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5 ROBERTO PANI Casi clinici e pandemia

Non c’è alcun dubbio che la situazione più perturbante del 2020 sia stata messa in scena dal virus Covid-19. La malattia ha causato un’ingente numero di morti, arresti domiciliari forzati, assai pesanti specie per una certa categoria di persona, un’economia disastrata da guerra mondiale, un allarme medico, psicologico e psichiatrico tanto diffuso quanto preoccupante.
Il nemico invisibile è a tutt’oggi pimpante e resta ancora imbattibile, sebbene la Scienza lo renda più affrontabile grazie ai vaccini. Il virus è un essere vivente infinitamente piccolo che ha bisogno per sopravvivere di entrare dentro al nostro corpo, ma noi non sappiamo come o quando potrà aggredirci.
Freud nel 1919 parla del Perturbante riferendosi a un evento psichico penoso, però rimosso dalla coscienza, quindi invisibile come il virus. Purtroppo l’anno dopo la pubblicazione del saggio, la figlia di Freud, Sophie morirà a causa proprio di quel virus che oltre cento anni or sono causò la precedente pandemia.
Sostengo da tempo che la situazione psicoanalitica funzioni simbolicamente secondo dinamiche teatrali: gli attori che dialogano e giocano all’interno della cornice del palcoscenico sono simili ai personaggi interiori che dialogano nel mondo interno del paziente e dello psicoanalista. Questo dialogo assomiglia ad un gioco per lo più inconscio e costituisce il vissuto soggettivo di cui, per la cura psicoanalitica, è importante riconoscere la dinamica.
Il paziente mentre racconta un sogno o un episodio che gli viene in mente, è in veste di regista e attore: non gli è richiesto di essere chiaro nell’esposizione dei suoi vissuti, ma solo spontaneo di fronte all’analista. Sta allo psicoanalista trovare il senso del discorso psichico e il comune denominatore dei nuclei di fantasmatici, quelli che bloccano il processo psichico di metabolizzazione.
Ma la situazione psicoanalitica ha anche similitudini con il cinema: il paziente in analisi è ancora il regista e contemporaneamente attore, perché i contenuti della seduta derivano infatti da ciò che egli racconta e porta nel setting, cioè quando mostra a che punto si trova nel suo percorso e come funzionano i suoi pensieri.
Infatti il paziente ripercorre anche le trame del proprio passato che si ripetono nello stesso comportamento in analisi e si intreccia con le epoche del contesto attuale. Affinché il percorso analitico porti a evoluzione la situazione del paziente, l’analista cerca di riconoscere gli interlocutori interni dell’attore-paziente, cioè dei personaggi interni, le voci interiori che generano il suo vissuto.
Chi sono questi interlocutori interni? Freud riconosceva tre istanze di interlocutori dell’Ego, il protagonista, io sono con tutto quel che appaio e faccio, poi le pulsioni psicobiologiche e, infine, le normative della realtà esterna e dell’etica e morale del Super-Io.
A questo proposito, sostengo che nell’area psichica siano presenti altre istanze oltre queste tre: penso che le altre siano corrispondenti alle stesse principali emozioni soggettive.
Le emozioni sono costruite in base alle esperienze d’incontro che il soggetto ha avuto fin dalla nascita: la mente è gruppale, dice Bion! Penso quindi che questi incontri generino altre nuove istanze, cioè rappresentazioni emotive rapide, come clips, ossia filmati della mente che vanno a depositarsi nelle aree sottocorticali del telencefalo come ipotalamo, ipofisi e amigdala.
Penso che in queste aree di memoria emotiva si compattino tra loro e si integrino, cioè si assimilino e poi si accomodino (Piaget) dando origine a specifici settori emotivi ed organizzativi della mente. Nel mondo interno, le emozioni funzionano come voci che parlano dentro cioè personaggi emotivi di colore diverso che condizionano il tono umorale dell’Ego.
Le neuroscienze ci aiutano a comprendere come le emozioni attraverso il sistema endocrino e automatico secernano neurotrasmettitori che condizionano il tono dell’umore.
Lo psicoanalista può dunque intercettare attraverso l’ascolto del Sé del paziente ciò che egli inconsciamente gli attribuisce, ossia emozioni e fantasie di vario colore (transfert).
Freud nel 1919 scrive il saggio Il perturbante. Secondo l’autore il perturbante deriva da un ricordo antico, ma rimosso dalla coscienza che riguarda un evento penoso del soggetto che l’Ego ha subìto. Forse l’evento, all’origine, nella vita psichica, potrebbe essere svolto all’interno della famiglia, ma poi sarebbe divenuto estraneo al soggetto attraverso il processo di rimozione; ma poiché il rimosso non è materiale cancellato e può apparire di nuovo, può all’evenienza causare al soggetto un ritorno assai sconvolgente.
La situazione perturbante è tale perché la recente esperienza muove e cammina su altri eventi simili, esperiti come dolorosi, che già sono accaduti nel passato remoto.
Il Covid 19 è un nemico invisibile di cui non abbiamo ancora piena conoscenza e quindi né controllo né visibilità. Può perciò riattivare fantasmi di guerre passate, malattie, catastrofi con morti e feriti, ecc.
Per giunta ciò che è assai penoso proprio durante i primi anni di vita e per questo rimosso, è percepito a livello interiore come inaffrontabile. Un evento improvviso che costringe a riesumare in modo violento un ricordo può sprigionare nel soggetto tanta angoscia da indurre un disturbo post traumatico da stress.
Con le neuroscienze dobbiamo immaginare che gli interlocutori interiorizzati agiscano come emozioni e che si posizionino a livello del sistema limbico, ipotalamo e amigdala ed emettano neurormoni tramite il sistema endocrino e il sistema vago.
Se un piccolo vive con serenità la vita domestica, ma improvvisamente assiste a una scena nella quale i genitori litigano con violenza e in breve si separano, il bambino si difenderà di fronte a una siffatta scena penosa usando la rimozione. Fingerà con se stesso, immaginando che nulla sia successo per riprendere in famiglia la consueta vita serena.
Lo stesso bambino, ormai adolescente, se si trovasse a vivere nella prima storia d’amore un forte e violento litigio con la sua fidanzata, potrebbe percepire l’evento come una fatale catastrofe. Infatti nel passato quel bambino aveva rimosso come un brutto incubo la scena tragica, ma una parte della realtà successiva all’epoca adolescenziale può destarlo in modo crudo verso la coscienza e riportarlo all’angoscia del passato con l’aggiunta della frustrazione del presente. La brutta realtà sepolta nel buio risale alla luce di un mondo che brucia.Riassumo ora 4 vignette cliniche che ho ricavato durante il Servizio Nazionale volontario svolto via internet, durante i mesi di marzo-aprile-maggio-giugno, situazioni che esemplificano ciò che il “Virus perturbante” ha psichicamente messo in rilievo.

