CLAUDIA PARLANTI – Quando l’altro si perde: il lutto simbolico in psicoanalisi e psicodramma analitico

Introduzione
Una delle letture giovanili che mi ha più segnato è stata l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master.
In verità ho conosciuto questo libro attraverso il disco di De Andrè Non al denaro non all’amore né al cielo ispirato, appunto, a questa antologia di poesie.
Il libro prende ispirazione dai defunti di un piccolo paese della provincia americana, che acquistano voce e raccontano la propria vita: gli amori, i rimpianti, i fallimenti, i desideri mai compiuti. In questo insieme di voci, che assumono la consistenza di un coro, non si parla tanto della propria morte fisica, ma piuttosto della traccia di legami spezzati, di sogni mai realizzati, di aspirazioni, di separazioni. In sintesi, è un cimitero simbolico quello che il poeta illustra, popolato da figure che continuano a vivere nella memoria di chi è rimasto.
Il fascino di questa opera, secondo me, sta appunto nel fatto che la vita psichica di ognuno di noi è popolato da una antologia personale di persone come familiari, maestri, amici, amori, che hanno avuto un ruolo significativo nella nostra vita e che continuano ad averlo anche dopo la perdita , fisica o meno, del legame che ci ha tenuti a loro legati.
Ci sono assenze, infatti, che non dipendono da una perdita reale, bensì da una perdita “simbolica”: un amore perduto, un’amicizia meno intensa, o la presenza di un familiare che, pur essendo vivo, non ci riconosce più.
La psicoanalisi, fin dalle sue origini, rileva che il lutto non coincide con la morte fisica dell’altro, ma con la perdita di un oggetto d’amore interno.
Freud, in Lutto e melanconia (1915) afferma che il lutto è la reazione alla perdita (1) «di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto». Una intuizione che sottolinea che la vita di una persona può essere segnata non soltanto dalla perdita fisica di un altro significativo, ma anche, e direi soprattutto, da una perdita simbolica, di ciò che una persona rappresentava per il soggetto.
La clinica ci offre spesso esempi di questa tipologia di perdita. Cosa accade quando nel proprio mondo relazionale, alcuni di questi legami evaporano, lasciandoci nella condizione di fare i conti con questo mondo per noi alterato, mancante? Cosa produce, nel soggetto, questa costellazione di mancanze?
Cercheremo quindi, attraverso l’ispirazione della clinica, preziosa fonte di “conoscenza”, di descrivere alcune di queste condizioni di mancanza.

Da Spoon River a Freud
Nell’Antologia di Spoon River questa esperienza di mancanza prende la forma poetica di una coralità di voci che continuano a parlare dell’assenza.
La prima teorizzazione psicoanalitica di questa mancanza la troviamo in Lutto e melanconia di Freud.
Egli considera il lutto un lavoro psichico necessario per disinvestire la libido dell’oggetto perduto. Ma, in un passaggio, non sempre sufficientemente considerato, precisa che la perdita non riguarda soltanto la persona amata bensì anche «una astrazione che ne ha preso il posto» (2): un ideale, un valore, un modo d’essere nel mondo.
Quindi Freud, implicitamente, rileva che non si può limitare il lutto al concetto di morte reale, ma rappresenta un movimento psichico di separazione da ciò che per il soggetto ha avuto un valore libidico e identificatorio. Un oggetto perduto come oggetto d’amore.
Mi viene in mente, a questo proposito, quanto osservato da una mia paziente, il cui fratello è da danni affetto da una grave forma di depressione, che gli impedisce di condurre una vita autonoma. Da anni è ricoverato in una struttura psichiatrica, e la paziente, che si occupa di lui nella gestione delle cose pratiche, confessa che ogni volta, dopo averlo incontrato, si sente “devastata”.
In questo caso, dunque, non si tratta di una morte reale, ma della perdita di un oggetto significativo della vita della paziente, su cui aveva fatto fin dall’infanzia un forte investimento libidico.
Il lutto simbolico, quindi, può essere considerato la forma più frequente, e la più misconosciuta, di elaborazione psichica di una perdita, che si può configurare come la dissoluzione di un legame affettivo, la trasformazione di una relazione, la distanza progressiva da chi, pur vivo, diventa estraneo al nostro mondo interno.
In ognuna di queste situazioni il soggetto deve fare i conti con l’operazione descritta da Freud: l’esigenza di doversi separare da un oggetto d’amore per continuare a vivere psichicamente.

