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CINZIA CARNEVALI, SILVIA CICCHETTI, SONIA SAPONI (1) Inconscio-Inconsci: Emergere dell’Inconscio in una Supervisione di Gruppo con lo Psicodramma Analitico.

La Psicoanalisi oggi s’interroga sul modo e sulle forme di produzione dell’Inconscio, in setting flessibili e modificati, poiché fa i conti con la complessità dei suoi derivati, utilizzando anche gli strumenti che la mente e il corpo del terapeuta hanno a disposizione per “catturare”, come fosse un radar o un acchiappa – fantasmi, le forme emergenti.

È necessario dar loro voce e raffigurabilità, sia nello psichismo individuale che in quello di coppia e/o di gruppo. Ciò che viene udito non passa solo attraverso le parole, ma si manifesta e viene “captato” con tutti i nostri sensi, e così ciò che cogliamo sono le innumerevoli tracce che compongono lo spazio psichico del mondo interno, tracce appartenenti a dimensioni sensoriali e sensomotorie; tracce ed iscrizioni che si esprimono da un campo all’altro dello psiche-soma al di là del linguaggio verbale e che se comprese nel loro senso e restituite al paziente perché le possa far proprie, producono trasformazioni (Carnevali C. 2019, Bastianini, Ferruta, Guerrini degli Innocenti 2021).

Ci siamo interrogate su quante lingue possa parlare l’inconscio, e se, come Green (2012), possiamo considerare l’inconscio “una costruzione permanente nella formazione dello psichico”.

Sguardo e ascolto sono fondamentali per attingere a quei materiali che si scambiano intensità affettive da mente a corpo (intrapsichico) e tra esseri umani (interpsichico). Per Freud (1938), si tratta di una forza che agisce nel presente; egli usava il termine “agiren” tratto dal linguaggio del teatro, per indicare non un semplice agire evacuativo, ma la spinta a rappresentare attraverso un’azione drammatica una raffigurazione scenica (riproduzione in azione, ripetizione e ricordo) nel campo psichico.

È necessario indagare e costruire rappresentazioni degli stati interni della psiche per poi nel processo analitico poterli mettere in parole, in quelle situazioni in cui la figurabilità, come la definiscono i Botella (2004), può essere considerata un punto di arrivo comunicativo. Consideriamo la vita psichica come una continua trasformazione dalla non rappresentazione alla raffigurabilità, intesa come forza sensoriale dell’immagine, che colma il vuoto della non rappresentazione. Forse a volte i vari linguaggi sono paralleli e contemporaneamente presenti. Commovente in questo senso nel film Memento di C. Nolan, lo sforzo continuo del protagonista, affetto da amnesia a breve termine, che non gli consente di trattenere i ricordi, di colmare il vuoto di senso, attraverso foto, scritti, tatuaggi, per poter fissare, riempire, trasformare e dare un senso all’esperienza psichica che altrimenti verrebbe risucchiata in un buco nero.

Significativa a tal proposito è l’installazione Intro dell’artista Massimo Pulini (2022) (2), che così commenta il proprio lavoro: «Ogni ritratto è una forma d’introspezione, di scandaglio sentimentale, e la pittura, proprio nell’atto dello scavo, finisce per stratificare la propria pelle sul piano di lavoro. Come se il suo intento si compisse nel portare a galla quel sedimento di vita, quel fondo di pensiero che solo l’ultimo strato superficiale mette in luce. Si impasta dunque tra epidermide e viscere il coagulo che diviene opera, quasi fosse una cosa sola l’àncora affondata e la barca sulle onde».

Lo sguardo psicoanalitico sull’installazione mette in luce, dapprima non percepita, la stratificazione e la contemporaneità dei diversi sedimenti artistici. L’autore sceglie di lavorare utilizzando lastre radiografiche impresse sulle quali dipinge con materiali di diversa densità (olio e smalto) alcuni ritratti di volti che compongono nel loro insieme un caleidoscopio emotivo. Osservando questa installazione è possibile percepire visivamente l’aspetto gruppale dell’inconscio dato dalla contemporanea presenza e sedimentazione di tracce differenti ognuna in relazione all’altra. In alcune tavole alla superficie, nella parte più esterna, si coglie la presenza di lettere e segni che rimandano ai livelli più simbolici dell’elaborazione psichica e che quindi possono rivelarci anche l’idea di un inconscio gruppale e culturale.

