6 STEFANIA FALAVOLTI Dell’inaspettato

Molte cose nasconde il buio…o la nostra ignoranza.
L’ombra ci segue o siamo noi che stiamo inseguendo lei?

Nella nostra epoca già definita epoca dello smarrimento, qualcosa si è manifestato inaspettato, stravolgendo il mondo e le vite di tutti.
Il vissuto di questi due anni brevissimi e interminabili ci interroga tutti, e la prima di queste domande è: la pandemia si può definire una crisi della società e conseguentemente dell’individuo? Se sì, come è abbastanza ovvio, cosa viene messo in discussione?
Che relazione ha con il concetto di perturbante che ci viene dallo scritto di Freud del 1919?Partiamo da quello che può sembrarci più semplice, quello di crisi, così familiare per noi che ci occupiamo di salute e sofferenza mentale.
Dal libro di Racamier e Taccani La crisi necessaria1 prendiamo la definizione che ne viene data:
«Processo di cambiamento globale, ampio e rapido determinato dalla messa in scacco dell’equilibrio precedente e dotato di un corso e di uno sbocco aleatori […] ogni crisi colpisce un insieme (organismo, psiche, gruppo, soci ecc.) deriva da un cambiamento dei rapporti di forze all’interno di questo insieme, può portare ad un cambiamento di forma».
Le varie fasi della crisi ed il suo decorso nel tempo sono in genere riconoscibili solo dopo, quando gli equilibri precedenti hanno dimostrato il loro essere inadatti all’evento che possiamo chiamare traumatico. Ci sono fattori endogeni all’individuo o al gruppo, al loro grado di sviluppo e solidità ed eventi esogeni legati ad una perdita più o meno grave, nel nostro caso di salute, sicurezza, libertà, morte di persone care. L’individuo e la società, vedendo fallire le difese preesistenti, mettono in campo un processo per attivarne di nuove, ma il passaggio è tumultuoso e difficile. Viene messa in crisi l’identità individuale e/o di gruppo, compare grande angoscia, si assiste all’attivazione di numerosi fantasmi bifronte di morte/rinascita, perdita/scoperta, distruzione/ricostruzione, impotenza/onnipotenza. La crisi può, tuttavia, non riuscire a concludersi, perché l’Io del singolo e quindi anche dei vari gruppi, la rifiuta, se ne difende, la minimizza o la nega, la proietta o la scarica all’esterno o estraneo. Dopo questo ci può essere ritiro, silenzio, chiusura, accessi ripetuti. Tutti questi elementi li abbiamo visti e vissuti in questo tempo trascorso ed ancora all’opera.
Il trauma dello scoprirci pressoché inermi di fronte ad una catastrofe epocale, inaspettata dai più ma in realtà prevista da alcuni e prevedibile, se solo si fosse stati capaci di vedere ed ascoltare, ha portato alla luce tutte le contraddizioni feroci del nostro mondo. Così all’inizio sembrava di essere in un film buonista con medici ed operatori sanitari angeli/eroi, gli arcobaleni con scritto “andrà tutto bene” (mentre la gente continuava a morire), i canti allegri o patriottici dalle finestre e dai balconi, la creatività e la voglia di vivere italiana portata ad esempio degli altri paesi che intanto ci giudicavano esagerati ed infetti. Dopo un po’ partivano i meccanismi paranoici e complottisti, la ricerca di uno o più nemici, la svalutazione e l’attacco di quelli che prima erano stati idealizzati, la consueta sfiducia nelle istituzioni e nei politici, nessuno faceva abbastanza o sapeva abbastanza, si invocava la salvezza e si accusava chiunque, frammentazione e divisione. I nemici erano tra noi, la scienza prima invocata diventava anch’essa nemica, dilagava il sospetto che si stessero facendo esperimenti sui cittadini cavie, diventati oggetti indifesi. Esplodeva anche la contraddizione fra generazioni, anziani da salvare ma rinchiudendo i giovani, colpevoli di non ammalarsi ma di diffondere il contagio, giudicati menefreghisti, qualcuno di loro in effetti minimizzava le conseguenze che riguardavano principalmente i molto vecchi, in fondo già ad un passo dalla morte. Poi quando il virus ha colpito paesi interi svuotando degli anziani non solo le case di riposo ma anche le case di ognuno, la morte ci ha sbattuto in faccia, con le file dei camion che portavano lontano i corpi dei nostri cari insepolti, come l’uomo ridotto al suo corpo biologico diventi nulla, e non si possa ritrovare in quelle ceneri mischiate fra loro, niente di riconoscibile.
Non si poteva ricevere nessuna consolazione nel rito funebre, divenuto proibito, nessuna Antigone sarebbe intervenuta per seppellire suo fratello. Bisognava accettare che il pericolo del contagio venisse dal vicino, dal familiare con cui condividevi il desco ed il letto, ancora peggio capire che tu stesso rappresentavi un pericolo per le persone a cui volevi bene, specialmente se per lavoro eri costretto all’esposizione agli altri. Banditi gli abbracci ed i contatti. Ognuno di noi era quindi, per ciascuno degli altri, familiare ed estraneo pericoloso ad un tempo, immagine davvero perturbante.
Intanto con gli anziani spariva di colpo una memoria antica, che già da tempo era stata svalutata, messi in crisi tutti i riferimenti culturali, irrise le competenze non più all’altezza delle sfide della modernità. Eppure, alla scienza ed alla sua capacità di trovare soluzioni affidavamo le nostre maggiori speranze di salvezza.
Angoscia, lutto per qualcosa di perduto, confronto con la morte, trauma, rimessa in gioco dei confini dell’identità, regressione a meccanismi difensivi arcaici…tutto ciò ha a che fare con una serie di immagini potenti ed inquietanti in cui il virus diventava un essere senziente con una intenzionale volontà di nuocerci ed espandersi, valicando il confine tra inanimato ed animale e tra l’animale e l’uomo. Il nostro corpo, scoprivamo con stupore, essere parte di quella natura che avevamo pensato di conoscere e controllare fidandoci integralmente delle tante scoperte che promettevano una vita più lunga e più sana. Ma la natura stessa, divenuta matrigna, ci parlava dai nostri cellulari (assai poco naturali ma divenuti ormai protesi del nostro corpo) accusandoci di essere i colpevoli della devastazione del mondo e per questo puniti attraverso la pandemia.
Si cominciava così a delineare una frattura fra i fautori di un ritorno indietro alla natura benigna, alla madre terra ed alle relative pratiche esoteriche e mistiche e quelli che invece auspicavano ancora più scienza, più sviluppo, più tecnologia, facendo lievitare in una spirale inarrestabile le paure degli altri, anche di quelli in mezzo, persi ormai e disorientati tra i due opposti.Questa doppia immagine della Natura si avvicina anche essa molto alla descrizione di qualcosa di familiare che diventa estraneo ed ostile, quindi perturbante.
Tutti quegli opposti prima citati: morte, rinascita, ecc., ci parlano in effetti di meccanismi arcaici intrisi di profonda ambivalenza, che esprimono la difficoltà a rappresentare qualcosa di oscuro ed inatteso che avrebbe dovuto rimanere nascosto. L’ospite inaspettato si rivelava invadente e distruttivo, il trauma della sua presenza che scardinava le nostre vite si dimostra quasi impossibile da elaborare.
