ANNA MARIA STELLA – Lutti: esperienze ed esiti
Ho impiegato molto tempo a scrivere questo articolo. La scelta dei testi si è rivelata alquanto impegnativa per la ricca bibliografia esistente e, la lettura del materiale mi ha profondamente coinvolta a livello emotivo, evocando immagini e ricordi di lutti vissuti e soprattutto di quelli non del tutto superati. Mi sono immedesimata nella ricca gamma di sentimenti dei protagonisti delle storie raccontate, trovandomi, ogni volta, a fare il confronto tra quella che è stata la mia esperienza e quella contenuta nelle storie che ho incontrato nella lettura dei testi.
I protagonisti di queste testimonianze hanno perduto figli, coniugi, genitori, amici. Difficile dire quale di queste morti susciti più dolore e sia più ardua da superare. Indubbia l’importanza del grado di parentela, del tipo di relazione che si aveva con il defunto, della modalità in cui è avvenuta la morte. Scegliere di morire suicidandosi, come nel caso della madre di Massimo Gramellini e di Amos Oz, mi sembra, dalle loro testimonianze, più difficile da accettare. È però molto complesso stabilire il grado di sofferenza in relazione alle cause della morte. Molti altri fattori, non sempre facili da individuare e da quantificare, entrano in gioco.
Ciò che emerge dai racconti di chi ha subito un lutto in seguito al suicidio di un genitore – la madre in tutti e due i casi che prendo in considerazione – è il credere di aver commesso qualcosa di molto grave da meritare un castigo simile. I vissuti corporei, riferiti da Gramellini, che perde la madre all’età di nove anni e afferma, smentendosi verso la conclusione del libro, di essere venuto a conoscenza delle modalità della sua morte solo dopo quarant’anni, sono legati alla sensazione di un cucchiaio ghiacciato che gli penetrava nella pancia svuotandogliela. La rabbia per l’accaduto, l’odio per quello che vive come un abbandono, imprevedibile da parte di una madre che era stata sempre molto premurosa e piena di affetto, e che gli augurava di fare bei sogni quando lo salutava per dargli la buonanotte. E, ciò che lo fa maggiormente soffrire, è il non essere più amato. Viene assalito dai sensi di colpa, crede di valere molto poco, non essendo stato capace di trattenere la madre dal compiere l’atto di togliersi la vita. Soffre per la condizione di orfano e, nel tentativo di trovare conforto nella lettura di libri sugli orfanatrofi, scopre che i protagonisti, diversamente da lui, condividevano con altri la loro condizione e non si vivevano come diversi, quanto invece si sentiva lui. Il silenzio, quello del padre, non gli permetteva di esprimere i suoi vissuti. La fantasia gli offre una via di fuga e costituisce un rifugio. Si convince, di essere diverso dagli altri – la figura di Belfagor viene spesso evocata a questo proposito – mentre si rafforza l’idea di non poter essere oggetto d’amore. L’esperienza di separazione, vissuta con la morte della madre, gli lascia un imprinting che si riattiva nelle separazioni che si troverà ad affrontare nelle relazioni affettive successive: il dolore sarà identico, così come le sensazioni corporee. Immagina come avrebbe trascorso la sua vita se non fosse accaduto ciò che ha vissuto e non accettato e che ha tenuto segreto per molti anni non confessandolo né a se stesso, né agli altri.
