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ANGELA SORDANO Inconscio e alterità: connessioni intersoggettive attraverso lo psicodramma gruppoanalitico

Introduzione: Inconscio e alterità

Il concetto di inconscio assume connotazioni diverse a seconda dei modelli psicodinamici di riferimento. Per Freud (1915) l’inconscio è un sistema che si sottrae alla gestione della coscienza e alle sue regole sintattiche. L’inconscio è il regolatore delle energie intrapsichiche, vitali o mortifere, e si rivela attraverso una serie di fenomeni come i sogni, i lapsus e le associazioni libere. Lo scopo principale dell’inconscio, attraverso la rimozione o la regressione, è quello di nascondere desideri e bisogni disfunzionali all’adattamento dell’Io individuale. Jung apre il concetto di inconscio alla sfera relazionale considerando due aspetti centrali: quello legato alla trasmissione della specie (inconscio collettivo) e quello legato ai processi deintegrativi del sé (complessi autonomi). In questa prospettiva diventa sia la sede delle competenze intersoggettive, ma anche del processo di integrazione o deintegrazione della sfera più ampia della personalità. Anche Jung colloca a livello dell’inconscio dimensioni libidiche, ma a differenza di Freud che ne connota solo una dimensione erotizzata, Jung (1967) ne evidenzia il ruolo a favore dei processi creativi della mente e il processo di differenziazione personale.

Una prima evoluzione di questi due modelli deriva dalle teorie oggettuali e dai modelli relazionali che si strutturano a partire dall’Infant Research. L’inconscio diventa cioè la sede delle interiorizzazioni di schemi di rapporto, sollecitato da sistemi motivazionali complessi, primo fra tutti quello intersoggettivo (Stern, 2004).

Sul versante della psicodinamica dei gruppi, il concetto di inconscio si amplia ulteriormente. Foulkes ha coniato il concetto di matrice come sistema inconscio di interrelazione tra mondo interno e relazioni interpersonali. Il mondo interno del singolo non è governato solo dal mondo interno, ma anche dalla cultura (inconscio sociale) e dai processi transpersonali tra i membri di un gruppo (Foulkes, 1975).

Moreno ha parlato di “tele”, per descrivere le connessioni inconsce tra gli individui e di co-inconscio (1953). Molti lavori sulle dimensioni del transpersonale si sono focalizzati anche all’idea di trasmissione del transgenerazionale (Schutzenberger, 1998).

Il concetto di Alterità si correla, invece, al concetto di altro. Si può affermare che anche in questo caso è impossibile delineare un concetto unico su cosa si intenda per altro, nel senso che l’altro può essere il tu, come esito di un primo processo di differenziazione interna del bambino, oppure può essere il noi contrapposto all’io, o ancora l’estraneo, lo sconosciuto (Levinas, 1980). In quest’ultimo caso, l’alterità attinge negli spazi sentiti come non Sé. Jung associa a quest’area dell’esperienza il concetto di Anima e di Ombra.  L’elaborazione dell’Alterità, nella relazione terapeutica, nasce dalla costruzione di uno spazio simbolico terzo (Terzo Intersoggettivo, di Ogden,1994 e Benjamin,2018), esito del processo di creazione condivisa di senso e di un processo immaginale co-costruito.

Questa evoluzione nel processo di definizione di ciò che rappresenta l’altro, caratterizza sia la relazione diadica, sia quella dei gruppi. A mio avviso, non esiste una contrapposizione tra piani relazionali diadici o gruppali, in quanto in entrambi i setting il progredire è l’esito delle menti interconnesse.

 

Setting dello psicodramma gruppoanalitico individuativo

Nello psicodramma gruppoanalitico (Gasca, 2012) non viene utilizzato il palcoscenico e la separazione tra protagonista e pubblico. Il gruppo si incontra in assetto circolare, non viene effettuato un warming up, l’emergere di un tema da approfondire con un gioco di ruolo avviene attraverso la libera associazione dei partecipanti.  Al termine della rappresentazione scenica di un sogno o evento di vita personale, avviene la restituzione dei vissuti di ruolo, fatta dai partecipanti che hanno interpretato un personaggio (character) a cui segue un nuovo processo associativo del gruppo. Viene effettuata una inversione di ruoli, ma il doppiaggio è svolto dal conduttore del gruppo in termini di amplificazione dei vissuti del protagonista. Al termine della sessione di lavoro un osservatore restituisce al gruppo gli elementi salienti del processo simbolico co-costruito. Il focus del conduttore, infatti, proprio del processo immaginale in corso e la sincronizzazione delle diverse parti del sé personale si intrecciano nel campo gruppale.