Il lutto è un lavoro
Nell’introduzione del saggio del 1915 Lutto e melanconia Freud afferma che intende chiarire l’essenza della malinconia confrontandola con l’affetto del lutto.
Il procedimento seguito da Freud è il seguente: approfondire i meccanismi di una situazione psichica “fisiologica”, quella del lutto, per individuare poi le caratteristiche dissonanti che fanno di questa situazione “normale”, uno stato psichico patologico.
Il lutto e la malinconia, osserva Freud, possono essere confrontati in quanto hanno originano dalle medesime cause: la reazione alla perdita di una persona amata o di una astrazione.
Il lutto è caratterizzato da un profondo dolore, dal venir meno dell’interesse per il mondo esterno, dalla perdita della capacità di amare, dalla inibizione di qualsiasi attività. In sintesi, la perdita di un oggetto affettivamente significativo porta con sé la perdita di ogni slancio vitale, ma sottolinea che col tempo il lutto può essere superato. È necessario, però, che si realizzi un vero e proprio lavoro psichico, che Freud appunto chiama “lavoro del lutto”, una espressione con cui sottolinea la graduale attenuazione del dolore dipende da una elaborazione psichica dinamica, processo che può avere successo o meno.
In quest’ultimo caso si ha a che fare con la malinconia.
La malinconia, però, è caratterizzata da un ulteriore elemento, la perdita di valore di se stessi, che Freud sintetizza con l’espressione “avvilimento del sentimento di sé”.
Nel momento in cui viene a mancare l’oggetto amato, l’energia affettiva legata a quel bene deve essere ritirata, ma tale processo spesso non viene accettato. Questa resistenza può condurre a un allontanamento dalla realtà e a una maggiore attaccamento all’oggetto. Perché la realtà prevalga, è necessario un lungo periodo di tempo e un notevole investimento di energia. Freud suggerisce che il lavoro del lutto tende a rimuovere ogni ostacolo al progresso di elaborazione, facilitando la creazione di nuovi legami, così che tale lavoro arrivi a conclusione.
Nell’affrontare il lutto si favorisce l’emergere di una nuova speranza che nasce da un impulso vitale, legato alla capacità di tollerare e accettare la separazione dall’oggetto amato e la sua scomparsa

