LUCA IACOVINO In- pressione/Ex- pressione. Il trauma alla luce del gesto

L’Autore pone, propone e impone il proprio linguaggio. In realtà basta che lo ponga, lo stabilisca, lo butti giù in una opera. Questa diventa proposta quando arriva al suo fruitore. Nella sua prima etimologia che è sempre quella gestuale di azione o interazione di corpi proporre vuol dire “porgere a”. Se si raccoglie la proposta questa diventa come una porta su un possibile sentiero, che nel percorrerlo si infittisce, diventa trama, si ripete come tutte le trame e può apparire infine come uno stile, ovvero qualcosa che nel linguaggio apporta il nuovo e il singolare. Esso allora si impone (porre sopra, prescrivere) nel senso che c’è un lavoro da fare tutto del fruitore con l’opera rispetto al quale l’autore può rimanerne fuori con sovrana indifferenza. Ciò vale per l’artista in modo evidente, ma anche per gli autori ai quali si rifa chi esercita le pratiche di cura. Il linguaggio impegna, e qui ci impegniamo con tre di essi, Freud, Jousse e Lacan.

Anche il sintomo psichico può essere inquadrato in questa piccola semplice griglia, con esso avviene qualcosa di analogo, ma anche di profondamente diverso. Non lo si raggiunge se non si tengono insieme questi due piani del linguaggio ovvero di quello del comune e di quello del proprio, ovvero esso è un “corpo a corpo” con il linguaggio stesso in cui il soggetto è impegnato. Non ha a che fare certo con la proprietà di linguaggio, il sintomo è di chiunque, è un linguaggio che implica il corpo. Gran parte dei sintomi contengono tra i numerosi e singolari gesti che lo compongono il proporre e imporre a se stessi prima di tutto. Il sintomo è un gesto che si impone di default. Si tratta di decifrarlo secondo una semantica del significante o di scomporlo, seguendo quella dei gesti. Tutta un’analisi non è che questo tentativo di ricomposizione, ma anche la vita è scomposizione e ricomposizione di gesti e sarebbe utile credo fare anche una storia della psicoanalisi ripercorrendo tali movimenti per capire cosa non cambia, cosa cambia e come.

 

Il discorso chiamato psicoanalisi ha un percorso lungo con molte derivazioni tanto da dover essere oggi chiamato al plurale, ma ha un punto che segna un inizio, ed è il trauma, questo inizio rimane e per certi versi è inalienabile dal discorso stesso.

C’è un senso ristretto ed un senso ampio, c’è il trauma come evento, e il trauma come effetto: la rottura della barriera, l’irruzione di un eccesso, da una parte, e un divenire che costituisce lo stesso psichico dall’altra.

Ripercorro qui il tracciato del Trauma in psicoanalisi da un punto di vista particolare e al centro di interessi divenuti attuali, ovvero quello del gesto. L’ attuale interesse per questo argomento è diventato rilevante in diversi contesti, ma scelgo l’impostazione che ne dà Marcel Jousse (1886-1961), antropologo e pedagogo di cui solo attualmente è iniziata una parziale riscoperta1 e la cui riflessione su questo argomento indirettamente ben si affianca alle pratiche di cura di derivazione psicoanalitica. Questo autore vede con chiarezza e con anticipo quella che descrive come una malattia del linguaggio, una malattia dei discorsi, dal momento che questi perdono quella relazione con il Reale, che ne costituisce la funzione principe, per scivolare in una autoreferenza che non ha più di mira il suo luogo originario, la vicinanza con il Reale appunto. Il mondo cioè trova fondamento solo nella teoria e non nel mondo stesso, ovvero in quella sfera di interazioni uomo ambiente, tra Reale e Simbolico. La teoria e la pratica oppure il discorso e la clinica sono campi a volte divergenti, il gesto si colloca per la sua natura in un posto privilegiato2 per indagare la loro relazione.

Ciò vale per i discorsi sul vivente, come la pedagogia nel caso di Jousse, e sappiamo pure che gli autori della psicoanalisi non si studiano solo sui libri. Si rigiocano, ovvero quei concetti si mettono alla prova. Freud di questo ne fa un fondamento.  Il rigioco è il termine con il quale Jousse indica quell’ andirivieni tra interno ed esterno, continuo, consapevole solo in parte, fatto di gesti che tra essi si montano. Il modello fort/da, se è stato utilizzato come esempio del pensiero rappresentazionale nel suo sviluppo mostra altresì bene quello gestuale, che è lì sempre uguale dalla nascita in poi, e che unisce gesto e parola, lo fa il nipote ma anche il nonno, eseguono le stesse pratiche ambedue mimano il reale ripetutamente, ognuno il proprio, ritmicamente, per “intellegerlo”3. Non tanto nei “perché”, ma è nel seguire i “così come” che si rintraccia la semantica del gesto, e pure come questi vengono poi cancellati nelle espressioni successive e finali della teoria. Jousse da un punto di vista concettuale appare semplice, ma lo si ritrova poi nella pratica, se è continua, e solo allora “prende corpo”. Qui si fa riferimento alle pratiche in un CSM in generale ed in particolare a quella all’ interno di un GPMF4. Quello che segue è un frammento di seduta:

 

La prima impressione è sempre legata ai corpi in movimento.

Nel momento in cui la si vede entrare è sorridente, piena come una luna; Anna è ai primi mesi di gravidanza ma sembra a termine. Ha preso chili in poco tempo e si è gonfiata, il trucco eccessivo di sempre. La seduta di gruppo inizia così e con la notizia che l’amniocentesi ha scongiurato dei timori fondati. Nonostante le altre degenti nel reparto per l’esame l’avessero rassicurata che “non era nulla”, per lei è stato doloroso, eccome! Lo fa capire con una smorfia silenziosa, strabuzza gli occhi umidi e insieme sorride. La madre è seduta al lato opposto del gruppo disposto in cerchio la guarda come al solito con un’aria perplessa. Tra le due il rapporto è simmetrico, lei è la madre che ha fatto tutto da sola, e per questo idealizzata dalla figlia che rivolge spesso a lei lo sguardo quando parla. E così lei, Anna, ha fatto altrettanto: il primo figlio è stato come un dono di riconoscenza alla madre, questo nuovo sarà anche un po’ figlio del gruppo al quale in qualche modo lo offre. Ha portato, fin dall’inizio, anche una sua amica, Tania, la cui posizione non si è mai chiarita come soggetto autonomo, piuttosto amica del cuore, figlia, appendice, eco silenzioso. La notizia di una gravidanza a rischio ha portato quindi altre novità: Tania lascia il gruppo senza dare spiegazioni e aver visto il suo compagno piangere, ovvero vedere l’altro debole, sembra aver prodotto in lei un cambiamento che la sorprende, questo tutto pieno è stato lacerato, come il suo utero. Oggi, per quanto la notizia sia di gran sollievo, la ferita c’è, è attuale, e il tutto è doloroso. Terribile sembra dire. Qualcosa di eccessivo resta nel suo sguardo che rimane di silenzio e di dolore.

