MAURIZIO COTTONE – Il lutto nel contesto giuridico. Distinguere tra “lutto semplice” e “lutto complicato”

La perdita di una persona cara è una delle esperienze più dolorose e universali che un individuo possa affrontare. Sebbene il lutto sia un processo naturale e necessario di adattamento alla perdita, le sue manifestazioni e la sua risoluzione possono variare enormemente da persona a persona. Nel campo della psicologia giuridica, comprendere le sfumature del lutto, in particolare la distinzione tra lutto “semplice” e “complicato” (o prolungato), è di fondamentale importanza, poiché le implicazioni legali e forensi possono essere significative.
Il lutto semplice: Un percorso di adattamento
Il lutto semplice, spesso definito anche lutto “normale” o “non complicato”, si riferisce al processo psicologico e fisico che la maggior parte degli individui attraversa in risposta a una perdita significativa.
È caratterizzato da una serie di reazioni emotive, cognitive, comportamentali e fisiche che, sebbene dolorose, sono considerate adattive e tendono a diminuire di intensità nel tempo.
Le manifestazioni tipiche del lutto semplice includono:

  • Dolore emotivo: tristezza profonda, nostalgia, rabbia, ansia, senso di colpa, intorpidimento.
  • Pensieri ricorrenti: preoccupazione per il defunto, ricordi intrusivi, difficoltà di concentrazione.
  • Modificazioni comportamentali: ritiro sociale, disturbi del sonno e dell’appetito, irrequietezza.
  • Sintomi fisici: affaticamento, dolori fisici, sensazione di vuoto al petto o allo stomaco.
  • È cruciale sottolineare che il lutto semplice non ha una “durata” prestabilita. Mentre alcune fasi possono essere più acute nei primi mesi, il processo di integrazione della perdita e di riorganizzazione della propria vita può richiedere anche anni. Tuttavia, con il tempo, l’individuo riesce generalmente a riprendere le proprie attività quotidiane, a investire in nuove relazioni e a trovare un nuovo equilibrio, pur mantenendo un legame affettivo con la persona perduta.

Il lutto complicato: Quando il dolore persiste e impedisce l’adattamento
A differenza del lutto semplice, il lutto complicato, ora riconosciuto anche come “Disturbo da Lutto Prolungato” (Prolonged Grief Disorder – PGD) nel DSM-5-TR e come “Disturbo da Lutto Prolungato” (Prolonged Grief Disorder) nell’ICD-11, si verifica quando le reazioni al lutto sono persistenti, pervasive e così intense da compromettere significativamente il funzionamento sociale, lavorativo o altre aree importanti della vita dell’individuo per un periodo prolungato (tipicamente oltre i 6-12 mesi, sebbene la temporalità specifica possa variare tra le classificazioni diagnostiche e debba essere valutata nel contesto culturale e individuale).
Le caratteristiche distintive del lutto complicato includono:

  • Nostalgia intensa e persistente: un desiderio acuto e travolgente per la persona defunta, accompagnato da pensieri intrusivi e sogni sul defunto.
  • Difficoltà nell’accettazione della morte: incapacità di accettare la realtà della perdita, sensazione di irrealtà o stordimento.
  • Evitamento eccessivo: evitamento di luoghi, persone o attività che ricordano il defunto, o al contrario, un’eccessiva ricerca di tali elementi.
  • Senso di vuoto e mancanza di scopo: sensazione che parte di sé sia morta con il defunto, disconnessione dagli altri, difficoltà a intraprendere nuove attività.
  • Disturbi del sonno e dell’appetito cronici: problemi gravi e persistenti che vanno oltre la fase iniziale del lutto.
  • Compromissione funzionale significativa: l’individuo non riesce a tornare al proprio livello di funzionamento precedente alla perdita, con gravi difficoltà nel lavoro, nelle relazioni o nell’autocura.
  • Sentimenti di colpa persistenti: ruminazioni eccessive su eventi o azioni che avrebbero potuto prevenire la morte.

Diversi fattori possono aumentare il rischio di sviluppare un lutto complicato, tra cui una morte improvvisa e traumatica (per es. incidenti, omicidi, suicidi), una relazione di dipendenza con il defunto, la mancanza di supporto sociale, precedenti disturbi psichiatrici e strategie di coping disfunzionali.