Possiamo applicare questo processo alla malinconia? Freud ritiene di no. Anche se la causa è la medesima, la reazione alla perdita di un oggetto amato e perduto, la melanconia denota un attaccamento caparbio all’oggetto perso, tramite l’inclusione dell’altro. Un meccanismo tipicamente narcisistico e secondo Freud patologico.
La malinconia è legata al processo di integrazione: conservo l’oggetto perduto per evitare che scompaia, non voglio rinunciare al mio legame affettivo con esso e, di conseguenza, non accetto di provare dolore per la sua assenza, poiché per me non è in effetti “perduto”.
Infatti, secondo Freud, il processo che porta alla malinconia implica che l’investimento oggettuale è sospeso e la libido, svincolata non si rivolge ad un altro oggetto ma ritorna sull’Io, e viene utilizzata per instaurare una identificazione dell’Io con l’oggetto abbandonato: «l’ombra dell’oggetto cade sull’Io».
Un altro presupposto alla malinconia viene individuato da Freud nella ambivalenza che legava il soggetto all’oggetto perduto. Una ambivalenza che viene intensificata dalla perdita e che genera un conflitto irrisolto che può portare all’auto-rimprovero e all’autodistruzione, perché l’odio verso l’oggetto perduto viene riflesso sull’Io.
Tollerare e accettare la separazione dall’oggetto amato consente, di fare posto a una speranza nuova.
È quello che viene descritto da J.D. Nasio nell’incipit del suo libro Il libro del dolore e dell’amore. Lo psicoanalista francese descrive il caso di una sua paziente, Clemence.
Clemence ha 38 anni, desidera un bambino e, dopo anni di cure per la sterilità, rimane incinta. Una felicità enorme che la donna condivide con il suo analista.
Dopo una perfetta gravidanza nasce finalmente un bambino, Laurent, che però, dopo tre giorni muore.  Nasio descrive la disperazione, il dolore che Clemence porta in analisi. Un dolore che sembra non possa essere superato.
Fino al giorno in cui Nasio fa un intervento che produce una svolta nella storia clinica, e non solo, della paziente.
Ad un certo punto Nasio dice: «[…] pronunciai, quasi senza rendermene conto, le seguenti parole […] “poiché se viene al mondo un altro bambino, voglio dire il fratello o la sorella di Laurent […]”. Prima ancora che avessi potuto finire la frase, la paziente mi interruppe e, sorpresa, esclamò: “È la prima volta che sento dire “il fratello o la sorella di Laurent! Ho come la sensazione di essermi liberata da un peso enorme”» (3).
Una sorpresa che viene condivisa da Nasio stesso: «Ero meravigliato di aver potuto esprimere spontaneamente, in così poche parole, l’essenza di una [tale] concezione del dolore […]»(4). Una concezione del dolore che scaturisce da una perdita che lascia spazio, col tempo, a un desiderio nuovo.

Il lutto di Maria: ristrutturazione del proprio universo simbolico
Maria è una mia giovane paziente che è venuta da me perché sta passando un momento difficile, in cui sente una forte ansia a causa degli studi che non progrediscono come vorrebbe e per la relazione con il suo ragazzo, con il quale non si sente più in sintonia.
Con il passare del tempo, e con il progredire della terapia, Maria comprende come i comportamenti del ragazzo stiano diventando sempre più incomprensibili per lei, cosa che le provoca un disagio sempre più forte. Dopo qualche mese, e a seguito di episodi per lei incomprensibili e dolorosi, si arriva alla rottura definitiva. Rottura che Maria vive con un misto di sollievo e di dolore. Sollievo per non tenere più in piedi una relazione per lei ormai tossica, dolore perché a Piero, questo il nome del ragazzo, lei voleva davvero bene, e si è sentita tradita profondamente.
La fine della relazione è vissuta quindi da Maria con un comprensibile disorientamento Maria si è inevitabilmente trovata ad affrontare una perdita significativa.
Durante una delle sedute successive alla rottura con il fidanzato, Maria osserva: «Mi colpisce il fatto che non solo so che devo affrontare la mancanza di Piero, ma anche quella di una serie di persone, i suoi familiari, i suoi amici, a cui mi ero affezionata. È come che mi dovessi staccare da un pezzetto del mio mondo, e questo mi addolora».
Mi ha molto colpito, del discorso di Maria, l’espressione “staccarsi da un pezzetto del mio mondo”. In realtà è proprio così: nel momento in cui si ha una perdita di una persona cara, e in questo caso si tratta di una perdita simbolica, è come se ci fosse un effetto domino, in cui vengono a cadere altri “pezzi”, altri “oggetti significativi” che ruotavano attorno all’oggetto principale.
La paziente nomina non soltanto la mancanza dell’oggetto amato, ma anche la caduta di un insieme di legami e di figure significanti che costituivano parte del suo mondo simbolico e affettivo
In questa prospettiva, si può leggere la sua esperienza come una forma di lutto simbolico, nel senso che Lacan attribuisce a tale termine quando definisce la perdita non come semplice evento reale, ma come se venisse a mancare un punto d’appoggio simbolico. L’oggetto perduto, infatti, non è semplicemente una persona, ma soprattutto una funzione, un significante privilegiato su cui si appoggia il desiderio del soggetto e che organizza la rete dei rapporti del soggetto con l’Altro.
Come Lacan afferma nel Seminario VI, Il desiderio e la sua interpretazione, l’oggetto amato è inserito nel campo dell’Altro come significante del desiderio, e la sua perdita mette a rischio la consistenza stessa di tale campo. Quando Maria parla di “un pezzetto del mio mondo” che le viene a mancare, ciò che si sgretola è proprio una parte di quell’ ordine simbolico che è il suo riferimento: non solo Piero come oggetto amato, Maria perde anche una parte del discorso che dava consistenza alla sua posizione soggettiva — e con esso, gli elementi simbolici che orbitavano attorno a quella relazione (gli amici comuni, i legami familiari, i luoghi, le abitudini).
In linea col pensiero espresso nel Seminario VI, nel Seminario X, L’angoscia, Lacan distingue tra la perdita dell’oggetto reale e la perdita dell’oggetto come funzione simbolica, e osserva che mentre la prima può essere colmata, la seconda tocca il soggetto nel suo rapporto con il desiderio e con il proprio essere. È in questo senso che il lutto, per Lacan, assume un valore strutturante: esso implica una rielaborazione simbolica della perdita, un lavoro di riscrittura del proprio posto nel discorso dell’Altro.
Il dolore che Maria esprime di fronte alla dissoluzione di una parte del suo “mondo” testimonia dunque la necessità di riorganizzare, a livello simbolico, la propria posizione soggettiva dopo la caduta di quel legame. In termini lacaniani, si tratta di un lavoro di separazione, che non mira tanto a “lasciare andare” l’oggetto, quanto a riformulare il proprio rapporto con il desiderio e con la mancanza che quell’oggetto veniva a velare.
Ovviamente il tempo può portare a recuperare qualcuno di questi oggetti collaterali, ma il primo effetto che ha colpito Maria, è di dover rinunciare ad essi, in attesa poi di poterli recuperare ma da un’altra posizione soggettiva.
In questo senso, si può dire che il lavoro di lutto, nella prospettiva lacaniana, non consiste tanto nel “lasciar andare” l’oggetto, quanto nel rimettere in gioco la funzione del significante che l’oggetto incarnava: si tratta cioè di un riassestamento del simbolico, un rimaneggiamento della propria posizione di soggetto nel discorso, dopo la rottura di quel legame.