 

Prendiamo in considerazione anche l’apporto di Lacan sull’Inconscio; per l’A. l’inconscio si forma attraverso la dipendenza significante del soggetto, rispetto al luogo dell’Altro. L’esperienza della cura psicoanalitica evidenzia la dimensione inconscia che abita il cuore dell’Io. Per Lacan l’inconscio è un funzionamento, è articolato come un linguaggio e pertanto è una struttura simbolica. Per l’autore l’ascolto del discorso di un soggetto si direziona sui significanti, come fossero pezzi di una scacchiera. La loro caratterizzazione nel discorso del paziente dipende dalle regole del gioco, cioè dalle regole dettate dall’Inconscio, quindi regole che ne determinano la funzione. Nella clinica vediamo spesso che il paziente ci disegna con plastica evidenza un pezzo di storia della sua vita, attraverso il transfert e contenuti psichici non rimossi. In Francia, come scritto da Ludin J., M. Gribinski, (2005), Lacan e i suoi discepoli hanno fatto del transfert una conditio sine qua non del sapere analitico, così come accade per la Scuola inglese Kleiniana. Le due scuole hanno preso sul serio il fatto che il transfert non fosse un’invenzione della psicoanalisi quanto una sua messa “all’opera” dell’inconscio. Il transfert si manifesta spontaneamente in tutte le relazioni umane. Klein e Lacan hanno tentato di mantenere il discorso sul transfert e l’inconscio nell’ambito della scienza, ma il transfert decostruisce le categorie del sapere, non si può afferrare sempre con il ragionamento, ma è necessario accogliere ciò che si differenzia dal ragionamento, come per la musica e le arti in genere. Possiamo chiederci se gli avvenimenti che hanno luogo nello spazio analitico non abbiano in realtà più a che fare con la mitologia e la poesia.

D’altra parte già per Freud (1915) l’inconscio è vivo e capace di sviluppo e modificazione, crea continuamente nuove impressioni. Se ciò che è stato precedentemente esperito nell’infanzia continua ad esistere affettivamente e ad agire nell’adulto, nelle situazioni traumatiche, per sopravvivere a uno stato psichico intollerabile e all’angoscia di disintegrazione, vi saranno risposte difensive/creative che l’apparato mentale utilizzerà per non soccombere. Questo ci spinge a una trasformazione innovativa: la risposta affettiva dell’analista, “un agire dell’affetto” Foucault M. (1964)), una memoria affettivizzata si amalgama con le pulsioni sessuali ed i fantasmi e avvicina la proiezione al transfert.

Già nel 1909 Ferenczi discuteva il rapporto tra introiezione e transfert ponendolo al di là della lingua. Come descriveremo più avanti nella parte clinica, sin dai primi colloqui, il rapporto inconscio è già là al livello dello sguardo, del gesto, dell’atteggiamento, del comportamento verbale e non verbale che il paziente delinea rispetto alla fantasia inconscia che lo sottende. Battistini (2017), valorizza questo fenomeno e lo descrive come atteggiamento mentale inconscio: «Un A.M.I. (Atteggiamenti Mentali Inconsci) può essere inteso come la via regia per arrivare a disvelare e dare significato relazionale a quella stessa fantasia». Quando il paziente viene in seduta non mostra le sue fantasie più segrete ma un comportamento influenzato dalle fantasie sottostanti. Nella teoria degli A.M.I. tale comportamento viene segnalato all’analista da sentimenti controtransferali quali fastidio, insofferenza, noia, rabbia, impotenza e ciò sollecita ad un’attenzione all’uso che ne viene fatto dall’analista stesso.

La via regia all’inconscio per Freud era il sogno, ora tale spostamento o trasporto si potrebbe pensare che avvenga anche con il comportamento e l’azione (che può essere anche un lapsus, un enactment del paziente ma anche dell’analista), all’interno della relazione terapeutica.

Delle diverse forme attraverso le quali l’Inconscio si camuffa e al contempo si manifesta, in modalità arcaiche e creative desideriamo tener conto, in questo scritto, in modo particolare della dissociazione, e cioè di quella difesa/ capacità della mente di costruire luoghi dissociati perché non c’era altra via di fuga. L’esperienza clinica ci ha permesso nel tempo di comprendere quanto il corpo sappia e possa “tener il conto” al posto della psiche: «gli stati affettivi sono incorporati nella vita psichica come sedimenti di antichissime esperienze traumatiche e vengono ridestati quali simboli mnestici in situazioni simili» (Freud 1925 p.221). Pensieri impensabili e sentimenti che non possono essere sentiti, emergono con l’azione e la ripetizione, e attraverso il corpo.

