. In tale racconto l’uomo della sabbia, descritto come orribile e diabolico, non deve essere visto dai bambini, altrimenti caverebbe loro gli occhi e l’unico modo per non incontrarlo è dormire. In una confusione onirica, in cui abbiamo scelto di dormire, per non rischiare la cecità, causata dalla mostruosità del perturbante, ci siamo allontanate e tranquillizzate, pena l’aver perso la possibilità di immergerci negli abissi primitivi del terreno edipico, che chiedevano, a gran voce, di essere guardati5.
In un’oscillazione costante, in avanti e all’ indietro, forse la domanda, rimasta inespressa e non considerata, a tutta prima, era: come è possibile creare accoppiamenti formativi e trasformativi quando ci sono vissuti regressivi che posso angosciare e che sono così sottostanti e latenti? E inoltre: come è possibile veicolare tali contenuti, facendosene carico, durante una seduta online, che è essa stessa perturbante?
Personalmente, come in molte altre situazioni, durante la formazione in psicodramma, è stato indispensabile il momento di risignificazione dei docenti che, attraverso la loro puntuale restituzione, al termine della prima sessione, ci hanno svegliate dal sonno angosciante che non ci permetteva di vedere. Grazie alla funzione α bioniana abbiamo potuto ricostruire una barriera di contatto tra esterno ed interno, tra caselline di Zoom e gruppo di psicodramma, tra reale e virtuale e cominciare a rendere pensabile ciò che il perturbante aveva introdotto, compiendo un primo passo verso l’assunzione di responsabilità che comporta l’essere conduttori-osservatori. Intrecciando le narrazioni, personali, individuali, con quelle del gruppo, abbiamo potuto continuare ad oscillare tra il chiederci quali sono le coppie che funzionano e quali invece quelle che creano angoscia: il resto della giornata formativa, infatti, si è snodata nella narrazione di coppie disfunzionanti e gruppi “fraterni” che, invece, sostengono.
«Coppelius e Coppolo esistono solo in me e sono fantasmi del mio Io, che se ne vanno immediatamente in polvere, nel momento in cui l’Io li riconosce come tali»6.
Quando le angosce vengono riconosciute possono essere rielaborate e trasformate ed è così che, sebbene costantemente sotto oscillazioni regressive e spinte in avanti, il perturbante ha permesso di compiere un importante passo evolutivo verso la maturità del gruppo, anche se, forse, ancora non ci si crede o non si vuole fino in fondo.
Il processo di crescita, con tutte le sue angosce, si è avviato, permanendo, in ognuno di noi, con le proprie personali declinazioni. Anche scriverne qui, oggi, riempiendo finalmente questo foglio bianco, è un passo determinante di questo percorso, che, non senza mille titubanze, mi permette di dire, «non ci credo, ma è vero»7.
Concludendo, la mente e il cuore mi spingono a portare qui, su questo foglio banco, ormai scritto, con molta fatica e commozione, una poesia di Gabriele Corsi, dalle mille emozioni, che racchiude, per me, il passaggio evolutivo dal perturbante, mostruoso e inguardabile, al contenuto digerito e pensabile: “fammi essere ancora figlio”8.
Fammi essere ancora figlio
Fammi essere ancora figlio.
Solo una volta. Una volta sola.
Poi ti lascio andare.
Ma per una volta, ancora, fammi sentire sicuro.
Proteggimi dal mondo.
Fammi dormire nel sedile dietro il tuo.
Guida tu. Che io sono triste e stanco.
Ho voglia che sia tu a guidarmi, papà.
Metti la musica che ti piace.
Che sarà quella che una volta cresciuto piacerà a me.
Fammi essere piccolo.
Pensa tu per me.
Decidi tu per me.
Mettimi la tua giacca, che a me sembra enorme, perché ho freddo.
Prendimi in braccio e portami a letto perché mi sono addormentato sul divano.
Raccontami storie.
E se sei stanco non farlo. Ma non te ne andare.
Ho voglia di rimanere figlio per sempre.
Abbracciami forte come dopo un gol.
Dormi ancora, come hai fatto, per una settimana su una sedia accanto al mio letto in ospedale.
Rassicurami.
Carezzami la testa.
Lo so che per tutti arriva il momento in cui devi fare da padre a tuo padre.
Ma io non voglio.
Non ora.
Voglio vederti come un gigante. Non come un uccellino.
Non andare, papà.
Ti prego.
Fammi essere ancora figlio.
Fammi essere per sempre tuo figlio.

