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CENTRO DIDATTICO DI PSICOANALISI E PSICODRAMMA – ROMA

FABIOLA FORTUNA, ANNALISA SCEPI, NICOLETTA BRANCALEONI, TIZIANA ORTU, CLAUDIA PARLANTI

Corpus, corporis

Questo lavoro inizia con una citazione: «Habeas corpus», locuzione latina che viene assunta fin dal 12° secolo dal sistema giuridico inglese. Sta ad indicare che per poter processare ed eventualmente condannare qualcuno è necessario che quel qualcuno sia presente, in persona, davanti al giudice. «Abbi un corpo», per impedire gli arresti illegali e quindi rispettare la persona. Gli inglesi ben avevano afferrato quanto fosse importante, per il rispetto dell’essere umano, che questi con il suo corpo fosse nello stesso luogo in cui altri si occupavano di lui e del suo destino. E questo lo abbiamo compreso anche noi quando, nel nostro lavoro di psicoanalisi e di psicodramma, ci è stato impedito di frequentarci di persona. Abbiamo sperimentato l’esser-ci in assenza di una presenza corporea, scoprendo quale frastuono interno quelle situazioni creassero.

Fondamentale e oseremmo dire quasi ingiuntiva, nella formazione personale di chi, come noi, appartiene alla cultura giudaico-cristiana, si presenta un’altra narrazione:

Poi Iddio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza» (Genesi, 1, 26) e «Allora il Signore Iddio formò l’uomo dalla polvere e alitò nelle sue narici un soffio vitale, e l’uomo divenne persona vivente» (Ibidem, 2,7).

È il grande Altro per eccellenza che, dopo aver parlato, plasma il corpo, il primo, dal quale tutti discendiamo.

In questo caso nel nostro universo immaginario e simbolico si costituisce questa rappresentazione: la narrazione delle origini, nella quale ci inscriviamo (Dolto, 1996, p.11) o, forse meglio, ci troviamo inscritti. Dalle potentissime parole bibliche inizia a comporsi l’esistenza psichica di ognuno di noi. L’immaginario viene alimentato da questo racconto in cui, qualcosa che è pure spirito, Dio, si fa artefice della trasformazione di un principio immateriale in sostanza concreta.

Il corpo «o meglio il mediatore organizzato tra il soggetto e il mondo» (Dolto, 1984, p.31) tuttavia, inizia a esistere non soltanto perché c’è stata un’azione, ma perché Dio ha creato un essere vivente con il desiderio di farlo esistere e nominandolo persona vivente.

«Ogni creatura è una parola resa presente, materializzata attraverso un corpo umano […] Mi sembra che tutto ciò che noi siamo sia una metafora o un segno. Così la metafora della carne è lo psichismo. La metafora dello psichismo è lo spirito. Il nostro corpo non è che l’immagine di qualcosa d’altro che vive costantemente. –Usiamo queste significative parole di F. Dolto per dare senso alla restituzione delle questioni che ci poniamo costantemente nel nostro Centro di Studi.

Parlo con il mio corpo senza saperlo. E dico sempre di più di quanto io non sappia.(1)

La psicoanalisi nasce dall’incontro con i corpi, quelli delle isteriche, utilizzando il loro dire per avviare la talking cure, che vedeva nel sintomo isterico la metafora di una verità inespressa. Se il desiderio inconscio non riesce ad emergere, viene prodotta una conversione sul corpo. Il corpo in qualche modo era parlato dal sintomo.

Lacan nel riagganciare le tesi freudiane per inserirle all’interno di un corpus teoretico che vuole rivalutare la centralità dell’inconscio, fa un salto in avanti rispetto alla concezione della persona umana: non si tratta di un essere parlato dal sintomo, e neppure di un essere parlante perché in questo caso l’essere verrebbe prima e la parola dopo; definisce con il termine parlessere il soggetto dell’inconscio.

«Il parlessere non è un corpo, ma ha un corpo» (Miller, L’inconscio e il corpo parlante).

Del corpo, nel Seminario XXIII, Lacan dice: «È l’averlo e non l’esserlo che lo caratterizza […] la parola si definisce come l’unico luogo in cui l’essere abbia un senso».

Diciamo che il titolo di questo paragrafo, che in realtà è una citazione di Lacan nel Seminario XX, Ancora, è un po’ un motto, al centro delle nostre ricerche che vogliono approfondire a più dimensioni le questioni del corpo nella psicoanalisi e, di conseguenza, nello psicodramma. 

Di quale corpo parliamo?