Per molti autori tutto lo scritto sul perturbante di Freud sarebbe stato un meccanismo difensivo di fronte alla morte insensata che imperversava fuori e dentro di lui (la guerra e suo figlio in pericolo, l’avvento del nazismo, prima la figlia malata, poi lui stesso malato) tanto da fargli concepire l’idea dell’esistenza di una fondamentale pulsione di morte. Quella formulazione lo riportava al pensiero di Heidegger ed all’ angoscia ontologica degli esseri umani nello scoprirsi soli e liberi con le proprie scelte di fronte ad una vita essa stessa insensata, alla fatica immane di trovare regole e leggi umane a cui fare riferimento, difficile se nulla sembra più avere un significato in un mondo preda della violenza più atroce. Ricercare nei prodotti della sublimazione artistica una possibile risposta al mistero della vita umana terribile e sacra ad un tempo, consente di sciogliere almeno in parte il nodo dell’angoscia. Dal doppio di Otto Rank, citato da Freud nel Perturbante (op.cit., p. 96) e dal Sosia di Dostoevskij, ci vengono infinite suggestioni, una delle figure più inquietanti, infatti, dell’immaginario umano è questo essere identico e impossibile, che con la sua apparizione ci rende stranieri a noi stessi non riuscendo più a distinguere chi sia il vero Me. Secondo Freud inizialmente il primo doppio dell’essere umano, creato come difesa contro l’idea della morte sarebbe stata l’anima, che assicura all’uomo un senso di immortalità seppure in un altro livello del mondo. Anche il compagno immaginario dei bambini svolge una fondamentale funzione di rassicurazione all’inizio, se vive però troppo a lungo nella mente del fanciullo assume una sua autonomia che finisce per parassitare la vita reale ostacolandone la crescita armonica. Il sosia o doppio è un personaggio diventato del tutto autonomo dalla volontà del soggetto che cerca di prendere il suo posto minando la coscienza della propria identità ed alla fine la sua stessa esistenza, finendo per sostituirsi completamente a lui.
In fondo tutta la teoria di Freud si può dire che abbia spostato il perturbante all’interno del soggetto, la parte più nascosta ed oscura di sé è il suo stesso Inconscio da cui è abitato e governato. Solo attraverso la sublimazione o la psicoanalisi, può sperare di portarne alla luce una piccola parte.
Il perturbante come meccanismo difensivo può essere interpretato anche come ricerca di un oggetto trasformativo come dice Morani: «concetto ponte che integra dolore psichico e narrazione trasformativa»3. In particolare, lo sono gli oggetti della produzione artistica, in grado di costruire interi mondi fantastici, utopici o distopici, come i molti esempi citati dallo stesso Morani e come quelli riportati da M. Fisher nel suo The weird and the eerie4 declinati in una direzione più angosciante e nichilista o più sovversiva.
Anche Bion fa riferimento al senso del catastrofico ed al terrore generati dai tragici eventi della guerra mondiale, mente che rischia di frammentarsi e perdersi se non esistesse anche una spinta ad esistere attraverso gli elementi alfa, come la capacità immaginativo-emotiva e poetico-sognante che hanno una funzione curativo-trasformativa, come quella materna. Secondo la sua teoria esisterebbe una predisposizione innata, «una preconcezione»5 ad aspettare il seno, quindi qualcosa di altro da sé, base per una primitiva differenziazione tra soggetto ed oggetto. La rêverie materna sarebbe quindi quella che consente al bambino di sviluppare il pensiero, creando legami tra gli oggetti, alimentando il legame con il desiderio di conoscenza. L’Io, quindi, inseguirà sempre “la verità” senza mai raggiungerla, dovrà arrendersi ed attendere che lo avvolga e possieda. Per lui il sosia o il gemello immaginario sarebbe la parte psicotica della personalità derivante dalla scissione dell’Io conseguente ad una mancata integrazione.
Winnicot mette l’accento sulla paura del crollo già sperimentato che sarebbe quello legato all’angoscia primitiva del ritorno ad uno stato non integrato. Angosce e paure che possono essere risolte da un rapporto solido con una madre sufficientemente buona.
M.Klein sottolinea l’aspetto della aggressività infantile conseguente alla prima separazione dall’oggetto materno che diventa nemico odiato e pericoloso per effetto del meccanismo proiettivo del bambino.
Bollas descrive gli oggetti evocativi come «emanazioni dell’oggetto trasformativo originario» che per lui è la madre. La madre nel proprio rapporto con l’ambiente elaborerebbe «nel silenzio gli stati sensoriali del bambino […] prima della nascita del linguaggio»6. Ogni creazione artistica può essere un oggetto evocativo capace di stimolare la nascita di una nuova forma di pensiero ed in questo senso può/deve essere perturbante, qualcosa che rompe l’equilibrio precedente e contemporaneamente difende dal trauma. Nello stesso tempo questo autore afferma che l’Idioma umano è l’essenza di ogni persona, il nucleo unico e misterioso «nascosto nel cuore del Sé, la caratteristica della sua unicità, prodotta dalla interazione madre-bambino»7. L’idioma è considerato quindi qualcosa di diverso dal linguaggio propriamente detto, letteralmente qualcosa di “proprio” specifico di quella diade madre-figlio e di quella famiglia.
Lacan è colui il quale ha ipotizzato che l’inconscio sia strutturato come un linguaggio, senza di esso non potremmo nominare le cose, simbolizzare, meta-ragionare su noi stessi e sul nostro inconscio.
Il punto è dove, come e quando nasce il linguaggio? Secondo L. precede il singolo individuo, ciascuno prima di nascere è inserito in una catena di significanti, i genitori e tutta la famiglia e la società intorno ad essa ne fanno anch’essi parte, in un transgenerazionale che costituisce l’eredità ed il patrimonio di ciascuno. L’ordinatore di questa struttura sarebbe il significante del Nome del Padre che poi equivale al fallo. Quindi l’idioma specifico, la firma e lo stile come li chiama Bollas, sono comunque secondo Lacan quelli dell’altro, alla base della specifica alienazione dell’essere umano. In vario modo, su un punto siamo ormai tutti d’accordo: siamo divisi ed in parte estranei a noi stessi. La ricerca inesauribile della verità ci conduce sempre più all’indietro alla preistoria della razza umana per chiederci come sia nato all’inizio il linguaggio umano, quello che ci ha resi così diversi dagli altri animali, quello che ci spinge a creare intrecci e storie, a sperimentare le varie forme di arte e musica, a costruire oggetti, monumenti e città, a trasformare il mondo, fino a farci credere di esserne i padroni.
Se torniamo per un attimo al fondamento della religione cristiana in cui vien detto che Dio ci creò a sua immagine e somiglianza … potremmo anche pensare di essere noi i sosia o i doppi di Dio. Questa aspirazione dell’uomo a giocare a fare Dio, sostituendoci a Lui, ci porta alla questione del dominio della tecnologia con la ipotetica, per ora, creazione dei cyborg, incrocio di umano e macchina, poi totalmente meccanico, protagonista di tanti racconti e film di fantascienza. Quell’essere (che viene dotato dall’uomo di memoria, intenzionalità e financo emozioni) è la rappresentazione contemporanea di un doppio e di un oggetto immortale in quanto può essere sempre riparato o sostituito con un altro identico. L’altro prodotto di una scienza distopica: il clone creato con le stesse cellule germinali del singolo individuo, esperimento già realizzato negli animali, bloccato per gli umani per ragioni etiche, ci mette ancora più a confronto con tematiche profonde ed angoscianti. Uomini in serie prodotti come pupazzi su una catena di montaggio, usati come prodotti a perdere, da sacrificare in missioni rischiose, o da conservare come fonte di pezzi di ricambio. Il commercio di organi da uomini è purtroppo già una tremenda realtà.