Nutre un desiderio di vendetta contro quella che considera un’ingiustizia, anche se si convince che, nel metterla in atto, si aprirebbe solo la strada a nuovi squilibri. La sua identità si consolida attorno alla figura dell’orfano, e costante rimane il suo timore che venga smascherato e che la verità della sua storia venga a galla. Prova la sensazione di non vivere, più che la paura di morire. Reitera gli schemi già vissuti e, pur desiderando una famiglia per tutta la vita, quando la prima moglie gli chiede di avere un figlio, preferisce chiedere la separazione piuttosto che rischiare di diventare padre. Quando si prospetta la possibilità di un legame la prima tentazione è quella di sottrarsi. Anche se, dopo molti anni, perviene all’accettazione del suo dolore e al perdono di tutti. Rimane fermamente convinto che le esperienze dell’infanzia lascino nel cuore un’impronta indelebile e che la morte precoce di una madre costituisca un’assurda ingiustizia. Confessa che, pur sapendo da sempre come sua madre fosse morta, aveva deciso di non volerlo sapere, rigettando i segnali inequivocabili che comunque gli arrivavano, ha finito così col non vivere. La verità viene ignorata per difendersi dalla sofferenza, per non guarire. Riflettendo sulla figura del padre arriva ad apprezzarlo in quanto lui è rimasto, contrariamente alla madre che ha scelto di andarsene, suscitando in lui tanta rabbia, ma anche tanta tenerezza. Lei si era sottratta alle sue responsabilità, si era rivelata un’egoista, aveva pensato solo a se stessa, abbandonando suo figlio e suo marito. Sente di essere stato rifiutato. In realtà, per molto tempo, non l’ha perdonata e i ricordi lo tormentano. Solo su sollecitazione della moglie smette di rimuginare sull’accaduto e riesce ad aprirsi alla vita quando decide di lasciare andare sua madre augurandole buon viaggio.
La storia narrata da Amos Oz sulla morte della madre, suicidatasi quando aveva trentanove anni e lui dodici e mezzo, è simile a quella di Massimo Gramellini.
L’autore dice di non aver provato nessuna compassione per la madre, né tantomeno nostalgia. Prevale la collera e il sentimento di aver subito un’offesa, la rabbia e la furia prendono il sopravvento. Non si capacita di come fosse sparita senza salutare, mentre era stata una donna sempre molto gentile con tutti, sempre pronta a rivolgere, anche a degli sconosciuti, una parola gentile. Rimane incredulo di fronte alla scelta della madre di togliersi la vita e andarsene senza salutare, senza abbracciarlo e senza dare spiegazioni. Un comportamento in stridente contrasto con il ricordo di non essere mai stato lasciato solo nei luoghi che frequentava e non si capacita dell’accaduto.
Ritiene che con questo comportamento abbia offeso anche il padre, l’aveva abbandonato, come se l’avesse tradito con un altro uomo. Sorprendente il comportamento tenuto da sua madre quando ricorda l’obbligo che, durante tutta l’infanzia, imponeva di comunicare sempre il luogo dove si andava, la durata dell’assenza e, se gli capitava di trasgredire gli ordini, si esponeva a rimproveri e castighi. C’era la consuetudine di lasciare un bigliettino in un posto convenuto, quando ci si allontanava da casa. La ricorda come una donna molto gentile, molto rispettosa degli altri che cercava sempre di non ferire. L’autore non si capacita di ciò che ha fatto. La rabbia, i primi tempi, lo protegge dal trauma e dal dolore. Ma, una volta finito di odiare sua madre, rivolge gli stessi sentimenti verso se stesso, anche se non riesce ancora ad accogliere la sofferenza della madre, la sua solitudine. I sentimenti che aveva provato nei confronti di lei si trasformano in sensi di colpa e autorimproveri pensando a tutte quelle manchevolezze e disubbidienze e, imputando a queste, la scelta della madre di abbandonarlo, ma si convince che sua madre non gli abbia mai voluto bene e lo ha tradito in quanto aveva abbandonato sia lui, sia il padre. Confessa che lui non l’avrebbe, per nessuna ragione al mondo abbandonata, anche se era convinto che né a lui, né a suo padre lei aveva mai voluto bene. È una legge di natura il fatto che le madri, anche quelle degli animali come le gatte, amino i loro figli. Addirittura le madri di figli nazisti o mostri. Si convince che è lui a non essere meritevole di amore. Era in lui che qualcosa non andava, tanto che persino sua madre, così tanto piena di amore per tutti gli esseri viventi, era scappata da lui. E riflette sulle caratteristiche che avrebbe dovuto possedere per essere meritevole di avere una mamma. E la lista degli autorimproveri è infinita. Solo dopo aver lasciato la casa in cui era vissuto per trasferirsi in un kibbutz torna a pensare alla madre ripercorrendo la vita di lei e arriva anche a indovinare ciò che non era stato mai verbalizzato, né tra lui e sua madre, né tra lui e suo padre, né tra i suoi genitori, e che aveva finito così con lo sfociare in un agito.