Ci dedichiamo allo studio del corpo seguendo ed approfondendo due direttive:

  • il corpo nel suo mostrarsi nelle sedute di psicodramma, in cui svela senza troppo saperlo il mistero del corpo parlante: «Il reale, dirò, è il mistero del corpo parlante, è il mistero dell’inconscio» (Libro XX, Ancora, p. 125);
  • il corpo malato, il “corpo che fa le bizze” (Fortuna, 2010)

Il ruolo del corpo nel gioco

«Quando nel discorso ha inizio l’azione, i corpi, i gesti, il cambiamento di posto degli attori fanno apparire un’altra forma di identificazione che modifica i rapporti dei partecipanti fra loro – una identificazione tramite il corpo. Gli spettatori sono più colpiti dall’ inflessione della voce che dalle parole, dal significato latente più che da quanto viene detto, dall’intenzione del gesto più che dai motivi dichiarati. Mentre la parola spesso può fingere, il corpo non mente mai: è visto da tutti e lo si controlla meno della parola». (Lemoine, 113)

I rapporti vissuti nella situazione della realtà con la rappresentazione si trasformano attraverso la corporeità

«È sufficiente far alzare qualcuno dalla propria sedia, perché un discorso noioso si animi. Sentendosi implicato non può più continuare a servirsi della parla come difesa, né come mezzo di finzione» (Ibidem).

L’Io ideale viene spogliato di tanti orpelli che, a partire dalle prime identificazioni, sono lì, forti, ad impedire che il soggetto possa fare capolino e affermarsi.

Il partecipante chiamato ad essere il protagonista del gioco si trova al centro del cerchio formato dagli altri partecipanti, e quando entra in azione si innesca un processo di identificazione negli altri membri del gruppo(2)

Si viene quindi a creare un effetto di frammentazione: il punto in cui si incrociano gli sguardi è il corpo, la cui immagine viene frantumata nei molti significanti che ogni partecipante investe sul tale corpo (3). Ogni aspetto del corpo, sguardo, altezza, gesto, si presta a questo gioco di proiezioni in cui ognuno vive l’altro per quello specifico particolare che gli ha momentaneamente assegnato.

A questo proposito Paul Lemoine osserva che l’intussuscepzione (4) dei movimenti e delle loro rotture permette di anticipare il ragionamento logico. L’intussuscezione di cui parla, che si potrebbe tradurre con “invaginazione”, parola composta che significa dentro (intus) e atto dell’accogliere (susceptio) mostra come tra i partecipanti, grazie allo sguardo, il corpo accompagni il discorso, rendendolo significante. Muoversi e pensare si concatenano L’importanza del gruppo si rivela allora come la possibilità per ognuno di anticipare qualcosa del discorso dell’altro, attraverso la dimensione corporea e le parole che seguono.

Nel gioco il gesto si accompagna alla parola dandole spessore drammatico oppure rivelandone gli arresti, le contraddizioni.

Il gioco psicodrammatico prende a modello il gioco del rocchetto descritto da Freud in Al di là del principio di piacere (5) Il gioco descritto da Freud consiste nel lanciare un rocchetto e successivamente trarlo a sé: movimenti accompagnati dall’espressione “fort” “da” (via – qui); con questo gioco, osserva Freud, il bambino rende tollerabile l’assenza della madre e gli permette un cambio di posizione (da passiva ad attiva) in una circostanza che altrimenti lo vedrebbe inerme.

Nel gioco del fort-da si hanno due momenti: l’assenza e il ritorno. Analogamente nel gioco psicodrammatico, bisogna fare i conti con una assenza: gli antagonisti descritti nel discorso non sono presenti e a questa assenza si deve ovviare scegliendo gli io ausiliari Ciò che è stato descritto a parole, può prendere corpo con la scelta dell’io ausiliario. Sinteticamente possiamo dire che nel gioco abbiamo a che fare con una ripetizione su uno sfondo di assenza. Nel gioco la ripetizione produce due tipi di effetti: un primo effetto emotivo, che deriva dai movimenti del corpo che accompagnano le parole . La sorpresa ha un effetto sull’inconscio facendo emergere gli elementi rimasti latenti nel discorso; e un secondo tipo di effetto che è la constatazione della mancanza.

Il gioco si trova sempre sotto il segno di una mancanza. Il protagonista non recita con persone reali ma con sostituti: la rappresentazione è una ripetizione su uno sfondo di assenza. Questo sfondo di assenza fa somigliare l’atto drammatico all’atto analitico, perché anche in questo caso la ripetizione è innescata da una perdita. Il soggetto, accogliendo ed elaborando questa perdita, viene trasformato da questo atto.