Il lutto nello psicodramma analitico
Naturalmente, anche nelle sedute di psicodramma può succedere che si debbano affrontare discorsi sul lutto, lutti veri e propri, oppure lutti simbolici: la fine di una relazione d’amore, la fine di una amicizia, la fine di una illusione.
Ricordo che in una delle prime sedute di formazione un collega portò la sua esperienza di dolore in seguito della morte del suo cane. Io animavo quella seduta e ricordo perfettamente l’angoscia che provai nell’ascoltare il discorso del collega, una angoscia tale che mi impedì di “ascoltare” e quindi la mia conduzione fu un vero disastro.
Non è facile per un terapeuta accogliere questi discorsi, ma solo se si lascia spazio alla parola dell’altro daremo al paziente l’opportunità di esplorare quei grovigli di sentimenti che una perdita così significativa (la morte del proprio animale domestico provoca una tempesta di emozioni) impedendogli, col tempo di rimanervi intrappolato.

È evidente che nel dispositivo dello psicodramma, il tema del lutto occupa un posto centrale, in quanto è caratterizzato dalla messa in scena e in parola del proprio desiderio inconscio e del processo di separazione. Nel gioco, così come nel lutto, si manifesta la tensione tra il desiderio di trattenere l’oggetto e la necessità di lasciarlo andare: un movimento di separazione che può essere simbolizzato attraverso la parola e la rappresentazione,
Per i Lemoine, in linea con l’orientamento freudiano e successivamente con l’elaborazione lacaniana, il lutto non è soltanto la reazione a una perdita reale (la morte di una persona amata), ma rappresenta una rappresentazione psichica della mancanza, in cui il soggetto si confronta con la perdita dell’oggetto del desiderio.
Il gioco può permettere l’emergere delle proprie dimensioni soggettive che hanno a che fare con l’altro:
In sintesi, trasformare sul piano simbolico una perdita, e quindi poter accedere a una nuova posizione soggettiva.
D’altra parte i Lemoine stessi osservano che ogni lavoro psicodrammatico implica una forma di lutto e l’elaborazione del lutto non è tanto “guarigione”, quanto trasformazione del legame con l’Altro un passaggio dal legame immaginario (dove l’oggetto è trattenuto o idealizzato) a un legame simbolico, in cui la perdita diviene rappresentabile e quindi pensabile e dicibile.