L’attenzione privilegiata alle immagini emergenti deriva dal ruolo che Jung attribuisce alle immagini archetipiche, come espressione di un pattern simbolico che aiuta a gestire le antinomie, i conflitti, gli aspetti dissociati e le emozioni difficili (Jung, 1976 a e b).

 

Breve vignetta clinica

Presentiamo, ora, una breve vignetta clinica per spiegare il rapporto tra inconscio e alterità in un setting gruppale.

Una paziente di circa 40 anni, giunta in gruppo per le sue difficoltà generative, emerse dopo una violenza sessuale all’età di 15 anni, porta un sogno ripetitivo in gruppo: «Io uccido una persona, una donna. Non so chi è. La seppellisco nel giardino di casa dei miei genitori. La polizia viene da me e mi accusa. Nego di essere stata io, ma provo un grande senso di colpa. Mi sveglio di soprassalto con un grande dolore al petto». Nel corso della drammatizzazione del sogno, la paziente si colloca sul ciglio di una buca aperta, realizza che non vede alcun corpo. Il cadavere di cui si parla non si vede, anche se lei immagina che sia a pancia in giù e che gli occhi della donna non possano vedere”. Dopo la messa in scena psicodrammatica del sogno, associa alla situazione di sottrazione/assenza del cadavere la perdita di una forza vitale, poi gli aspetti non vissuti della sua femminilità. Il sogno del cadavere emerge quando nel gruppo circolano temi di paura, angosce di morte e racconti di cadaveri non visti. Siamo in piena situazione pandemica da Covid 19 e nel gruppo circolano temi e immagini legate al “non vissuto”. La drammatizzazione del sogno consente di rendere visibile ciò che a lungo era rimasto inaccessibile dell’esperienza traumatica adolescenziale: la mortificazione profonda del suo essere femminile e del suo potenziale generativo. Il quesito che sorge è: «Perché questa presa di contatto con questa dimensione profonda è avvenuta in quel momento della dinamica di gruppo?». L’impressione del terapeuta era che si fosse creata una immanenza tematica tra i partecipanti capace di sincronizzare, come all’interno di un quadro, tutte le storie personali dei partecipanti e dell’inconscio sociale. L’emergere di un’immagine con una forte connotazione mitopoietica: l’Immagine del cadavere sottratto e non seppellito, costruisce un clima di profonda intimità e la possibilità di svelare aspetti dissociati dall’esperienza cosciente.

 

Il ruolo della scena psicodrammatica nell’embodiment e nella mitopoiesi del gruppo

Innanzi tutto occorre precisare che la consapevolezza dell’assenza del corpo della paziente nasce all’interno della scena psicodrammatica. Fin quando il sogno è stato narrato, prevaleva il senso di colpa, la persecutorietà della polizia, il quesito del perché la scena dell’omicidio avveniva nel giardino della sua infanzia, elementi certamente clinicamente interessanti, che avrebbero condotto un analista in setting diadico ad attuare una serie di indagini retrospettive.

Ma la sorpresa per l’assenza del corpo è stata realizzata come una vera e propria presa di coscienza nel corso della rappresentazione psicodrammatica, mentre la paziente si figurava sul ciglio di una buca profonda e buia. Si tratta di una consapevolezza che nasce all’interno di una co-costruzione, legata alle scelte della paziente nello strutturare lo spazio psicodrammatico, a come il conduttore del gruppo ha realizzato il doppiaggio e all’interpretazione soggettiva dei ruoli psicodrammatici attuata dagli altri partecipanti.

Nello psicodramma gruppoanalitico, sono proprio tutti questi enactements a legare il mondo interno del paziente agli aspetti fondativi della matrice di gruppo. L’azione psicodrammatica svela delle intenzionalità del gesto escluse dalla coscienza e nello stesso tempo ne favorisce una evoluzione in senso progettuale. Più che l’azione individuale è l’intercorporeità (Husserl, 1913) a rivelare gli intrecci e le implicazioni di una struttura relazionale lasciandone emergere i possibili sviluppi.

L’elaborazione personale di questo processo intercorporeo può portare il singolo a sviluppare forme di coscienza verbale, ma talvolta limitarsi a far emergere un vissuto emotivo inaspettato o una ristrutturazione nella percezione di uno stato emotivo, elementi che sfuggono ad una immediata razionalizzazione, ma che agiscono a livello profondo nell’organizzazione del sé personale e degli stati mentali che ne conseguono.

L’azione psicodrammatica assume, in questi casi, la funzione assimilabile alla comunicazione del sogno in gruppo. Essa costituisce una rappresentazione che rende visibile quanto è in scena nel metateatro del gruppo, trasformando i personaggi e i suoi oggetti in simboli collettivi.

