DANIELA LO TENERO, MARTA VIMBORSATI – Alla guerre comme alla guerre. La scelta come attraversamento del conflitto
[…] come quel grande pensatore autentico e saggio
che disse a un uomo che gli aveva gettato il cappello per terra:
se lo raccogli ti bastono,
se non lo raccogli ti bastono lo stesso.
(Kierkegaard S. Aut Aut)
Chi ha visto Tatami lo sa: la chiave della libertà ha la forma della scelta e apre un conflitto.
Nel film del 2023 la regista, Zahra Amir Ebrahimi, mette in campo la lotta fisica come metafora del conflitto politico e psicologico. La protagonista è una campionessa di judo iraniana che nella finale dei campionati mondiali sceglierà di confrontarsi con un’avversaria israeliana nonostante l’ultimatum della Repubblica islamica.
Il combattimento esterno, corpo a corpo, segue una lotta interiore che è contrasto tra due parti equidistanti, un aut aut che non designa vincitore e vinto.
Non cedere al ricatto, accettare il rischio.
«Il gioco è drastico» (Lemoine J. e P. tr. it. 2022 p.47) così come il taglio dell’animatore nella seduta di psicodramma. Illusoria la scelta del giocatore.
Ogni scelta origina dall’azione del taglio. Un taglio che non sta solo a rappresentare un’interpretazione e dunque la ri-significazione per quel soggetto di un dato evento, ma va a collocarsi nell’area di una sottrazione (Recalcati,2020).
Il taglio sottrae, come dice Lacan (1964), e ci mostra la mancanza strutturale dell’Altro. Ogni domanda posta all’analista, che resta senza risposta e dunque si sottrae alla significazione semantica, mostra la necessità che il soggetto si assuma il rischio del proprio desiderio. Tale rischio è assunto, nello psicodramma, tanto dal paziente, quanto dall’animatore. Ciascuno di fronte alla propria lotta corpo a corpo, in quella lotta che è il processo di soggettivazione: scegliere di diventare un soggetto, non più oggetto.
Più il soggetto è però inchiodato nella posizione di oggetto, più il grande Altro assume la funzione di guida da interrogare continuamente, sia internamente che nella realtà.
Svuotare il grande Altro dalla funzione di guida, comporta l’ingresso e il passaggio dentro il processo di soggettivazione, nel quale, come descrive Recalcati (2020), accade la conversione soggettiva all’ordine etico del desiderio.
Come il bambino che è inizialmente assoggettato all’ Altro e che in questo necessario e iniziale essere nelle mani dell’Altro, dovrà dare vita al proprio percorso di soggettivazione.
A partire da un “non-luogo”, ovvero quello spazio-tempo in cui tutto sembra diventare sospeso, comincia la scelta: spazio interrogativo spaesante. In esso si ritrovano in tensione due esperienze contraddittorie (Recalcati,2020): l’esperienza dello spaesamento, derivante dalla destituzione e svuotamento dell’Altro e l’esperienza di alleggerimento, derivante dal poter affermare: «Io sono questo».
Il marchio dell’Altro è in quella scelta che ci si ritrova a compiere per un altro ed è in quel “marchio” che si gioca tutto il proprio bagaglio soggettivo. La destituzione di questo marchio genererebbe quel malessere da disorientamento, rabbia, tristezza, sintomi fisici ripetitivi, ogniqualvolta si ri-presenta un momento preciso: la scelta.
Come in quella scena d’infanzia che, se giocata, forse avrebbe dato voce a quell’accenno di soggettivazione in gioco.
Un gioco estivo come quello dei pattini a rotelle, a cui dedicarsi finita la scuola.
Pattini tanto desiderati, da cui si cade facendosi male. Un difficile equilibrio su strada asfaltata: senza protezioni per le ginocchia, ma con una libertà sognata.
Alla prima caduta, il marchio dell’Altro: via i pattini (e quindi via i desideri).
E l’oggetto resta così tra le mani dell’Altro, che sceglie di fermare lì il gioco.
Il gioco fermo lì e allora: i pattini chiusi nella scatola che ha ancora attaccati dei pezzi di carta regalo, strappati via con l’entusiasmo di un bambino.
Gli interrogativi si aprono: ma i desideri fanno cadere?
Sembra che il problema venga eliminato alla radice: niente pattini, niente cadute.
Non c’è spazio per l’errore. O si sa stare su due ruote in equilibrio o non ci si può permettere di farsi male e cadere.