Il lutto al tempo della intelligenza artificiale
Uno dei più recenti prodotti della intelligenza artificiale sono i cosiddetti griefbotSi tratta di conversazioni virtuali con persone defunte: sulla base del materiale presente in rete, come foto, video, conversazioni, vengono elaborati modelli che impersonano i defunti, copiandone la voce, le fattezze, la gestualità. È stato calcolato che attualmente quello dei grieftbot sia un mercato da due miliardi di dollari, con la Cina in testa come numero di richieste.
Si tratta, quindi, di resurrezioni virtuali, delle cosiddette continuing bonds, legami continuativi che si mantengono oltre la morte.
Mi sembra interessante quello che osserva il filosofo Davide Sisto, autore del libro Vivere per Sempre. L’Aldilà ai tempi di ChatGpt in una recente intervista al Corriere della Sera: «C’è un bisogno collettivo di ricorrere all’IA per continuare ad avere una relazione con i morti, in un’epoca che fa molta fatica ad affrontare la perdita e la fine delle cose».
In effetti si è acceso un animato dibattito con contributi relativi agli aspetti etici, filosofici, psicologici implicati sull’utilizzo della tecnologia in questo ambito.
È una condizione di perenne immanenza, in cui diventa difficile elaborare una perdita; alcuni psicoanalisti considerano che in questo modo c’è la possibilità di continuare un dialogo virtuale con colui che non c’è più può favorire l’elaborazione del lutto cercando di recuperare i non detti, le questioni aperte. Ma penso che si rimanga sul piano delle illusioni: e per coloro che fanno fatica ad accettare una perdita tale presenza, seppure virtuale, può diventare ingombrante in quanto impedisce di accettare che quella persona non c’è più.
Noi, come psicoterapeuti e psicoanalisti, penso che ci dovremmo essenzialmente chiedere se questo stato di sospensione tra assenza e presenza della persona cara aiuti od ostacoli l’elaborazione del lutto.
A proposito del concetto di assenza, mi viene in mente un illuminante lavoro della psicoanalista Maria Ilena Marozza, dal titolo Assenza di vita assenza di morte, in cui l’Autrice mette in luce l’importanza di distinguere nell’assenza le dimensioni elaborative e quelle in cui l’elaborazione fallisce.
Elaborare il lutto non è altro che affrontare la perdita attraverso immagini e simboli. Un processo che aiuta a trasformare il vuoto emotivo in un’assenza simbolica. Ma tali immagini e simboli devono essere frutto di un lavoro intrapsichico e non, come nel caso delle griefbot, immagini e simboli provenienti dall’esterno. In questo caso, si rischia di rimanere intrappolati in un vuoto che ostacola la propria crescita psichica.
Si rischia, a mio parere, di rimanere in una condizione di perenne immanenza, in cui diventa difficile elaborare una perdita.
Alcuni psicoanalisti considerano che la possibilità di continuare un dialogo virtuale con colui che non c’è più può favorire l’elaborazione del lutto cercando di recuperare i non detti, le questioni aperte. Ma penso però che in questo modo si rimanga sul piano delle illusioni: e per coloro che fanno fatica ad accettare una perdita, tale presenza” virtuale”, può diventare una ingombrante presenza che impedisce di accettare che quella persona non c’è più.
In conclusione, l’utilizzo dei griefbot, strumenti tecnologici che simulano la presenza e la voce dei defunti, a mio parere si configura come un ostacolo al processo di elaborazione del lutto. Essi offrono l’illusione di una continuità relazionale che, invece di permettere la simbolizzazione della perdita, la congela in una dimensione virtuale priva di mancanza. Il soggetto rischia di rimanere intrappolato in una pseudo-presenza che impedisce il lavoro psichico necessario a trasformare l’oggetto perduto in una traccia interna, in un elemento integrabile nella propria storia.
In questo caso la tecnologia, con la promessa di un conforto, impedisce al soggetto la possibilità di confrontarsi con la propria sofferenza da cui trarre una rielaborazione trasformativa, che poi, è l’aspetto salvifico del lutto.
In ultima analisi, l’incapacità di elaborare psichicamente ciò che ci accade e di riconoscere il valore simbolico della perdita. Si tratta, seguendo quanto indicato da Freud, di una forma del diniego (Verleugnung), o, seguendo gli insegnamenti di Lacan, della forclusione della mancanza.
Nel tentativo di mantenere viva la presenza di un oggetto perduto, il soggetto sfugge al lavoro psichico che Freud, in Lutto e melanconia, descrive come necessario per disinvestire l’oggetto e reinvestire la libido nel mondo e nel proprio Io.
Dal punto di vista lacaniano potremmo dire che il griefbot è un oggetto immaginario che va a sostituire la funzione del significante della mancanza. Esso sottrae al soggetto la possibilità fare esperienza della perdita come condizione strutturale del desiderio: viene meno l’Altro come luogo della mancanza, ma si riduce ad una propria emanazione, una illusione di una presenza.
La tecnologia non favorisce quindi una elaborazione ma si produce così in una sospensione del lavoro del soggetto, in una paralisi del pensiero e dell’affetto: il lutto non offre una occasione per una perdita e una rinascita, ma diventa spazio di una presenza artificiale, dove la mancanza è negata e il desiderio reso impossibile.