Vignette cliniche
Sig. X 45 anni, dipendente statale, vedovo senza figli.
In accordo con l’azienda, necessita di una perizia psicologica per suffragare la sua richiesta di pensionamento anticipato
Al colloquio il Sig. X, 45 anni, dichiara di essere in uno stato d’ansia in seguito alle numerose difficoltà emerse in ambito lavorativo. Tali difficoltà sembrano iniziate cinque anni fa quando il sig. X sporge denuncia verso alcuni colleghi che avrebbero creato le condizioni per fargli avere una punizione disciplinare ed in un trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientali. La situazione lavorativa precipita in seguito alla notifica di una scheda valutativa nei suoi confronti. Il Sig. X dichiara di non aver mai ricevuto una valutazione negativa in tanti anni di carriera e questo evento sembra far crollare definitivamente la fiducia nell’ azienda in cui lui stesso si era profondamente identificato. Dai colloqui svolti si evince quanto segue.
Il signor X viveva con la moglie, erano molto uniti e si sostenevano a vicenda. I coniugi vivevano soli, senza figli e lontano dalle rispettive famiglie d’origine. In questo periodo la signora X si ammala e muore, dopo una lunga malattia. Il Sig. X fatica ad elaborare il lutto della moglie e in correlazione a tale evento la situazione lavorativa diventa sempre più difficile.
Successivamente il signor X si reca presso lo studio di una psichiatra per una consulenza psicologica, la quale certifica uno stato depressivo-ansioso, sintomi di bourn-out lavorativo ed un vissuto paranoideo. Il medico di base parallelamente certifica uno stato depressivo-ansioso e bourn-out lavorativo, prescrive diversi giorni di riposo e i seguenti psicofarmaci: Control e Citalopram.
Dalla analisi peritale si evince che il X riversa in uno stato ansioso-depressivo, con spunti persecutori, via via sempre più invalidante sia nel contesto personale che lavorativo.
I test M.M.P.I-2.0 effettuato sembra confermare il quadro clinico emerso dai colloqui psicologici svolti.
Nel test M.M.P.I.-2.0 il Sig. X presenta “vissuti depressivi, perdita di interessi e scopi da raggiungere e un tono dell’umore orientato disforicamente” in una personalità rigida, di tipo dipendente e con spunti persecutori. Tutto il protocollo presenta variabili di oppositività e aggressività passiva rivolti in parte a sé stessi, esprimendo una forte insicurezza e autocritica, in parte all’esterno mostrando una sfiducia verso l’ambiente, una sospettosità verso l’altro da sé a cui però inesorabilmente il soggetto dipende nel suo equilibrio psichico, rivelando un senso di vuoto che coincide con una labile rappresentazione del Sé. Questa angoscia in qualche modo ha sempre a che fare con una lontananza da qualcosa di vivo nel passato o che ha una vita presente ma in contesti lontani dal soggetto, i contenuti espressi o negati descrivono una profonda sofferenza affettiva legata alla sfera delle relazioni oggettive che si manifesta con aridità interiore o con bisogno estremo di allontanare da sé emozioni traumatiche. Da questo punto di vista il deterioramento delle manifestazioni cognitive si può leggere alla luce di reazioni conseguenti all’ansia diffusa e alle forti valenze affettive che il soggetto cerca di controllare usando modalità psichiche arcaiche di tipo difensivo.
Per tutto quanto sopra espresso, esaminato e diagnosticato il Signor X si trovi in una condizione clinica di mancata elaborazione del Lutto – Lutto Patologico.