Dice Lucia: «Mi taglio per sentirmi viva, ho sempre saputo che è un modo per non affrontare i problemi. Mi taglio per focalizzarmi su una altro dolore».

Dopo un anno circa dall’entrata in gruppo di psicodramma, in un suo gioco dice alla madre: «Se tu invece di obbligarmi a mangiare mi chiedessi qualcosa …». E nel posto della madre, impaurita, dice: «Che devo fare per nutrirti? Mettiti nei miei panni!»

L’importanza del gruppo si rivela allora come la possibilità per ognuno di anticipare qualcosa del discorso dell’altro, attraverso la dimensione corporea e le parole che seguono.

Ed ecco che Lucia può arrivare a dire: «Mi fa paura il piacere che provo nel tagliarmi!».

Maria racconta di un colloquio, piuttosto animato, che ha avuto con una sua collega. Una collega che, a suo dire, è sempre fortemente aggressiva con lei, fatto che le provoca un forte malessere. E difatti Maria descrive un loro colloquio che era diventato via via più acceso tanto che un certo punto la collega inizia aveva iniziato a gesticolare con le mani alzate in modo molto veemente. Maria sottolinea questo momento gesticolando a sua volta.

L’animatrice fa giocare questo colloquio. Per la parte della collega Maria sceglie Silvia.

Nella prima parte del gioco il dialogo tra le due colleghe è caratterizzato da molta calma e, apparentemente, dal desiderio di ascoltare il parere dell’altro.

Quando, però, Maria prende il posto della collega, e avrebbe quindi l’occasione di far emergere quella che sembra essere la sua questione (l’aggressività dell’altro) si dimostra pacata e accogliente e del gran gesticolare, che l’aveva tanto colpita, non c’è traccia.

Nel corso del gioco, là dove sarebbe dovuto emergere il ruolo del corpo, scompare il gesto, per lasciare il posto alla sola parola, oltretutto piuttosto pacata.

Cosa è accaduto? Quale inibizione, attraverso il non-uso del corpo si è manifestata?

Nel gioco vediamo prendere forma e corpo, attraverso le parole e i movimenti le emozioni, gli affetti e tutti gli effetti dell’inconscio: paura, rabbia, angoscia, dolori mai abbastanza narrati, tensioni, indecisioni, inibizioni

L’inibizione è un affetto-effetto che spesso compare nei giochi, passando per un corpo talvolta goffo e impacciato e talaltra addirittura completamente bloccato nel muoversi e nel dire, ad indicarci le implicazioni narcisistiche sotto le quali il desiderio giace come in una tomba (E. Croce, 1982).

Ma qual è la molla che fa sì che nello psicodramma succedano così tante cose e ci siano così tanti sconvolgimenti?

Ancora una volta la lettura di Lacan ci fa da guida:

«Il rapporto primordiale del bambino con il corpo della madre è il quadro in cui si inscrivono i rapporti del bambino con il proprio corpo. […] Egli (il bambino) accede a questo rapporto speculare sia nell’esperienza dello specchio sia in un certo rapporto identificatorio transitivo nel corso dei giochi di prestanza con il piccolo altro il termine piccolo indica qui che si tratta di compagni di gioco piccoli. Il soggetto non può fare questa esperienza con qualsiasi tipo di piccolo altro. L’età qui svolge un ruolo su cui insisto da tempo. Bisogna che l’altro sia di un’età vicina, molto vicina, e che oscilli entro certi limiti di maturazione motoria, da non superare. Pertanto non può essere la madre».

Lacan ci parla della necessità dell’incontro tra un bambino ed un suo pari età, in quello che poco dopo egli definisce come “rapporto quadripartito”, non facendo più soltanto riferimento al semplice rapporto speculare.

«La coppia costituita dal bambino e dall’altro che per lui rappresenta la sua immagine si giustappone infatti a un secondo rapporto nel quale interferisce e nella cui dipendenza si inscrive. Quest’altro rapporto, che regolerà quanto avviene nella coppia speculare, è il rapporto più ampio e più oscuro fra il bambino […] e il corpo della madre, in quanto è effettivamente l’oggetto immaginario dell’identificazione primitiva. […] Se si è situato in modo favorevole rispetto alla madre, potrà anche prendere posto – sia all’interno, sia al di fuori di lui, sia come a lui mancante, se così si può dire – quella x che gli è nascosta, e cioè le sue tendenze, o pulsioni, i suoi desideri. Altrimenti il suo rapporto con le proprie pulsioni sarà, fin da quel primo momento, più o meno falsato o deviato» (Lacan, VI, pp.ss. 239).