E che cosa accade quando a morire è un figlio? Ogni volta che mi sorprendo a pensare ad esperienze simili, mi risuona nella mente la poesia che Giosuè Carducci scrisse in occasione della morte del figlio.
Alba Marcoli, nella Prefazione al libro di Susana Roccataglia sulla morte di suo figlio, si riferisce alle parole pronunciate da Re Lear che, piangendo la morte di Cordelia, la sua figlia più piccola e la più amata, rinviano al pensiero dell’assurdità della morte di una bambina.
Un figlio esprime la continuità della vita, il passaggio del testimone da una generazione all’altra, la sua morte spezza la possibilità di questa proiezione nel futuro causando uno dei dolori più crudeli che possa colpire i genitori, ma finisce con il contagiare anche la cerchia più ampia di parenti e amici. Tra il prima e il dopo si crea una profonda frattura e non sarà mai più possibile tornare ad essere ciò che si era prima. Il tempo potrà lenire questo atroce dolore, ma l’accettazione non si verificherà mai. Il superamento del lutto è ostacolato dalla imprevedibilità di questo evento, dalla difficoltà di poterlo nemmeno soltanto immaginare.
L’autrice racconta l’esperienza vissuta alla morte di suo figlio Francisco, accaduta all’improvviso e imprevedibilmente, a causa di uno shock anafilattico, poco prima che il bambino compisse cinque anni. Parenti, amici e conoscenti possono rivelarsi in questi casi utili con il loro silenzio, con la loro vicinanza, occupandosi delle incombenze quotidiane. All’inizio, e spesso per molto tempo, si può arrivare a pensare il dolore, ma metterlo in parole risulta più difficile. È un’esperienza più difficile da superare nelle società dove mancano i rituali di accompagnamento alla morte, come quelli del lutto, eventi che diventano spesso dei tabù.
Di fronte a questo evento ciò che si prova è rabbia, panico, sensazione di aver perso la propria identità, incredulità, distacco dalla realtà, rischiano di saltare le coordinate spazio-temporali. Spesso si escludono dai rituali, compreso il funerale, gli altri figli, soprattutto i più piccoli, e questo rende per loro più difficile superare questo evento e capirne l’irreversibilità. Amici e conoscenti si trovano in imbarazzo di fronte a genitori che hanno perso un figlio. Non sanno cosa dire, come aiutare. In molti casi la scelta è quella dell’evitamento, nel timore di dire qualcosa di inopportuno.
Molti autori, compresa la stessa autrice, che si sono occupati di questo tema, distinguono diverse fasi nel processo del lutto, da non intendere però in modo rigido e lineare, in quanto, improvvise regressioni a fasi precedenti, non sono mai escluse.
All’inizio, di fronte allo shock causato dall’evento, prevale la tendenza a negare l’accaduto, ad essere increduli. Ci si lascia assorbire dalle incombenze quotidiane, pensando senza tregua al figlio morto. Il dolore non viene verbalizzato, anche per il timore di suscitare dolore anche negli altri. Si vive in un’atmosfera di sospensione che coinvolge tutti, anche i figli sopravvissuti. Si è come paralizzati, impossibilitati a reagire, dilaniati tra la tentazione di reagire e tornare alla vita volgendosi al futuro e quella di rifugiarsi nel passato. Non mancano momenti allucinatori in cui si sente la presenza di chi non c’è più. Per i credenti la fede può aiutare a lenire il dolore. Ciò che cambia nel lutto è la percezione del tempo che si ha l’impressione che rallenti il suo corso. Ricordi ed immagini dolorose del defunto vengono attivati soprattutto se si sceglie di rimanere nella stessa casa e si conserva tutto ciò che gli apparteneva. L’autrice, che si era sempre posta come compito quello di proteggere i suoi figli, vive come fallimento personale il fatto di non esserci riuscita con Francisco. Possono emergere sentimenti ambivalenti che si sono provati quando la persona era in vita e che non collimano con l’immagine idealizzata della persona che si delinea dopo che non c’è più. Si fatica a tenere insieme gli aspetti d’ombra con quelli luminosi. La tristezza può insorgere quando si incontrano i compagni del proprio figlio e si è portati a pensare che anche il proprio figlio avrebbe potuto essere come loro.