Del resto la Psicoanalisi continua ad interrogarsi sulla natura stessa dell’Inconscio, oggi supportata dal contributo delle neuroscienze, che hanno evidenziato in particolare l’esistenza della memoria implicita, cioè quelle esperienze emotive che non hanno mai avuto accesso alla memoria (corteccia) ma sono comunque “registrate” dai sistemi più arcaici del cervello.

Inoltre in ambito psicoanalitico, ha sempre più preso corpo nell’ultimo ventennio una svolta relazionale e intersoggettiva (Seligman 2018), corroborata dal contributo delle neuro scienze attraverso gli studi su, ad esempio, l’interfaccia fondante mente-corpo-cervello (Bromberg, 2007) e il fenomeno della condivisione degli stati emotivi e della loro regolazione-disregolazione (Schore, 2019). Questo autore approfondisce la comunicazione e la regolazione affettiva tra una mente e l’altra e tra gli emisferi, mostrando come già nella comunicazione caregiver – bambino, l’emisfero destro sia preponderante. Così dal legame di attaccamento alla pratica clinica contenuti sia consci che inconsci si trasmettono tra emisferi destri in entrambe le direzioni.

 

Matte Blanco, nel 1975, basandosi sulle qualità già note del pensiero inconscio, suddivide le varie difese attraverso le quali l’Inconscio si cela e si manifesta:

  • lo spostamento: sentimenti che per qualche motivo turbano il soggetto vengono spostati verso un oggetto esterno a sé, o collegati con un oggetto, che in condizioni normali non susciterebbe quei sentimenti (meccanismo di difesa alla base delle fobie).
  • La condensazione: fenomeno facilmente individuabile nei sogni, per cui un solo elemento del sogno, per esempio il viso di una persona, può stare ad indicare più di un individuo, oppure la stessa cosa con una parola, che può assumere diversi significati, molteplici determinanti.
  • La sostituzione: nella realtà dell’Inconscio, dal punto di vista delle qualità logiche, rispetto alle caratteristiche esterne, viene attribuito qualcosa che riguarda la realtà interna, per cui può capitare che una persona reagisca in un modo apparentemente irrazionale ad uno stimolo esterno perché sta seguendo una propria logica interna, e non quella degli avvenimenti oggettivi.
  • L’assenza del tempo: non c’è spazio fra un avvenimento pur lontano nel tempo e la risposta emotiva, che rimane invariata.
  • La non- contraddizione: fra pensieri ed impulsi che a livello conscio non potrebbero coesistere.

Matte Blanco ha intrapreso uno studio dell’Inconscio dal punto di vista delle qualità logiche di questo sistema. I risultati di questo studio approfondito permettono di gettare luce non solo sul problema del cambiamento di qualità che un pensiero o un sentimento subiscono quando qualcosa di inconscio diventa conscio, ma anche se il cambiamento dipenda solo da questo fattore o anche da altri fattori. Vale a dire che occorre ulteriormente indagare sul meccanismo di questo cambiamento e sulla sua complessità.

 

Secondo Laplance e Pontalis (1988) le istanze dell’apparato psichico e soprattutto dell’Io, sono rappresentate dalla struttura distributiva, permutativa e drammatica dei fantasmi interni. I sistemi di relazione d’oggetto, l’immagine del corpo, l’orda originaria, formerebbero dei gruppi interni e darebbero vita all’attività psichica.

 

Rappresentazione, affetti e oggetti si costituirebbero sulla base di legami di aggregazione o disaggregazione tra le singole entità gruppali (Kaes 1999).

Secondo Kaes inoltre, la presenza di gruppi interni porta alla creazione di uno spazio inter- soggettivo della psiche che rappresenterebbe la base dell’esperienza dell’intersoggettivo (tra più menti). Egli sostiene l’idea che la matrice dell’inconscio è gruppale, la psiche è quindi organizzata come un insieme di gruppi che corrispondono alla rete delle identificazioni.

Kaes ha scelto questo modello per rappresentare uno dei modi possibili per guardare al funzionamento di un’Istituzione e descriverne la struttura interna. Secondo questo modello l’Istituzione potrebbe essere concettualizzata come una serie di gruppi interni, costituiti dalle singole unità di lavoro, articolate sulla base dei compiti istituzionali cui sono preposte. Le diverse unità operative che compongono un’Istituzione Curante, potrebbero rappresentare i gruppi interni che operano in un contenitore che potremmo chiamare Mente Istituzionale.