Caso 1
La sindrome del sequestro:

Stefania è una ragazza di 24 anni. È studentessa universitaria a Rende, Cosenza. La giovane donna era stata adottata dai genitori all’età di tre anni, e mi ha raccontato che durante il primo mese di lockdown si sentiva sequestrata e costretta in un rifugio (la casa stessa dei genitori) come quando una o più persone sono rapite e nascoste in un posto segreto e introvabile. Lei si sentiva sepolta viva. Aveva paura di uscire di casa persino per portare il cane per la toilette giornaliera.
L’angoscia che emergeva riguardava la minaccia per la propria vita e il senso di isolamento. Nonostante vivesse con i suoi genitori ed il cane e fosse rassicurata circa la sua salute, a causa del virus sperimentava un senso di abbandono con sintomi di panico e soffocamento. Stefania infatti mi raccontava sogni che contenevano un vissuto mortifero.
La ragazza percepiva le prescrizioni delle Autorità come una violenza esercitata su di lei. La paziente con la quale ho avuto con Google duo una video-seduta settimanale in realtà si ribellava interiormente a un senso di svalutazione di Sé. La situazione era collegata al fatto che la le sue storie sentimentali con i fidanzati la facevano sentire indegna. Naturalmente il collegamento con la sua adozione e cioè con il fatto di essere stata abbandonata dalla madre biologica pesava fortemente con il senso di rifiuto e di indegnità che era alla base del senso di Sé. Lei non era degna di essere amata e il virus era vissuto come un nemico che portava una punizione per una colpa originaria che non poteva essere mai espiata. Le sedute telematiche hanno portato ad un certo miglioramento dei sintomi se non altro per un effetto catartico che sono riuscito ad ottenere con Stefania.