Il sogno dell’immortalità da laboratorio mostra la sua contropartita nel congelamento del tempo in una fissità che non può essere chiamata vita. Rivedere il bel film Intelligenza Artificiale di Spielberg su soggetto comprato da Kubrick fa riflettere, spesso l’arte colpisce a fondo più di tante teorie, come viene sottolineato da tutti gli autori. Il bambino robot, quindi immortale, a cui la donna, morta da tempo, aveva insegnato ad amare come un umano, dopo millenni di solitudine, preferisce sparire nel suo abbraccio ricreato dalla tecnologia aliena, piuttosto che continuare a vivere in un eterno senza senso. La donna è di fatto già più vicina a Dio per la sua capacità di generare? Forse ha un innato senso del tempo che scorre insieme alla vita?
Queste domande trascinano con sé tutte quelle già sollevate dalla questione delle origini del linguaggio, profondamente intrecciato con le riflessioni sulla sessuazione e sulla generazione in senso lato, due elementi decisamente perturbanti sui quali tutti gli analisti continuano a discutere ed anche a contraddirsi. Saranno oggetto di ulteriori interrogativi conseguenti ai tre frammenti clinici, riguardanti tre donne, oggetto del prossimo paragrafo.

Tre donne, tre generazioni
Tre donne diverse per età e per storie personali che ruotano da punti di vista diversi intorno al tema della maternità, cercata o rifiutata, idealizzata o punitiva.
La prima, Franca, una signora anziana madre amorosa di due figli a cui è molto legata, che spera di diventare nonna “prima che sia troppo tardi”, la seconda, Paola, in quella mezza età in cui si viene ancora ritenuti giovani, madre di parecchi figli alcuni nati quasi per caso, altri non nati per volontà o per fato, infine la terza Eleonora una ragazza bloccata nel suo statuto di perenne figlia che non riesce a crescere.
Nella storia di tutte e tre un evento, diversamente traumatico: un aborto volontario.

1. La quasi nonna
Franca è depressa, ha avuto altri episodi in passato, superati con qualche aiuto psicologico e soprattutto farmacologico. Si descrive come una bambina triste, con un padre molto anziano, deceduto quando lei era giovanissima ed una madre chiusa e poco affettuosa. Attualmente risente molto della recente perdita del posto, la galleria d’arte dove lavorava da anni ha infatti chiuso durante il lockdown, è separata dal marito, le figlie sono entrambe lontane. Lei, quindi, si sente molto sola e la sua maggiore speranza è che la figlia maggiore le “regali” un nipotino, come accaduto alla maggior parte delle sue amiche, e magari torni a vivere vicino a lei. La ragazza però, molto concentrata sul proprio lavoro, ambiziosa e competitiva, pur cercandolo non riesce a concepire e non sembra trovare il tempo per capire perché. Freud si preoccupa molto che il tempo passi e la figlia sia troppo grande per diventare madre e soprattutto che lei stessa non abbia più la forza per aiutarla con il bambino. Nelle sedute individuali il discorso è ripetitivo e sembra girare sempre intorno allo stesso tema. Sembra piena di sensi di colpa per non essere stata un buon esempio di madre, avendo lasciato la figlia molto presto per rientrare al lavoro, all’epoca precario, a cui teneva molto. L’intensità del suo vissuto non sembra proporzionato a ciò che racconta, tanti ricordi felici dell’infanzia di entrambi i figli, la fatica ma anche la gioia di conciliare il loro accudimento con il proprio lavoro, aiutata dai suoceri ed anche, a quel tempo, dal marito.
Un giorno, parlando per l’ennesima volta della sua “sindrome del nido vuoto”, espressione da lei usata perché sentita da varie parti, io non riesco a trattenere un commento: «Ci sono anche madri ben felici che i figli se ne vadano, alcuni possono anche essere molto pesanti, invadenti addirittura».
Lei mi guarda scandalizzata e ribadisce: «Io non sono così, i miei figli non sono così, un figlio si ama sempre anche se fosse un mostro!». La volta dopo arriva con aria turbata e sta a lungo in silenzio, poi racconta un incubo, tornatole in mente solo ora, avuto poco dopo la morte di sua madre, con cui aveva un complicato rapporto di dipendenza. Nel sogno lei stava dormendo e sentendo un rumore si svegliava, in controluce davanti alla finestra vedeva una sagoma che sembrava quella di sua madre, poi la figura si avvicinava e si rivelava essere lei ma in forma di zombie che l’avrebbe divorata. Si svegliò urlando terrorizzata. Quando poco dopo rimase incinta, confidò al marito di volere un figlio maschio per la paura superstiziosa che una femmina potesse avere qualcosa di quella madre terribile. L’iniziale rapporto con la figlia non fu facile, il marito sembrava non fidarsi di lei e tendeva a ricorrere sempre più spesso alla propria madre, F. si sentiva stanca, la bimba era nervosa e lei si sentiva defraudata di qualcosa anziché aiutata dalla suocera, con cui pure andava d’accordo. L’Ospite tanto atteso8 il figlio che deve nascere, è sempre anche qualcosa di totalmente inatteso, nulla potrà cancellare questa divisione e delusione.
Si nasce tra il sangue, la pipì e la merda, è un dato di fatto, quel luogo sporco e quel momento sono spesso portatori di morte, non è solo la madre “difettosa” che poi si ammalerà di sindrome post partum a sentire più o meno chiaramente queste radici pescare nell’ombra più oscura.
Ecco le suggestive parole scritte da Franca, l’ipotetica nonna, dopo una seduta in cui si era parlato della sindrome del nido vuoto, riassunto di cose da lei pensate in parte quando aspettava la prima figlia, subito dopo la nascita e poi negli anni successivi, fino ad oggi, una sorta di riassunto dei suoi vissuti di madre, vergato in una notte insonne.
«Quel feto, quel bambino che si annida nella tua pancia, tanto desiderato, che ti riempirà la vita di gioia, quando esce con paura e terribile dolore, eri certa di morire, è qualcosa, non ancora qualcuno, un pezzo di te, eppure misterioso, estraneo.
L’hai creato tu ma non è tuo soltanto, tutti ne reclamano un po’, forse sarà un Re od un piccolo Dio.
Intanto devi imparare ad accoglierlo, ad accostarti con sapienza antica, un gesto per volta, un verso per volta, una succhiata per volta, inalarne l’odore che sempre ti accenderà un piccolo fuoco nel ventre e nel cuore. Che strano, non pensavi, stupidamente, che questo amore sarebbe stato così carnale, così forte la voglia di -mangiare letteralmente di baci- quel piccolo essere. Eppure, all’inizio sembra ancora una parte del tuo corpo, non puoi separartene a lungo, lei/lui si sentiranno allo stesso modo? La pace… è nel reciproco abbraccio, forse sì.
Ti vede? Non lo sai ma dopo poco ti guarda e capisci che vede solo te come suo unico orizzonte, tu sei tutto il suo mondo ed allora affoghi nei suoi occhi sentendoti intera eppure spaventata, perché in questa fusione, come nell’amore che l’ha generato, rischi di perderti.
Devi allora dare parola e sostanza a questo amore nuovo, cominci a raccontare a te stessa e a lui/lei chi è, chi sei tu, chi e cosa c’è al di fuori di voi, dai voce e forma al mondo, sei la sua guida ed il suo tramite, imparerà a guardare, a sentire, a nominare, sennò sarà perduto.