Utilizzando questo modello si potrebbe dire che ogni gruppo interno/ sezione clinica/ unità operativa che si forma nell’Istituzione, oscilla tra un funzionamento inter- gruppale ed uno intra- gruppale, con un movimento che sollecita l’immagine di un caleidoscopio, in cui l’aggregarsi variabile e dinamico tra gruppi interni, crea una rete di configurazioni multiple, che variano di volta in volta, a seconda della posizione delle singole parti.

Secondo una concezione che riguarda i processi cognitivi come frutto dell’elaborazione inconscia, la funzione psicoanalitica della mente è la funzione del pensiero attraverso la quale l’analista cerca «un contatto con l’aspetto del campo analitico che maggiormente evoca un’emozione di autenticità e verità» (Hauthmann, 1998) creando una situazione fertile per la mente per produrre fermenti creativi idonei a organizzare e trasformare gli aspetti di personalità di paziente e analista.

In Gruppalità e funzione analitica nei seminari con Giovanni Hautmann (2021) viene ripreso il concetto per cui la mente dell’analista viene a rappresentare “il luogo soggettivante” di ciò che in essa avviene. Si possono riscontrare vari fattori della funzione analitica nel lavoro analitico duale o gruppale come la capacità di stare con il paziente, di ascoltarlo nelle modalità verbali e non verbali, di aggiustare la distanza e di tollerare la solitudine e l’isolamento dalla nostra realtà umana.

Occorre fare attenzione all’oscillazione tra una comunicazione diretta che ci richiama l’esperienza della realtà e una comunicazione che ci richiama il gioco o il teatro che coinvolge entrambi nei movimenti corporei veicolando emozioni e affetti.

 

Passare dall’immaginario al simbolico vuol dire fare via via il lavoro del lutto degli oggetti vagheggiati nei propri fantasmi.

Per Elena Croce (1985) l’attualizzazione dei conflitti è data dalla azione scenica. Peculiarità data a “to act a play” e “to act a part” nella palestra del setting, ciascun membro del gruppo attore della propria recita, fa interrogare noi psicoanalisti sul senso dell’agire nell’ambito delle sedute di psicodramma. L’autrice ci porta a pensare che l’agire sia l’attualizzazione, “la forza attualizzante che porta nel transfert i conflitti e i desideri con una particolare concretezza”, nessuno può essere battuto in effige.

Pensiamo che ciò avvenga anche nella terapia di gruppo e nelle supervisioni di gruppo, quando, attraverso l’utilizzo della tecnica dello Psicodramma Analitico, e l’ascolto delle varie modalità con cui si manifestano messaggi verbali e non verbali, si può cogliere un “fatto scelto “da rappresentare nel gioco, oscillando tra comunicazione diretta che richiama l’esperienza della realtà e comunicazione inconscia. Quest’ultima, richiamata ed espressa nel gioco, porta dettagli che sorprendono e spiazzano il gruppo e l’analista stesso, coinvolgendo paziente, analista e i membri del gruppo in emozioni, affetti, passioni, movimenti corporei. (Lemoine, 1972).

 

Nella supervisione in gruppo con lo psicodramma analitico, il gruppo è al contempo contenitore dei vissuti stimolati dai pazienti narrati dalla doppia esperienza tra conduttore che in quel momento anima il gruppo e il gruppo stesso, e quella tra gruppo e il caso narrato; ciò favorisce la possibilità che nella mente del supervisore si muova un pensiero intuitivo, una rêverie in relazione sia a quello che sta accadendo, sia in rapporto all’oggetto, sia in rapporto al gruppo.

 

Sessione clinica

La seduta di Supervisione che prendiamo in esame appartiene al lavoro di un gruppo di circa 10 psicoterapeute/i di formazione analitica che si incontra da diversi anni a cadenza mensile, per 4 ore, supervisionato da due analiste SIPsA-Coirag con funzione di training.

La sessione inizia con alcune considerazioni teoriche portate dal supervisore/animatore, concordate dai due supervisori e stimolate dal lavoro clinico del gruppo nella sessione precedente.

Il tema riguarda alcune riflessioni sull’articolo di Civitarese Intuizione e senso del “noi” nella teoria post-bioniana del campo analitico. L ’A. mette in rilievo l’importanza dell’intuizione, che serve a vedere le trasformazioni dell’esperienza emotiva inconscia nell’hic et nunc della seduta, prescindendo dalle cause. Poiché sul passato non possiamo farci nulla, è centrale l’osservazione su ciò che succede sotto gli occhi di analista e paziente.