Sensi di colpa insorgono quando si pensa di non aver seguito le terapie migliori per la patologia del malato, e si può attivare anche la rabbia nei confronti dei sanitari che hanno seguito il malato. Il dolore spesso non viene abbandonato perché si ritiene che questo corrisponderebbe ad un tradimento nei confronti di chi non c’è più. Gli adattamenti che richiede l’attraversamento del dolore, come le scelte da fare rispetto a rituali o oggetti appartenuti al defunto, possono provocare ansia, paura, insicurezza. La prima fase si chiude una volta che si esternano i sentimenti repressi.
Nella seconda fase si prende coscienza della perdita. Diventa più acuta la mancanza di chi non c’è più. Ci sono, però, anche casi in cui si continua, negando l’accaduto, a seguire alcuni rituali legati alla quotidianità come quello di apparecchiare anche per il morto o incontrare difficoltà a disfare il suo letto. Si mettono in moto molti conflitti interni e sentimenti come la collera, il senso di impotenza e di frustrazione, sensi di colpa, anche nei fratelli, per essere sopravvissuti, pensando a ciò che non si è fatto e che forse si sarebbe potuto fare. Può acuirsi il bisogno di isolarsi, ripiegandosi su se stessi. Si possono sperimentare vuoti di memoria, pianto, inappetenza, difficoltà a riprendere il lavoro, cambiamenti di umore, insonnia, rabbia verso il defunto per essere stati abbandonati. Tutti sintomi che mi sono stati riferiti anche da alcuni dei miei pazienti che hanno subito un lutto.
Solo l’accettazione della perdita e l’attribuzione di un senso a ciò che è accaduto può aiutare l’apertura al cambiamento. I sintomi si possono riacutizzare al momento di anniversari, come il giorno del compleanno o della morte del defunto, dell’anniversario di matrimonio o di altre date che hanno rappresentato tappe importanti nella progressione della malattia all’origine della perdita.
Sensi di colpa possono insorgere quando inizia una nuova gravidanza e spesso i genitori cedono alla tentazione di chiamare il nuovo nato, che per questa scelta rischia di incontrare molte difficoltà vivendosi spesso come un sostituto, con il nome del figlio morto, nell’illusione di riportarlo in vita.
Sentimenti come la tristezza possono essere duraturi e la partecipazione a gruppi di sostegno può costituire un valido aiuto, confrontandosi con persone che hanno vissuto la stessa esperienza.
Ritrovare la serenità e riaprirsi alla vita, perdonare se stessi per tutte le manchevolezze reali o supposte, disporsi a perdonare anche chi è o viene ritenuto colpevole della causa della morte. È la fase in cui si attenua l’idealizzazione del defunto e si riesce ad avere una visione più sfaccettata in cui gli aspetti d’ombra vengono integrati con quelli luminosi. Il dolore dovrebbe attenuarsi con il tempo, anche se, nella mia esperienza, non è sempre così e la risoluzione del lutto, soprattutto di alcuni lutti, per esempio quelli relativi a bambini morti precocemente, può accompagnare i genitori per tutta la vita.
La perdita di un figlio può rendere molto ansiosi i genitori nei confronti degli altri figli correndo il rischio di diventare troppo controllanti, nell’illusione di poter, in questo modo, esorcizzare la possibilità che accada di nuovo ciò che si è già verificato. La fede religiosa può, in alcuni casi, rappresentare un aiuto e lenire l’attraversamento del lutto.