Ma quante volte nasce un bambino? Quante volte nasce una madre? Ogni volta che affronta un passaggio difficile e tu con lui, ogni volta. Quando pensi di avere raggiunto un traguardo e poterti riposare, che ormai sai chi è e come prenderlo, cosa aspettarti, lui ti sorprende, nel bene e nel male, costringendoti a cambiare gli occhi con cui lo guardi, a modificare il linguaggio ed i tempi, a prendere la misura come una tessitrice paziente, di quella nuova fase. Non c’è certezza alcuna, potrebbe tirare un filo qualunque e smontare l’ordito e tu dovrai ricominciare da capo.
A sostenerti c’è solo il tuo insensato amore che ti fa credere che saprai accettare qualunque cosa, capire ed affrontare ogni cedimento, sbaglio, delusione o pericolo. Ti senti pronta a dare la vita perché lui/lei viva, ma sarai davvero capace di farlo? Saprai accorgerti dei momenti di passaggio, quando aprire una porta oppure chiuderla? Quando non sarà la tua vita o il tuo sacrificio a servirgli ma quello di qualcun altro? La maternità e le domande che grida ti scuotono e lacerano dentro come nessun altro evento ma nello stesso tempo ti cola nelle labbra l’elisir della vita. Cosa farai quando il figlio sarà diventato davvero qualcuno di diverso ed autonomo da te e tu dovrai salutarli con le tue braccia vuote? lì dovrai essere forte perché in quel momento sarai davvero nuovamente sola».

Le cose migliorarono molto verso i due anni della piccola. Dopo alcuni anni, ebbe la seconda figlia, tutto fu più semplice e sereno. F. sembra cominciare almeno a concepire che un figlio per vivere deve potersi separare ed allontanare, che questo non significa perderlo.
Dopo qualche tempo, raccontò dell’aborto volontario fatto quando la bambina aveva poco più di un anno, gravidanza non prevista, e lei pur avendo sempre desiderato di avere diversi figli, sentì chiaramente che questo nuovo figlio le avrebbe succhiato la vita come un alieno vampiro e lei non poteva farlo nascere. Chi è il mostro? La madre o il figlio? Come era arrivata a questa scelta così difficile? Queste le sue parole, ripensando anche a quello che aveva scritto:
«Se invece il bambino non era atteso, si annuncia imprevisto, frutto di un errore, non voluto, è tutto diverso, provi a fargli spazio dentro e fuori di te, ma non riesci, ti viene da vomitare, ti senti male, hai paura, la prima figlia è ancora così piccola e quell’attesa che la prima volta era stata così bella, quasi messianica, si trasforma in un incubo. Fino al sogno di una notte in cui ti vedi sprofondare nel buco nero di un oceano immenso, che ti sovrasta con il suo peso, soffocandoti e capisci che non potrai riemergere e finirai così. Ti svegli di colpo e decidi che no, questo figlio non nascerà o tu morirai».

2. La madre
Paola è una ancora giovane donna che ha avuto quattro figli, da padri diversi, di cui l’ultimo nato morto perché malformato, non era stato voluto, ed il marito attuale, dati i problemi di salute di P. ed anche dei primi due figli, affetti da problemi dello sviluppo, le aveva proposto di abortire ma lei aveva rifiutato, sottoponendosi così ad una esperienza atroce, quella di partorire un bambino morto. Dopo quella tragedia, P. era stata malissimo, aveva “pianto per mesi” quel bambino a cui aveva voluto dare comunque un nome.
In passato aveva avuto altri problemi sul versante maniacale ed aveva per qualche tempo seguito una terapia farmacologica, poi era tornata al suo consueto stile di vita iperattivo, con alcuni comportamenti impulsivi. Attualmente attraversa una sorta di stato misto, alternando momenti di apatia ed umore triste con altri in cui minimizza tutti i problemi della sua vita che sono molti e complessi. P. ripete spesso che si sa organizzare e che riesce anche da sola ad affrontare tutto. Si lamenta, invece, della madre ricoverata in un istituto, affetta da demenza, in passato anche da problemi psichiatrici. È la madre adottiva, descritta come instabile e prevaricante al tempo stesso che la spingeva senza sosta in mille attività senza tenere mai conto dei suoi desideri e delle sue difficoltà. Il padre era morto poco dopo la sua adozione. Lei ha sempre fatto tutto quello che la madre le chiedeva, trovando un po’ di sicurezza solo nel nonno materno, meno nella nonna che pur stabile ed accudente era però piuttosto fredda. Durante l’adolescenza iniziò la ribellione, lasciando la scuola, frequentando gruppi trasgressivi, fino a restare incinta per sbaglio di un uomo parecchio più grande, già padre. Questo figlio avuto da giovane è stato vissuto più “come un fratello”, anche perché la relazione si era interrotta molto presto ed il padre si è sempre disinteressato del bambino. Poi un altro figlio con un altro compagno, infine le ultime gravidanze con l’attuale marito. Parlando dell’ultimo emerge che il rifiuto di abortire era dovuto ad un aborto volontario praticato quando giovanissima era stata violentata dal suo ragazzo di allora e la nonna e la madre l’avevano convinta a non tenere il bambino. La violenza non era mai stata denunciata. La gravidanza precoce sembra avere molto a che fare con una pulsione di morte. La morte, d’altra parte, sembra nella sua storia inestricabilmente connessa al concepimento ed alla nascita.

3. La figlia
Eleonora è una ragazza intelligente, che però si blocca ai colloqui di lavoro, spesso non si presenta o la rifiutano, non riesce a concludere, la madre la controlla ed ossessiona, secondo lei aggravando le sue difficoltà. Contemporaneamente ha molte difficoltà di relazione sia con le amiche che, forse ancora di più, con i ragazzi. Ogni rapporto sembra naufragare tra equivoci e conflitti generati secondo E. dalla incapacità degli altri di capire appieno quello che lei dice e di corrispondere alle sue aspettative.
Si appella continuamente alle leggi scritte e non scritte della convivenza civile per dimostrare di avere assolutamente ragione, che la verità di quei rapporti è la sua e non un’altra. Cerca continuamente questa verità e a questa impossibile ricerca sacrifica la vita intesa come capacità di costruire qualcosa, di lasciarsi andare alla fiducia in un altro, di riuscire a gioire ed amare.
La sua lente di ingrandimento riesce sempre a trovare il classico “pelo nell’uovo”, il difetto nell’altro, manca sempre qualcosa per fare “un uomo giusto” per lei.
Nel corso della terapia emerge che qualche anno fa ha praticato una interruzione volontaria di gravidanza perché, oltre a non ritenere quel ragazzo adatto a lei, non si sentiva in ogni caso all’altezza di diventare madre. Torna a parlare della propria madre come di una persona debole e lamentosa che non è mai stata in grado di difenderla, ma da cosa non si capisce. I genitori si sono separati da diversi anni e lei non ha più avuto rapporti con suo padre da un lato idealizzato fino ad un certo punto poi svalutato perché molto aggressivo con suo fratello.
Lei che era la preferita si sentiva in colpa (tema del bambino picchiato in Freud)9 e si arrabbiava con la madre che non interveniva.
Privata della possibilità di identificarsi con una madre debole, abbandonata da un padre amato e temuto, non sa a quale legge appellarsi per sentirsi autorizzata a crescere, e non essere il bastone della madre, ad accettare di potersi separare, desiderare qualcosa, costruirsi una vita.