Cadere- Accadere. Qualcosa accade nel momento in cui si tengono insieme desideri e pulsioni. Una caduta inaspettata proprio lì sul più bello.
La vergogna mai confidata di chi ha dovuto rinunciarvi, credendo di non poter portare avanti quel compito: a corpo libero sui pattini. Ecco il corpo che ritorna.
I pattini ci portano etimologicamente anche alla questione dei vincoli, dei piccoli patti. Forse patti d’infanzia.
Un patto stretto con qualcuno o con qualcosa.
Forse con il proprio corpo? «Tu mi lasci libero di andare e io non cado», risuona come un doppiaggio.
E invece la delusione, le ferite sulle ginocchia. La convinzione di non riuscire a stare in equilibrio: è così che la rinuncia prende il posto della scelta?
Rinunciare o scegliere, aut-aut?
Un conflitto che continua ad originarsi e alimentarsi. Così, come ci invita a riflettere Anne Dufourmantelle (2020), il conflitto lavora alla costruzione della nevrosi: costruisce una “paziente economia dell’attesa e della rinuncia”, in cui non c’è alcuna variazione in campo, tutto prende la forma di una ripetizione: si presenta sempre sotto una luce diversa, ma con lo scopo di riprodurre sempre lo stesso pattern.
Classicamente nell’orientamento psicoanalitico, scrive Nicolò Termino (2022), il sintomo nevrotico viene inteso come espressione di un conflitto che deve essere superato per poter vivere lo slancio del desiderio.
L’esperienza del conflitto interiore è il segnale di una divisione interna alla nostra volontà. Di per sé il conflitto non è l’indicatore di un’esperienza patologica, è il segnale di qualcosa di prezioso che ci sfugge e che riaffiora in modo enigmatico nella nostra coscienza.
Un desiderio inconscio che non abbiamo ascoltato fino in fondo. Da questo punto di vista il conflitto può essere “risolto” soltanto se accogliamo il messaggio dell’inconscio, anche se è un messaggio che si esprime con la voce della sofferenza.
Come nel sogno di Daniel, rievocato dopo uno dei lunghi momenti di silenzio che precedono l’inizio delle sedute; lo descrive come un sogno molto ricorrente nella sua infanzia e che ancora oggi rievoca con la curiosità di comprenderne il significato.
Il sogno è ambientato nella casa di quando era bambino, una casa a tre piani. In ogni piano abitava un componente diverso della sua famiglia, la nonna al piano terra, lo zio materno al secondo piano e la sua famiglia all’ultimo piano.
Nel sogno ci mostra un’azione ripetitiva, ovvero quella di salire le scale fino al tetto del palazzo, su in alto, fino a spingersi giù, nel vuoto, contro gravità. Sfidando l’altezza, avvertendo l’adrenalina e il corpo contro-gravità in discesa libera.
Cadeva, dice Daniel, ma non si faceva male. E così ripeteva di nuovo: saliva le scale e poi di nuovo giù. Il sogno si ripeteva sempre nello stesso identico modo, fino a che Daniel interrompeva il sogno svegliandosi angosciato.
La ripetizione in questo sogno manifesterebbe quel vincolo, quel piccolo patto d’infanzia, che inchioda la percezione alla traccia mnestica. Ovvero come spiega Freud in Progetto per una psicologia (1892-1899) il fondamento della percezione è l’allucinazione, nel senso che essa orienta continuamente il desiderio stesso, sotto la forma di una ripetizione allucinatoria della traccia mnestica del primo soddisfacimento.
In ottica classicamente freudiana, l’esperienza di soddisfacimento-godimento con il primo oggetto inscrive una traccia mnestica nell’inconscio. Se in questa ripetizione, data dalla ricerca di soddisfazione, il soggetto andasse incontro ad una delusione, non riuscendo a rievocare quella stessa sensazione legata alla traccia inconscia primaria, accadrebbe uno scarto. Il bambino sarebbe costretto a fare esperienza, nel suo apparato psichico, della mancanza e dell’assenza attraverso due possibili vie: la via breve, che è l’allucinazione della traccia inconscia di soddisfacimento, oppure la via lunga che è il pensiero sull’Assenza, attraverso un lungo lavorio di “costeggiamento” dell’oggetto (Recalcati,2020).