Per intuizione l’A. intende una capacità specificatamente psicoanalitica, un’attitudine a visualizzare immagini o pittogrammi, in un certo senso come sognare da svegli. Pertanto l’intuizione non è il contrario della tecnica “è farsi così padroni della tecnica da renderla invisibile”.

È importante vedere l’inconscio come funzione, non solo come propria dell’individuo, ma come funzione di gruppo o di campo. Nell’incontro tra paziente ed analista non abbiamo a che fare soltanto con un io e un tu ma anche con un noi, un inconscio co- creato che permette di formulare ipotesi altrimenti non formulabili.

Una collega partecipante al gruppo inizia la seduta di supervisione intervenendo a proposito della fatica di stare nelle relazioni all’interno delle famiglie e commenta quanto possa essere difficile per un adolescente crescere con dei genitori immaturi e/o sofferenti.

Ci possiamo chiedere se anche in una seduta di supervisione si muovano comunque aspetti transferali e se la collega stessa non stia segnalando nel hic et nunc una sofferenza che circola nello stesso gruppo di supervisione e che ha a che fare con i due supervisori, la collega potrebbe aver dato voce ad un inconscio gruppale  esprimendo  il fatto che non sia facile in quel momento lavorare e crescere con la sensazione che i supervisori stessi possano essere troppo occupati psichicamente con una loro sofferenza, che può renderli non “affidabili”. La collega stessa potrebbe esprimere un proprio vissuto transferale e al contempo dar voce a qualcosa che ha a che fare col caso clinico che sta per portare.

La collega porta un caso di una signora di quarantacinque anni che si presenta al primo colloquio con un diminutivo del suo nome, Nina. Dice che a volte si fa chiamare col nome per intero, Annamaria. Durante i primi colloqui porta tante urgenze. Ha quattro figli e una situazione matrimoniale che definisce “drastica”. Colpisce questo aggettivo.

Non ama più il marito ed ha intenzione di separarsi, ma è molto spaventata perché lui non è collaborativo e si oppone. Nina ricorda che è stata abbandonata dal padre da piccola, ed è rimasta sola con la mamma in una grande solitudine, povertà, sia economica che emotiva. Da adolescente ha sofferto di bulimia e anoressia. Attualmente fatica a nutrirsi e a dormire, è molto magra, ma di bell’aspetto. Narra di un fatto che le è successo e che l’ha “sconvolta”. Nel suo ambiente di lavoro, ha avuto modo di conoscere un uomo che ha svolto delle funzioni tecniche nella stessa azienda. Durante la collaborazione si è creato un clima di confidenza e alla fine è sorto il desiderio di scambiarsi i numeri di telefono. In seguito lui le scrive ripetutamente facendole degli apprezzamenti che la lusingano, tanto che poi finiscono a letto insieme. Nina si rende conto che questa persona è di passaggio e che presto se ne andrà.  Rimane però molto turbata da questa esperienza di “legame” e sessualità, sentendosi sopraffatta dagli eventi e, non riconoscendosi “consapevolmente” come l’agente di questo comportamento, lei stessa si chiede: “chi è questa qui che va a letto con uno sconosciuto?”.

Nina racconta alla terapeuta di essersi sentita imprigionata in una sorta di bolla, all’interno di una fantasia illusoria, come se quest’uomo avesse potuto sottrarla all’infelicità, fantasticando una via di fuga da una realtà insoddisfacente e spaventosa. In seguito, Nina non riesce più ad avere rapporti sessuali col marito, con il quale già da tempo aveva rapporti insoddisfacenti, finalizzati solo a “farlo stare tranquillo” a “tenerlo buono”.

 

Il gruppo commenta che questo accadimento sembra aver fatto emergere un lato vitale di Nina, la possibilità di sentirsi desiderata e sperimentarsi desiderante. Al tempo stesso emergono nel gruppo pensieri sull’aspetto difensivo inconscio, la coazione del trauma dell’abbandono vissuto nell’infanzia e la creazione di uno spazio scisso relativo al suo agito. Si ipotizza inoltre l’agito di un sentimento inconscio vendicativo nei confronti del marito, vissuto come abbandonico.

Man mano emerge “il campo familiare”, che si disegna in un modo piuttosto bizzarro: il marito dorme in un’altra stanza con uno dei figli, mentre lei dorme in mezzo a due figli adolescenti.