La parola “trauma”, che Anna porta per come è, la indossa, la mostra nella evidenza di “tutto il corpo”, ha questo significato iniziale di ferita, lacerazione, strappo di tessuto, rottura di un continuo. La ferita è apportata ad un oggetto prima pieno, il supposto Uno. Non è un caso che con Lacan essa prenderà tra le tante forme anche la dimensione del taglio come vedremo. È innanzi tutto qualcosa che interessa il corpo fin dall’inizio, non il corpo biologico ma evidentemente un corpo psichico. Segno nel corpo, allo stesso tempo concretezza di una azione. Il precedente pieno, l’unità sferica autosufficiente come quella descritta da Platone nel Simposio, all’origine del sessuale, o meglio alla origine di una ricerca desiderante che fa seguito al sessuale come azione di taglio, è perduto. L’azione inizialmente è supposta subita. Torneremo sul Simposio.

Non c’è una risposta immediata da parte del gruppo al discorso di Anna, le risonanze del gruppo verranno dopo, viene allora interpellato Bruno. Per mesi lui e la famiglia sono rimasti in silenzio, non una parola spontanea, un’intera famiglia che sembra non averne, inibita nel parlare sia nel gruppo che singolarmente. Forse c’è un parlare familiare che non esce dalle mura di casa, difficile saperlo, e allora tutto nasce dal gesto di Bruno: si sono gettate su di lui madre e sorella a fermarlo quando si è precipitato come può fare un gatto che vede un ombra, verso il balcone. Un fulmine a ciel sereno senza nessun motivo, nessun sintomo precedente che viene rapidamente attribuito allo stress lavorativo.  Oggi il discorso cambia nella affermazione: «C’è un rumore che disturba», un rumore che gli impedisce di concentrarsi e quindi di fare qualsiasi lavoro. Si prova a chiedere di più, riporta a fatti comuni, le voci dei vicini, i rumori per la strada, le cicale o il ventaglio che qualcuno sventola. Il rumore è dappertutto, continuo, insopportabile, non c’è più vita.

La formula lacaniana con la quale nella maniera più sintetica si esprimono la genesi e la struttura della psicosi, come è noto è la seguente: «ciò (Un Significante) che è forcluso appare nel Reale». Questa formula ne traduce una precedente che è di Freud a lungo pensata (rigiocata) da questi e riproposta per la paranoia, «ciò che è rigettato appare nell’esterno»5. Sia in Freud e ancora di più in Lacan le espressioni di questo genere sono frequenti. Riassumono una pratica, si propongono per essere usate. La formula lacaniana può essere considerata un gesto proposizionale di Jousse? Questa è un’interazione dell’ambiente che, colta, viene rigiocata ovvero espressa, riprovata. Ha una struttura semplice e complessa allo stesso tempo, un Agente che Agisce un Agito, una unità trifasica e aperta, in quanto rinvia ad altra, proprio come un significante. Non è possibile descrivere qui i passaggi per i quali un semplice gesto diviene una formula, né ciò che lo distingue dal significante6, diciamo che questo è una sintesi massima, che funziona nella misura del suo irradiare7 altro termine joussiano ovvero per come questo possa in tal caso essere uno “strumento” da usare in un campo vasto, nel suo rigioco, quindi nel suo “farsi gesto”. E questa formula sicuramente può esserlo al di là del successo anche fuori dell’ambito lacaniano, e straordinariamente anche nella psichiatria dove poco altro è entrato del lacanismo. Al contrario non lo è un gesto dal momento in cui la stessa formula non è rigiocata, ovvero perde il suo contatto con il reale, diventando essa stessa il riferimento.

Tale notorietà è legata al termine forclusione ed al tipo di significante in questione. In realtà, il termine forclusione risente molto di una psicoanalisi dell’epoca e anche della psichiatria legate alla classificazione dei meccanismi di difesa ed in quanto tale oggi non ha un grande valore di uso. I termini che vengono ripetuti nel Seminario III, in quel periodo rigiocati e che invece con il tempo si sono imposti, sono gli altri due il Significante ed il Reale, entrambi costanti di tutto l’insegnamento di Lacan. Questo punto è quindi l’inizio del loro rigioco che continua tutt’oggi.

L’introduzione del significante nella psicoanalisi è una vera rivoluzione, se pensiamo che con esso prende avvio un movimento di critica e distanziamento dalla ricerca del significato, quella illusione che è alla base di ogni psicologia e in parte anche della psicoanalisi stessa di riparare in significati stabili, si entra così in un divenire, una danza senza fine. Il gesto accentua e forse precisa questo momento. Se il significante lavora per catene, ovvero uno per volta, il successivo cancella il precedente, i gesti si legano per montaggio, affiancamento, risonanza.