Epilogo
Prologo, poi canto e controcanto, nel coro del gruppo non resta che l’epilogo, come in ogni dramma che si rispetti in cui emerge il perturbante!
D’altro canto lo psicodramma nasce dal teatro e con il teatro della mente e con la sua messa in scena noi abbiamo a che fare costantemente, in un dialogo persistente dentro e fuori di sé che apre e non chiude un discorso, per cui l’epilogo riguarda solo una tappa del gruppo nel percorso formativo, uno spunto di riflessione in una fase storica complessa in cui tuttora siamo immersi.
L’emergenza Covid 19 ci ha imposto, per la sicurezza di tutti, di portare il nostro corpo dentro ai quadratini previsti dalla piattaforma Zoom e di contenere nella mente la messa in gioco, i cambi di ruolo, il ritorno al posto, in un gioco di immagini in primo piano, di volti, busto e mani che si assumevano il compito di mostrare, attraverso primi piani ciò che, in genere, il corpo in psicodramma racconta.
Siamo riusciti, lavorando con la mente gruppale, a “fare come se”, come nel gioco dei bambini descritto così bene da Winnicott9 e a continuare il percorso formativo che però, nell’assetto della formazione classica, conduttori che supervisionano e partecipanti che scelgono di farsi carico di condurre e osservare la seduta, si è potuto sviluppare in poche occasioni nel 2020 e nel 2021.
La giornata presa in considerazione coincide con il rientro in presenza e con il cambiamento di sede, in modo che uno studio più grande di quello abituale potesse permettere la sicurezza di tutti, anche di due colleghe neomamme in attesa di vaccino.
Una doppia variabile di setting, presenza e nuova sede, che ha evidentemente influenzato i contenuti onirici narrati, corpi non più distanziati, tanto da evocare fantasie edipiche e spazi invece fantasticati più suddivisi, quasi a tutelare le differenti posizioni nel gruppo.
Tra l’altro, lo studio utilizzato non è quello abituale in cui uno di noi lavora con i propri pazienti, ma si tratta di una eredità materna: in precedenza non era suddiviso da una porta in due luoghi chiusi contigui, quindi in situazione originaria avrebbe rappresentato lo stesso assetto descritto nel sogno (questo i colleghi non lo potevano sapere, ma l’inconscio gruppale vi ha posto rimedio).
A questo proposito viene in associazione il titolo di una mostra degli anni 80 ambientata nell’Ospedale Psichiatrico che fa sicuramente parte della storia di entrambi noi formatori, mostra intitolata «Il peso delle pareti»10.
Quale peso ha sul nostro gruppo il passaggio ad uno studio personale e per giunta trasmesso in eredità da una madre? Quali fantasmi arcaici circolano che forse riescono a diventare pensiero attraverso l’evolversi della giornata, ma in parte anche alle riflessioni che sono all’origine di questo scritto ?
Cosa vuol dire a questo punto della storia del gruppo poter lasciare parti simbiotiche o magiche come in un gioco di Z., nella sessione successiva, per poter organizzare accoppiamenti che permettono l’evoluzione del processo formativo?
Z., psicoterapeuta infantile, sogna un suo piccolo paziente di 6 anni che in una seduta di 8 ore continuative (come se si trattasse di una giornata di formazione allo psicodramma!) diviene adolescente e può perdere il suo cappellino da bimbo perché può sceglierne uno nuovo in relazione al proprio desiderio.
Accettare di perdere qualcosa di protettivo come la posizione infantile in gruppo per confrontarsi col proprio desiderio (di psicodrammatista).
Il corpo, obbligato per tanto tempo a non entrare in scena, al suo riapparire riporta tematiche di passaggio che hanno a che fare con il perturbante dell’adolescenza e del passaggio alla vita adulta, come si è potuto sperimentare nei ritorni in presenza dei gruppi svolti nelle lezioni di psicodramma della Scuola di specializzazione: in uno gli allievi hanno portato in gioco il caso di una adolescente anoressica e nell’altro la difficoltà di un padre a contenere impulsi aggressivi nei confronti di una figlia preadolescente.
Genitori e figli accomunati dalla paura di un contagio che mette in discussione distanze e regole conosciute, senza tuttavia aver ancora elaborato quanto sia recuperabile in termini di conoscenza e di affetti delle precedenti esperienze: forse un che di perturbante è insito, al di là di contenuti più specifici come abbiamo provato a descrivere, nella situazione esistenziale di ciascuno di noi in questo momento storico.