Infatti una serie di elementi sensoriali rievocati successivamente, arricchiscono il sogno di Daniel: la vertigine, l’aria sul corpo in discesa libera e lo schianto senza dolore. Daniel rievoca antichi dolori sempre trattenuti nel corpo bambino: il punzecchio degli aghi al tallone, ricordo di un maltrattamento dopo la nascita da parte di un’ostetrica, un mal di testa che non dava tregua e non faceva dormire e che Daniel provava a interrompere, inferendosi colpi sulla testa.
Dolore in assonanza con altro dolore. Poi il vomito dopo il mal di testa: liberazione improvvisa.
Come vediamo nella catena associativa del sogno di Daniel, costeggiamo diversi sintomi fisici e psichici che egli ricollega a quella traccia mnestica primaria: l’assenza di una figura che fermi la sua salita verso l’alto o che accolga la sua paura di cadere e farsi male da quell’altezza ideale.
La catena associativa del sogno infatti porta in luce una paura molto presente in Daniel: la paura delle altezze; questa, inoltre, sembrava essersi accentuata ancor di più con il trasferimento in Italia all’età di dieci anni.
Il ricordo del sogno fa tornare in mente la richiesta di consultazione del primo colloquio, in cui Daniel chiede alla terapeuta di spiegare il perché di un episodio che riferisce: “Ero in università, ascoltavo una lezione e mentre stavo per fare una domanda al professore, la mano ha iniziato a tremare e la testa ha cominciato a girare.”
Quegli stessi sintomi fisici che associa dopo il sogno, i giramenti, la sensazione di formicolio e punzecchiamento prima di dormire, ci accorgiamo che sono dei sintomi attualmente ancora presenti nella vita quotidiana di Daniel e che non riesce a tollerarli.
Il sogno, infatti, sembrerebbe rivelarci un conflitto profondo che egli affronta ancora oggi: la paura dell’altezza da intendere come la paura di non essere egli stesso all’altezza, la paura di cadere, il desiderio ripetitivo di lasciarsi andare alla caduta, affrontandone il rischio e le sue conseguenze.
Le radici del concetto di conflitto risalgono alle fasi iniziali dell’elaborazione della teoria psicoanalitica. Tale concetto è stato via via trasformato in seguito alle evoluzioni della stessa psicoanalisi.
Il conflitto evidenzia tre antinomie fondamentali che dividono il soggetto (Terminio N. 2022).
In primo luogo, il conflitto segnala il farsi strada nella vita della persona di una disarmonia tra la volontà cosciente e qualcosa che segnala invece una “volontà involontaria”.
La prima declinazione del conflitto si realizza quindi nell’opposizione tra ciò che il soggetto ritiene volontario e ciò che, sebbene gli appartenga, ritiene involontario.
Il conflitto mette in discussione la coincidenza della volontà del soggetto con la volontà di cui è cosciente.
Da qui deriva la seconda antinomia messa in luce dall’esperienza del conflitto: l’identità del soggetto non è riassumibile nella coscienza, rimane un resto involontario che segnala che la partita dell’esistenza non si gioca tutta nell’auto-coscienza.
La terza implicazione prodotta dall’esperienza del conflitto riguarda il rapporto tra il versante pulsionale e la dimensione ideale.
Così il sogno di Daniel si fa portavoce di queste tre antinomie, in particolare per ciò che riguarda la relazione tra pulsioni e idealità. Il sogno mette in luce un movimento pulsionale, attraverso il movimento del salire le scale, che si scontra con l’idealità di un’altezza che appare impossibile da reggere e mantenere. Qui emerge il conflitto che genera una scelta-non scelta di lanciarsi da un’altezza e, dopo la caduta, ricominciare a compiere sempre lo stesso tragitto. Lanciarsi, mettendosi in gioco, o lasciarsi andare alla caduta?
Lanciarsi-lasciarsi, un ritornello in conflitto.
Il conflitto realizza infatti l’antinomia fondamentale che attraversa la psicoanalisi: la pulsione non si lascia del tutto assorbire e sublimare nell’ideale. C’è un resto pulsionale che travalica la capacità di inibire e sublimare, rappresentando ciò che nella vita sfugge al governo di sé. La coscienza è così abitata da un’alterità radicale che rende il soggetto straniero a se stesso.
In ambito clinico il sintomo nevrotico può configurarsi come una delle modalità elettive attraverso cui si realizza il conflitto.
Il sintomo si fa veicolo di una sofferenza che esprime una frattura interna al soggetto.