Caso 2
La sindrome della capanna

Come noto si tratta di un comportamento ritroso, titubante che induce la persona a rinchiudersi e a restringersi in un luogo piccolo, chiuso e virtualmente protetto. Spesso questo spazio protetto finisce per essere vissuto dagli stessi pazienti come oppressivo e soffocante.
La costrizione imposta dall’esterno di stare chiusi in casa, può indurre una sorta di reazione emotiva, forse anche di protesta.
In altre parole, queste persone rinunciano alla libertà reagendo in eccesso con un atto inconscio di negazione generalizzato che si esprime con un comportamento passivo e letargico. La capanna infatti rappresenta un simbolo di protezione, cosicché la vita è concepita da questi pazienti solo indoor.
Ancora, la fantasia inconscia della capanna risuona come un guscio che contiene il pulcino: chi ne soffre si comporta come se fosse anestetizzato e sperimenta un cluster, un insieme di emozioni non decodificabili e una sorta di passività e di sonno continuo e persistente.
Si tratta forse di una regressione a stati infantili che inducono l’individuo a negare inconsciamente la realtà esterna.
Così Eleonora ragazza di 22 anni studentessa all’università di Roma sperimentava il Virus come un nemico che l’attendeva fuori dalla porta e che la costringeva a non mettere letteralmente il naso fuori casa: se si fosse esposta sarebbe stata contagiata. Questa inconscia motivazione alquanto esagerata, nascondeva una forte aggressività passiva espressa con una tendenza al ritiro da tutto ciò che implicava attività fisica e mentale.
Fu suo padre che mi telefonò per chiedere di aiutare la figlia che passava le giornate a letto, a mala pena mangiando qualcosa ogni giorno.
I primi tempi le video chiamate erano evitate ma dalla ragazza mi giungevano solo telefonate in ritardo con un tono seccato da parte sua, senza mai ringraziare del mio interessamento. Al contrario mi diceva che essendo le sedute gratuite la facevo sentire in difficoltà perché come suo padre, sua madre e anche la sorella maggiore tutto il giorno la scocciavano, facendole pesare ciò che facevano per lei. Lei voleva stare in pace solo con il suo mondo! In realtà quando, durante le settimane successive cominciò a prendere in considerazione le mie parole e il mio atteggiamento e cominciò a essere puntuale e a usare come mezzo di comunicazione sul cellulare il video-duo, l’atteggiamento che si era potuto notare si era trasformato nel suo opposto.
Il bisogno di dipendere e che veniva negato con il suo ritiro passivo nel letto come se questo rappresentasse una nicchia protettiva lontana dal mondo pericoloso, si manifestò anche nei miei confronti. La negazione della dipendenza si riferiva ad un bisogno arcaico di riconoscimento di Sé che forse non era stato nel vissuto della paziente mai completo.
Eleonora era diventata grande (adulta) e ed era stata costretta ad assumersi tante responsabilità non essendo pronta a gestirle. Si trattava del mondo universitario, ma anche della sua vita affettiva e di pensare alla sua femminilità.
Mi sembrava che la paziente domandasse alla madre e forse anche al padre che viveva in un altro appartamento, a livello assolutamente inconscio, di confermare in modo più deciso e convincente lo statuto psico-biologico di Sé. Eleonora percepiva in se stessa che la madre aveva presentificato la sua nascita e il suo primo sviluppo. La madre aveva toccato il suo corpo, lo aveva manipolato, contenuto lungo il suo premuroso maternage. Poi aveva visto la bambina crescere, trasformarsi. Lei domandava alla madre di essere ancora legittimata nella sua debole identità ed era come se la madre dovesse ancora fornirle quelle vitamine, sali-minerali-proteine che mancavano a un suo totale e convinto irrobustimento, per permetterle di affrontare la vita nella posizione di adulta.
Per quanto io non abbia mai verbalizzato queste mie osservazioni, qualcosa mi ha fatto pensare che le paziente avesse percepito un mio messaggio rispetto alle sue inconsce aspettative.
Non saprei valutare fino a che punto questo rispecchiamento sia stato da me trasmesso alla paziente in riferimento al suo bisogno di dipendenza, ma Eleonora si è destata dopo tre mesi dalla profonda letargia.