Come epilogo abbiamo pensato ad una domanda imprescindibile in questo periodo fra online e presenza: quale formazione siamo riusciti a trasmettere attraverso il computer ad allievi che nell’uso dello strumento tecnologico erano certamente più a loro agio di noi?
Esiste, come sostiene Umberto Galimberti, un inconscio tecnologico in cui la condizione umana più disperante non è più il senso di colpa, ma l’inadeguatezza11?
In fondo riscoprire nel perturbante in gruppo tracce di antiche e sedimentate esperienze personali ed analitiche dopo l’iniziale sbigottimento può essere rassicurante!

Stefania Di Leva
Psicologa, Psicoterapeuta, Allieva in formazione SIPsA, Libero Professionista
stefy.q@tiscali.it  Tel. 3470456297

Ester Ferrando
Psicologa, Psicoterapeuta, Didatta SIPsA, Docente Scuola di Specializzazione COIRAG, Libero Professionista
ferrandoester1@gmail.com  Tel. 3397239409

Massimo Pietrasanta
Psichiatra, Psicoterapeuta, Didatta SIPsA,  Responsabile Centro Didattico SIPsA di Alessandria, Libero Professionista
massimo.pietrasanta@libero.it  Tel.3405649886

NOTE
(1) Freud S. (1919), Il perturbante, in Opere, vol. IX, Boringhieri, Torino, 1977, pp.82-83
(2) Benvenuto S. (2019), Che cosa ci perturba nel perturbante, Testo dell’intervento alla giornata di studi «100 anni di perturbante», Roma, 6 dicembre 2019
(3) Eco U. (2001), La bustina di Minerva, Bompiani, Milano, 2001
(4) La belle époque(2019), film di Nicolas Bedos, Italia 2019
(5) Hoffmann E.T.M.(1816), L’uomo della sabbia e altri racconti, Dizionario letterario Bompiani, vol. 4, pp.501 ssgg.
(6) ibidem
(7) Benvenuto S. (2019 ), op.cit.
(8) Corsi G. (2018), Fammi essere ancora figlio, tratta dal film La terra buona di E. Caruso
(9) Winnicott D. (1971), Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974
(10) Coppo C., Ferrari A., Lanzavecchia P., Massobrio G. ( 1980), « Il peso delle pareti», Alessandria, 1980
(11) Galimberti U. (2018), Nuovo dizionario di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze, Feltrinelli, Milano, 2018BIBLIOGRAFIA
Agamben G. (1977), Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale, Einaudi, Torino
Benvenuto S., Le Breton D., Pascarelli P. (2018), Orrore, Grenelle, Potenza
Bion W.R. (1962), Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma,1972
Corbella S. (2003), Storie e luoghi del gruppo, Raffaello Cortina, Milano
Croce E. B. (1990), Il volo della farfalla, Borla, Roma
De Martino Ernesto (1948), Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, Bollati Boringhieri, Torino, 2007
Ferro A. (2014), Le viscere della mente, Raffaello Cortina, Milano
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Miglietta D. (a cura di) (2007), Bambini e adolescenti in gruppo, Borla, Roma
Pani R., Miglietta D.(2006), Dal teatro allo psicodramma analitico, Franco Angeli, Milano
Petrella F.(2011), La mente come teatro, Centro Scientifico Editore, Torino
Razzini E.(2004), Lo psicodramma psicoanalitico, Raffaello Cortina, Milano
Winnicott D.(1971), Gioco e realtà, Armando, Roma,1974
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