Possibili significati di un aborto volontario e sue conseguenze
Nel primo caso la decisione di non far nascere quel bambino imprevisto sembra provenire da una improvvisa consapevolezza, scaturita dal sogno, della insostenibilità, per la sopravvivenza emotiva materna, di un altro figlio in una situazione già molto difficile ed ancora da elaborare della prima nascita, pure tanto attesa. La distanza tra l’idillio con sfumature di onnipotenza vissuto durante la gestazione, dato dal sentirsi finalmente donna completa, era stato bruscamente spezzato da un parto in sé traumatico e da un precoce rientro al lavoro con i conseguenti sensi di colpa e di inadeguatezza. Il bambino non poteva essere né il Re o il Dio immaginato ma neppure la madre divoratrice dell’incubo era un ospite inatteso, che poteva, però, essere gradualmente conosciuto ed amato, e come tutti gli ospiti, avrebbe prima o poi ripreso un’altra strada. L’aborto, espressione di una scelta netta, assume le sembianze di un sacrificio umano offerto al Dio oscuro della morte o forse alla madre Ombra cannibalica perché resti nell’Ade. Complesso processo in cui la donna, confusamente, tagliando via questo pezzo di sé, contemporaneamente accetta e lascia cadere la parte oscura di sé, esorcizza la madre cattiva introiettata, riconoscendo che nessuna donna è totalmente buona.
Questo le consentirà, di recuperare la libertà di un rapporto armonico con la figlia già nata, anche se pagando il prezzo di una momentanea depressione, e di concepire e allevare più serenamente un altro figlio. La vita delle sue figlie fuori dal nido può ora, essere riconsiderata come un successo, le ha sapute lasciar andare nonostante tutte le sue paure, «Forse non è così importante avere un nipotino -dirà alla fine- forse posso rimettermi a dipingere».
Nel secondo caso l’episodio di interruzione della gravidanza avvenuto in giovanissima età si configura in modo molto diverso. Il concepimento è avvenuto in conseguenza di una violenza da parte di un ragazzo con cui c’era una relazione, che ha tradito la fiducia della ragazza. La decisione è stata, anche comprensibilmente, essendo P. minorenne, guidata dalla madre e dalla nonna, non meditata né assimilata dalla ragazza, parzialmente vissuta come una seconda violenza. Questo tragico episodio si inseriva tra l’altro nel difficile vissuto di una persona che era stata rifiutata dalla madre naturale, che l’aveva abbandonata, facendola sentire troppo simile a lei. La conseguenza sembra essere quella di innescare una compulsione a concepire in ogni caso, a dispetto delle situazioni di relazione e di salute propria e dei figli. P. sembra voler negare le difficoltà e far nascere a tutti i costi vari bambini, anche malati o morti, per dimostrare la pura forza generatrice del proprio corpo. Competizione in opposizione alla madre adottiva sterile e contemporaneamente, anche, attraverso la propria eccessiva abnegazione, con la madre naturale, vestendo i panni di una “madre chioccia” che non abbandona nessuno dei suoi figli. Il suo percorso successivo è stato la difficile ricerca di esistere come donna anche al di fuori dei suoi figli. A partire dalla rivelazione dell’aborto precoce e della natura impulsiva dei suoi concepimenti iniziò davvero il suo percorso di analisi.
Nel terzo caso, infine, la giovane E., presa nella sua ossessiva ricerca di perfezione, non potendo mai raggiungere questo ideale, ha ratificato con l’aborto la propria presunta incapacità non solo a procreare ma a vivere. Si estenua nel cercare un partner che possa compensare le proprie mancanze, che sappia capire le sue richieste, forse che la aiuti a scoprire quella verità sui rapporti tra uomo e donna che le sfugge da quando era bambina. In questo modo si condanna al fallimento, sia nel lavoro e quindi nell’autonomia dalla madre, che nelle relazioni sentimentali. Ancora impantanata in una dinamica transferale di attesa di una parola salvifica da parte dell’analista, probabile madre fallica, decise di rivolgersi altrove.

La questione femminile
Partendo da questi tre esempi clinici cercherò di fare una riflessione assolutamente parziale, il tema è troppo vasto e complesso per potere essere approfondito in questa sede, sulla peculiarità del rapporto delle donne con l’esperienza della maternità. Trattato quel tanto che serve a consentire un collegamento con il tema principale dell’inaspettato e del perturbante.
Non c’è dubbio, come afferma Racamier10, che questo momento della vita di una donna rappresenti una crisi esistenziale profonda, in cui si verifica una sorta di terremoto emotivo ed una serie di cambiamenti fisici che rimettono in discussione ed in movimento gli equilibri precedenti, il sistema difensivo e pulsionale e in definitiva il sentimento di identità della donna. Questa crisi è considerata come un momento di grande rischio per le donne già fragili, ma molti dei vissuti che, estremizzati, possono dare dei veri quadri clinici, sono condivisi da ogni donna, ed ognuna ha bisogno di molto coraggio per attraversare questa avventura che la renderà per sempre un’altra, sconosciuta a sé stessa più di quanto già non lo fosse. Si incontrano e scontrano in lei il primitivo attaccamento alla madre, la sua più o meno riuscita identificazione con lei, la sua scelta oggettuale, la libido che ritorna su sé stessa creatrice e sul feto dentro di lei, e soprattutto l’immaginario che investe il bambino atteso ed i molteplici significati che può assumere. Abbiamo visto nel caso di Franca come pur in una attesa gioiosa, di un figlio desiderato, si siano insinuati degli elementi paurosi come la madre zombie, che hanno rischiato di compromettere il rapporto con il futuro bambino. L’idea superstiziosa, giudicata razionalmente assurda dalla stessa F., che questa madre oscura e cannibalica potesse tornare in una figlia femmina, ci conferma in modo evidente quella dinamica che conduce la donna sul sentiero scivoloso che rischia di frammentare la sua identità, sentendosi incinta non solo del bimbo sognato come un Re ma anche di un mostro che è poi la propria stessa madre. Passato angoscioso, presente fluttuante e futuro magico riuniti in un solo corpo ed in una sola mente. Questo vissuto era stato cancellato e poi si riattualizza in un altro sogno che conduce all’aborto, quindi alla eliminazione o abbandono di questa parte mortifera con apertura di una possibilità di vita e di nascita più libere. Il cerchio della vita si ricongiunge con la morte, attraverso la quale si può arrivare a comprendere che nell’amare ed accudire un figlio si può amare anche la sé stessa bambina e sanare alcune ferite. Nel caso di P. la madre compulsiva, la gravidanza sembra essere inizialmente qualcosa che si produce al di fuori di lei come effetto di un intervento violento che tuttavia la fa sentire, appena adolescente, non più un resto rifiutato, ma una donna capace di procreare grazie ad un uomo che impone la sua presenza e non la sua assenza. Quel seme/frutto le viene estirpato dalla madre sterile e questo innesca la gara in cui i bambini sembrano pupazzi fatti in serie, viene da dire, alla bell’e meglio, l’importante è produrre, sentirsi piena e completa, onnipotente anche se questo ad ogni parto potrebbe costarle la vita. Solo l’ultimo figlio nato morto rompe questa ripetizione e la induce, conduce in analisi. Anche per lei dalla morte nasce la vita, può provare ad amarsi un po’ e a dare spazio alle tante lacrime mai versate dalla sé stessa piccola.
La giovane E. invece non riesce, a quanto se ne poteva sapere allora, a ritenersi un contenitore valido di oggetti preziosi anche se imperfetti, ed il senso di colpa per aver eliminato quel bambino che forse avrebbe potuto esserlo, l’ha spinta ancora di più a cercare la verità assoluta in un altro anziché lasciare che una verità parziale ma sua, trovasse spazio per venire alla luce. Ci auguriamo che il suo percorso sia diventato più evolutivo.