Il lutto, soprattutto per la morte dei bambini, è pervasivo. Colpisce non solo i genitori, i fratelli, ma anche i nonni, i parenti, gli amici che provano spesso sensi di colpa per essere sopravvissuti. La coppia può, in seguito ad un lutto, subire dei profondi cambiamenti, e da questo evento può sia scaturirne un rafforzamento, se la coppia è solida, sia una separazione, se è il conflitto a prevalere. Anche i bambini sopravvissuti possono provare un senso di colpa, la paura di morire, e questa esperienza può essere vissuta come traumatica, come ho spesso potuto constatare in pazienti che l’hanno sperimentata.
Il lutto pone interrogativi sul senso della vita, scatena collera, convinti che si è subito un torto, mancanza di risposte al vuoto che la morte crea, l’impressione che niente di ciò che si fa abbia più un senso. A volte si cerca di contrastare questi vissuti diventando iperattivi.
Il processo di elaborazione del lutto può diventare più complicato se la morte è avvenuta in modo imprevisto a causa di un incidente stradale, aereo, terremoto, o per attentati, annegamento o per suicidio. Anche il modo in cui è stata ricevuta la notizia incide molto sulla reazione che consegue all’evento. L’incidente alimenta oltre alla collera, un desiderio di vendetta nei confronti di chi l’ha provocato. I genitori nutrono il desiderio di sapere se il figlio ha sofferto, si sentono in colpa perché non erano con lui al momento in cui è avvenuta la morte, perché non hanno potuto congedarsi da lui o si chiedono se sarebbe stato possibile prevenire l’accaduto. Molto delicato è anche il momento in cui si deve procedere al riconoscimento del corpo, spesso sfigurato, a seconda delle modalità in cui è avvenuta la morte.
Alcuni genitori sentono il bisogno di recarsi tutti i giorni al cimitero e ne ho visti che, portando una sedia da casa, rimanevano seduti, dall’apertura del cimitero fino alla chiusura, davanti alla tomba del figlio morto, parlando con lui. Ricordo ancora il padre di un altro ragazzo, morto giovane, che si recava ogni giorno al cimitero e, fantasticando di prendere il corpo del figlio deceduto, lo metteva in macchina e lo portava a fare un giro in montagna, per poi riaccompagnarlo al cimitero.
Non sono infrequenti i suicidi o i tentativi di suicidio dopo la morte di un figlio. Può accadere che i figli sopravvissuti vengano trascurati dai genitori. Si nutrono desideri di vendetta quando un bambino è morto perché, chi avrebbe dovuto occuparsene, non lo ha sorvegliato. Lo stesso accade quando un figlio muore perché viene ucciso. I sentimenti sono rabbia, senso di colpa, disperazione, odio verso chi ha compiuto il delitto. Per lenire il dolore si fa spesso ricorso a antidepressivi, cure psichiatriche e psicoterapiche. Aiuta la condivisione con chi ha vissuto la stessa esperienza.
La morte di un figlio unico è ancora più difficile da superare. Con lui anche i progetti fatti dalla coppia sembrano non avere più senso.
La comunicazione della morte di fratelli o di animali va fatta dando spiegazioni che aiutino il bambino a viverla in modo realistico, evitando che si sviluppino fantasie strane. Osservando i giochi e le sue attività, così come con l’ascolto dei sogni, si possono capire le emozioni e le preoccupazioni del bambino.
Jung ritiene che il lutto bisogna provarlo, non tanto per i morti, quanto per i vivi che rimangono. Sono i vivi che proveranno dolore, vivranno la solitudine, sentiranno quel gelido silenzio di morte che lo avvolse dopo la morte della moglie avvenuta nel 1955. Quel silenzio che non ha risposta, successivo alla perdita di un compagno di vita – il suo matrimonio era durato cinquantatré anni – che lui è riuscito a risparmiare a sua moglie. Dopo tre mesi dalla morte della moglie la sognò, circondata da una luce, era ancora più bella, libera dalle passioni, da ogni valutazione, da ogni legame affettivo. Questa apparizione la ritenne una realtà dell’anima, in cui era condensata tutta la vita trascorsa insieme. La morte, che il processo di individuazione contribuisce a preparare, viene concepita non tanto come una fine, ma come una esperienza trasformativa la cui comprensione sfugge alla ragione. Riferisce un sogno, fatto dopo la morte della madre, in cui si stava celebrando un matrimonio con una musica di danza e questo gli consentiva di non stare in lutto in quanto, se la morte viene considerata dall’Io una catastrofe, se si assume un altro punto di vista, si può cogliere la gioia di questo evento che consente all’anima di raggiungere la sua completezza di portare a compimento il processo di individuazione.
Joan Didion, giornalista, scrittrice e saggista statunitense, ha scritto due libri sulle esperienze di morte che, nella sua vita, si sono susseguite in un breve lasso di tempo: quella della madre, del marito e della figlia. La morte del marito, che le scatenò una furia irrazionale, una rabbia senza controllo, viene ricordata in un monologo e confessa l’incredulità provata nel momento in cui le comunicano la sua morte. Confidava nel fatto che questa notizia potesse essere rivista e disconfermata. Convinta, in quello che lei chiama l’anno del pensiero magico, che il marito sarebbe potuto tornare. Che bastasse aspettare, perché lui in realtà faceva la parte del morto, ma non era veramente morto. Riesce a liberarsi degli effetti personali di lui, ma ne conserva le scarpe, che sarebbe risultate utili se fosse ritornato. E formula, nella sua testa, una serie di pensieri che iniziano sempre con una possibile apertura a qualcosa di palesemente assurdo. Prima non si può immaginare l’assenza, il vuoto, la mancanza di senso. Conforto lo trova nella geologia che promette che il mondo continuerà, malgrado sia destinato a cambiare. Anche se si sa che, se si vuole continuare a vivere, è necessario separarsi dai morti, occorre lasciarli andare. Ma saperlo non è sufficiente.
La morte di sua figlia Quintana Roo, avvenuta due anni dopo quella del marito, mentre riporta alla mente immagini della sua infanzia e tutti i dettagli del suo matrimonio, attiva sensi di colpa, pensando che forse non aveva voluto vedere certi segnali: i cambiamenti di umore, la depressione, l’ansia, il ricorso eccessivo all’alcol, la diagnosi che le era stata fatta di disturbo borderline di personalità, gli sforzi che faceva per evitare l’abbandono, la paura della vita di cui aveva parlato nel suo diario. Si domanda, inoltre, quale possa essere il senso di essere madre quando una figlia non c’è più. Il dolore diventa ancora più acuto quando a tutto questo si aggiunge il pensiero che, nel momento della vecchiaia, al quale aveva sempre guardato con incredulità, si è ritrovata malata e completamente sola.
Si domanda come fare a non avere più bisogno di sua figlia, mentre le immagini di lei bambina le scorrono davanti agli occhi.