Caso 3
La sindrome del nido pieno

Ho nominato con questo nome il caso di Paola considerando che all’origine l’espressione “nido pieno” si riferisce alla situazione nella quale una famiglia si accorge che, con il passar degli anni, i figli sono diventati adolescenti e adulti, ma i ragazzi non si organizzano una nuova famiglia e non si separano dai genitori. Questi giovani adulti permangono a tempo indeterminato nella famiglia d’origine. Tale convivenza senza tempo con i genitori genera nel padre e nella madre un tono remissivo e melanconico: si tratta di un senso di inadeguatezza che i genitori traducono in un pensiero spesso non consapevole che così potrebbe suonare: «se i nostri figli non sono indipendenti, noi non siamo stati in grado di farli crescere bene, quindi in qualche modo abbiamo fallito: inoltre noi genitori non riusciremo mai a godere una vita liberi dalla responsabilità verso i figli. Non potremo riprendere a fare viaggi, e concederci quello che tanto avevamo desiderato».
Con l’aumentare delle continue nuove esigenze dei figli adulti, lo spazio familiare diventa sempre più stretto. Il senso di saturazione della piccola comunità può diventare dominante e quindi ossessionante.
Con la pandemia e le costrizioni a causa della prigionia questa situazione si riproduce con tutti i membri familiari, sempre e tutti insieme non appassionatamente a casa.
Lo spazio individuale viene a mancare e il senso di compressione e di deprivazione in alcuni soggetti può dar luogo a sintomi somatici come dermatiti, disturbi allo stomaco e cefalee.
Nelle città certamente le persone di ceto elevato risentono molto meno di questi sintomi perché probabilmente vivono in spazi abitativi ampi e magari possono usufruire dei vantaggi che offrono i giardini privati. Per chi vive in piccoli paesi e in campagna la situazione è certamente migliore per via di uno spazio meno sotto controllo e quindi vissuto come più libero rispetto a chi vive nelle grandi città.
Paola 38 anni figlia unica, vive in casa dei genitori. È ancora studentessa di medicina perché non è riuscita ancora a laurearsi sebbene si trovi agli ultimi esami, quelli medico-clinici.
La donna racconta di aver vissuto una delusione amorosa dieci anni prima e di essere entrata, da quel momento, in depressione. Gli esami sono diventati sempre più lunghi e mi parla di “anatomia patologica” per dirmi che il suo tempo lo ha perso per quell’esame. Si rende conto che alla sua età dovrebbe essersi laureata e comunque avrebbe dovuto uscire di casa in virtù di una sua maturata indipendenza. Con l’andare delle sedute, per lo più svolte con il telefono perché Paola preferiva non farsi vedere nel display, mi accorgo che la profonda svalutazione di Sé risulta essere fondamentalmente la causa della sua ignominia.
Se gli uomini non la guardano e non si innamorano di lei significa che lei è brutta e non desiderabile. Infatti a quanto lei dice, è notevolmente sovrappeso.
Dalla madre e dal padre sembrava che fosse sempre stata criticata e penalizzata sin da quando era piccola. Inoltre il padre pensava che gli studi di medicina fossero inadatti per lei: avrebbe dovuto accontentarsi di una laurea più facile e più breve. Paola invece desiderava diventare medico proprio per dar torto al padre e essere migliore della madre che appariva assai succube del marito. I colloqui svolti con lei in quel periodo di lockdown hanno consentito un leggero miglioramento del tono dell’umore grazie all’ascolto delle sue ragioni, che le hanno finora impedito una piccola fiducia e indipendenza.