Come è piuttosto evidente, la questione del doppio appare centrale nella donna e nel suo rapporto con la generazione o maternalità. La bambina, identificata con la madre che è anche il suo primo oggetto d’amore, forse ignora la differenza dei sessi come il maschietto, ma forse non le interessa all’inizio, tutta presa dallo specchio che le rimanda la conferma e la disconferma insieme di essere come la madre. Legge il suo amore negli occhi della madre, si sente vista e riconosciuta, anche se ha condiviso con il maschio il terrore dell’abbandono e del disamore, fino a quello di sparire forse inghiottita da quella grande madre. Questo accadrebbe nelle frasi preedipiche, dominate dalle pulsioni parziali e contemporaneamente dalla spinta verso l’unità, quel ritorno alla casa antica, all’origine del Perturbante. La bambina pensa di poter diventare crescendo come la madre, poter essere il suo doppio e quindi perfettamente in grado di soddisfarla ed anche di fare un bambino con lei e per lei. Quindi raddoppiarsi e poi sdoppiarsi. Tuttavia, il doppio, come sappiamo è inquietante, può anche essere una condanna, quello che ruba la vita, che toglie l’identità. Chi sono io, allora, come individuo, se sono il doppio di mia madre? Tanto più perturbante e mortifero se l’immagine materna è quella di madre sterile, madre abbandonica, madre cannibalica, la bambina non sa a cosa potrà appellarsi per sfuggire al destino di essere come la madre e condannata a riprodursi in un doppio forse anch’esso mostruoso.
Quando scopre che la madre ama il padre, che ha un pene che a lei manca, cosa che dovrebbe introdurla alla castrazione, interviene, non un divieto, come per il maschio, ad amare la madre, ma una delusione. Per questo motivo, come dice E. Lemoine11 «si sente negata, non castrata». Dovrebbe nascere qui la famosa invidia del pene ed il cambiamento di oggetto d’amore, che diventa il padre, in quanto colui che appartiene al sesso dotato di fallo, non castrato come quello femminile che è svalorizzato ed addirittura disprezzato.  Questo amore edipico dovrebbe avere come scopo principale quello di ricevere in dono, con l’amore del padre, il bambino simbolo del fallo stesso, secondo la teoria freudiana. Povera femmina, condannata a vivere sempre sotto il segno dell’abbandono e della mancanza e a dover aspettare tutto: amore, riconoscimento e figlio dall’uomo, consacrato signore e padrone. Su questo che viene chiamato “monismo sessuale fallico”12 si sono concentrate le critiche di molte analiste a Freud ed anche a Lacan.
I principali punti critici della teoria di Freud sulla sessualità femminile sono di seguito considerati
La teoria sulle differenze sessuali fra maschi e femmine subisce variazioni, oscillazioni e contraddizioni nel corso degli anni e dei vari scritti. In Analisi condotta da non medici del 1926 individua come primo oggetto d’amore anche per la femmina il genitore di sesso opposto, contrariamente a quanto affermato nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905). Sempre nei Tre saggi identifica la mascolinità con l’attività e la femminilità con la passività (pag.506) e contemporaneamente definendo la libido come unicamente maschile, deduce che la sessualità clitoridea della bambina sia maschile e pertanto dopo l’Edipo debba essere abbandonata. Come sottolinea Chasseguet- Smirgel13, sappiamo oggi quanto questo sia sbagliato.
Nel testo del 1932, La sessualità femminile, Freud torna ad indicare come primo oggetto d’amore, anche per la bambina, la madre, dando rilievo alla fase preedipica ed alla difficoltà di un Edipo in cui la femmina deve attuare un doppio cambiamento, della propria sessualità e del proprio oggetto d’amore, divenuto oltretutto svalutato in quanto appartenente ad un sesso mancante e destinato alla perenne invidia del pene. Bisogna riconoscergli però la sua consueta onestà intellettuale quando afferma: «[…] Della vita sessuale della bambina sappiamo meno di quella del maschietto […] la vita sessuale della donna adulta è ancora un continente nero»14.
La Klein è colei che per prima ha posto l’accento sull’importanza della fase preedipica precoce ed ha dato rilevanza ad una imago della madre arcaica, figura parentale combinata sia maschile che femminile, vissuta dal neonato come onnipotente e pericolosa in conseguenza delle prime frustrazioni legate alla assenza del seno. Il bambino assume una posizione schizo-paranoide in cui proietta sulla madre le sue angosce e la sua rabbia distruttrice.15
Secondo Klein, inoltre, per il bambino in una seconda fase, il ventre cavo della madre diventa il luogo che contiene molti oggetti che la ingombrano ed anche il teatro in cui si esprimono le pulsioni. Questo tipo di dinamiche appartengono ai neonati di entrambi i sessi che sarebbero anche preda dell’invidia per la creatività femminile. Invidia che si può esprimere nel desiderio oscuro di voler svuotare la cavità materna dei suoi oggetti. In realtà come dice E. Lemoine: «Il gioco del vuoto e del pieno è al centro dell’immaginario femminile»16 quindi forse dovremmo porci il problema di una specificità di genere in questo rapporto col corpo materno.
Questa imago rimanda con forza a miti antichi come quelli della dea Egizia con entrambi i sessi, della Dea Kalì che divora i suoi figli, del Diavolo femminilizzato, della potente strega malvagia da bruciare sul rogo. Prima ancora di questi il fantasma più arcaico che c’è dietro è quello della madre della preistoria di un corpo materno tutto pieno in grado di generare da sé, che si ritrova nel mito babilonese Enuma Elish. Queste immagini più o meno ancestrali che ricorrono nella storia umana, sembrano continuare ad albergare nelle profondità dell’Inconscio individuale. Qualcosa di più terribile della semplice “castrazione” aleggia nell’ombra ed alimenta l’angoscia fondante della vita umana. L’ipotesi di Otto Rank è quella del trauma originario della nascita, che genera una angoscia automatica di separazione. Si tratta del terrore senza nome di precipitare nel baratro dell’assenza di amore, carenza primaria ipotizzata negli ultimi anni anche da Freud, o ancora peggio di un ritorno all’indifferenziato, al non animato, e nello stesso tempo l’idealizzazione dell’Eden in cui ogni bisogno trovava soddisfazione. Si fugge da questa origine o ci si vuole tornare come ipotizza Ferenczi nel suo Thalassa17? Le storie cliniche, i sogni dei pazienti ci danno immagini che rimandano sia al terrore di perdersi che alla tensione spinta a ricercare l’uno indiviso.
Chasseguet-Smirgel18 ne dà una declinazione ancora diversa, ipotizza che la fantasia primaria, conseguente al crollo della felicità prenatale, sia il desiderio di svuotare il ventre materno di tutti i suoi oggetti, renderlo un interno cavo totalmente liscio a cui si possa accedere liberamente e trovare un piacere che sia senza ostacoli. Quello che lei chiama il “monismo sessuale fallico” di Freud tenterebbe di cancellare nel maschietto la ferita narcisistica dolorosa della propria piccolezza ed insufficienza, prima ad autonomizzarsi dalla imago materna onnipotente, poi a soddisfare la madre edipica. Ipervalorizzare il fallo che lui pensa di avere, diventa per il bambino una compensazione, forse così era, lei ipotizza, anche per lo stesso Freud. L’autrice sottolinea come in Freud la sessualità femminile sia posta interamente sotto il segno della mancanza, ed anche la «maternità diventi solo il surrogato di una virilità irraggiungibile»19. Più avanti nello stesso libro ipotizza che «la femminilità sia legata al principio di realtà più della mascolinità […]. Il paradosso del femminile sarebbe la sua capacità di ritrovare la fusione primaria attraverso la maternità»20. Questo la proteggerebbe dalle patologie.