L’esperienza del sintomo incrina le identificazioni e mette in discussione l’adattamento alla realtà esterna.
Quando le identificazioni vacillano cadono anche i punti di riferimento attraverso cui reperire una bussola per il proprio progetto di esistenza.
Il sintomo non è allora soltanto un disturbo, ma svolge anche una funzione, alimenta un conflitto che apre una crepa nell’identità personale e scioglie quel sigillo identitario che aveva cristallizzato il legame tra ideale e pulsione.
Il sintomo come espressione del conflitto diventa un richiamo da ascoltare e far parlare.
Nella nevrosi il conflitto mette in crisi le proprie identificazioni.
Il sintomo compromette l’idea che ciascuno ha di sé: non ci si riconosce più o, meglio, si giunge a dover riconoscere la presenza di una parte straniera del proprio sé.
Ciò che la persona credeva di essere non esaurisce chi è realmente. L’esperienza del conflitto evidenzia la discrepanza tra l’ideale che cerchiamo di incarnare e la vera soggettività che sentiamo di essere.
Il conflitto apre il divario soggettivo tra quello che desideriamo essere per l’Altro e ciò che vogliamo essere al di là delle attese dell’Altro.
Possiamo allora comprendere perché il conflitto condizioni il tempo della scelta del proprio desiderio.
La scelta del desiderio scaturisce dall’attraversamento del conflitto tra volontà cosciente e desiderio inconscio, tra ideale e pulsione.
E la vulnerabilità psicopatologica del conflitto traduce il tentennamento nevrotico nel tempo della scelta, una scelta che è senza le garanzie dell’Altro e implica sempre l’assunzione della responsabilità del proprio desiderio.
Kierkegaard nel testo La ripetizione (1843) differenzia la decisione dall’eccezione, in quanto nelle decisioni c’è sempre una separazione, un taglio, un lasciar cadere, mentre l’eccezione è quel qualcosa che irrompe e che è fuori da una continuità ripetitiva. Per osservare il significante del sintomo che assoggetta e che non permette di scegliere, è necessario attraversare l’esperienza della caduta, del rischio?
Il soggetto nevrotico cerca nella mappa dell’Altro la spinta e la direzione per mettersi in gioco nella sua vita. Un elemento centrale dell’esitazione del nevrotico è la necessità di essere riconosciuto dall’Altro.
Il soggetto nevrotico non chiede di essere riconosciuto come soggetto in quanto tale, desidera piuttosto essere riconosciuto nella sua particolarità di soggetto desiderante.
In questo particolare ambito della clinica psicoanalitica non è in bilico il riconoscimento del soggetto in quanto tale, ma il riconoscimento del desiderio del soggetto.
Il paziente nevrotico si lamenta infatti di non esser stato valorizzato dal proprio Altro per quelle qualità e quelle dimensioni soggettive che sente più autentiche. È un aspetto su cui l’Altro non si è pronunciato.
L’Altro del nevrotico sembra “una coperta troppo corta”, c’è qualcosa del soggetto che non riesce ad essere del tutto inclusa nella traduzione dell’Altro (Termino N. 2022).
Il nevrotico soffre di una sorta di patologia dell’esitazione che lo mantiene al di qua del tempo della scelta, al di qua della vertigine generata dal passaggio verso una condizione da dove non è più possibile tornare indietro, perlomeno senza portare con sé la traccia o la cicatrice della scelta compiuta.
Il tempo della scelta mette in rilievo una dimensione vivente che il nevrotico non vuole attraversare. Si tratta di una zona buia e silenziosa, dove le vie del senso non riescono a portare né sicurezza né garanzia.
È un’esperienza di solitudine dove il peso e le conseguenze della scelta non possono essere addebitate a nessun Altro. Non c’è nessuna tradizione o memoria storica in grado di giustificare il passaggio che si compie verso l’avvenire.
«Il mio problema sono i conflitti!».
Pone così Francesco la sua richiesta di terapia; l’allusione è ai contrasti con gli altri che non riesce a “gestire”, il suo è un sottrarsi inesorabile che lascia campo libero al vuoto, si mette sempre “dalla parte della vittima” si chiude e non permette il dialogo, interrompe l’altro per mettersi sulla difensiva.
La domanda di Francesco rivelerà nelle sedute successive un’impossibilità a compiere la Scelta: amare un uomo o amare una donna.
