ROSA VITALE Quando manca l’amore. Le rivelazioni di Marion. di Federica Maria Onganìa

Curti Editore, 2017

Quando manca l’amore. Quale amore? Quello materno, in questo caso.Si tratta di un romanzo esistenziale, autobiografico che si potrebbe definire come storia di una infelicità.

Marion ci appare come una specie di angelo decaduto in una sorta di palude: la propria famiglia.

La madre, rozza e dura, diviene, dopo la tragica perdita di due figli maschi, crudele e vessatoria.

Vittima terminale di ogni sua angheria è la piccola Marion che sarà sottoposta reiteratamente e senza appello a continue violenze e ferite interiori.

L’ambiente è quello rurale di un Nord povero dove i campi sono avari di raccolti e la fatica scandisce con il sudore il trascorrere delle ore. L’esterno si rispecchia nell’intero. Tutto è desolante: nella famiglia di Marion non si conosce tenerezza né alcun tipo di emotività

I genitori sono figure irrisolte, incapaci non diciamo di astrazioni, ma neppure di un po’ di mitezza, attanagliati inesorabilmente alla terra. In ultima analisi vittime anche essi del loro destino. In questa atmosfera si muove Marion, prima bambina e adolescente poi, nella affannosa ricerca di un cenno di affetto, di uno sguardo tenero, di un pizzico di umanità. Giungerà, per sentirsi viva, a considerare le violenze domestiche come un segno di attenzione. Ne conseguirà la sua destrutturazione, il senso di vuoto, il panico, la percezione della propria nullità.Inizia così un percorso ricorrente in disagi contrassegnati dalla non accettazione di sé, i disordini alimentari, l’autolesionismo e, da ultimo, il tentativo di suicidio.

Riuscirà poi, seppur parzialmente, ad allontanarsi per guardare oltre: altri cieli, altri colori. L’altrove di Marion è, sì, un luogo fisico finalmente lontano dalla stagnazione del luogo natio, ma si sostanzia anche e soprattutto in due oggetti: uno specchio e un diario. Lo specchio inquietante, enigmatico, simbolo fondamentale della poetica borgesiana, e, soprattutto, incontro fondamentale con la proprie identificazioni immaginarie, secondo Lacan, in questo romanzo assurge a dimensione salvifica. Significante, in questo caso, non dell’incontro con lo sguardo materno, ma simbolico di una possibilità, seppur molto illusoria, per superare il proprio isolamento, ma è, fondamentalmente, strumento di individuazione tramite il quale oggettivare, scomporre e ricomporre le proprie ferite.

Il libro nasce dall’incontro casuale tra la scrittrice e Marion, adulta, che, all’interno di una relazione amicale protratta nel tempo, prima di partire le affida due lettere ed un manoscritto, con l’invito a pubblicarlo solo dopo la propria morte. Prima sarebbe stato pericoloso per qualcuno, anche per lei, ma dopo avrebbe potuto confortare chi si fosse trovato a soffrire come era accaduto a lei.

L’amore “mancato” della sua infanzia, segnerà per sempre la vita della protagonista e di tutte le relazioni all’interno della sua famiglia, caratterizzate da ambivalenze, gelosie, diffidenza.

Il rapporto con il padre, figura marginale, è anch’esso fonte di dolore e di rimorsi.

Gli unici, durante l’infanzia,da cui Marion si sente accettata sono zia Francesca e nonno Luigi: con loro la bambina conosce cosa sia la serenità e il volersi bene, ma muoiono quando è piccolina. Godrà dell’affetto di alcuni cagnolini, che non la tradiranno mai e di due oggetti transizionali, un pezzo di lana da bambina e un orsacchiotto da adulta.

Fino all’adolescenza assistiamo ad un coacervo di episodi di violenza verbale e fisica, di atti aggressivi della madre che avrebbero indebolito la resistenza di chiunque, ma Marion resiste in un miscuglio di sensazioni di amore e odio, di sensi di colpa e rabbia che la fanno vivere con estrema difficoltà. L’ambivalenza nei confronti della madre pervade tutto il racconto, dall’inizio alla fine.

Non si confida con nessuno, non c’è alcuno che conosca le angherie subìte, almeno fin quando non avrà una vita lontano dalla famiglia.L’unico modo che trova per poter andare avanti sono, prima di tutto, le lacrime. Quando il dolore per le sopraffazioni diventa intollerabile, la troviamo piangente, ma sono lacrime versate di nascosto, sempre, fuori o dentro casa. Nessuno deve sapere. Si è costruita una corazza esterna, quasi di indifferenza, come quella materna nei suoi confronti, ma il dolore è tanto.

L’altro oggetto salvifico, il suo diario, e che poi sarà il manoscritto su cui viene costruita questa narrazione,accoglie i suoi pensieri: ogni volta ella lo nasconde come un bene prezioso.

Con questi strumenti, usati per tanti anni, Marion riesce a condurre una sorta di autoanalisi, di talking cure scritta attraverso cui svilupperà una forma di autoconsapevolezza..

Tutta la sua vita è una ricerca dell’amore degli altri, una richiesta del riconoscimento mancato e mancante: per uno strano scherzo del destino, il nome delle tre persone da lei più amate iniziano con la A. La A maiuscola. Sarà stato un caso?

In realtà, lei è per sempre una bambina, desiderosa di affetto e riconoscimento.

I sentimenti di Marion rimangono contrastanti fino alla fine. Comincia a pensare che l’unico modo per salvarsi e non soffrire sia quello di perdonare la madre per averla sempre respinta e non averla amata.Le scrive due lettere, ma non le spedirà …. Perdonare o mettere le distanze?

Perché leggere questo libro? Perché per vie e sentieri i più variegati possibili, la vita ci tratta tutti duramente.

L’arcipelago interiore che connota e definisce la vita difficile di Marion ci richiama e ci aiuta ad essere consapevoli di essere portatori di anima, la sola che ci rende unici e degni di essere ricordati.

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