Possiamo provare ad ipotizzare, che, come le altre creazioni artistiche, anche i miti antichi, religiosi e no, siano stati creati dagli uomini come perturbanti difensivi rispetto alle angosce primitive e all’invidia per le capacità generative femminili. Le teorie di Lacan e di molti suoi seguaci, anche donne, portano alle estreme conseguenze il fallocentrismo di Freud. La donna è descritta non solo come quella sempre mancante, ma come quella la cui mancanza è addirittura ad “essere”, (come se anche l’uomo non fosse diviso, anche da sé stesso, dal proprio Inconscio), tanto che L. con uno dei suoi paradossi provocatori arriva a dire che «La donna non esiste»21, che la stessa realtà sparisce, che ella non può simbolizzare.  E. Lemoine aggiunge che la donna essendo spartita non può parlare per sé e da sé, non è soggetto, «parla come Pizia o strega, come mistica; quindi, per conto di altri e se parla come l’uomo lui si sente derubato e castrato»22. L’ordinatore del mondo è il Nome del Padre, significante primario, erede del padre della legge edipica freudiana, che fa nascere il linguaggio, costruendo l’ordine simbolico che struttura l’Inconscio, che quindi può essere matematizzato in formule presumibilmente arbitrarie. Questo appare a molte analiste23 un trionfo della creazione maschile che cancella ed esclude la donna con una contorta costruzione che dovrebbe aprire le porte alla scienza ed alla storia, interpretate però come dominio maschile del mondo, piegato al suo servizio da cui resta escluso, insieme alla donna il corpo, o quello che lui presume essere il reale. Luogo e plaga oscura come il continente femminile. Lacan si fa forse Dio che vuole vincere la contesa degli Dei sulla capacità di generare24. Come Zeus che fa nascere dalla sua testa Atena cancellando la donna terrena, Atena è armata, è la Dea guerriera e vergine, dunque fallica ma non sessualizzata, Dea anche delle arti e della sapienza in quanto nata dal cervello del padre, ma in pratica quella che rinuncia alla propria corporeità e quindi alla propria femminilità. Tutto ciò non può essere visto come espressione del rifiuto del femminile da parte di Lacan, di cui almeno Freud aveva riconosciuto l’esistenza? D’altra parte, sappiamo che l’osservatore non può considerarsi estraneo né a ciò che osserva né tantomeno a quello che teorizza. Ciascuno di noi osserva e pensa con tutto quello che lo costituisce come soggetto. «Molte delle illusioni della scienza sono determinate dal desiderio maschile di dimostrare la propria signoria sulla natura e indirettamente il proprio dominio sulla donna» afferma S. Vegetti Finzi25. La questione del discorso che viene dall’Altro in Lacan, è comunque fondamentale per il suo essere un modo diverso di trattare il transgenerazionale, ma proprio per questo rischia di trasmettere, da una generazione all’altra anche ogni mito ed ogni pregiudizio. L’eredità che ci viene dall’altro non è solo importante, è inevitabile, la scommessa è riconquistarla, farla propria anche mettendola in questione. Come, ad esempio, sia nato in origine il linguaggio umano, la sua capacità di rappresentare gli oggetti del mondo, in loro assenza, attiene ancora al mistero, nonostante le considerazioni di tanti autori, compreso Lacan, della sua iscrizione nel corpo tramite l’interazione madre-bambino. Molte questioni vengono problematizzate successivamente da Lacan come riporta Recalcati, nel libro Cosa resta del padre? in cui si affronta il tramonto e l’evaporazione del padre nella società moderna, quando attraversa grandi crisi epocali. Non regge più il padre dell’Edipo di Freud, svanisce, si depotenzia il Nome del Padre, non viene più riconosciuta autorevolezza a nessun rappresentante di quel significante, nella crisi di tutti i valori, di fronte alla dimostrazione dell’impotenza di tutti i padri della legge, cosa può ancora funzionare? Recalcati ipotizza che per non cadere nella illusione consumistica e cinica di poter godere all’infinito e sfuggire anche alla nostalgia di un padre onnipotente che faccia valere una legge tirannica, bisogna cercare una terza via, quella di un padre umanizzato che accetta il fallimento e mostra di saper tenere insieme limiti e capacità di desiderare, partendo dalla sua responsabilità individuale. Nel suo libro su Lacan, Recalcati26 descrive la posizione del suo maestro nel Seminario XX, rispetto al godimento in sovrappiù, godimento Altro, definito così misterioso, non simbolizzabile, già attribuito alle donne, come qualcosa di non tutto fallico, che sfugge alla legge, paragonato all’estasi mistica. In questo testo la visione fallocentrica di L. sembra venire rovesciata almeno nella lettura che ne fa Recalcati. Questo discepolo riesce a porsi una domanda sulla possibilità che dal femminile, dal suo rapporto col corpo e con il non-tutto  che caratterizza l’Altro godimento possa nascere qualcosa di nuovo, un nuovo legame sociale, le donne facendo parte di un insieme in cui non esiste nessuna eccezione alla legge della castrazione, essendolo tutte, senza illusioni, interrogate più dal particolare di ciascuna che dalla costruzione di una legge universale, sarebbero quindi più inclini ad una sorta di autentica democrazia e tolleranza delle diversità. Secondo Recalcati, Lacan dopo aver decretato l’inesistenza del rapporto sessuale, ora afferma addirittura, la possibilità dell’incontro di amore in cui c’è il riconoscimento di due singolarità uniche ed insostituibili, in cui ciascuna dona all’altra quello che non ha. Sembra una descrizione che si attaglia molto bene proprio alla maternità, in cui occorre lasciar cadere le paure ed i sogni, regalando al figlio il coraggio e la forza che non si ha, l’amore che non si è ricevuto, lasciar andare il bambino immaginario della notte27 permettendo che il bambino reale si nutra di ciò che trova dentro e fuori il corpo e la mente della madre, in un impasto unico ed irripetibile che sarà sempre meravigliosamente, o terribilmente, forse, diverso da lei.
Anche sul linguaggio viene fatta da L., interpretato da Recalcati, la distinzione tra linguaggio universale paterno e la lalingua, cinguettio e versi condivisi da madri e bambini, strato primario del linguaggio, che è abitato dal corpo. Ha rivoltato, quindi, la creazione hegeliana matematica di tutto il periodo precedente.
Verrebbe da dire che questo le donne, già lo sanno, proprio per il loro inevitabile rapporto con il corpo proprio ed altrui, scandito da ritmi che non possono governare, abituate a fare i conti con i limiti che la natura impone a tutti, maschi e femmine, non possono nascondersi dietro un velo od un simbolo. Se non sono troppo intrappolate nella galleria degli specchi a partire dal doppio materno che può portarle alla follia e non irretite ed irrigidite dalle sovrastrutture maschili, possono ritrovare la propria parola e la propria creatività. In questo caso, infatti, possono essere ancora in grado di ascoltare la propria sapienza antica, che non è magia, ma radice profonda nella terra e nel sangue del mondo. Il Verbo pretesa origine di tutto nella religione cristiana, il linguaggio mitizzato e le leggi astratte, rischiano di diventare la scienza disumanizzata, il regno dell’utopia che si fa distopia, della negazione della natura e di quel tanto di mistero che alberga in essa ed in ciascuno di noi. Non tutto può essere portato alla luce, il regno delle ombre esisterà sempre.