Dopo i primi colloqui Nina decide di dormire da sola, forse il legame che si sta instaurando con la terapeuta le dà la forza di staccarsi dai figli, almeno per dormire.

Inoltre spesso il marito esce con gli amici e torna a casa ubriaco e nervoso. Venendo a conoscenza della decisione della moglie di andare da una psicoterapeuta, il marito si angoscia e si arrabbia molto e chiede di poter fare un colloquio di coppia con la stessa terapeuta.  Forse per controllare e opporsi a un possibile cambiamento.

 

La terapeuta che sta descrivendo il caso si interroga sul fatto di essersi resa così facilmente disponibile ad accogliere la richiesta della paziente di far entrare fisicamente il marito nei colloqui preliminari.

La collega, appesantita e avvilita dal clima emotivo creatosi durante il colloquio di coppia racconta che entrambi i protagonisti della scena, slatentizzano un vissuto di abbandono sofferto sin dall’infanzia a causa della separazione dei genitori, lei dal padre, lui dalla madre.

Nella seduta di coppia il marito, descritto come un bell’uomo un po’ in carne, prende molto spazio sia fisicamente che psichicamente portando una parte intrapsichica del Sé di Nina ed emergerà in seguito, controtranferalmente, un aspetto della terapeuta stessa.

Egli (il marito) si dichiara innamorato e geloso e minaccia di abbandonare l’intera famiglia, qualora Nina decidesse di separarsi. Una coazione a ripetere l’antico abbandono e un’incapacità di sentirlo, riconoscerlo ed elaborarlo. Si può pensare che proprio a contatto con l’angoscia di abbandono possano emergere l’inconscio, il vissuto traumatico e il dolore non elaborati e un modo difensivo di fondere e confondere i vari ruoli presenti in loro e nella relazione. Nel momento in cui non è più possibile mantenere la “bolla difensiva”, si produce la rottura che attiva la difesa della dissociazione separando i nuclei più profondi e rimossi, rendendoli più calcificati e patogeni.

Nella stessa seduta di coppia, Nina si dichiara stufa di questo “teatrino”.

L’inconscio agisce teatralmente davanti a noi. Come scritto da Musatti (1988): «Non siamo uno solo […] dentro di noi ci sono più elementi […] autonomi e spesso in conflitto, per cui si genera tra loro un processo dialettico […] e se uno riesce a seguire questo agitarsi e battagliare che c’è in noi, ed è in grado non solo di viverlo, ma anche di assistervi come spettatore di sé stesso, egli realizza una situazione teatrale […] abbiamo dunque un teatrino interno».

 

L’analista che anima la seduta di supervisione, cogliendo la svolta emotiva nella seduta in coppia, invita la collega a giocare la scena, avendo in mente la complessità delle parti presenti nel “teatrino della mente”.

Nel gioco un membro del gruppo che viene scelto per fare la parte del marito, chiede che intenzioni hanno la moglie e la terapeuta.

Vuole capire perché Nina lo rifiuta. La collega scelta per fare la parte di Nina risponde che questa domanda la inquieta, si sente giunta a una tale insofferenza da non sopportare più nulla. Per lei è tardi non è più tempo di recuperare.

Esclama: «Ti sei svegliato adesso! È tardi ormai!, basta con questo teatrino! Ma ti pare Barbara (rivolgendosi alla terapeuta con un lapsus) che io adesso sia disposta a recuperare?».

 

Secondo l’articolo di Civitarese al quale facciamo riferimento all’inizio, parlando di una interpretazione che tenga conto del campo, dovremmo pensare che “qualcosa di barbaro” riguardi anche il rapporto con la terapeuta e lo stesso campo analitico.

La collega, che nel gioco interpreta sé stessa, coglie il lapsus e chiede: «Barbara…». Ma Nina non risponde.

Una collega del gruppo doppia la terapeuta e dice: «Chissà se mi volete dire che ognuno dentro di sé ha una parte barbara che agisce suo malgrado».

Negli scambi successivi aumenta il clima di tensione nella coppia ed entrambi rimproverano l’altro di averlo lasciato solo.

T.: «Sembra che ognuno dei due non sia riuscito ad esserci per l’altro».

Nina: «Non ho più spazio per lui, forse non l’ho mai avuto”. “Mi sono sentita parcheggiata e ora non sono più disposta ad esserlo».

Roberto, dopo il cambio di ruolo, inaspettatamente riconosce i propri sbagli e si dichiara pronto a recuperare, quasi piangendo dice: «Non posso pensare alla separazione, di perdere tutto, di non avere più una casa». Ammette di aver fatto il duro, ma ora si sente molto smarrito e fragile.

La terapeuta accenna: «C’è stato un grande cambiamento nel clima emotivo della seduta durante il pianto di Roberto e nel suo mostrarsi vulnerabile, l’aspetto sofferente non è affatto barbaro».

Uno dei terapeuti partecipanti del gruppo doppia la terapeuta: «Penso sia necessario sospendere per ora una scelta importante come quella di separarsi e darvi il tempo di capire meglio».

Si conclude il gioco e quindi la seduta con Nina che dice: «In bilico sul vuoto non riesco più a stare».

Nella discussione il gruppo commenta che Nina sembra destrutturarsi causa il dolore della solitudine quando i figli entrano in adolescenza, quando cioè dovrebbe esserci un distacco. Potremmo pensare all’emergere, in quel periodo, di memorie traumatiche. Dorme fra loro come una bambina in mezzo ai genitori e si stacca subito dopo i primi incontri con la terapeuta, un po’ rassicurata dalla nuova relazione.

La collega che ha portato il caso riflette su come nei panni della terapeuta, cioè di sé stessa, si sia sentita nel gioco a proprio agio, pur nella difficoltà della situazione, ferma sulla possibilità di accettare la confusione del momento e non incentivare decisioni. Nei panni di Nina dopo il cambio di ruolo, coinvolta dal dolore, la collega, dice: «Mi sono sentita che avevo bisogno di tempo. Una parte di me voleva fuggire, una parte rimediare». Facendo ricorso ai doppiaggi del gruppo che sostiene l’aspetto più consistente della terapeuta lei diviene capace di immergersi nel labirinto dell’angoscia senza perdersi e di essere capace di tenere sé stessa e Nina senza “cadere nel vuoto”.

Al gruppo viene in mente anche un possibile aspetto edipico in quanto Nina potrebbe aver provato molta gelosia quando il padre, separato dalla madre, si era fatto una nuova famiglia facendola sentire rifiutata ed esclusa. Da qui l’agito sostenuto dal rinnovato senso di solitudine, di poter trovare in modo scisso e dissociato un uomo/collega di lavoro/ padre con cui “fare l’amore” e difensivamente sentirsi illusoriamente inclusa, proiettando l’esclusione nel marito. Inoltre Nina ricorrendo alla dissociazione, delega al marito la parte di sé fragile che ha paura di restare sola e che teme di tornare a vivere il doloroso senso di povertà, sia economica che emotiva in cui è cresciuta.

Pensando alla vita sessuale della coppia, anche in quel contesto emerge una modalità scissa: Nina con l’uomo dell’avventura e Roberto, il marito, attraverso la modalità con cui trattava Nina, la moglie, facendo solo sesso e dissociando l’affetto.

Nelle associazioni, viene ripresa l’espressione del sentirsi in bilico sul vuoto, sia come mancanza affettiva ma anche vuoto inteso come mancanza di rappresentazione ed elaborazione. D’altra parte la seduta giocata fa riferimento ai primi colloqui, la stessa terapia parrebbe ancora in bilico sul vuoto di rappresentazione e figurabilità. Non c’è ancora un setting stabile e anche la terapeuta nella sua indicazione alla coppia suggerisce la necessità di darsi del tempo, tempo che forse necessita anche a sé stessa e alla coppia che si sta creando fra lei e la paziente.

Gli interventi del gruppo e le associazioni suggeriscono una riflessione sull’uso del diminutivo da parte della paziente, come a rappresentare una parte piccola e fragile. Si potrebbe pensare che la paziente ha bisogno di integrare parti di sé fragili con parti adulte e desideranti. No o- o ma e- e.

Forse Nina e Roberto non hanno mai costruito un senso di essere una coppia, piuttosto la sensazione di essere due naufraghi che si sono aggrappati alla zattera-famiglia. Da questo punto di vista le loro posizioni, nella seduta, erano molto simmetriche. Se da un lato, Roberto nella vita famigliare ha coperto la sua fragilità, è stato molto assente, inadeguato al ruolo di marito e di padre, lasciando Nina sola nella cura dei figli e sola anche come partner, nella seduta prende molto spazio, soprattutto portando la parte disperata e spaventata per l’abbandono, che possiamo dire, appartiene a Nina ed anche al campo analitico.

Nello spazio psichico di Nina si animano figure importanti della sua vita in rapporto conflittuale fra loro, conflittualità agita nei confronti della terapeuta negandole l’identità attraverso la confusione del nome e del ruolo.  Nello stesso tempo l’agito sulla terapeuta presenta e rappresenta una parte di Nina che si sente confusa e arrabbiata con uno di questi personaggi interni che a sua volta ha “stropicciato”, mortificato, la sua identità. (È forse qui il Campo barbaro, la relazione barbara con la terapeuta? Una terapeuta vissuta come barbara?). E ancora, la terapeuta è stata barbara, selvaggia, ad accogliere la richiesta di portare il marito? E comunque come mai l’ha fatto?

Il passaggio dal colloquio individuale al colloquio di coppia, interroga il gruppo sulla flessibilità del setting, soprattutto in una consultazione iniziale, ma non può non far pensare al significato di una tale richiesta da parte della paziente.

Si può dire che c’è stato agito, o un enactment? C’è un vuoto e/o c’è un troppo pieno?

 

Conclusioni

Il nostro passato e quindi i depositi inconsci sono ricchi di vita vissuta, di affetti e di conflitti. Numerosi personaggi dormono o si agitano dentro di noi desiderosi di potersi presentare e ripresentare sulla scena per ripetere ancora e ancora una volta la loro storia per comprenderla e trasformarla. Lo spazio analitico, il setting, sono il campo in cui ricostruire il mondo interno ed i suoi drammi psichici ancora non rappresentabili alla coscienza, ma in via di rappresentazione appena entrati nella dimensione del gioco. L’inconscio si manifesterà e l’analista e i partecipanti del gruppo scopriranno man mano «i diversi ruoli incarnati nell’azione, per esempio i ruoli di diversi padri e madri» (Spadoni 2007), risvegliando l’infans per recuperare e integrare i piccoli aspetti scissi e pietrificati, rimasti imprigionati negli strati rocciosi dell’inconscio e farli rivivere.

L’inconscio agisce senza che ne siamo consapevoli e a questo livello è il soggetto che si trasferisce dentro l’altro, dentro il gruppo e dentro l’analista come abbiamo descritto anche in una singola seduta di supervisione, rendendo possibile sostenere la parte più intima della sofferenza sino a quel momento inconoscibile. Di conseguenza l’abbassamento delle difese consente di captare i messaggi più barbari, pesanti e patogeni per alfabetizzarli conferendo loro immagini e significato condiviso e comunicabile entrato in “risonanza di ruolo fluttuante” (Sandler, 1996) (3)

Empaticamente si condivide la sofferenza, ci si contagia poiché colui che porta il dolore e l’odio è il soggetto porta- sofferenza, a volte all’interno del gruppo famiglia o in altri gruppi, come nella scuola, nell’ambiente di lavoro, e nei gruppi terapeutici.

Nell’immagine dell’artista Pulini possiamo ritrovare l’austerità e la bellezza che sembra essere frutto di una visione superiore dalla vista sensibile, l’epopteia, cioè la capacità di vedere più in là. Ciò ci porta oltre il primato dell’occhio e della visione come fondamenti dell’esperienza della bellezza (Morelli, 2018), e della storia umana dal dolore all’amore.

Carnevali C.

Psicoanalista SPi –IPA con funzione di Training, analista di gruppo SIPSA-Coirag con funzione di Training

 

Cicchetti S.

Psicoterapeuta Membro titolare SIPsA-Coirag

 

Saponi S.

Psicoterapeuta Psicodrammatista SIPsA-Coirag con funzione di Training

Note

(1) Fanno parte del Gruppo di Supervisione e hanno collaborato gli psicoterapeuti: Battistini M., Belpassi R.A., Fabbri S., Innocenti S., Mulazzani L., Raffa T., Russo N., Savioli R., Secchiaroli R., Spada G.E.

(2) Massimo Pulini 2022 vedi figura n.1 dopo la bibliografia

(3) Sandler J., Controtransfert e risonanza di ruolo, Liguori, Napoli, 1996

Bibliografia

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[1] Sandler J., Controtransfert e risonanza di ruolo, Liguori, Napoli, 1996

[1] Massimo Pulini 2022 vedi figura n.1 dopo la bibliografia

[1] Fanno parte del Gruppo di Supervisione e hanno collaborato gli psicoterapeuti: Battistini M., Belpassi R.A., Fabbri S., Innocenti S., Mulazzani L., Raffa T., Russo N., Savioli R., Secchiaroli R., Spada G.E.