PerdutaMente
Nel documentario PerdutaMente, il regista Paolo Ruffini descrive la condizione delle persone affette da Alzheimer e di coloro che se ne prendono cura. Non si tratta di un film sulla malattia in senso medico, ma piuttosto sulla trasformazione del legame, quando ci troviamo a confrontarci con la perdita di memoria di un altro significativo per noi.
Il film attraversa una dimensione che è al tempo stesso personale e universale: quella della frammentazione del soggetto e del legame affettivo che sembra sopravvivere a dispetto della perdita della parola, della memoria, del riconoscimento dell’altro.
Il corpo dell’altro è ancora lì, ma l’Altro, nel senso pienamente soggettivo, sembra essere dissolto: una morte simbolica, dunque, su cui la psicoanalisi ci permette di riflettere.
Una morte simbolica caratterizzata dalla dissoluzione progressiva di ciò che, attraverso il linguaggio, la memoria, il desiderio, aveva dato consistenza al soggetto: non la morte del corpo, ma la dissoluzione progressiva di ciò che, attraverso il linguaggio, la memoria e il desiderio, aveva dato consistenza al soggetto.
Come abbiamo accennato in un paragrafo precedente, In Lutto e melanconia, Freud distingue tra la perdita reale di un oggetto e la sua perdita psichica.
Nel caso dell’Alzheimer, o in analoghe patologie, coloro che assistono gli ammalati vivono un lutto continuo e paradossale: la persona amata è viva, ma “non c’è più”. Si è costretti a piangere una perdita che non si può nominare, perché l’oggetto del lutto respira, parla, si muove. Freud direbbe che qui il lavoro del lutto resta sospeso, sempre riaperto, mai concluso: la perdita non è né esterna né interna, ma si rinnova ogni giorno nell’esperienza dell’assenza-presenza dell’altro.