Tornando all’inizio dell’articolo, quell’inaspettato che ci ha travolto potrebbe forse essere ricondotto al perturbante eterno conflitto tra Natura e Cultura/Scienza, che rappresenta anche il confronto scontro mitico tra maschile e femminile/materno, in un rimpallo continuo della forza distruttiva da uno all’altro.
È la Madre onnipotente a farsi matrigna cattiva e distruttrice o è il bambino-uomo che si atteggia a Dio e giocando la uccide negando con lei l’origine della vita che non riesce ad afferrare?
Potremmo ipotizzare che l’eterna guerra per il primato della creazione possa essere abbandonata e si possa, spinti da questa crisi, mettere in moto delle forze creatrici comuni. La premessa indispensabile perché questo accada sembra essere l’accettazione delle diversità, del fatto che vita e morte sono sempre intrecciate, così come ciò che chiamiamo male e bene in ciascuno di noi. Occorre rassegnarci al fatto che tutti gli esseri umani di qualunque genere sono comunque castrati, cioè limitati ed imperfetti, destinati a non poter mai sapere tutto e prima o poi a sparire. Non ci salverà il Capo dell’Orda né un nuovo Profeta e neppure una macchina prodigiosa. La funzione del limite, che ancora chiamiamo paterna, deve essere reinventata ed esercitata dagli esseri umani, a qualunque genere appartengano, rassegnandosi ognuno ai propri limiti ed assumendosi la responsabilità dei propri atti.
Forse non è un caso che già da prima della pandemia sia venuta alla ribalta con il suo grido di allarme e di rabbia la ragazzina Greta, diversa dagli stereotipi, a richiamare tutti noi alla responsabilità di salvare il mondo. Diventata rapidamente un nuovo mito, deve piuttosto restare una giovane spaventata e lucida, che ha fatto della sua diversità e fragilità, una forza, diventando una possibile madre del futuro di tutti, non da sola, ma appellandosi alle generazioni precedenti ed anche ai suoi coetanei.

Stefania Falavolti
Medico, specialista in Psichiatria, psicoterapeuta, psicodrammatista, Didatta Sipsa, docente Coirag. Già Responsabile di Unità operativa semplice Centri di Salute Mentale di Civitavecchia e Ladispoli. Libero professionista.

NOTE
1) Racamier P.C., Taccani S., La crisi necessaria, pp. 128-131,
2) Freud S., (1919), Il perturbante, in Opere, vol. IX, p.96
3) Morani A. A., Sul perturbante, p. 41,
4) Fisher. M. (2018), The weird and the eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, Minimum fax, Roma
5) Bion W. R. (1963), Gli elementi della psicoanalisi
6) Bollas C. (1987), L’ombra dell’oggetto,
7) Ibidem
8) Vegetti Finzi S. (2017), L’ospite più atteso, p.13
9) Freud S. (1919), Un bambino viene picchiato, in Opere, vol. IX, p. 41
10) Racamier P. C. – Taccani S., pp.38-40,
11) Lemoine Luccioni E., Il taglio femminile, p. 85
12) Chasseguet-Smirgel J., I due alberi del giardino, p. 43
13) ibidem, p.42
14) Freud S. (1926), Analisi condotta da non medici, in Opere, vol. X, pp.347-416
15) Klein M., (1938), L’importanza della formazione dei simboli nella formazione dell’Io, in Scritti pp. 21-58
16) Lemoine L.E., ibidem, p. 50
17) Ferenczi S. (1924), Thalassa, Astrolabio Ubaldini, Roma
18) -19) -20) Chasseguet S.J., ibidem, pp. 40, 42,67
21) Lacan J., Seminario XX, p.11,
22) Lemoine L. E., Il taglio femminile, pp. 72-73,
23) Bassanese N., Buzzati G., (1980), La mascherata, pp.12-13
24) Vegetti Finzi S., Il bambino della notte. Divenire donna divenire madre, A. Mondadori, Milano, pp.82-125
25) ibidem, pp. 98-99
26) Recalcati M, Jacques Lacan, Desiderio, godimento e soggettivazione, pp.530-539
27) Vegetti Finzi S., op.cit, p. 137

BIBLIOGRAFIA
BASSANESE N., BUZZATI G. (a cura di), La Mascherata.La sessualità femminile nella nuova psicoanalisi,
Savelli, Perugia, 1980
BION W. R. (1963), Gli elementi della psicoanalisi, Armando, Roma, 1970
BOLLAS C. (1987), L’ombra dell’oggetto, Borla, Roma, 1989
– (2018), L’età dello smarrimento. Senso e malinconia, Cortina, Milano 2018
BRADLEY A. TE PASKE, Il rito dello stupro, Red Ed., Como, 1987
CHASSEGUET-SMIRGEL J., I due alberi del giardino, Feltrinelli, Milano, 1991
DOLTO F., (1985), Solitudine felice, Mondadori, Milano, 1996
– (1987), Il desiderio femminile, Mondadori, Milano, 1994
FISHER M., The weird and the eerie. Minimum fax, Roma, 2018
FERENCZI S., (1924), Thalassa, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1965
FREUD S., (1905), I tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, Vol. IV, Boringhieri, Torino, 1978
– (1919), Il Perturbante, in Opere, Vol. IX, Boringhieri, Torino, 1978
– (1919), Un bambino viene picchiato, in Opere, Vol. IX, Boringhieri, Torino, 1978
– (1920), Al di là del principio di piacere, in Opere, Vol. IX, Boringhieri, Torino, 1980
– (1924), Il tramonto del complesso edipico, in Opere, Vol. X, Boringhieri, Torino, 1980
– (1926), Analisi condotta da non medici, in Opere, Vol. X, Boringhieri, Torino, 1980
– (1932), Sessualità femminile, in Opere, Vol. XI, Boringhieri, Torino, 1980
GREEN A., (2012), La clinica psicoanalitica contemporanea, Cortina, Milano, 2016
IRIGARAY L., (1974), Speculum. Dell’altro in quanto donna, Feltrinelli, Milano, 1975
KLEIN M., (1930), L’importanza della formazione dei simboli nella formazione dell’Io, in Scritti 21-58,
Boringhieri, Torino, 1978
LACAN J., (1972-1973), Seminario XX. Ancora, Einaudi, Torino 2011
MORONI A.A., Sul Perturbante. Attualità e trasformazioni di un’idea freudiana nella società e nella clinica psicoanalitica di oggi, Mimesis, Milano, 2019
RANK O. (1914), Il doppio, SE, Milano, 2001
RECALCATI M., (2011), Cosa resta del padre?   Cortina, Milano, 2015
– (2012), Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione, Cortina, Milano, 2012
SALZA F. (a cura di), Il perturbante della psicoanalisi, Libreria Stampatori, Torino, 2006
SCUOLA EUROPEA DI PSICOANALISI, Documenti di lavoro per VI Convegno del Campo Freudiano in Italia, giugno 1993, Madre Donna, La Moderna Stampa, Napoli, 1993
SOLER C., Lacan, l’inconscio reinventato, Franco Angeli, Milano, 2010
STOPPA F., L’offerta al dio oscuro, Franco Angeli, Milano, 2002
Vegetti Finzi s., (1990), Il bambino della notte, Mondadori, Milano, 1996
– (2017), L’ospite più atteso, Einaudi, Torino, 2017

image_printstampa articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *