DANIELE POTO – Un film da Oscar. POVERE CREATURE. Scatena conflitti

È raro che un film di largo successo e con undici nomination agli Oscar (migliore pellicola, migliore attrice, miglior regista, migliore fotografia, migliore scenografia, migliori costumi, miglior trucco, miglior montaggio, migliore colonna sonora, migliore attore non protagonista, migliore sceneggiature non originale, e fanno 11 riconoscimenti, 4 vincenti) abbia dei tratti estetici interessanti per la psicoanalisi e la psicoterapia. Il mainstream cinematografico raramente propone seconde letture, intricate revisioni psicologhe, rimandi subliminali. In particolare le leggi del mercato sono dettate dagli Stati Uniti all’insegna dei grandi budget. E così le parole d’ordine sono: azioni frenetiche, adrenalina, ritmo, se possibile un numero adeguato di uccisioni, meglio se efferate. Un ritmo di cui si è impadronita la televisione ed anche il teatro. Il ritmo affannoso e ansiogeno della nostra comunicazione affidata a brandelli di dialogo sui social più che a un franco e aperto confronto diretto.

Invece si ribella a questo andazzo, orientato commercialmente al business, Povere Creature (2023, regista Yorgos Lanthimos) perché in questa opera c’è un tracciante carsico che viaggia parallelamente allo sviluppo del plot. E alla fine somma un valore aggiunto che è superiore alla singolarità delle scene. Dunque il crescendo drammatico, a tratti catartico, va di pari passo con il caricamento di un transfert che colpisce lo spettatore ed è al limiti subliminali del dicibile.

Abbiamo scelto questo film perché è l’esegesi di un conflitto in corso. La parola oggi, nel tempo delle guerre permanenti anche se non dichiarate, è di estrema attualità. Conflitti personali, conflitti globali, conflitti inter-sessi che spesso sfociano nel femminicidio.

Questo è un caso di virulenta presentazione di conflitti che, all’interno di un film, potremmo definire estetici.

È esercizio legittimo e quasi dovere del critico, più che dello spettatore, ovviamente esentabile da una lettura di secondo grado, cercare di carpire con la scrittura la volontarietà dei segnali trasmessi dalla sceneggiatura sul versante citato e che più ci interessa.

Lanthimos ci ha abituato a trame bizzarre ed eccentriche e qui ha fatto pienamente centro perché le sue frecce ardite nella sua lunga carriera a volte non hanno centrato il bersaglio. Come un satellite girante a vuoto attorno al suo asse centrale mentre qui il tentativo ha la similarità di un drone capace di colpire pienamente l’obiettivo. Stupendo il pubblico con l’ineffabile, con la meraviglia estetica, con un’inebriante trama che a tratti potrebbe essere letta come un manifesto della liberazione sessuale della protagonista, la strepitosa Emma Stone. Ma è solo una prima lettura, evidentemente superficiale.

Il regista (uomo) non si è certo limitare a evidenziare un manifesto sull’autonomia della donna in una società patriarcale. C’è questo ma soprattutto tanto d’altro.

Ecco, forse l’aggettivo che più si attaglia all’operazione compiuta dal regista è “perturbante”.

Nel tentativo di rendere appetibile il contributo, anche per chi non abbia visto il film, riassumiamo gli elementi essenziali di un plot complicato e centrifugo. L’antefatto sta nel suicidio di una giovane donna che nella Londra vittoriana si butta nel Tamigi. Lo studente di medicina Max McCandles viene invitato da un eccentrico chirurgo, con il volto sfigurato per gli esperimenti a cui lo sottopose in padre in gioventù, a collaborare per un tentativo di recupero delle funzioni vitali della donna a seguito dell’impiantamento nel suo corpo del cervello del bimbo atteso, sopravvissuto a dispetto dell’annegamento.

I progressi del soggetto in questione sono veloci. Bella Baxter, il frutto della creazione artificiale, svela progressivamente una intensa libido, infrangendo il progetto del matrimonio con Max, programmato dall’eccentrico chirurgo.

Al contrario la donna si invaghisce dell’avvocato incaricato di stilare il contratto pre-matrimoniale e che fugge con lei, ansiosa di scoprire il mondo.

Come una fanciulla appena risvegliatasi da un lungo coma. Ora l’intraprendenza della ragazza non ha limiti. In crociera stringe rapporti nuovi, s’interessa alla filosofia, dona ai poveri tutti gli averi a disposizione. E così la coppia, ormai indigente, viene fatta sbarcare a Marsiglia. E Bella decide di andare a offrire le proprie prestazioni a un bordello provocando un vero e proprio collasso nervoso nel suo mentore, ormai completamente sconvolto.

Bella nel momento dell’auto-scoperta non è un burattino o una maschera ma neanche una persona compiuta. È un divenire in progress nel senso darwiniano del termine.

L’auto-scoperta di sé della ragazza si completa con la consapevolezza di essere stata madre. Dopo questa sconvolgente rivelazione segue il ritorno a Londra e la ricomparsa nell’ambiente originario. Torna ad accettare la proposta di matrimonio con il giovane Max. Però proprio il giorno dello sposalizio irrompe sulla scena un generale che in realtà è il vero marito della donna nella vita precedente. La riscoperta è un processo di auto-psicoterapia sperimentale. Tornare indietro nel tempo per trarre auspici dall’esperienza. Nel senso più tradizionale del termine.

Come leggete sogno e realtà, verosimiglianza e incubo si susseguono. Ma vivendo con il generale, Bella ripercorre la vita precedente e ricostruisce le difficoltà del mènage per il carattere collerico e autoritario del militare. Origlia una conversazione in cui il graduato propone al chirurgo di mutilarla genialmente per ridurre la sua libido. Irrompe nella stanza della macchinazione. Getta addosso al generale un calice pieno di cloroformio, addormentandolo, mentre lo stesso, accidentalmente, si è sparato a un piede.  Bella trascina il generale al gabinetto del chirurgo che nel frattempo è morto. Aiutandosi con Max, frena l’emorragia del suo marito nella vita precedente ma scambia il suo cervello con quello di una capra.

Il chirurgo così ha degli eredi nella nuova vita intrapresa dalla strana comunità formata da Bella, Max, Felicity (ulteriore cavia di successivo esperimento), la cameriera Toinette, il generale trasformato significativamente in una capra. Una stravagante comunità che descrive il finale aperto del film.

Un sodalizio casuale ma in fondo desiderato secondo una logica di un sotterraneo libero arbitrio che percorre tutta la trama del film.

Plot complicato, lunatico zigzagante ma in fondo affascinante. È una trama che scantona dalla prevedibilità, che zigzaga, che si addentra nei misteri dell’artificialità e da possibilità concesse in un mondo non scoperto e inesplorato che oggi distilla le possibili svolte dell’intelligenza artificiale.

Così dalla iniziale figura retorica dello scienziato pazzo, cara a tanta letteratura ottocentesca, si sviluppa la fuga e la presa di coscienza istintiva, animalesca e tutt’altro che intellettualistica della donna che ritrova se stessa e usa il proprio corpo per scoprirsi progressivamente. E, mentre decide, delude ineluttabilmente quelli che la circondano.

Una sorta di sotterranea legge dell’ineffabile domina il film e conduce il regista a scelte narrative inaspettate, a tratti anche decisamente sgradevoli per lo spettatore. Perché l’orribile è dietro l’angolo con alcune sagome e aspetti ripugnanti di quella sorta di vite legati all’onirico e al misterioso.

Il conflitto è la chiave di volte dell’architettura gotica del film. Il conflitto è il deterrente che consente al teatro di prosa italiano di sopravvivere nel mondo dell’one man show e della stand up comedy. Perché non ci può essere teatro senza conflitto e contraddizioni. Ma anche il cinema, arte più nuova, può giovarsene con il valore aggiunto delle scene, del tradimento aristotelico dell’unità di tempo. Non è un caso che Povere creature non ha rinunciato ad alcuna pretesa spettacolare e sia costato 35 milioni di dollari, un budget proibito per tante cinematografie nazionali.

Ogni ciak, ogni cambiamento di situazione, quasi di epoca, sta a ben rappresentare tutte le svolte psicologiche nella presa d’atto della protagonista che sarebbe velleitario definire presa di coscienza. Perché in questo caso la coscienza è preceduta da un A privativa.

Il cammino esistenziale della protagonista nella sua nuova vita, mentre le fa riscoprire particolari raccapriccianti e sconvolgenti della vecchia, le pone l’urgenza di una ricostruzione psicologica in cui la fonte primaria e sconcertante è l’esercizio indiscriminato del libero arbitrio.

Una chance che in fondo fa paura a sette miliardi di abitanti dell’orbe terracqueo. Perché ci pone crudamente dentro la nostra condizione, davanti a un’immagine riflessa, con potenzialità di scelta che ci appaiono indiscriminate se non ci ripariamo sotto l’ombrello della religione.

Il futuro nelle more del libero arbitrio può aprirci orizzonti sconfinati di libertà ma anche indurci a paure sconvolgenti. Bella tira dritto nelle sue scelte senza esitazioni e con l’innocenza di un bambino. Lanthimos tira altresì una riga dritta sugli scrupoli morali, sul concetto di fedeltà, di appartenenza, di conoscenza. La percezione degli altri, rispetto al personaggio femminile, nel film è sempre straniata. Si aspettavano quello che lei non può dare e, al contrario, ricevono l’inaspettato.

Cova dunque il conflitto sotto la cenere di comportamenti inusitati. La promiscuità sessuale del bordello è la metafora di un libero arbitrio espresso al massimi delle possibilità. Appetiti insaziabili di vita, di soddisfazione e di godimento. Dunque un film che scuote le coscienze perché Bella non appartiene a nessuno se non a se stessa. E fa di una selvaggia auto-referenzialità il polmone pulsante delle sue scelte e direzioni. Né meno sconvolgente è l’approccio finale: la riconversione in una comunità dove esseri umani (al limite senza sesso) e animali vivono immersi nello stesso trend su cui il regista ci lasci liberi per ogni speculazione mentale.

Se si esamina la parabola di tutti i personaggi che ruotano attorno a Bella possiamo ricostruire l’identità di esseri umani irrealizzati e continuamente traditi nel loro compimento: traiettorie esistenziali sghembe. Esiste un milieu della filosofia che sostiene che le nostre ipotetiche libere scelte in realtà sono condizionate dall’ambiente in cui le maturiamo, dalle condizioni di vita, dalla diverse percezioni. Oltre alla filosofia comportamentale entra in ballo l’antropologia.

Occorre rigore mentale per affrontare un argomento così complesso.

Possiamo giocare con il plot del film in questione e rovesciarlo a nostro piacimento alla sola condizione di attivare quello che il regista ritiene indispensabile ovvero lo scatenarsi del conflitto. Difatti Bella nella sua trasgressione è un personaggio che entra in conflitto con facilità estrema. Esercita la sua scelta istintivamente, diremo ferinamente.

Secondo Yuval Noah Harari, uno dei pensatori più gettonati dell’ultimo decennio, il libero arbitrio è un mito anacronistico che, se è stato utile in passato per motivare le persone e invitarle a combattere contro i tiranni o le ideologia oppressive, oggi è stato reso obsoleto dalla moderna scienza dei dati, dalla possibilità di conoscerci meglio e quindi di prevedere e manipolare le nostre scelte.

Nel ragionamento entrano anche i termini della fisica quantistica in un ambito in cui, per ragioni di spazio, è preferibile non addentrarsi. All’interno del regime penitenziale dei conflitti si potrebbe osare a dire che Bella manipola gli altri ma in fondo manipola anche se stessa, obbedendo a un libero arbitro fauve e indiscriminato di cui non è totalmente responsabile anche per le condizioni atipiche con cui è stata ricreata, ignorando persino la propria gravidanza della vita precedente.

Se venisse dimostrato fino in fondo e con prove certe che il libero arbitrio non esiste, le conseguenze auto-riflessive della gran parte dell’umanità consapevole, sarebbero quanto meno drammatiche. Consegnandoci a una rilettura della storia passata deflagrante. E con la stessa durezza con cui la cultura woke scuote oggi le coscienze nel suo tentativo di revisione radicale ed estremo.

Pensate solo al codice penale, alle modalità con cui vengono repressi i reati: con il carcere anche a vita e in alcuni Stati ancora con la pena di morte. Se i responsabili dei crimini non hanno potuto esercitare il proprio libero arbitrio che diritto abbiamo di sanzionarli così’ duramente e, spesso irreversibilmente con il fine vita? Nessuno davvero tocchi Caino?

Sentenze anche recenti hanno scagionato gli imputati di omicidio oltre perché “incapaci di intendere e di volere” o “non in possesso delle proprie facoltà mentali”. Nel momento del crimine erano letteralmente fuori di sé ed esclusi dalla modalità di un reato consapevole. Conclusione di giurie giudicanti sulla base ovviamente di periti di parte.

La tendenza ad accettare il libero arbitrio come un must imprescindibile regola l’ordine sociale secondo uno schema di pacifica accettazione. Ragionare sul libero arbitro è come affacciarsi su un precipizio che propone vertigine.

Per Smilansky l’illusionismo è fondamentale per intraprendere una discussione sulla sua esistenza: è fondamentale che le persone continuino a crederci, si illudano di crederci. L’illusione del cinema, l’illusione del libero arbitrio nel gioco di specchi tra realtà e pensiero. Ovviamente è stato tema di dibattito anche in ambito religioso dove si possono rivelare utili le osservazioni di Sant’Agostino.

Il libero arbitrio di Bella semina conflitti che lei nella sua indiscriminata istintività non si cura di ricucire. Un personaggio che manca di dialettica e che affonda a piene mani la propria azione nel vituperato e discutibile libero arbitrio.

Ci fa ricordare la profezia della scrittrice Anna Maria Ortese: «La creazione è tarata fin dal suo primo momento». Pensiero dissacrante che produce effetti se virato su Bella.

La-ri-creazione di Belle provoca effetti dissonanti e distopici, mietendo vittime sul proprio percorso.  Perché è un libero arbitrio che non si arresta neanche davanti all’ipotesi di ferimento (del primo marito) o a un eventuale omicidio.  Nel gergo accademico c’è un libero arbitrio che viene de nominato contro causale perché se riavvolgiamo il nastro della storia- in questo caso del film -potremo filmarne in digitale una completamente diversa, fuori dai parametri della realtà fisica.

Già nel 1814 il francese Pierre-Simon Laplace venne alle prese con un curioso rompicapo: come può esistere il libero arbitrio in un universo in cui gli eventi seguono inesorabilmente il loro corso, né più né meno degli ingranaggi di un orologio. Sull’onda di un pensiero blasfemo e supero mistico, un essere umano (o un demone) che potesse conoscere e/o riconoscere la posizione di ogni atomo dell’universo in un dato momento, unitamente a tutte le leggi che governano le loro interazioni, potrebbe verosimilmente predire il futuro nella sua interezza. Sperando ogni limite. Umano, troppo umano?

Agitando il suo convulso libero arbitrio Bella semina con divina incoscienza conflitti continui. E ogni discorso di etica o di morale è messo da parte. Per non parlare di come sia archiviata a priori ogni possibile credenza religiosa. Perché tutti i personaggi del film non sono evidentemente animati da una fede ma sviluppano con meccanicità le proprie azioni nella totale indifferenza della sensibilità altrui.

L’acceleratore centrifugo con cui il regista sviluppa l’azione di Bella alla fine, percorrendo la curva dei 360 gradi del nostro sentire, ce la fa quasi diventare simpatica e accettabile perché ha violato tutti i crismi della rispettabilità e del decoro, soprattutto per un sesso totalmente fino a se stesso e mai sorretto da un’ipotesi amorosa.

Lanthimos non sembra ancorato a una rigida sceneggiatura e a una scrittura indelebile. È un racconto pop sbarazzino e senza freni che vive e si alimenta anche nel confronto con una colonna sonora dissonante, con i ricchi abiti d’epoca, con i frequenti cambiamenti d’azione (e di nazione). Insomma il film maker proclama il suo palazzeschiano “Lasciatemi divertire” e chiede l’ovvia collaborazione del pubblico.

Belle non è in possesso di strutture psichiche interiorizzate. Vive e reagisce senza filtri e ideologie. Così il regista ci descrive una realtà surreale in cui tutto è possibile nel gioco della narrazione. Bella appare come la conseguenza esistenziale del riverbero del pensiero di Carl Gustav Jung che definisce una persona come nulla di reale e cioè la sua apparenza è il compromesso e l’incrocio tra l’individuo e la società.

Nulla di più lontano da un animale sociale alle prese con la comunità e con un insieme di diritti e di doveri. Priva di codici usuali Bella è libera di seminare conflitti nel mondo secondo le modalità del libero arbitrio. La libertà dalle costrizioni ci porta considerare un’umanità primordiale diversa da noi ma, in fondo, profondamente vera. È questo il vero messaggio provocatorio del film: agitare le coscienze, scuoterci, metterci in relazione con il conflitto nella sua accezione più vasta.

Alla fine, tornando al titolo, saremo portati a chiederci: «Ma non sarà che le povere creature siamo noi fruitori del film, ancorati ai nostri riti e alle nostre credenze, intinte nella tradizione e nella morale?». Un quesito retorico a cui ovviamente non è provocatoriamente estraneo il regista.

Daniele Poto

Giornalista e autore di testate giornalistiche, radio, televisione. Scrittore e autore teatrale, vincitore di

numerosi premi.