Al di là della paura di affrontare i pregiudizi dei familiari cosa blocca Francesco nell’illusorietà di un et et attraverso il quale pretenderebbe di aggirare l’aut aut ?
L’aut aut -scrive Kierkegaard nell’omonimo testo del 1843- è assoluto perché si tratta di scegliere o di non scegliere: vivere esteticamente e vivere eticamente.
L’estetica nell’uomo è quello per cui egli spontaneamente è quello che è, l’etica è quello per cui diventa ciò che diventa.
È una preclusione al diventare quella che vive Francesco. Quel movimento che differenzia il ricevere se stesso dallo scegliere se stesso.
L’uomo, scrive Kierkegaard, attraverso la scelta non diventa diverso da quello che era prima, diventa solo se stesso.
Il tema della scelta è evidentemente connesso alla dimensione temporale.
«Immaginiamo -scrive Kierkegaard in Aut Aut– un capitano sulla nave nel momento in cui deve dar battaglia; forse egli potrà dire, bisogna fare questo o quello, ma se non è un capitano mediocre, nello stesso tempo si renderà conto che la nave, mentre egli non ha ancora deciso, avanza con la solita velocità e che così è solo un istante quello in cui sia indifferente se egli faccia questo o quello. Così anche l’uomo, se dimentica di calcolare questa velocità alla fine arriva un momento in cui non ha più la libertà della scelta, non perché ha scelto ma perché non l’ha fatto, il che si può anche esprimere così: perché gli altri hanno scelto per lui, perché ha perso se stesso» (Kierkegaard S. 1843 tr.it p. 50).
Così accade anche in una seduta di psicodramma attraverso la sua parte giocata, “il gioco per quanto breve, per quanto imperfetto sia, è efficace. Ciascuno lo sente. Ciascuno è staccato da sé e si implica attraverso l’identificazione o il rifiuto dell’identificazione. Accade qualcosa a tutti. Il gioco è drastico” (G. e P Lemoine 1972 tr. it. p. 47).
Ciascuno è lì per giocare il suo gioco; si richiede una “fretta logica”. Questa logica si inscrive nel tempo ed è il tempo dell’altro.
La decisione di parlare – scrive Antonia Guarini- è un atto e bisogna farlo a tempo, perché c’è l’altro e non si gioca da soli. Tutto lo psicodramma consiste in questo.
Ci sono quelli che non riescono a scegliere, cioè a giocare, cioè a godere.
Colui che si muove per primo è salvo, rischia, prende parola, fa il suo gioco, non importa quale, l’importante è il gioco, perché il gioco costituisce “una rottura” e apre un nuovo spazio orientato verso l’altro.
È un giocare con l’universale singolare di ciascuno all’interno del gruppo.
Sartre (1965) pose enfasi su questo concetto di “universale singolare” declinandolo come la forma più autentica di essere nella società: ovvero la possibilità di considerare la propria posizione soggettiva come universale e singolare, perché paragonabile alla soggettività di chiunque sia stato uomo. L’universale è ciò che si ritrova nel gruppo, inteso come collettività che, attraverso la condivisione di valori universali, tiene uniti i singoli. L’universale singolare di ciascuno è chiamato in causa in ogni processo di scelta. Un processo bidirezionale di interiorizzazione ed esteriorizzazione, che tanto somiglia al concetto di extimitè di Lacan (1968), che spiegherebbe questo continuo dialogo nel freudiano “territorio straniero” che è l’inconscio, a cui il soggetto è chiamato a dare nome a istanze apparentemente dicotomiche.
Se scegliere è anche pensabile come un punto di rottura con una continuità ripetitiva, la rottura trasformativa e “dispersiva” di cui scrive Claire Marin e ne approfondisce i diversi significati (2023), è quell’atto simile al “taglio” e non allo strappo o lacerazione che sanguina ancora; quel taglio-rottura di continuità che va a determinare la nostra o le nostre identità, e che può accadere nel tempo delle biforcazioni piuttosto che nel tempo delle linee dritte.
Ciò che non è scelto è il momento della nascita, veniamo al mondo ma non siamo noi a deciderlo, siamo chiamati da un Altro. A. Dufourmantelle descrive proprio la nascita come uno dei primi grandi momenti di rottura con una continuità (2020), in cui la rottura è un rischio che ciascuno si assume fin dalla nascita. Tale rottura di un patto ripetitivo continua ripresentarsi sotto diverse forme nella realtà e interroga il rapporto con il tempo, con quell’istante in cui si sceglie di interrompere il rapporto con la nevrosi.