Signora 40 anni, casalinga, sposata con una figlia di 20 anni.
Si reca da me per richiedere una perizia psicologica a seguito della morte della madre in una situazione, a suo dire, che vede coinvolto il Pronto Soccorso di una città romagnola.
Al colloquio la Signora Y riferisce quanto segue: la adorata madre di 60 anni viveva con lei da sempre.
Prima in condizione di ragazza madre l’ha allevata amorevolmente, poi quando la Signora Y ha conosciuto l’attuale marito è andata a vivere con loro da subito. Il rapporto tra la Signora Y e la madre era evidentemente di tipo simbiotico. Passavano tutto il tempo insieme, tenendosi compagnia. La figlia della Signora Y viene nominata solo dietro mia richiesta durante i colloqui, come se il rapporto con lei e il marito passasse in secondo piano rispetto a quello vissuto con la madre.
A luglio dello scorso anno la madre della Signora Y incomincia a presentare un colorito giallastro senza però sintomi dolorosi di alcun tipo. Dopo parecchi giorni dalla manifestazione di tali sintomi, a causa di una occlusione intestinale, la Signora porta la madre al PS. I medici riscontrano un tumore alla testa del pancreas e consigliano alla signora l’intervento d’urgenza, facendole firmare la liberatoria, come da prassi.
Durante l’intervento la madre della Signora Y muore.
Durante il colloquio la Signora, mentre racconta gli avvenimenti che hanno portato al decesso della madre, alterna stati emotivi di disperazione con pianto e scatti di rabbia. La Signora descrive la sequenza degli avvenimenti che in pochi giorni hanno portato al decesso della madre esprimendo una emotività molto intensa, indizio di una mancata elaborazione degli eventi in oggetto.
Racconta con intensa tonalità emotiva il momento della comunicazione della diagnosi che descrive nei minimi dettagli, sequenza per sequenza, associando emozioni quali stupore, disperazione e rabbia; definisce lo staff medico inumano e crudele.
All’osservazione clinica presenta forti cambiamenti emozionali, passa velocemente dall’esprimere sentimenti di disperazione con pianto ad emozioni violente collegate alla relazione di perdita. Inoltre si rileva la presenza di sensi di colpa immotivati per non essere stata sufficientemente “brava” (non avrebbe dovuto accompagnare la madre in pronto soccorso perché così non la avrebbero ricoverata ed operata) che in alcuni momenti evidenziano una scarsa aderenza alla realtà.
Attualmente la Signora lamenta uno stato di profonda sofferenza: un dolore troppo forte da essere tollerato, che ha la caratteristica di crescere nel tempo; una grave difficoltà nel prendere sonno e una mancanza totale di appetito. È altresì convinta che lo staff medico non abbia fatto nulla per evitare la morte di sua madre. Nei mesi successivi al decesso della madre, riferisce di avere avuto una forte reazione emotiva legata alla disperazione per la sua perdita tanto di avere tentato di gettarsi dal balcone di casa, prontamente bloccata dalla figlia e dal marito. Ad oggi mantiene continui pensieri di morte e confida che sente di non possedere risorse sufficienti per sostenere la condizione di lutto in cui si trova.
Desidera la morte in quanto la valuta una ricongiunzione con la madre. «Vado a trovare mia madre così almeno lì la vedo». La Signora Y, inoltre, dichiara una severa difficoltà nel riprendere la propria vita dall’evento luttuoso, incapacità di adattamento, una sensazione di vuoto interiore, sentimenti di distacco dalle persone familiari, figlia e marito, perdita di interesse per la maggior parte delle attività della vita quotidiana, per la propria cura, per la vita sociale e di relazione.
A fronte delle informazioni cliniche descritte sopra si ritiene utile ipotizzare che al Signora Y si trovi in una condizione clinica di mancata elaborazione del lutto (lutto patologico) con una importante sintomatologia depressiva e disturbo dell’adattamento. Inoltre, a fronte della severità della sintomatologia clinica rilevata la Signora è stata invitata a rivolgersi presso il Centro di Salute Mentale territoriale per valutare una terapia farmacologia ed eventuale presa in carico.

La valutazione di lutto complicato in psicologia giuridica
La distinzione tra lutto semplice e complicato assume un ruolo critico in ambito giuridico per diverse ragioni:

  • Valutazione del danno psichico: in caso di decessi dovuti a condotte illecite (per es. omicidio colposo in incidenti stradali, o responsabilità medica), i familiari possono richiedere un risarcimento per il danno subito. La diagnosi di lutto complicato può costituire una prova della gravità del danno psichico e della necessità di un trattamento terapeutico prolungato, influenzando l’entità del risarcimento. Il perito psicologo o psichiatra forense dovrà valutare attentamente la sintomatologia e la sua persistenza per stabilire se si è in presenza di un lutto complicato che ha generato un vero e proprio pregiudizio alla salute psichica.
  • Capacità di intendere e di volere/Testamentaria: se un individuo in lutto deve prendere decisioni legali importanti (per es. redigere un testamento, o gestire affari finanziari) in un periodo di grave sofferenza, la questione della sua capacità di intendere e di volere potrebbe essere sollevata. Un lutto complicato, con la sua potenziale compromissione cognitiva ed emotiva, potrebbe influire su tale capacità rendendo necessario un accertamento forense.
  • Testimonianza in tribunale: un testimone che ha subito una perdita traumatica potrebbe mostrare difficoltà a testimoniare in modo coerente o a gestire le proprie emozioni in tribunale, soprattutto se affetto da lutto complicato. Il giudice o gli avvocati potrebbero richiedere una valutazione psicologica per comprendere l’impatto del lutto sulla sua capacità di testimoniare.
  • Imputabilità e vittimologia: nel contesto penale, la reazione al lutto di un imputato o di una vittima può essere rilevante. Per esempio, una reazione di lutto estremamente intensa e prolungata potrebbe essere considerata come un fattore mitigante in alcune circostanze o, nel caso di una vittima, spiegare determinati comportamenti o reazioni.