La necessità di avere a che fare con il corpo di un altro simile, possibilmente pari età e soprattutto con il corpo della madre, qui ben illustrata da Lacan ci mostra la via per la quale ogni parlessere deve passare per fare i conti con le proprie pulsioni. Questi rapporti complessi riemergono nei giochi dello psicodramma, fucina di soggetti messi al lavoro per ritrovare pulsioni e desideri schiacciati e sepolti.

Ed ecco che lo psicodramma, non figlio minore della psicoanalisi, ma alleato a tutti gli effetti può contribuire a liberarsi del godimento. Poiché il «godimento – godimento del corpo dell’Altro -, esso resta una questione, perché la risposta che può costituire non è necessaria. Di più, non è nemmeno una risposta sufficiente, perché amore domanda amore. Non cessa di domandarlo. Lo domanda … ancora» (Lacan, XX, p.6)

Ed ancora F. Dolto:

«L’uomo in quanto uomo è nato dalla parola. Da dove viene la parola? Dalla relazione di desiderio tra gli esseri. Ma da chi viene questa relazione di desiderio? L’origine del desiderio è il Verbo, è l’atto di un desiderio di incontrare l’altro. Questo si chiama l’Amore. Infine, da dove viene l’Amore? Viene da altrove. Chiamo questo altrove il Verbo» (Dolto, 1996, pp. 67-72).

“Pazienti speciali”

Ormai da decenni, chi ha fondato il nostro Centro si occupa dei problemi legati ai cosiddetti pazienti psicosomatici. Seguendo le orme del prof. Modigliani, la considerazione che nell’insorgere di malattie organiche e disfunzioni, anche gravi, ci sia anche una componente scatenante legata allo psichismo ci porta a trattare le sedute di psicodramma con una particolare attenzione alle questioni del corpo.

Rispetto alla fenomenologia che si evidenziava nelle “antiche” pazienti isteriche, un processo più arcaico, stando ai numerosi casi che ormai da anni trattiamo anche nello psicodramma, sembra instaurarsi nei pazienti cosiddetti psicosomatici.

Rilevava il prof. Modigliani con la sua “teoria di nevrosi e psicosi come modello di salute”: si ammala il corpo perché non si è “capaci” di sopportare il male della psiche. L’incapacità di sopportare il dolore causato dai conflitti che il vivere necessariamente comporta, conduce alla malattia fisica, anche se naturalmente non possiamo parlare di una relazione diretta causa-effetto. Il prof. Modigliani ha sempre posto l’accento sulla trifattorialità della eziologia delle malattie tumorali: fattori genetici, psichici e ambientali. È indubbio però che il porre attenzione alla componente psichica, ciò che a noi psicoanalisti-psicoterapeuti compete, può rappresentare un fattore cruciale nel decorso e nell’esito della malattia.

Come scrive Fabiola Fortuna (2012), questi “pazienti speciali” vivono

«in una condizione di assoluta incapacità di affrontare i conflitti, una tensione continua verso una situazione di pace assoluta nei confronti degli altri. Una pace che però tali pazienti pagano a caro prezzo, anche se generalmente risultavano essere persone intelligenti e ben adattate nella vita sociale, ma ignare del pericolo grave che stanno correndo. […]. Non riesce a superare quella che forse in parte potremmo paragonare quasi ad una fase di narcisismo primario: quello che conta non è l’altro della realtà che nemmeno si vede, l’altro della realtà in quanto tale non interessa proprio in quanto quel che conta qui è che venga rimandata un’immagine il più possibile perfetta di se, il rimando di un’immagine che non deve essere affatto scalfita, senza nemmeno un buco. Quindi non si è interessati ad avere un dialogo con l’altro né con se stessi. Il termine dialogo, dal latino dialogus, vuol dire colloquio fra due o più persone. Nell’isolamento (che questi pazienti sperimentano), almeno questa è l’esperienza tratta dal mio ascolto analitico, il più delle volte si scopre che le persone, per le più diverse motivazioni, non sono più interessate al dialogo, quindi paradossalmente l’incapacità (o potremmo dire il desiderio?) di relazionarsi e dialogare con se stessi causa l’incapacità di relazionarsi con l’altro. Siccome l’inconscio poi lavora per via associativa, colui che vive in una condizione di isolamento non riesce o non desidera difensivamente, associare, quindi non progredisce in questa linea associativa e perciò si trova bloccato, direi imprigionato dentro di sé. L’altro ha solo una funzione di specchio, ha la funzione di confermare o meno l’immagine che ci si è costruiti, non c’è scambio, non c’è comunicazione a due vie, ma solo una ricerca, unilaterale, di conferme. L’altro esiste e ha un senso solo in questa funzione di rispecchiamento. Mentre nella solitudine il soggetto “si basta” almeno un po’, quindi non è davvero mai solo, ma appunto è almeno in compagnia di se stesso, perché riesce ad avere una buona relazione con l’altro, nel caso dell’isolamento il soggetto è come se fosse ripiegato su se stesso. Non riesce a superare la fase del narcisismo primario, in cui ciò che conta è il soddisfacimento immediato dei propri bisogni.

[…] il cancro, paradossalmente, sembra aver avuto la funzione di smascherare queste sovrastrutture e di costringerla a fare i conti con se stessa e con il suo rapporto con l’Altro».

Elena B. Croce a riguardo: «Attraverso l’inversione dei ruoli, in particolare, un soggetto aggrappato alla malattia organica, può intravedere almeno la possibilità di staccarsi dal proprio corpo, in quanto bersaglio, e accettare di offrire alla devastazione della propria attività fantasmatica uno sfogo alternativo» (1990, p. 264).

Quale il senso del giocare in questi pazienti che, forse un po’ impropriamente definiamo psicosomatici?

Innanzitutto la possibilità di interrogarsi, in particolar modo sulle relazioni significative che in genere conducono senza mai chiedersi nulla né chiedere nulla all’altro e pensiamo al Lacan del VI seminario).

Nel gioco, tutte le certezze, sotto lo sguardo degli altri, vengono ridotte in frantumi.

Il rapporto misterioso tra il corpo e il parlessere viene messo alla sbarra, interrogato.

Con l’unica certezza che «l’essere umano non ha nessuna possibilità di accedere a un’esperienza della totalità, che egli è diviso, dilaniato, che nessuna analisi gli restituisce la totalità».

E neppure lo psicodramma, aggiungiamo noi ma con la certezza che il mettersi in gioco produrrà effetti di corpo, e non solo. 

Note

(1)  J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora

(2) M.G. Chiavegatti, Alcune considerazioni preliminari sui diversi livelli dell’agire in psicodramma analitico, in Acting out e gioco in psicodramma analitico, Borla, Roma,

(3) E.B. Croce (1990), Il volo della farfalla, Borla, Roma, 1990, p. 101

(4) Lémoine (1988), Psicodramma e psicoanalisi, in «Jouer-Jouir, Atti dello psicodramma», anno quinto n.1-2, Ubaldini, Roma.

(5) Chiavegatti, op. cit.

Bibliografia

Croce E.B. (a cura di) (1985), Acting-out e gioco, Borla, Roma

– (1990), Il volo della farfalla, Borla, Roma, p. 101

M.G. Chiavegatti, Alcune considerazioni preliminari sui diversi livelli dell’agire in psicodramma analitico, in Acting out e gioco in psicodramma analitico, Borla, Roma, 1985

Dolto F. (1984), L’immagine inconscia del corpo. Bompiani, Milano, 1998

– (1996), La fede alla luce della psicoanalisi, et.al./EDIZIONI, Milano, 2013, p.11

Fortuna F. (2010), Se la psiche parla attraverso il corpo, in «Quaderni di Psicoanalisi e PsicodrammaAnalitico», anno 2, n.2, Dicembre 2010

– (2012), Paola: il soggetto può cambiare posizione e passare dall’isolamento alla solitudine? in «Quaderni di Psicoanalisi e PsicodrammaAnalitico», anno 4, n.1-2, Dicembre 2012

– (2022), Lezioni di psicodramma freudiano, Alpes, Roma

Miller A.J. (2006), Introduzione alla clinica lacaniana, Astrolabio, Roma, 2012

Lacan J. (1958-1959), Il Seminario. Libro VI. Il desiderio e la sua interpretazione, Einaudi, Torino, 2013

– (1972-1973), Il Seminario. Libro XX. Ancora, Einaudi, Torino, 2011

– (1975-1976), Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthomo, Astrolabio, Roma, 2006

Lémoine P. (1988), Psicodramma e psicoanalisi, in «Jouer-Jouir, Atti dello psicodramma», anno quinto n.1-2, Ubaldini, Roma

Maiocchi M.T. (2018), La svolta di Freud e l’attualità della clinica, Franco Angeli, Milano

Soler C. (2002), L’inconscio a cielo aperto della psicosi, Franco Angeli, Milano, 2014