Da questa prospettiva consegue una seconda domanda: «Che relazione c’è tra matrice di gruppo e il contingente emergere di specifiche immagini oniriche o simboliche?».

 

Il ruolo dell’immaginale archetipico

Così come già definito da Foulkes (Foulkes, 1990) è possibile cogliere molteplici livelli di interconnessione nella dinamica di un gruppo. Uno di questi è quello governato da un livello primordiale che, in termini junghiani, è strutturato secondo forme archetipiche (Jung, 1976a). Gli archetipi sono espressione degli aspetti fondativi della psiche umana e spiegano l’universalità di certe immagini e strutture di ruoli che accomunano il processo associativo del gruppo. L’emergere in un gruppo di immagini archetipiche, identificabili attraverso i sogni o altre forme dell’espressione immaginale (Sordano, 2006), è un indicatore di un processo evolutivo in atto, in quanto le immagini archetipiche hanno un effetto di numinosità, cioè la capacità di attivare un coinvolgimento emotivo profondo nel gruppo e di mobilitare configurazioni profonde e conflittuali in ognuno.

La messa in scena psicodrammatica di queste immagini consente contemporaneamente di lavorare sui molteplici livelli intersoggettivi, compresi quelli che caratterizzano le dimensioni di “ombra” presenti nella dinamica di gruppo, e di favorire nel conduttore una possibile visualizzazione e riflessione prima di restituirli in qualche forma al gruppo.

L’emergere di queste immagini ci informa anche del livello di interconnessione inconscia che si è creata tra i partecipanti, ma per poter accedere a questa chiave di lettura occorre che il gruppo sia coeso, si costruisca come una unità interconnessa.

 

Dissociazione e integrazione nel campo del sè

Jung (1967) nell’elaborare il concetto di tonalità affettiva aveva evidenziato come un complesso autonomo esito di un processo deintegrativo della personalità non possa essere trattato con la coscienza razionale, ma solo avvicinando un paziente a una comprensione simbolica dei suoi sintomi, sfruttando gli elementi di sincronicità nella relazione terapeutica e gli elementi che si rivelano attraverso il sogno e le immagini in generale. Nell’esemplificazione clinica appena riportata, l’emergere del sogno rivela certamente qualcosa relativo al mondo interno del paziente, ma la connotazione simbolica del cadavere che non si può vedere, rivela anche qualcosa di transpersonale, una sorta di sincronizzazione intorno a un tema o affetto comune. L’indicatore di tale valenza era proprio il vissuto di profondo coinvolgimento di tutti i partecipanti e l’intensità dell’insight emotivo della sognatrice.

 

Il tema del cadavere che non riceve l’adeguata sepoltura è ricorrente in molte fiabe e miti. Lo troviamo nell’Antigone di Sofocle e ci riporta al conflitto traumatico che talvolta si crea tra la ragione del potere e la ragione del cuore. Marie Louise Von Franz (1974) nel suo libro “L’ombra e il male nella fiaba”, riporta molti racconti popolari che si confrontano costantemente al tema dello spettro legato al non vissuto, alla frattura dei legami e all’impossibilità di elaborazione di un lutto. Ciò che non è elaborato, escluso dall’Io, dissociato dal nucleo della personalità, ritorna come ombra del male.

La dissociazione traumatica, in genere, tende ad esser agita e a destrutturare l’unità del gruppo vincolando, talvolta, il conduttore al ruolo di semplice testimone e di contenimento dei sentimenti di dolore, rabbia e rancore.

La possibilità di dare un’immagine a un aspetto del non vissuto, consente di rompere i nodi che vincolano un paziente alla sua maschera per accedere a una identità nuova e più autentica, ma l’immagine non appartiene solo alla paziente, perché nasce all’interno della costruzione psicodrammatica.

 

 

Il concetto di matrice dinamica di gruppo (Foulkes,1975-1990) presuppone la scomparsa della polarizzazione tra soggetto e oggetto, per lasciare spazio a una visione su ciò che connette e sul processo in atto. La matrice dinamica costituisce un sistema ordinatore delle relazioni tra i partecipanti e dei processi simbolici che si attivano, superiore a quello archetipico (livello primordiale) in quanto è alla base del processo di comprensione reciproca e co-costruzione di nuovi significati.

Questo concetto di struttura psichica collettiva, con funzione metapsichica e unitaria, presuppone un costante processo trascendente sia dal collettivo (inconscio sociale, transgenerazionale,) sia dai vincoli della mente individuale (relazioni interiorizzate). Storolow (1992), per definire il punto di interconnessione tra individuo e gruppo ha utilizzato il concetto di Kohut di “relazione trasmutante”. Napolitani (1987) aveva parlato di introiezione di parti psichiche altrui nella costruzione dell’identità di un individuo.