Il ruolo del professionista in psicologia giuridica
Il professionista in psicologia giuridica (psicologo forense, perito, consulente tecnico d’ufficio o di parte) ha il compito delicato di:

  • Effettuare una valutazione approfondita: utilizzare strumenti diagnostici validati, interviste cliniche e una raccolta anamnestica dettagliata per distinguere tra un lutto semplice e un lutto complicato, considerando anche i fattori culturali e individuali.
  • Fornire una diagnosi differenziale: escludere altre condizioni psichiatriche che possono mimare i sintomi del lutto (es. depressione maggiore, PTSD).
  • Redigere perizie chiare e obiettive: comunicare in modo comprensibile ai legali e al tribunale la natura e la gravità del lutto, le sue implicazioni sulla salute mentale e sulle capacità dell’individuo.
  • Suggerire interventi adeguati: proporre, se del caso, percorsi terapeutici specifici per il lutto complicato, come la terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul lutto o la terapia interpersonale.

In conclusione, la distinzione tra lutto semplice e lutto complicato non è un mero esercizio diagnostico, ma una differenziazione con profonde ripercussioni in ambito giuridico. Comprendere la complessità del lutto e le sue potenziali deviazioni patologiche è essenziale per garantire una giustizia equa e per riconoscere adeguatamente la sofferenza di coloro che hanno subito una perdita, soprattutto quando tale perdita è il risultato di azioni o omissioni illecite.

Maurizio Cottone
Psicologo, psicologo giuridico, psicoanalista, didatta SIPsA-COIRAG, presidente ITACA 

Bibliografia
Testi fondamentali e panoramici sul Lutto
Bowlby, J. (1983), Attaccamento e perdita, vol. 3: Perdita: Tristezza e depressione. Bollati Boringhieri. (Un classico che introduce la teoria dell’attaccamento applicata alla perdita).
Kübler-Ross, E. (1969), On Death and Dying. Macmillan. (Un testo pionieristico sulle fasi del lutto, sebbene il modello sia stato oggetto di successive revisioni).
Stroebe, M., Schut, H., & Stroebe, W. (2007), Health outcomes of bereavement. The Lancet, 370(9603), 1960-1973. (Un’importante revisione sugli esiti del lutto sulla salute).
Parkes, C. M. (1972), Bereavement: Studies of grief in adult life. International Universities Press. (Un altro classico sulla ricerca sul lutto).
Lutto Complicato e Disturbo da Lutto Prolungato (PGD)
Il concetto di lutto complicato ha subito un’evoluzione, culminando con l’introduzione del “Disturbo da Lutto Prolungato” (Prolonged Grief Disorder – PGD) nel DSM-5-TR (come categoria aggiuntiva) e nell’ICD-11 come diagnosi a sé stante.
Prigerson, H. G., Horowitz, M. J., Jacobs, S. C., et al. (2009), Prolonged grief disorder: Psychometric validation of criteria proposed for DSM-V and ICD-11. PLoS Medicine, 6(8), e1000121. (Uno degli studi chiave per la validazione dei criteri del lutto prolungato).
Shear, M. K. (2012), Grief and mourning gone awry: Pathway and course of complicated grief. Dialogues in Clinical Neuroscience, 14(2), 119-128. (Un articolo che esplora il percorso e il decorso del lutto complicato).
Shear, M. K., Simon, N., Wall, M., et al. (2011). Complicated grief and related bereavement issues for DSM-5. Depression and Anxiety, 28(2), 103-117. (Discussione sulle problematiche del lutto complicato in relazione al DSM-5).
Dell’Osso, L., Carmassi, C., & Shear, K. (2013), Dal lutto complicato al persistent complex bereavement disorder. Journal of Psychopathology, 19, 185-190. (Articolo italiano che discute l’evoluzione diagnostica).
Carmassi, C., Conversano, C., Pinori, M., Bertelloni, C. A., Dalle Luche, R., Gesi, C., & Dell’Osso, L. (2016), Il lutto complicato nell’era del DSM-5. Rivista di Psichiatria, 51(6), 231-237. (Un’analisi del lutto complicato nel contesto del DSM-5).
Stelzer, E. M., Zhou, N., Maercker, A., O’Connor, M. F., & Killikelly, C. (2020), Prolonged Grief Disorder and the Cultural Crisis. Frontiers in Psychology, 10, 2982. (Un articolo recente sul PGD e le sue implicazioni culturali).