Il lutto che colpisce Clive Staples Lewis è legato alla morte della moglie Joy Davidman Gresham, e viene narrato in un testo che raccoglie quattro brevi quaderni. Scopre la somiglianza del dolore con la paura riflettendo sui sintomi fisici che sono identici. O come essere ubriachi o quando si batte la testa. Confessa la difficoltà a capire quello che gli altri gli dicono. Ma si chiede se non gli manchi anche la voglia di capire. Teme di stare solo, anche se non desidera parlare con gli altri. Pur ammettendo che l’amore non sia indispensabile per essere felici, l’attivazione improvvisa di un ricordo riferito alla moglie gli scatena il pianto. E si chiede perché Dio sia assente nei momenti in cui il dolore diventa insopportabile. Se ci si rivolge a lui in cerca di aiuto si trova solo una porta chiusa a chiave, e il silenzio. Un’esperienza simile a quella vissuta da Cristo quando venne crocifisso. Si sente in colpa per i pensieri che prova nei confronti di Dio e arriva a dubitare della sua esistenza. Vorrebbe acquisire la certezza che la vita continui anche dopo la morte. Ma Dio continua a stare in silenzio e a tenere la porta sbarrata. Non può neanche parlare dell’accaduto con i suoi figli, in quanto pensa di metterli in imbarazzo, ripensando a ciò che accadde a lui quando il padre ricordava la madre che era morta. Confessa anche di provare vergogna. L’essere, inoltre, sempre concentrato sulla propria sofferenza potrebbe mettere gli altri a disagio. L’assenza della moglie è pervasiva. Percepisce una sensazione di vuoto. Ricordare la voce della moglie lo commuove a tal punto che sente che potrebbe scoppiare in singhiozzi. Si chiede se il tempo lo aiuterà a pensare che i morti se ne sono andati e riflette sul fatto che non si può riavere indietro il passato. E che lo strazio di chi rimane è simile a quello di chi se ne va. Arriva a pensare che le sofferenze che gli infligge Dio potrebbero continuare anche dopo la morte. Senza la moglie il mondo è diventato piatto e si chiede cosa lo aspetti. Confessa la similitudine tra l’amore per la moglie e la sua fede in Dio. Alla moglie erano rivolti tutti i suoi pensieri, sentimenti, azioni. La moglie che racchiudeva in sé tante figure: madre, figlia, amante, allieva e maestra, amica. Arriva a pensare che la sua relazione forse fosse troppo perfetta per durare. La perdita dell’altro costituisce una parte integrante dell’amore. Ma, quando si perde un compagno di vita, è come se si perdesse una gamba e non si tornerà mai più a camminare con tutte e due. Si sente in colpa quando arriva a sentirsi meglio, come se dovesse coltivare la sua condizione di uomo infelice. La perdita di una moglie non significa la fine di un amore, ma una fase. Si rimane sempre sposati, sempre innamorati e abbandonarsi al dolore allontana dai morti, invece di unirci a loro.
André Gorz, filosofo della sinistra esistenzialista e libertaria francese, si suicida nel 2007 insieme alla adorata moglie Dorine, affetta da una malattia degenerativa, l’aracnoidite, che le causava atroci dolori e per la quale non esisteva nessun trattamento efficace. Una coppia legata da un amore fusionale che condivideva gli stessi valori e la stessa concezione di ciò che dà senso alla vita o minaccia di toglierglielo: disprezzo per il denaro, amore per la natura e gli animali. Protagonisti del maggio ’68, aperti alle nuove idee, tentano di vivere in modo alternativo. Un’unione indissolubile, simbiotica, che viene minata dalla malattia di lei. Una reciproca idealizzazione che li illudeva di poter costruire insieme un mondo dove si sarebbero protetti reciprocamente, quasi un risarcimento alla precarietà e al conflitto che avevano entrambi sperimentato. Perché questo accadesse dovevano con il loro amore stringere anche un patto per la vita e questo avvenne sia nella loro vita privata, sia per quella pubblica. Riconoscendo nell’altro l’autore di quello che ognuno di loro ha potuto diventare. L’essenziale era stare sempre insieme e non riuscire ad immaginare che l’altro potesse un giorno non esserci più perché, se questo fosse accaduto, tutto avrebbe perso la sua importanza e il suo significato. E, quando lui immagina se stesso come l’uomo che cammina dietro un carro funebre che trasporta lei, entrambi non resistono a questa prospettiva e decidono di suicidarsi insieme, lasciando agli amici le istruzioni precise relative alla cremazione e al luogo dove spargere le ceneri: il giardino della loro casa.
Anna Maria Stella
Psicologa e Psicoterapeuta, Sociologa. Socia analista con funzioni di training del Centro Italiano di Psicologia Analitica (CIPA). Già docente di Sociologia presso l’Università di Algeri nell’ambito della Cooperazione italiana con i Paesi in via di sviluppo. Tutor e relatrice nei corsi di formazione per le professioni sociali per il Centro di consultazione dell’Istituto di Roma del CIPA.
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