In base alla nostra ipotesi, il concetto di Campo del Sé conferisce una valenza più complessa al concetto di matrice dinamica di gruppo di Foulkes, in quanto ciò che avviene nel processo di scambi non si limita all’attivazione di proiezioni e reintroiezioni transferali tra i membri del gruppo e alla presa di coscienza di tali dinamiche (Ego Training in action) in base alla posizione nodale che i singoli hanno nella matrice di gruppo, che come hanno sottolineato Napolitani (1987), Lo Verso (2011) e Gasca (2012-2016) favorisce un vera e propria espansione del Sé personale, attraverso l’acquisizione di parti potenziali  nate dall’esperire nuovi patterns relazionali. È proprio la mutevolezza dei ruoli, delle posizioni nelle interconnessioni simboliche a far vivere ai partecipanti l’esperienza di appartenenza ad una configurazione dinamica che sfida costantemente al cambiamento.

Il modello della Matrice Poliedrica del gruppo intende essere una metafora di questo coordinamento inconscio, intersoggettivo in gruppo. Il poliedro mette in relazione i vertici della propria struttura attraversando un centro.  In questa struttura poliedrica, gli accoppiamenti tra i diversi stati del sé o ruoli interni non sono regolati da un processo di gemellaggio, cioè di similarità, ma da un processo assimilabile al matrimonio, ossia alla costruzione di partnership regolate da scelte inconsce che diventano comprensibili solo sulla base dell’emergente, di ciò che scaturisce da questo accoppiamento alchemico. Se tali accoppiamenti sono instabili, connotati da legami deboli e triangolabili si avviano di volta in volta nuovi matrimoni. L’apertura all’alterità (Levinas,1980) scaturisce, quindi, dall’incontro tra parti del sé differenti appartenenti a membri diversi del gruppo. La relazione è, quindi, con un altro reale. Questo evolvere degli accoppiamenti sulla base di costanti triangolazioni, conferisce al gruppo un funzionamento con un numero di interrelazioni stabili ma con accoppiamenti e triangolazioni mutevoli. Una matrice dinamica letta come di matrice poliedrica ha delle implicazioni notevoli sul ruolo del conduttore nel gruppo.

 

Funzione del conduttore

Il conduttore non ha solo il compito di mediatore della comunicazione in gruppo, ma anche un ruolo attivo nel processo trascendente necessario al cambiamento del gruppo nel suo insieme. La sua funzione non si limita a favorire un’esperienza correttiva nel singolo partecipante, ma ad attivare un processo evolutivo del gruppo capace di sostenere l’individuazione dei singoli e l’apertura all’alterità. È lo scenario teatrale nella mente del conduttore a sostenere la sua capacità di lavorare sui diversi livelli della dinamica di gruppo intervenendo nelle crepe del dialogo, sulle sue fratture e contrapposizioni, sostenendo il processo immaginale condiviso. Il conduttore ha la possibilità di percepire la coesione della matrice poliedrica attraverso la regolarità dei tempi emergenti, delle immagini archetipiche condivise, degli accoppiamenti mutevoli, delle transizioni triadiche, delle traslazioni di competenze riflessive, lo sviluppo del senso di appartenenza e dall’emergere di contenuti nuovi e inaspettati nel dialogo del gruppo. Questa posizione lo avvicina maggiormente al modo di concepire il conduttore da parte di Bion (1970) e Bleger (1967), Baranger (1990), Ogden (1994) in particolare per quanto riguarda il concetto di terzo intersoggettivo, in quanto il termine campo focalizza l’attenzione sull’emergente della relazione.

Conclusione

In sintesi, il paradigma psicodinamico nello Psicodramma gruppoanalitico individuativo non focalizza l’attenzione sulla funzione adattiva dell’Io, quanto sull’ importanza di lavorare sulla parte più estesa della personalità che prescinde dai confini della mente individuale.

Tale differenza è ciò che caratterizza anche il confronto con lo psicodramma classico, elaborato da Moreno, maggiormente centrato sull’individuo. L’idea di fondo è che la possibilità di “Trascendere l’Io individuale” (Gasca-Sordano, 2023) costituisce la chiave che consente di accedere ad una riorganizzazione della personalità e delle strutture che organizzano a livello inconscio la relazionalità all’interno di un gruppo.

 

Angela Sordano

Psicologa clinica, Psicodrammatista e Gruppoanalista

Full Member GASI, FEPTO, I.A.G.P., C.O.I.R.A.G , A.P.R.A.G.I.P., Ricercatore ARPA (Associazione per la ricerca in Psicologia Analitica)

 

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