Caso 4
Impotenza e depressione
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il senso di mancanza di libertà per un periodo di tempo protratto può causare sintomi depressivi in particolare influendo sull’impotenza negli anziani e in quella di bambini e adolescenti.
Negli anziani, specialmente pensionati ma ancora attivi, si può verificare un senso di fine vita anticipata perché il vissuto prevalente è quello di essere entrati in tunnel che non vede mai il fondo luminoso. Poiché nell’anziano il senso della fine, per quanto tenuto il più possibile nell’ombra, è ugualmente presente alla coscienza, la mancanza di libertà nel muoversi fa riemergere i fantasmi: la costrizione è quindi vissuta come una sottrazione del tempo di vita e una accelerazione inaspettata verso la propria scomparsa.
Un signora di 78 anni durante i mesi del lockdown mi aveva chiesto di aiutarla perché era colta da sintomi di claustrofobia con grande angoscia e preoccupazione per la sua salute in generale.
«Mi sento male perché non posso uscire di casa, io ho bisogno di muovermi, anche il dottore me lo ha sempre prescritto. Non riesco a dormire, se non esco da casa, e mi viene un’ansia incontenibile se mi sento bloccata. La notte se mi addormento lo faccio tardi, alle 4, e poi debbo prendere pillole per dormire».
La signora sperimentava come se la chiusura forzata fosse paragonabile ad un tunnel molto lungo, un buio e opprimente non le permetteva di vedere la luce. In sostanza, non avrebbe potuto vivere come prima dell’ordinanza per lungo tempo: lei non avrebbe fatto in tempo a ritornare alle abitudini di prima perché nel frattempo sarebbe morta.
Le statistiche annunciano percentuali alte di aggravamento psichico e anche le farmacie rilevano elevate quantità di prescrizioni di psicofarmaci.
Nei bambini, vivere con i genitori senza andare a scuola e giocare all’esterno modifica la percezione del mondo. I primi tempi di blocco a casa potevano essere vissuti come un diversivo, una fuga divertente e autorizzata dalla scuola. Ma, dopo mesi, la realtà dell’imposizione ha assunto una dimensione fantasmatica surreale, pericolosa e per i più piccoli anche persecutoria.
Gli adolescenti e i più grandi hanno bisogno di socializzare e così la scuola rappresenta la risposta di un ambiente che, attraverso disciplina, conoscenza, cultura e elaborazione civica, permette una giusta mediazione tra fantasia e realtà.
La sottrazione di un tale risposta genera non solo un ulteriore aggravamento del senso di vuoto e smarrimento, vissuti che già devastano molti giovani, ma peggiorano l’aggressività sia passiva, sia attiva. Non sono rari disturbi quali autolesioni attraverso tagli con lamette da barba per lenire l’angoscia del nulla, o anche disturbi antisociali come devastazioni di aree pubbliche e private, incendi e graffiti vandalici ovunque.
Bisogna riconoscere che, oltre alla pandemia virale, esiste una pandemia economica devastante, ma anche una pandemia psichica da non sottovalutare.

Roberto Pani
Titolare SIPsA con funzioni di Training


BIBLIOGRAFIA

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– (1962), Esperienze nei gruppi, Armando Armando, Roma
Freud S. (1919), ), Il Perturbante, in Opere, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino, 1977Perturbante, in Opere, vol. 9, ed. Boringhieri
Mac Dougall J., (1990), Teatri del corpo, ed. R. Cortina, Milano
– (1988), Teatri dell’Io, ed. R. Cortina, Milano
Pani R.(2007), Psicodramma Psicoanalitico: evoluzione del metodo e funzione di cura, Franco Angeli, Milano
Pani R., Miglietta D. (2007), Dal teatro allo psicodramma analitico, Franco Angeli, Milano
Petrella F. (2011), La mente come teatro, ed. ERME