Anche Lacan ci può fornire una diversa chiave preziosa di lettura per comprendere questa esperienza: nel momento in cui considera il soggetto come effetto del linguaggio. Il soggetto, per Lacan, infatti non coincide con l’Io (la rappresentazione immaginaria di sé), ma è il prodotto delle parole, dei ricordi, dei nomi propri, delle relazioni che fanno di ciascuno di noi il soggetto che siamo.
Nel momento in cui la malattia disgrega la memoria, il linguaggio, sembra venir meno la possibilità di esistere come soggetto simbolico.
Anche sotto questo punto di vista, possiamo dire che la malattia produce una “morte simbolica”: non una fine biologica, ma una caduta del soggetto dal campo del linguaggio, un venir meno della sua posizione nel discorso dell’Altro.
Nel seguire le esperienze descritte nel film di Ruffini, sembra emergere senz’altro questa impossibilità ad elaborare il lutto da parte dei caregiver, ma anche un elemento comune a tutte le storie: il perdurare della dimensione affettiva. Nel racconto di Ruffini, l’affettività sembra sopravvivere là dove il linguaggio si non può più svolgere la sua funzione. Anche quando il soggetto non sa più nominare, riconoscere o ricordare, qualcosa dell’amore resta percepibile: uno sguardo, un sorriso, un gesto di tenerezza.
Nel film, questa dimensione emerge con forza nelle parole dei familiari: «Non sa più chi sono, ma so che mi sente».  Possiamo considerarlo una illusione, che consente di rendere meno impossibile il compito di chi assiste malati così difficili, ma possiamo considerare la possibilità che sia invece una ’intuizione per cui, al di là della perdita del linguaggio, permane una forma di riconoscimento a un livello diverso dal simbolico forse pulsionale, quasi preverbale, in cui l’amore si trasmette come pura presenza.
Una affettività che Lacan potrebbe definire come un resto del simbolico: ciò che, pur non essendo più articolato nel linguaggio, continua a testimoniare un legame con l’Altro. Freud, del resto, aveva già colto la potenza del legame amoroso al di là della coscienza. L’amore, per Freud, non è un sentimento “razionale”, ma una forma di investimento libidico che può sopravvivere anche all’Io, in quanto resta ancora una traccia libidica, nel senso che la libido che prima investiva l’Altro viene ora trattenuta dentro l’Io.
Il malato, dunque, muore simbolicamente, mentre il familiare vive un lutto interminabile, perché l’oggetto d’amore resta fisicamente presente.
L’amore diventa allora, l’unico modo per sostenere questa situazione, restando in relazione con qualcuno che non può più riconoscerci.
Penso che questo film abbia colto dei punti essenziali in questo tipo di esperienza umana, sempre più diffusa, e che sembra poter essere affrontata soltanto con l’amore.
La morte simbolica del malato non è perciò una fine, ma un passaggio: la soggettività si trasforma, retrocede in una forma più primitiva, essenziale, ma non del tutto spenta.
Freud ci aveva insegnato che la vita psichica non si spegne mai del tutto, che la pulsione di vita continua a operare e Lacan, da parte sua, ci ricorda che il soggetto è sempre diviso, e che la perdita fa parte costitutiva del suo essere.
I nostri “altri” significativi ci appaiono svuotati, irriconoscibili a causa della malattia, e forse l’unico modo per affrontare tale perdita è quello di restituire al legame che ci univa un nuovo senso e una nuova dimensione, in grado di trasformare anche noi come soggetti.

Conclusioni
Sul lutto molto si è scritto in psicoanalisi, e i contributi degli psicoanalisti sono meritevoli di attenzione e di ascolto.
Vorrei però concludere questo lavoro con la citazione di un brano di una lettera, a mio parere bellissima, che Carl Gustav Jung scrisse ad una sua amica in occasione della morte del marito.
Questa signora chiede a Jung come si possa sopravvivere ad un lutto così doloroso, al distacco da una persona amata.
Dopo una serie di considerazioni che lasciano trapelare una condivisione sincera di questo lutto, Jung si esprime così: (5)
«[…] Benché oscuro sia lo sfondo sul quale la morte si manifesta, altrettanto oscuro quanto quello della vecchiaia e della malattia, per non dire di quello del peccato e della stoltezza, ebbene è lo stesso sfondo sul quale si staglia il sereno splendore della vita.
Per la nostra salute mentale sarebbe perciò un bene non pensare che la morte non è che un passaggio, una parte di un grande, lungo e sconosciuto processo vitale: sia nei giorni dolorosi nei quali precipitiamo per la perdita di chi ci è caro sia nei giorni tristi nei quali siamo sorpresi dal pensiero della nostra stessa morte.
La nostra morte è un’attesa o, se vuole, una promessa che non è mai compiuta. Per questo essa non ci impone di vuotare la nostra vita ma piuttosto di procedere alla sua pienezza. Mentre la morte ci toglie ciò che ci è più caro, al tempo stesso ci restituisce a ciò che ci è più prezioso.
Non è il mistero della morte che siamo chiamati a sciogliere: piuttosto è quello della vita.
La vita è un imperativo assoluto al quale nessuno deve sottrarsi. Per quanto ostico ci paia il compito, per quanto insostenibile, per quanto ostile, abbandonarci a noi stessi, abbandonare noi stessi non è contemplato tra le molte possibilità.
È la vita che dobbiamo piuttosto, direi addirittura, arrenderci alla vita e al suo costante fluire. A questo scorrere non possiamo imporre alcun argine, né potremmo tentare di deviarlo o di mutarne la traiettoria. Ciò sarebbe assai sciocco e per molti versi pericoloso».
Per poi concludere:
«Perciò, l’ultima cosa che vorrei dirle, mia cara amica, è che la vita non può essere, in alcun modo, pura rassegnazione e malinconica contemplazione del passato.
È nostro compito cercare quel significato che ci permette ogni volta di continuare a vivere o, se preferisce, di rispondere, a ogni passo, il nostro cammino.
Tutti siamo chiamati a portare a compimento la nostra vita meglio che possiamo».

Queste intense parole di Jung ci dovrebbero fare riflettere sul fatto che, quando l’Altro si perde, non rimane soltanto una ferita, ma uno spazio possibile di trasformazione. Il lutto, nella sua dimensione simbolica, ci costringe a confrontarci non solo con la mancanza, ma anche con ciò che in noi si trasforma attraverso di essa.
Freud rileva che ogni perdita “rimescola le carte” del nostro desiderio, mentre in una prospettiva lacaniana potremmo dire che il soggetto, attraversando il vuoto lasciato dall’Altro, incontra qualcosa della propria verità. Il dolore che accompagna questo attraversamento, per quanto possa essere insopportabile, è parte essenziale di questo processo e non può essere evitato: solo affrontandolo, il soggetto può trasformarlo in conoscenza e in una nuova possibilità per sé. Così, nel venir meno dell’Altro, può nascere un incontro più autentico con se stessi.

Claudia Parlanti
Dottore in psicologia clinica

Note
(1) Freud S., Lutto e melanconia, in Opere vol. VIII, p. 102
(2) Ibidem
(3) J.D. Nasio (1996), Il libro del dolore e dell’amore, Edizioni Magi, Roma, 2005, p.11
(4) Ivi, p. 12
(5) W. Mcguire, R. F. Hull (a cura di) (2013), Jung parla. Interviste e incontri di Adelphi, Milano, p.351

Bibliografia
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Freud S. (1914), Introduzione al narcisismo, in Opere, vol. VII, Boringhieri, Torino
– (1915), Lutto e melanconia,in Opere, vol. VIII, Boringhieri, Torino
Lacan J. (1958-59), Il Seminario VI: Il desiderio e la sua interpretazione, Einaudi, Torino,
– (1972-1973), Il Seminario. Libro XX, Ancora, Einaudi, Torino
Lemoine G. e P. (1973), Lo psicodramma, Feltrinelli Editore, Milano
Marozza M.I. (2013), Assenza di vita. Assenza di morte. Quaderni della cultura Junghiana, n.2
Masters E.L. (1945), Antologia di Spoon River. A cura di Fernanda Pivano, Torino, Einaudi
Mcguire W. (a cura di), R. F. Hull (a cura di) (2019), Jung parla. Interviste e incontri, Adelphi, Milano
Nasio J.D. (1996), Il libro del dolore e dell’amore, Edizioni Magi, Roma, 2015
Sisto D. (2025), Vivere per sempre, Bollati Boringhieri, Torino