Scrive Dufourmantelle (2020, pag.11): «Oggi il principio di precauzione è la norma […] Rischiare la propria vita è una delle espressioni più belle, significa affrontare la morte […] oppure vi è insediato nella vita un dispositivo segreto, una musica capace da sola di spostare l’esistenza su quella linea del fronte che si chiama desiderio? Il rischio apre uno spazio ignoto. Come è possibile, essendo vivi, pensare il rischio a partire dalla vita e non dalla morte?».
Il rischio è una linea d’orizzonte e l’istante della scelta inaugura un tempo altro (Dufourmantelle,2020).
Si tratta del tempo logico: chi parla per primo, chi prende per primo la parola, chi si muove è salvo e salva anche gli altri.
«L’istante per vedere», in attesa di sapere.
«Il tempo per comprendere» a chi toccherà rappresentare una parte di un copione che non sempre è il suo, ma che, per qualche recondito motivo, troverà un eco nel suo romanzo familiare.
Per poi giungere, come dice Lacan: «Al momento per concludere».
Nello psicodramma non si ha disposizione tutto il tempo che si desidera perché l’altro, con il suo sguardo e la sua parola, ci sollecita a definirci, a metterci in gioco, prima che sia lui stesso a farlo. E allora il tempo di comprendere precipita il partecipante a decidere, a rispondere e se si mette veramente in gioco, qualcosa della sua soggettività emerge. Ma alzarsi e giocare, prendere la parola e dire qualcosa di sé, significa accettare di essere marchiato sulle spalle da un colore che l’Altro della nostra vita ha messo sulle nostre spalle, significa accettare di farlo vedere all’altro del gruppo e significa anche accettare di poter nominare il colore da cui è segnato.
Non c’è tutto il tempo che si vuole. Il tempo per decidere sollecita una risposta ed una presa di posizione.
«Non sai -scrive Kierkegaard (1843 tr.it. p.45) – che giungerà l’ora della mezzanotte in cui ciascuno dovrà smascherarsi? Credi si possa sempre scherzare con la vita? Credi si possa di nascosto sgattaiolar via un po’ prima della mezzanotte per sfuggirla? Non inorridisci a questo pensiero?».
Daniela Lo Tenero
Psicologa, psicoterapeuta, psicodrammatista. ViceDirettore Scuola Coirag sede di Roma, VicePresidente e Membro titolare SIPsA. Responsabile Psicoterapeuta presso il Servizio psicologico integrato EDUCATT dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sede di Roma. Coordinatore progetto Sostegno ai nuclei familiari. Obiettivo Uomo ETS e Mun. V Roma Capitale
tel 3473190969
Marta Vimborsati
Psicologa, psicoterapeuta specializzata Coirag. Psicoterapeuta presso il Servizio psicologico integrato EDUCATT dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Roma
tel 3454189226
BIBLIOGRAFIA
Dufourmantelle A. (2020), Elogio del rischio, Vita e pensiero, Milano
Gallerani, M. Cantoni, G. Ascenso, F. Fergnani, R. Kikchmayr, Mimesis, Milano 2009
Guarini A. Il tempo nello psicodramma analitico. https://sipsapsicodramma.org/formazione-continua-il-tempo-nello-psicodramma-analitico/
Kierkegaard S. (1975), Aut-aut, Mondadori, Milano
– (1843), La ripetizione tr.it. di D. Borso, Rizzoli, Milano, 1996
Lacan J. Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata. Un nuovo sofisma, in Scritti, Einaudi, Torino 1974, vol. I.
– (1964), Il Seminario. Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2003
– (1968-1969), Il Seminario. Libro XVI, Da un Altro, all’altro, Einaudi, Torino 2009
Lemoine J. e P. (1972), Lo Psicodramma tr.it. 2022 Poeisis, Bari.
Marin C. (2023), La fine degli amori, Einaudi, Torino
Recalcati M. (2020), Convertire la pulsione? Sul processo di soggettivazione nell’esperienza dell’analisi, Paginaotto,Trento
Sartre J.P. (1965-1973), L’universale singolare, da L’universale singolare. Saggi filosofici e politici, Mimesis, Milano 2009
Terminio N. (2022), L’Esitazione del nevrotico, pubblicato on line.