Non si capisce nulla di ciò che dice il paziente psicotico, ma anche dei discorsi in analisi, insiste Lacan in quel periodo, sfidando la comprensione fenomenologica da una parte e una certa psicoanalisi dall’ altra, se non si mettono la struttura linguistica e il significante al centro, se non lo si prende sul serio precisamente. Ma cosa vuol dire prendere sul serio il significante? Questa insistenza nel presentare la psicosi in questo modo ha uno scopo che ripete un gesto freudiano. In essa possiamo osservare diciamo dall’esterno in forma pura qualcosa che riguarda tutti e nel modo più chiaro insomma un universale. Si tratta di osservare un soggetto alle prese con il “suo” reale, ed è questo che rimarrà una costante nel suo insegnamento anche se declinato in altri modi. C’è, nel caso della psicosi descritta, una rappresentazione del “trauma del linguaggio”8 nel momento del suo impatto, ciò che riguarda tutti seppure in maniera singolare, anzi una ulteriore singolarità si produce proprio in questo impatto.  Nel caso della psicosi la strada non è quella che porta alla più comune “rimozione” e alla formazione del romanzo del nevrotico, ma proprio questo sbarramento porta al destinale incontro con il significante divenuto reale, ovvero non simbolico e non simbolizzabile. Il tipico caso è l’allucinazione, la voce che dice qualcosa che riguarda il soggetto, significante senza rinvio. Nella psicosi al suo esordio c’è l’incontro scontro con l’elemento che Lacan chiama il “Nome del Padre”, in quanto mancante, e quindi precedente a qualsiasi adattamento, conciliazione, uso e in qualche modo non risolvibile. L’Altro si presenta e il suo biglietto da visita è incomprensibile o forse bianco. Il luogo dell’Altro rimane escluso, e con esso la possibilità di parteciparvi come soggetti. La soluzione del tutto non adattativa è un rimaneggiamento di tutta la rete simbolica dove tale rapporto non può aver luogo ovvero il delirio.

La clinica ha mostrato poi che molte sono le cose che possono essere inaccessibili, non solo la normatività del linguaggio. In questo caso ciò che rende impossibile l’accesso al foro (excluso a foro) è il rumore, non il discreto, ma il continuo, dunque. L’altro versante della stessa montagna: in ogni caso è impedito l’accesso e quel tipo di relazione con l’Altro.

Ma se l’Altro lacaniano è il luogo del simbolico, di cui il Significante è il mattone e il rappresentante allo stesso tempo, esso è anche “montato” sulle precedenti alterità, se posso usare questo termine, ad iniziare dal Corpo Materno o se vogliamo del Soccorritore. Ci si dimentica spesso di questo. Il motivo è che la visione di Lacan è un tentativo di riabilitare il padre in una psicoanalisi che lo stava cancellando. Ciò che tradizionalmente è distinto in queste due sfere del materno e del paterno, perde evidentemente la sua netta distinzione se si pensa al montaggio dei gesti.

Ma serve come strumento di cura il gesto della esclusione dal foro? anche solo pensato questo si traduce inevitabilmente in gesti, mentre servono gesti di inclusione. Il significante come tale, ovvero quello che appare nella psicosi come il Reale, sembra essere il gesto di un linguaggio oramai del tutto de-soggettivato, lettera morta. Insomma sostenere come si fa di regola che il gesto è un significante vuol dire affermare una verità di fatto ma si trascura così il contrario, la natura gestuale del significante. Le due strade, prese sul serio, portano a campi e pratiche a volte differenti. Se la diagnosi strutturale ci dice una “esclusione dal Foro” senza ritorno questi gruppi di PMF e pratiche affini scommettono sugli effetti (performativi) di un’inclusività che in virtù di ciò viene in qualche modo agita.

 

Carla prende allora la parola partendo proprio dal rumore. Anche lei per un periodo non li sopportava, sono stati dei rumori fastidiosi, dice, ma quali? «Erano quelli dei vicini che scopavano». Carla ha sempre fatto dei discorsi di grande lucidità e profondità, di un sentire che lascia sorpresi, tocca le cose. Ma dal suo dire rimane fuori qualcosa di essenziale. Da alcuni giorni è cambiata, alcuni operatori e la madre affermano che sta peggiorando ma i suoi discorsi parlano di sé, come quello di oggi nel quale racconta in maniera asciutta ed espressiva il suo incontro con il sesso nella forma di un abuso. Un ragazzo più grande di lei, all’epoca appena adolescente, l’avvicina per un approccio sessuale, lei lascia fare, non sa quello che sta accadendo. La sua faccia ha una espressione che va intensificando le emozioni, il racconto continua, si toccano, le mette il suo sesso sulla mano, lei non sa cosa fare, non sa cosa è quello che sta avvenendo. Sente solo un senso di schifo. La faccia ora è come di fronte all’ orrore. La parola “schifo” è in riferimento al rapporto sessuale ed all’incontro con l’organo eretto di lui, riecheggia nella sala mentre lei si guarda fissa il palmo della mano aperto. Il modo con cui racconta il fatto ha un che di teatrale ovvero di una intensità legata alla espressione di tutto il corpo e produce un effetto sugli uditori.

 

La concezione freudiana del trauma è quella sessuale o “del sessuale” che ispira gran parte della sua opera, punto contestatogli ed irrinunciabile. Le direttrici della sua riflessione sono quelle che vanno inizialmente verso la ricerca della verità storica del fatto di abuso, il trauma sessuale appunto. Si tratta di una scena di seduzione di un adulto per un soggetto non pronto a gestire le proprie e le altrui pulsioni. Successivamente il trauma perde in parte questi connotati per essere l’impatto con una sessualità per una mente che non può ancora contenerne le implicazioni, è il trauma del sessuale, in quanto tale universale, la seduzione generalizzata9. Una temporalità lo caratterizza, esprime oggi qualcosa che appartiene anche ad un primo tempo remoto sommando (montando) i due momenti. L’eccesso è nella propria pulsionalità ma anche in ciò che non può essere capito dell’altro, perché forse ignoto anche all’ adulto. L’altro porta un enigma che si struttura intorno ad un proprio nucleo di Reale. Qualcosa tra le generazioni si trasmette anche in questo modo e la pulsione e il desiderio sono dunque alienati ab origine.

Cosa fa una mente che incontra ciò che non può contenere? Il modello tradizionale usa il termine contenimento o anche elaborazione. Elaborazione ancor più metabolizzazione richiama un processo, come di digestione, nella cura un’altra mente si fa carico di una digestione che l’apparato-mente non ha potuto fare. La metafora non dice poi tanto su cosa accade veramente in questo modello se ci pensiamo. Lo psicosessuale che è ciò di cui si occupa la psicoanalisi ha a che fare con questo venire toccati e toccare ma che è continuo e trasformativo. Il reale è lì dentro annidato.

 

Nelle pratiche di cura è opportuno lasciare spazio alla sorpresa. Ci interrogavamo come conduttori su ciò che costituisse il trauma, ed ecco che questi tre ragazzi lo riportano, in maniera inedita per ciascuno, alla sua espressione. Cosa vuol dire? Che lo dicono? Più o meno consapevolmente, arrivano a mostrare o a dire o a intravedere il proprio trauma? Sì, ma dal punto di vista del gesto le cose sono un po’ diverse. Non si tratta di una linearità che come tale arriva ad uno sbocco, alla sue espressione, come una certa sistemazione induce a pensare, il preverbale, il prelogico, il primario, si tratta piuttosto di una perpetua circolarità che si espande secondo un tempo e quindi un ritmo. Questo ritmo ha le sue radici profonde nel corpo, come il gioco del fort-da mostra nella relazione dinamica corpo ambiente, e Jousse semplifica:

«(Il bambino) di fronte al mondo mima il mondo, più precisamente, essi ricevono in se stessi […] le azioni occorse fuori di loro, ed essi le rigiocano. Ed è questa l’espressione umana.

L’umano ha la straordinaria propensione a esternalizzare, gettare ciò che ha ricevuto […] ciò che è stato impresso in lui, lo vuole esprimere.

C’è una urgenza nel bambino di rigiocare fuori quello che l’ambiente confusamente gli ha dato»10.

L’oggetto di Jousse è l’uomo spontaneo, il bambino, il contadino e, aggiungo, colui che è portatore di un’urgenza. Se dovessi dire quale gesto, quale azione caratterizzi il lavoro nei CSM, in cosa consista “la gestione” dell’oggetto di cura, in primo luogo direi proprio la raccolta di questa urgenza, che è una urgenza espressiva, che sia o no nella forma di domanda all’Altro, e a volte diviene l’unico luogo dove questa espressione può trovare il suo rigioco. La sorpresa spesso è ciò che si ricava, un “super-prendere” o “prendere superlativo”.

 

La clinica a volte è faticosa e a volte sorprende, deve farlo. Il materiale in sé infinito si addensa in significanti, o gesti, che in sintesi non sono che unità discrete di rinvio, cioè più o meno potentemente hanno la funzione di fare unità e rilanciare, sono elementi che portano in se numerose cose del passato, ovvero della memoria, anche nella forma della ripetizione, e producono spazi di significazione di differente ampiezza nel loro rigioco. Il trauma da questo punto di vista va ben oltre l’evento e può irradiare una vita intera. Tutto ciò lo troviamo in Freud. Basta leggere l’incipit del testo Un bambino viene picchiato (1919). In poche righe è descritta la formazione del fantasma, la chiave di volta, che ha la forma della stessa proposizione del titolo: «Si rimane sorpresi nell’osservare con quanta frequenza i soggetti che si sottopongono al trattamento analitico – …- ammettano di essersi lasciati andare ad una fantasia: “un bambino viene picchiato”».

 

Questo indicibile del trauma che come tale si è conservato come gesto inconsapevole, questo grumo pulsionale, nel nuovo contesto ambientale di cura può essere espresso, cioè prende una forma, come una pianta che riprende in un posto più favorevole, il gioco del mondo diviene rigioco. È evidentemente l’espressione di un gesto, quello che Jousse chiama il gesto proposizionale. La forma linguistica che traduce un gesto che come tale lo precede dal fuori, come una interazione colta dall’ ambiente, in Jousse è quella descritta come tripartita: «Un evento è l’apice di interazioni… essendo ogni interazione una variazione della formula basica universale, un agente che agisce un agito»11.

Come dicevamo anche Freud, quando deve sintetizzare al massimo, usa gesti proposizionali come i suoi pazienti chiamati a comprendere l’essenza di una interazione del proprio mondo-ambiente.

I soggetti in cura con Freud rispondono alla richiesta di pensare questo impensato, in parte mimano l’azione del medico, lo seguono nel suo procedimento di un soggetto di fronte al suo reale. Il gesto è qui una sintesi dalla parte di chi lo rigioca. Sia analista che paziente rispetto all’ insopportabile del reale producono un’azione che vediamo spesso compiersi anche in Freud, si produce una spartizione, come fa il contadino che deve portare pesi ai limiti della capacità, deve bilanciarli. E in questo caso come si divide questo peso? Si dispongono i diversi soggetti dentro una stessa azione, un procedimento molto comune in Freud, per arrivare al nucleo dei fenomeni psicopatologici. Cambiamento di soggetto, di oggetto, inversione dell’azione etc., si spartisce per poter portare, sopportare: gesto o logica? Nel caso del trauma qui descritto si riferisce a “cosa è mio cosa è suo”, quale la mia posizione quale la sua, lì dove spesso non c’è possibile risposta, in quanto la risposta alla propria sessualità proviene da un Altro a sua volta ugualmente sovraesposto e in modo singolare. Ognuno è esposto al suo reale, vi gira intorno, così Freud tanto i suoi analizzanti, ma tutti giocano e si scambiano incessantemente i gesti che giocano. «Che importa sapere chi è?», rispondono i pazienti a Freud indicando qual è per loro la strada da seguire. Il pensiero causalistico gli è estraneo, il dispositivo analitico permette l’espressione del rigioco, che è tutt’uno con la “presa di coscienza”. Non si tratta del distinguo inconscio-coscienza, si tratta piuttosto del “divenire” coscienti.

In alcuni casi si accompagna una violenza che va gestita. A volte a fianco dei meccanismi di difesa classici ci sono infinite forme o espressioni di modi di cancellazione e rigetto che provengono dalle storie stesse, spesso storie che attraversano più generazioni, insieme ad una quota di violenza insita in quell’azione: seppellire, nascondere, voltarsi dall’ altra parte, cementificare, mentire possono cioè agire come difese al pari di spostamento, proiezione, identificazione proiettiva. Tutte agiscono per mantenere lo status quo.

 

La quota di violenza insita nelle tre figure di trauma sopra riportate può essere espressa perché ridotta nella intensità da una risonanza di gesti non proprio diretti a questo fine ma che il gruppo ha scambiato e che stemperano la violenza in quanto portano qualcosa di opposto. Chi pratica questi gruppi usa il termine ripreso da Josè Badaracco di “vivencia”, l’esperienza nel momento che ci forma, che assume una forma. «Je suis le montage des mon geste», questa frase ripetuta da Jousse è forse la sintesi del suo lavoro.  Unisce “l’io sono” al momento dinamico di una presa di coscienza e di un tutto implicato in quel montaggio, nel momento del suo farsi. È una frase circolare: è a partire da un gesto che si produce un montaggio che porta ad un “io sono”. Una conoscenza che parte dal corpo, si tratta del mettere insieme, di accostamenti, del montaggio, come in una battuta a tennis il movimento del polso si monta su quello del gomito, diventa propria, ma anche il senso ultimo della frase “nani sulle spalle di giganti” ripresa dalla tradizione filosofica e riportata nella psicoanalisi12.

La questione del gesto diviene centrale in queste pratiche, ciò che nella psicoanalisi è stato rubricato come elaborazione va visto nel suo funzionamento particolare. Si tratta di grumi indistinti che ad un certo punto si parcellizzano dividendosi, spartendosi dinamicamente in forma di gesti montati tra di loro, si tratta di smontarli, cioè vederli uno ad uno. Non conta l’interpretazione, a volte essa ostacola il procedere imponendosi come sapere precostituito ovvero andando nella direzione del traumatico. Non si tratta di arrivare ad un fine, la ricomposizione della storia o della verità, conta di più il movimento di ciò che agisce, il diventare espressione.

In un panorama che potrebbe essere sconfortante, opprimente, o di angoscia, data la gravità di alcune patologie, lo sguardo viene mantenuto sul vivente. Del resto vita e violenza condividono una stessa radice. L’etimologia è anche la storia dei gesti e bisogna arrivare alla gestualità della parola per trovare l’energia in essa contenuta. Ci vuole quindi un gesto capace di contemplarle entrambe queste due parole per separarle.

Oggi per “trauma” si fa riferimento maggiormente ad un evento che per la sua comparsa improvvisa o per la sua intensità supera le capacità del soggetto di farne fronte e che produce una sequela di sintomi legati all’evento, si sogna, si pensa, ci si riferisce ad esso come fonte di ansia continua. I cosiddetti disturbi postraumatici disegnano una popolazione omogenea. Eppure la gran parte delle persone che afferiscono ad un CSM non fanno altro che portare il “loro trauma”, singolarissimo, ma anche come dicevamo riportabile ad alcune aree evidenziate dalla tradizione psicoanalitica come il trauma della nascita. Originario o narrazione?

Ad un paziente che ad una prima visita raccontava un suo sogno ricorrente di attraversamento di un canale con la luce in alto e il senso di un angoscioso soffocamento gli chiesi alcune notizie della sua nascita, rimase sorpreso perché non ricordava mai ne aveva mai fatto cenno del suo gemello nato morto e definito “palla di carne”. I successivi pochi incontri si focalizzarono sulla competitività che dominava la sua storia e su quel significante. Insomma la pratica di un servizio pubblico, come mostrò a suo tempo bene Winnicott13, permette per molti una prima espressione, riattivare il rigioco.

 

«Il gioco è ciò che c’è di reale fuori di noi, che impone se stesso in noi, si imprime in noi, e ci carica (di energia) per esprimerlo, rigiocarlo, proprio come esso è stato impresso. Sotto la pressione marchiante (sigillante) di ciò che è il Reale, un bambino viene impresso, come soffice fluida cera, e lui esprimerà nel rigioco ciò che ha ricevuto»14:

L’uso che fa Jousse del termine Reale è decisivo e nell’essenza sovrapponibile a quello lacaniano, con delle differenze che vanno ricordate: nel secondo assume coloriture diverse a seconda di dove è collocato, c’è un reale diciamo oggettivo, quello della scienza, ed uno dell’esperienza soggettiva, uno che risponde al primato del significante, ciò che rimane fuori dalla simbolizzazione, ed un altro posto al suo limite, lì dove il simbolico si arresta; in Jousse è uno solo e si trova all’interno di una costruzione che tenta di esprimere nel modo più semplice, ma a lungo pensato (rigiocato), una legge universale che non prevede ipostasi. Il Reale è lì, ciò che c’è da affrontare riferito alla vita di ciascuno, lo chiama Cosmos, che non è il mondo, ma piuttosto l’ambiente che può essere sia naturale che ancor più culturale e dinamico, ovvero le interazioni che lo compongono “il gioco”, il loro emergere e la necessità di esprimerle, il rigioco, che vanno a costituire la memoria e il sapere del corpo.  In un’intervista ad un alpinista famoso gli si fece la domanda consueta, ovvero sul perché fare la fatica di andare su per quelle montagne, e la risposta fu secca: «Perché stanno lì». Nel senso che essendo cresciuto sulle Alpi e vedendole lì davanti ne subiva il richiamo muto fatto della presenza quotidiana, ma anche di un ambiente che forma e che pertanto lo si deve ri-giocare con quello che siamo, con il corpo e con i gesti che ci portiamo e che costituiscono questi ultimi i mattoni della memoria, mattoni speciali, in quanto unità dinamiche, unità nella misura del loro rinvio, tanto più unità quanto ampio è il loro irradiare. Ciò che una vecchia antinomia ha sistematizzato in pre-verbale, prelogico, primario come contrapposto al verbale, impedisce di vedere cosa “anima” entrambi e come ciò accade. Questi in estrema sintesi sono il gesto ed il reale joussiani. Affermare l’identità o la differenza tra gesto e significante ha pienamente senso se si va a vedere cosa producono la prima o la seconda impostazione15, in questo consiste il prendere sul serio, un porre al centro in una esperienza pratica. Il rigioco può avvenire solo permanendo presso il Reale e per Jousse questo rapporto è mancato a causa dell’oblio del gesto.

«Cosa è che cura?» è una domanda che costantemente riemerge e deve restare anche se le risposte sono sempre parziali. Dicevamo di come si è andato riducendo il ruolo della interpretazione nella considerazione di quale gesto essa possa portare, in particolare intorno al sapere. Badaracco afferma che certe messe a confronto permettono il liberarsi di energie, prima intrappolate nello scioglimento delle identificazioni patogene incrociate all’interno delle famiglie, e capire il ruolo di fondo che hanno su questa operazione la Vivencia o il clima. Ma le identificazioni di cosa sono fatte?

Jousse non si occupa di cura, ma della conoscenza del reale e ripete che la creatività è un accostamento inedito di gesti: «Le scoperte consistono nel porre insieme gesti che possono essere uniti ma che non sono stati uniti prima»16. Allora il gesto è qualcosa dunque che per questa vicinanza al reale appartiene alla scienza ed alla cura. I gesti si legano di continuo, in se possono essere afinalistici, è il loro montaggio ciò che produce la creazione del nuovo.

 

Il trauma conserva in maniera indecidibile la dialettica freudiana tra evento reale e costruzione posteriore, in questo senso ha una progressione retrograda, un procedere indietro che tende alle origini. Il trauma della nascita, una costellazione clinica individuabile di cui è stato citato un fotogramma ne è il prototipo. Si diceva che ogni trauma ne conserva qualcosa, un movimento interno. Rispetto a ciò gli altri traumi, l’impatto con il linguaggio e il sessuale, o i due insieme che rappresentano il Trauma dell’Altro, ne

 

Torniamo a Platone ed al Simposio. I gesti di questo dialogo irradiano fino ai giorni nostri. Il taglio, ripreso da Lacan nel Seminario VIII, è già tutto lì, così il transfert, l’amore di transfert e l’amore come ricerca. Ma se si pensa al taglio del Simposio tutti guardano giustamente al mito dell’androgino, la sfera tagliata in due dove ciascuna parte cerca il ricongiungimento con l’altra perduta. Questo mito si adatta perfettamente alla forma di un certo soggetto descritto dalla psicoanalisi che va sotto il nome di “soggetto del desiderio”. Ciò che è tagliato è l’unità ma anche la consistenza del corpo, ovvero la castrazione, desiderio e taglio sono indispensabili l’uno all’altro, la stessa cosa, il taglio come castrazione ha a che fare con la legge e quindi con il simbolico, il linguaggio che incide sul corpo. Quando si parla del Simposio in genere si fa riferimento a questo mito. La psicoanalisi dopo Freud ha di mira anche una mancanza differente, non tra “pari” ma verticale, ovvero la base di dipendenza strutturale da un altro per la sussistenza psico-fisica che caratterizza l’inizio della esistenza umana. L’Etica del disaiuto, subordinata alla funzione dell’intendersi, che affiancava superandola, l’istanza morale del Super-io, si è troppo spesso consumata nella retorica della mancanza o peggio nel moralismo della incompletezza17. Per i filosofi storicamente il discorso principale è quello di Socrate/Diotima, ovvero il procedimento a salire della conoscenza che preannuncia i due millenni successivi di storia del pensiero. Eros è anche conoscenza, conoscenza qui per gradi e livelli che implicano classicamente l’estetica, la logica e l’etica ma in prospettiva di elevazione verso l’inattingibile Sommo Bene, anticipando così il procedimento neoplatonico, che perviene tramite il medioevo più o meno nascostamente fino a noi, e seme di molti rinascimenti. Non esclude il corpo, al contrario di quanto un’esegesi successiva ha riportato, si tratta di una scala che ripete lo stesso movimento dai molti all’uno, e il corpo, insieme al bello ed al sensibile, vi figura come strumento e punto di partenza. Che questo corpo sia poi da superare, un certo tipo di corpo, non vuol dire che non vi figuri. Del resto anche quello dello specchio lacaniano per intenderci, cioè il corpo immaginario e idealizzato, va ridotto nel percorso di cura, e proprio nelle sue fasi iniziali.

 

Ma nel dialogo su Eros, vi è un passaggio, forse meno citato dei primi due, al quale Lacan dedica molto spazio nel seminario sul transfert. Anche qui si assiste ad una divisione che, senza considerare una azione analoga che si ritrova un po’ ovunque nel dialogo ovvero il “mettersi tra”, consiste in un secondo taglio. Proprio nel momento in cui in un procedere ordinato si arriva ad un culmine che coincide con il Bene, il valore da raggiungere in un percorso, allora, con un colpo di teatro che non segue solo il ritmo da commedia, accade l’evento caotico dell’irrompere. Non è un taglio di corpi questo, ma è il taglio del discorso, del simbolico e dello stesso dialogo che da quel punto prende letteralmente un altro verso.

Si tratta come è noto dell’ingresso di Alcibiade e della sua banda di scalmanati. È chiaramente in rapporto a ciò che lo precede ovvero la meta raggiunta del percorso di ascesa. Sarebbe troppo facile affermare con questo che la sommità del percorso è impossibile da trattenere, l’intero del vero e meno ancora del Sommo Bene, e che tale punto è prossimo al caos, si rovescia nel contrario. Gli stessi Greci sapevano bene che tale discorso era inseparabile dalla vita dei singoli e il dialogo lo dice. Quello che deve colpire un clinico di oggi è che non è altrimenti facile mettere insieme questi due versanti del godimento, quello mistico e quello del godimento tout court, in questo caso un desiderio che si sfinisce nella ubriachezza. Due opposti qui affiancati, possiamo anche chiamarli il godimento dell’Uno e la Deriva, termine quanto mai attinente in questo caso, o pulsione di morte. Impossibile non pensare a due eccezioni dell’umano, l’estasi di cui parla il filosofo dell’Uno, questo indicibile che mantiene aperto l’oggetto da qualsiasi determinazione, e ciò che si manifesta nello stato psicotico in particolare al suo esordio, questi stati limite sono così distanti eppure prossimi. Non aggiunge molto, mi sembra riconoscere qui una coincidenza degli opposti, piuttosto prendiamolo per quello che è, un’irruzione. Che cosa è un’irruzione? Non un taglio ma una spaccatura dovuta ad un’esplosione anche energetica. Questa esplosione è preceduta dal termine del discorso di Socrate, come un vuoto, una pausa dalla quale si produce un due, il procedere di Socrate da una parte e quello alquanto dionisiaco di Alcibiade dall’altra.

Qui ci potrebbe essere un aspetto del trauma che non ha a che fare con l’impotente ed il suo limite, o meglio non dal lato antropologico del bambino. C’è un eccesso che la mente non contiene, è possibile parlare di un trauma dell’Uno, ammesso che l’Uno possa fare trauma18. Vediamo di spiegare meglio.

Eros è figlio di Penia, di povertà ed espediente, non ha un grande pedigree si direbbe, questo va ricordato. Non è solo commedia mettere subito dopo il sommo Bene questo parapiglia, sono in una contiguità, la stessa cosa da due punti diversi. Il primo è il raggiungimento dell’Uno da parte del filosofo, non di Socrate stesso ma del discorso che racconta. Il filosofo regge in virtù del suo desiderio, la filia per la Sapienza, a questo momento, e non a tutti capita di farlo, si può non accedervi. Alcibiade da canto suo vuole ciò che Socrate ha con il suo corpo manifestato ancor prima che con i discorsi, corpo non bello ma che nasconde un oggetto prezioso fonte per Alcibiade del suo desiderio di possesso. Quindi è nel corpo ma non del corpo.

Lacan, le maître absolu, individua l’agalma come oggetto del desiderio. La statuetta del dio racchiusa nella terracotta di satiro, l’oggetto prezioso, ciò che produce il desiderio, lo rilancia, ma anche impedisce ad Alcibiade di raggiungere il “far proprio”, l’oggetto desiderato, mancandolo. Così lo stesso Alcibiade diventa il simbolo del soggetto nel transfert. Tuttavia il discorso di Alcibiade lo manifesta, e tenta di circoscriverlo, e ragiona sul corpo di Socrate, cercando nel tratto più enigmatico, non l’involucro, e forse ancor più degli agalmata, è un tratto, che è “globale”, tanto del corpo ma anche dei discorsi, nascosto in entrambi, e che si manifesta nella fissità. Se di tutti gli uomini si può ravvisare una “somiglianza”, di tizio con caio, questo non si può dire di Socrate, lui è unico. Questa unicità Alcibiade cerca e l’esempio è quello di un corpo che mentre pensa acquisisce una postura di una immobilità totale, una specie di imperturbabile trance, un corpo del tutto auto centrato. Il gesto assoluto verrebbe da dire, in quanto gesto e non gesto.

Forse Lacan, nel suo riferirsi al Simposio per la spiegazione del transfert sceglie l’idolo intendendo in questo similmente a Freud il transfert come artificio, e la nevrosi di transfert una nevrosi artificiale indispensabile alla cura. Qualcuno come Winnicott potrebbe obiettare, “e l’autenticità?”. Una vecchia questione irrisolta19. Quello stesso Uno l’inattingibile, indeterminabile uno, fa trauma per la sua non accessibilità, o meglio nella differente accessibilità. Per il filosofo il procedimento di rinvio conduce nei pressi di questa sommità ai piedi della quale si riposa, per Alcibiade la fatica non ha sosta, la povertà di Eros non è in grado di colmare la mancanza, in altri termini anche qui è l’uno nella sua lontananza-inaccessibilità, ma non la sua assenza a determinare la situazione, che eros sia figlio di Penia ed Espediente mostra qui un ulteriore evidenza. Il desiderio di Alcibiade si fa isterico e spropositato.

Come appare evidente, nell’opera di Lacan, la questione dell’Uno è già dall’inizio. Gli uno sono ovunque, a partire dal significante, sono la serie, e poi il tratto unario, l’eccezione, l’oggetto a e molti altri ma sul finire del suo insegnamento c’è un altro tipo di uno, nella formula “c’è dell’Uno”.

Potrebbe sembrare in contraddizione tanto che oggi si parla comunemente di un primo e di un secondo Lacan, rispettivamente quello del primato del significante e quello ultimo del godimento. C’è dell’Uno, c’è ne è un po’ di questo Uno, c’è una partecipazione, ma questa, dicevano, c’è sempre stata in tutto il percorso di Lacan, ma forse qui cambia statuto, diviene assoluto e non partecipe, nella forma del godimento.

Il riferimento è principalmente il Platone del Parmenide e la logica dell’Uno. L’Uno plotiniano distante sei secoli dal primo, porta diciamo a compimento e sintesi quella immensa riflessione, insieme ad altre influenze, forse extra greche e orientali, li prevede entrambi in una unità, l’Uno è il paradosso di un unità tale da escludere qualsiasi determinazione, ma anche emanazione o processione. Più che autistico, più che l’Uno tutto solo è l’Uno “da solo a solo”, quindi paradossalmente il semplice, lo sciolto dalla relazione quanto fonte di relazione, il senza piega, l’indeterminato, (quasi) inaccessibile Uno, ma anche matrice di ogni relazionalità. Non la logica, piuttosto la sua negazione, oggi chiameremo l’esperienza, è la precondizione, una certa esperienza dell’Uno, precondizione non per la sua comprensione ma per una ulteriore esperienza.

Se il significante è l’uno del simbolico, ovvero la parte che in certe situazioni rappresenta tutto il simbolico, uno per tutto, e più comunemente è quell’unità discreta di rinvio che produce la catena, il gesto è l’uno del corpo parlante, in quanto unità e rinvio, puro rinvio, espressione del “tra” come lo è il significante. Ma non di un linguaggio, inteso come linguaggio grammaticale, non è della lingua articolata, non solo di questa, ma di quell’andirivieni di tutto l’uomo nel suo ambiente, l’elemento di questa relazione fondamentale che Jousse indica con l’espressione anche questa sua, di “Corporaggio”.

 

Abbiamo percorso quindi di sorvolo diversi “traumi”: Lo Storico, supposto o accaduto ad un certo momento, l’Originario del tempo remoto, fondante uno psichismo attraverso la formazione del fantasma o di un mondo, di cui fanno parte il trauma del sessuale e del linguaggio che tendono a sovrapporsi, in quanto appartenenti entrambi al trauma dell’Altro, ne portano i segni singolarissimi di quell’impatto, con la narrazione infinita che tenta di circoscriverlo. Questa temporalità retroattiva può arrivare al trauma della nascita, dove è più forte l’indecidibile distinguo tra narrazione e memoria. Diverso sarebbe il trauma dell’Uno anzi ne è il rovescio, luogo dei paradossi, evidenza nascosta, ravvisabile solo per le difese messe in atto, difese alle quali l’Altro fornisce lo stesso materiale. Ma se è il rovescio del traumatico e ad esso si rapporta, il clinico dovrebbe chiedersi se non contenga anche un potenziale terapeutico, precisamente in quanto evento che “genera”, come in questo caso, i discorsi.

 

Luca Iacovino

Medico psichiatra e psicoanalista, Dirigente Psichiatra a tempo pieno CSM ASL Roma 2. Partecipa alla conduzione dei Gruppi di psicoanalisi Multifamiliari. Socio fondatore e membro dell’Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi sezione italiana dell’Istitute des Hautes Etudes en Psychanalyse. Collabora con IRPA, Jonas e Istituto Freudiano. Membro della redazione di EJP (European Journal of Psychoanalysis).

 

Note

  1. Jousse Marcel (1969) L’antropologie du geste, Editions Resma, Parigi. È di questo anno 2018 la pubblicazione digitale delle trascrizioni di tutte le sue lezioni 1932 1951.
  2. Quale sia questo posto è complesso riportarlo per esteso. Ci limitiamo a dire qui che per Jousse gira intorno l’oralità, per diventare multidisciplinare; una parte minoritaria di paleontologi, antropologi etologi sostengono la teoria del gesto all’origine del linguaggio, vedi Corballis M.C.(2008): Dalla mano alla bocca, Raffaello Cortina; nella filosofia attualmente è Agamben che ritorna sulla questione; per altre strade Carlo Sini, Rocco Ronchi e Federico Leoni; per non parlare dei neuroni specchio nelle neuroscienze, e dell’arte performativa nell’estetica. In quest’ultimo campo segnalo la recente pubblicazione di Quand le geste fait sens (2015), a cura di Lucia Angelino, Editions Mimesis Philosophie.
  3. L’intelligence étant considérée comme l’adaptation au réel (Hautes Etudes lezione del 15/04/42); vedi anche in Sienaert Edgard (2016), in Search of Coherence. Introducing Marcel Jousse’s anthropology of mimism, Pickwick Publications Eugene, Oregon U.S.A.: intelligenza è intus-leggere, leggere cosa c’è dentro. È divenire consci, consapevoli … Ma che significa divenire coscienti di? E di cosa lo si diviene? È qualcosa che è del processo, qualcosa che è entrato in me, e che è rimasto lì e si attiva insieme ad altri infiniti gesti. È Inter-legere scegliere tra tante cose, forse infinite, l’unità e insieme l’unicità direi, dato che due persone in un gruppo non raccolgono la stessa cosa. Intelligenza è Inter-ligare mettere insieme gesti prima non legati (pag.29). Significante e gesto per esempio. Se sono la stessa cosa non possono essere posti nel modo dell’intelligenza.
  4. Si tratta di un Gruppo di Psicoanalisi Multifamiliare che si svolge in un Centro di Salute Mentale di Roma. Questi gruppi si sono diffusi rapidamente in Italia, e oggi rappresentano una realtà importante dal punto di vista numerico e nel loro apporto metodologico alla psichiatria territoriale. Insieme ad altre pratiche costituiscono un approfondimento e prosecuzione di ciò che era al cuore della riforma nota come legge 180, un processo altrimenti in costante rischio di svuotamento o rovesciamento.
  5. Freud, che cercava una migliore definizione del meccanismo difensivo della paranoia afferma: «Non è corretto dire che un sentimento represso all’ interno è stato proiettato all’ esterno, noi vediamo sempre che ciò che è stato abolito all’ interno riviene, compare all’esterno». Quindi la formula freudiana è già la sostituzione di questa precedente, segno di un lungo lavoro sulla questione. Freud S.: Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia, in Opere, vol.6
  6. Iacovino Luca (2014), Percorsi tra significante e Gesto: il Fantasma in «Bollettino Studi Sartriani – Morale e violenza: sul rapporto mente corpo», Università Roma Tre.
  7. Con il termine “irradiare” Jousse indica la capacità di alcuni gesti di agire globalmente ovvero su tutto il corpo, implicarlo nell’ insieme, in un tutt-uno. Ma il termine indica anche una sorta di durata del gesto, una sua vita temporale oltre che spaziale ovvero il suo espandersi nel “montaggio”. L’apres coup, ovvero come viene risolta tradizionalmente una certa temporalità in psicoanalisi in particolare nella concezione del trauma è comunque sempre posto in una linearità, che lo stesso termine di posteriorità cerca di superare. Per lo stesso motivo oggi si parla più di risonanza che di fissazione
  8. Pagliardini Alex (2011), Jaques Lacan e il trauma del linguaggio, Galaad Edizioni.
  9. Una minoranza contesta la dimenticanza della realtà dell’evento. Forse anche molte reazioni attuali come il movimento del Me too dice qualcosa al riguardo, un improvviso emergere o ri-emergere. Per quanto Freud se ne allontani, vi ritorna, ha dubbi. I dubbi di Freud sulla realtà dell’evento della seduzione non tolgono l’asserzione che il trauma appartenga al sessuale.
  10. Sienaert Edgard (2016), in Search of Coherence. Introducing Marcel Jousse’s anthropology of mimism, Pickwick Publications Eugene, Oregon USA, 32, (da cui “ISOC”) rispettivamente lezione del 8 dicembre ‘37, del 1 marzo ‘36 e del 9 marzo ’39.
  11. Ivi, pag. 33, lezione del 9 marzo ‘39
  12. Potremmo dire che se da un lato l’espressione di Jousse richiama la Vivencia, dall’altro si affianca ad un modo di intendere quella più nota di Freud «dove era l’Es l’Io adviene», . L’uso dell’aforisma di Bernardo di Chartres in psicoanalisi è stato riproposto ultimamente da M. Recalcati.
  13. Ricordare Winnicott in questo caso non è solo per il modello insuperato che descrisse di consultazione e colloquio, non si può qui non ricordare ciò che egli definì come “il gesto spontaneo”.
  14. ISOC lezione del 18 febbraio ’34
  15. Se nella linguistica strutturalista il linguaggio, l’Altro precede e determina il soggetto, fino ad incidere nei corpi, macchina che decreta la fine di ogni umanesimo qui avviene il contrario, un processo del tutto inattuale di umanizzazione di ciò che precede.
  16. ISOC pag.5
  17. Freud S. (1895), Progetto di una psicologia. OSF vol.2. Lo stato dell’Hilflosigkeit, l’impotenza iniziale la “fonte originaria di tutte le motivazioni morali”: Una cosa è pensarla come uno stato strutturale, una cosa è pensare quali gesti sono presenti sul momento che attivano tale stato e come questi si montano tra di loro.
  18. Ronchi Rocco (2012) Come fare, per una resistenza filosofica. Feltrinelli, pag.67.
  19. L’oggetto agalmatico come tale non compare dopo il Seminario VIII sul transfert e il riferimento al Simposio, ma nell’insegnamento lacaniano vedrà poi una serie di metamorfosi.
image_pdfimage_print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *